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Siamo esortati nel Vangelo a rendere ragione della speranza che è in noi. L’economia civile si fonda su un principio: non dobbiamo solo domandarci cosa può fare lo stato per noi (o per il lavoro degno) ma dobbiamo iniziare col domandarci cosa possiamo fare noi per risolvere il problema. Se ormai le migliori opportunità di consumo responsabile di prodotti con lavoro degno sono disponibili a parità di costo e con condizioni di acquisto ancora più comode di quelle tradizionali dobbiamo convenire che c’è un ostacolo che si frappone alla speranza di un lavoro degno nel mondo di oggi. Quell’ostacolo siamo noi…

Siamo esortati nel Vangelo a rendere ragione della speranza che è in noi. Speranza che non può solo concretizzarsi in un destino migliore ultraterreno ma che deve aiutarci a costruire nel mondo presente un “qui ed ora” che sia un “già” anche e se un “non ancora” ed un penultimo sempre emendabile e migliorabile. Don Tonino Bello diceva che dobbiamo costruire la speranza. E per farlo ci vuole un metodo.

Da qualche anno con Next (Nuova Economia per Tutti), pensiamo che il fondamento della speranza sia innanzitutto nel mettere assieme le persone e le organizzazioni generative (come le ACLI) in modo tale che il loro lavoro cooperativo e creativo possa creare quella superadditività (1+1=3) che ci porta a realizzare assieme, mettendo assieme esperienze e competenze complementari e non sovrapponibili, risultati migliori di quanto avremmo fatto separatamente da soli. Oltre a questo dato preliminare di unione tra generativi (che non sono dei Superman ma sono semplicemente persone animate dalla passione e dal desiderio di fare cose sempre più grandi che “servano a qualcosa e a qualcuno” provando a migliorare la vita dei loro simili) il metodo si fonda sulla ricerca delle buone pratiche, praticata e sperimentata nelle ultime due edizioni delle Settimane Sociali (Cagliari e Taranto) e nelle quattro edizioni del festival dell’economia civile.

Quando diciamo che il Regno dei cieli è vicino intendiamo in genere esprimere la speranza di un futuro di pienezza migliore degli inciampi del presente che stiamo vivendo. Ma la frase può essere intesa anche in senso spaziale e non solo temporale. Può darsi che per nostra trascuratezza o distrazione non ci siamo accorti che “il Regno dei cieli” (o più prosaicamente soluzioni più vicine al bene comune di ciò che viviamo) siano magari incarnate in situazioni geograficamente vicine a noi con le quali non siamo mai venuti a contatto.

Il censimento delle buone pratiche ci ha insegnato molte cose in questi anni sul fronte della dignità del lavoro. Abbiamo imparato che esistono imprese che realizzano un scambio di senso mutualmente benefico tra fragili ed emarginati a cui viene offerto un percorso di reinserimento lavoro e i cosiddetti “normali” dell’azienda che in realtà traggono da questa missione una determinazione feroce e una ricchezza di senso maggiore per il loro agire in azienda che li rende più motivati e produttivi. Questo scambio mutualmente proficuo di senso non si realizza solo nelle cooperative di tipo B (dedicate appunto al reinserimento lavoro di categorie svantaggiate) ma anche in imprese profit che lavorano in ambiti assolutamente competitivi e competono con produttori cinesi o indiani.

Abbiamo inoltre appreso come qualità delle relazioni nell’ambiente di lavoro, capacità di team working e scambio di doni consentono ad ambienti di lavoro di crescere simultaneamente in termini di produttività/competitività e senso del vivere. Il lungo percorso di ricognizione e di accompagnamento delle buone pratiche ci ha insegnato che, grazie al carisma di leader capaci di orientare in tale direzione l’attività dell’impresa, questo vantaggio mutualmente benefico può realizzarsi in settori insospettabili di economia assolutamente pesante come la produzione di gruppi elettronici, la meccanica utensile, la produzione di cosmetici e che dunque non c’è bisogno di rifugiarsi in aree protette per poter promuovere la dignità del lavoro.

Una nota distintiva del nostro percorso è quello non solo della identificazione della buona pratica ma anche del suo accompagnamento. Con questionari di autovalutazione partecipata costruiti dagli stakeholders di Next le imprese avviano un percorso dialogico di crescita sul sentiero dell’economia integrale che insegna molto ad entrambe le parti.

Se le buone pratiche sono oasi di speranza, anzi orti che proviamo a coltivare insieme, non sfugge certo l’esigenza di regole di policy adeguare in grado di combattere lo sfruttamento del lavoro e di mettere in moto le energie della società civile in direzione di una promozione del suo valore e della sua dignità.

Ribadiamo intanto che la speranza cresce se noi ci diamo da fare. Ed oggi le possibilità che abbiamo come consumatori di sostenere questo processo sono enormi e sostanzialmente a basso costo. Il vero scandalo della mancanza di speranza sta nella nostra assenza. Quando dico questo ho in mente un esempio ben preciso come quello della rivoluzione francese di “C’est qui le patron” dove un gruppo di consumatori parte dal dato drammatico di un tasso di suicidi di produttori di latte in Francia superiore alla media. Dialogando con i produttori questi consumatori si accorgono che i produttori avrebbero bisogno di una cifra assolutamente modesta 6 centesimi per litro di latte, per avere una remunerazione dignitosa che consenta loro di investire nella loro azienda. Decidono di costruire così assieme a loro un prodotto socialmente ed ecologicamente sostenibile. L’evoluzione del voto col portafoglio rappresentata dalla Marca del Consumatore[1] (questo il nome dell’iniziativa in Italia) ha portato ad oggi in Francia alla vendita di 377 milioni di prodotti da parte di 14,5 milioni di acquirenti.[2]

Il dato sorprendente di quest’iniziativa sta proprio nel costo dei prodotti. La pasta o la passata di pomodoro della Marca del Consumatore costano tra 1 e 2 euro in più all’anno (considerando il nostro consumo medio annuo del prodotto) rispetto all’acquisto di una marca tradizionale. Non esistono pertanto più alibi. Se siamo pigri, spaventati dai costi del consumo responsabile possiamo sapere oggi che attraverso piattaforme online di consumo responsabile come Gioosto. possiamo fare la spesa comodamente dal nostro divano “votando” per un modo diverso di produrre che dà dignità al lavoro. E’ quello che al festival dell’economia civile ci ha ricordato Ives Sagnet, attivista di colore che si batte da anni contro il caporalato in Italia, sottolineando come esistano ormai per i prodotti alimentari numerose filiere “no caporalato” che hanno bisogno del nostro sostegno di consumatori per crescere.

Tutto quello che possiamo fare dal basso, se lo facessimo tutti, basterebbe a risolvere il problema perché il potere sul mercato è dei consumatori che però non sono organizzati. Dall’identificazione e dall’accompagnamento delle buone pratiche e dall’esperienza di vent’anni di voto col portafoglio abbiamo comunque identificato quelle che sono le scelte di policy più opportune per promuovere la dignità del lavoro.

Va innanzitutto considerato che in un sistema economico globale abbiamo bisogno di strumenti efficaci a livello internazionale ed in grado di promuovere la dignità del lavoro nel commercio evitando che questo alimenti una corsa al ribasso tra paesi. Per questo il carbon border adjustment mechanism appena varato finalmente dal parlamento europeo deve essere esteso a meccanismi di labour border adjustment mechanism. La logica è che ai prodotti che vengono da paesi terzi con standard ambientali al di sotto di quelli che le imprese che producono nel nostro paese sono chiamate a rispettare si deve applicare una sovra tassa per evitare che le nostre aziende responsabili siano superate nella concorrenza internazionale da chi fa dumping sociale ed ambientale.

Il problema del mismatch tra posti di lavoro vacanti per cui non si trovano le competenze adatte e tanti giovani che non lavorano né studiano va affrontato migliorando i percorsi di formazione e di inserimento nel mondo del lavoro dei ragazzi. La nascita del liceo sperimentale Tred (di transizione ecologica e digitale) a cui abbiamo lavorato in un progetto sperimentale con il Ministero dell’istruzione vede quest’anno migliaia di ragazzi in Italia iniziare un percorso ed un’avventura che dovrebbe aiutare a collegare le materie tradizionalmente insegnate con i problemi e le sfide che il futuro ci pone e impone come competenze richieste ai nostri giovani.

Si tutela la dignità del lavoro con un salario minimo (come esiste in tutti i paesi europei) da far valere nelle zone franche della contrattazione sindacale, con una carta delle organizzazioni sindacali che escluda le organizzazioni pirata e non rappresentative che fanno dumping sui salari. Riformando infine il reddito di cittadinanza attraverso il mantenimento della rete di protezione contro la povertà e l’eliminazione del disincentivo ad accettare posti di lavoro in particolare quelli legati alla stagionalità (agricoltura, turismo). La via migliore da questo punto di vista sta nel rendere possibile in questi casi il cumulo tra reddito di cittadinanza e lavori stagionali perché non si può chiedere a chi vive sulla soglia di povertà di perdere il reddito per un lavoro che dura 2-3 mesi e poi finisce.

L’economia civile si fonda su un principio: non dobbiamo solo domandarci cosa può fare lo stato per noi (o per il lavoro degno) ma dobbiamo iniziare col domandarci cosa possiamo fare noi per risolvere il problema. Tutto quanto descritto nella prima parte di questo articolo cerca di spiegarlo. Se ormai le migliori opportunità di consumo responsabile di prodotti con lavoro degno sono disponibili a parità di costo e con condizioni di acquisto ancora più comode di quelle tradizionali dobbiamo convenire che c’è un ostacolo che si frappone alla speranza di un lavoro degno nel mondo di oggi. Quell’ostacolo siamo noi.

 

NOTE

[1] La marca del consumatore – Chi è il padrone – Unisciti a noi!

[2] « C’est qui le Patron ?! » – La Marque du Consommateur

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