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Vi proponiamo questa interessante intervista a Chiara Giaccardi, professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica di Milano, curata da Fabio Cucculelli

Le Acli terranno il loro 54° all’Incontro Nazionale di Studi ad Assisi dal 29 settembre al 1° ottobre. Il titolo di quest’anno è: «Dignità e lavoro, vie per la speranza». Lei ha dedicato al tema della speranza un’attenzione specifica nella sua ricerca culturale. Cosa può dirci?

Credo che la speranza, in questo momento, sia molto difficile ma necessaria. Molto difficile perché, non c’è bisogno di dircelo, siamo in una situazione di grande complessità a cui si sono aggiunti gli ultimi due shock globali: la pandemia e la guerra, con tutte le conseguenze sul piano economico e su quello sociale e psicologico. Siamo quindi in un periodo di grande difficoltà e di crisi, ma come ogni crisi questa rappresenta una sorta di spartiacque: o si soccombe o si trovano le forze per rigenerarsi e la speranza è proprio una fonte di rigenerazione, che però ha alcune caratteristiche.

Innanzitutto, la speranza è la capacità di vedere ciò che non c’è ancora e che sembra quasi impossibile. Non è semplicemente un desiderio generico, un’utopia ma è, a partire da ciò che c’è e da ciò che non c’è ancora, la capacità di immaginare un futuro possibile e avere la fiducia che questa possibilità si possa realizzare. Quindi è la capacità di vedere il potenziale delle situazioni, senza fermarsi alla negatività. Poi la speranza ha due dimensioni fondamentali: è insieme forza di conoscenza e affezione per la realtà. Spero perché voglio bene a qualcosa; per sperare bisogna volere bene alla realtà, alle persone, alle situazioni. La speranza alimenta e nutre questa affezione. Poi c’è la dimensione cognitiva, che è sottovalutata; cioè la speranza è la capacità di immaginare e conoscere la realtà e avere un approccio originale, che non si limita a trarre conclusioni da premesse scontate. Credo la speranza sia una forza di trasformazione fondamentale in questo momento molto difficile, che va coltivata.

 

Il tema della generatività è al centro della sua ricerca. In che modo è possibile coniugare dignità e lavoro in modo generativo? C’è un nesso forte tra generatività e speranza. Come è possibile renderlo esplicito non solo sul piano della vita personale ma anche collettivo?

Il lavoro è una dimensione fondamentale dell’essere umano e della sua realizzazione e secondo me non è abbastanza sottolineato che la realizzazione delle persone attraverso il lavoro è un processo “contestuale”: si realizza se stessi dentro un insieme di relazioni e di rapporti, portando un contributo a qualcosa di comune e collettivo. È una delle dimensioni antropologiche fondamentali, che ci aiuta a diventare chi siamo.

Oggi insistiamo molto sull’identità, che in qualche modo è sempre contro qualcuno, perché l’altro è visto come una minaccia alla mia identità; invece, il concetto di “individuazione” è relazionale: divento chi sono grazie ad altri, al rapporto con altro da me. Il lavoro è una via fondamentale per l’individuazione relazionale e contestuale. Il rischio è che il lavoro ci alieni, nel senso di una astrazione, separazione dagli altri – dal resto della nostra vita, dal contesto – determinando una perdita di senso. In sostanza si lavora per guadagnare, per vivere o sopravvivere. In questo modo si perde il senso del lavoro, che diventa puro strumento di riproduzione. Perché questa dimensione sia anche generativa occorre una nuova alleanza tra imprenditori e lavoratori. In qualche caso l’abbiamo verificata questa alleanza e l’archivio della generatività è ricco di casi di imprese generative: ovvero che prendono il lavoro come una dimensione di crescita comune, in cui non si chiede al lavoratore di svolgere semplicemente una funzione ma di portare un contributo originale e quindi di trovare un senso in quello che fa. Riconoscendo poi questo contributo.

Allora, generativamente, il lavoro è un fare esistere forme nuove, una dimensione che non sia alienata, ma possa essere una via di individuazione e di co-individuazione. Parliamo del lavoro, ma pensiamo anche alla scuola: contesti in cui l’istituzione o l’impresa lasciano spazio al contributo individuale mettendolo a valore; sono contesti in cui questa produzione di valore va a beneficio delle istituzioni e dell’impresa. C’è in questo anche un riscontro economico importante: un valore che si genera a partire dalla dinamica generativa.

 

Dove e come è possibile trovare semi di speranza nel lavoro, nella vita economica, sociale, politica? In quali altri ambiti stanno emergendo semi di speranza?

I semi di speranza si vedono e possono germogliare laddove c’è la fiducia, che oggi è una cosa molto rara. La radice di “fiducia” è la stessa di “fede” e viene dal latino fides, che vuol dire legame. In un mondo senza legami avere fiducia è molto difficile e non è un caso che la secolarizzazione porti con sé anche la sfiducia verso le persone.

Semi di speranza sono là dove si notano pratiche di fiducia reciproca. Questo può accadere nella scuola, dove ci sono esperimenti bellissimi con un grande potenziale trasformativo fortissimo: però ci sono poche risorse, pressioni per velocizzare i processi, e questo non aiuta. Credo che in questo momento sia importante andare a cercare le esperienze, che non devono diventare per forza dei modelli, ma possono ispirare altre esperienze e metterle in rete per farle diventare luoghi di produzione di conoscenza. Abbiamo bisogno di una nuova conoscenza che riguarda l’essere umano nelle sue dimensioni, compreso il lavoro: che va liberato da un funzionalismo che rende l’uomo insufficiente rispetto alla macchina, per restituire il senso secondo il quale l’uomo è insostituibile. Su questo ci vuole un pensiero e la capacità di superare le leggi del mercato, perché abbiamo visto che il mercato non risolve i problemi ma sta causando ingiustizie enormi, come vediamo col prezzo dell’energia, che è stata oggetto di speculazione; con la guerra, che diventa mezzo di arricchimento di pochi e impoverimento di tanti. Il tanto idolatrato mercato non è un sistema di regolazione equa della società. Bisogna che si intuisca la necessità di cambiare paradigma e mettere a valore il contributo delle singolarità in questo sistema di relazioni nuove.

 

Nel suo libro (scritto con Mauro Magatti) “La scommessa cattolica. C’è ancora un nesso tra il destino delle nostre società e le vicende del cristianesimo?” (Il Mulino 2019) si mette in evidenza la necessità di recuperare la consapevolezza di avere qualcosa di inaudito da dire a questo tempo. In che modo i credenti possono dare il loro contributo nel porre al centro della vita la “virtù della speranza” seguendo le indicazioni conciliari?

Anche la Chiesa deve fare tesoro di queste esperienze, perché la pandemia è stata una mazzata ma può aiutare a lasciare andare qualcosa che non solo non serve più, ma può diventare controproducente. In questo senso occorre rigenerare dimensioni originali del messaggio cristiano che in questo momento possono essere fondamentali, e non solo per i credenti. Chi oggi fa un discorso che non sia puramente funzionale o puramente tecnico? Quello della contemporaneità è un discorso estremamente violento che lascia indietro tantissime persone e produce tantissimi scarti. Su questo Papa Francesco è stato molto deciso: ha richiamato il tema dell’interdipendenza, del legame imprescindibile tra tutte le dimensioni della realtà: il cosmo, la natura, la società, gli esseri umani, le imprese, l’economia. Tutto è connesso: ma questo chi lo dice? Solo la Chiesa lo dice. Credo che in questo momento la chiesa possa dare un contributo per trasformare il “divenire” in “avvenire”.

 

Nel libro (scritto con Mauro Magatti) “Nella fine è l’inizio. In che modo vivremo (Il Mulino 2020) si evidenzia come la crisi pandemica possa essere una lente per leggere il nostro tempo, un telescopio per guardare più lontano. Si sottolinea la necessità di correre il rischio di cambiare il nostro modo di pensare e a sperimentare nuove soluzioni: nel modo di vivere, di produrre, di formarci, di fare amministrazione’. In sostanza si sostiene la necessità di passare dalla rassegnazione alla speranza? Come è possibile attivare questi processi?

Ovviamente non c’è nessuna ricetta. I processi innovativi si possono innescare laddove si riconosce la dimensione intrinsecamente relazionale. Che ci piaccia o no, la pandemia ha dimostrato che siamo tutti connessi e abbiamo sentito come una violenza il doverci distanziare forzatamente; senza questa consapevolezza non è possibile avviare alcun processo. Nei diversi ambiti, come l’educazione (fondamentale), il mondo del lavoro, il mondo dell’associazionismo, occorre avere il coraggio di lasciare andare questa ossessione per le procedure; c’è ovunque, come se fosse la pianificazione a fare accadere le cose e coltivare la dimensione relazionale. Dimensione che non è solo intersoggettiva, tra le persone, ma anche trans-individuale. Quella cioè che ci lega a chi è venuto prima e a chi verrà dopo, che è in grado di esprimere e formulare visioni della realtà che arricchiscono il nostro modo di vederla.

C’è una grandissima miseria simbolica nel mondo contemporaneo: tutto è ridotto alla dimensione fisica e materiale. Dei simboli hanno parlato tanto autori che ci sono cari. Combattere la miseria simbolica è avere cura delle situazioni, delle persone; che non vuol dire fare delle buone azioni, ma ingaggiarsi in un processo di vicinanza sollecita che ci trasforma e trasforma il nostro modo di vedere la realtà. Sono le dimensioni dell’essere, del fare, del pensare che dobbiamo ricomporre dopo averle separate, e questo può aiutare ad avviare dei processi nuovi. Fare anche delle sperimentazioni, creare laboratori di una innovazione che però non sia così radicale ed estemporanea, ma parta dal riconoscimento delle risorse che ci sono, delle tradizioni di cui disponiamo per sperimentare, appunto, in tutti gli ambiti. Questo non si fa perché il rischio è diventato un nemico, mentre senza prendersi il rischio di fallire e sbagliare non si va avanti. Anche nella Chiesa c’è paura del rischio e questo la ingessa e la Chiesa in uscita non è poi così in uscita. Non bisogna poi rassegnarci a quello che ci viene detto: le cose sono ormai così, perché questo spegne la speranza.

 

Veniamo al vostro ultimo libro “Supersocietà. Ha ancora senso scommettere sulla libertà?” (Il Mulino 2022). Si sottolinea come siamo di fronte ad una scelta di civiltà. La pandemia e la guerra in Europa, questi due ultimi shock globali, dovrebbero convincerci che le promesse della globalizzazione sta definitivamente tramontando. In che modo possiamo ripensare il futuro, nel quadro del paradigma tecnico-scientifico e del delicato processo di costruzione di un nuovo ordine mondiale? Come la virtù della speranza ci può aiutare a costruire un futuro diverso diventando una reale forza di cambiamento?

Nel libro definiamo questo come un tempo fortemente entropico, dove l’entropia è quella crescita del caos, della frammentazione e della disgregazione. Ma anche della omologazione e della perdita delle diversità. Questa dinamica entropica va contrasta perché porta alla morte dei sistemi che, a forza di disgregarsi e perdere la loro varietà, vanno verso la morte cosmica sia dal punto di vista ambientale che socio-psichico; anche le persone a forza di disgregarsi, di perdere unità e omologarsi ad altri, alla fine saltano. A fronte di un tempo fortemente entropico il compito che ci aspetta è di contrastare questa tendenza con spinte antagoniste che chiamiamo “neghentropiche”, cioè la capacità di ricomporre la frammentazione, aumentando la diversità.

I processi di cui parlavo prima, soprattutto quelli educativi, hanno l’obiettivo di valorizzare la singolarità di ciascuno e quindi di favorire la pluralità e non il conformismo. Abbiamo pensato troppo a lungo che educare volesse dire conformare a certi valori e principi; ma educare vuol dire trasformare, dare a ciascuno gli strumenti per diventare sé stesso con altri e quindi contribuire alla varietà del mondo.

Le dinamiche di ricomposizione e differenziazione – dove differenziazione è un concetto positivo e non oppositivo, nel senso che più ciascuno diventa chi è, più contribuisce alla propria unicità e alla varietà del contesto – producono un cambiamento del mondo. Ma questo implica un cambiamento di mentalità rispetto a quanto abbiamo pensato finora; però è l’unico modo per contrastare le dinamiche potentissime che chiamiamo entropiche, che hanno un versante socio-economico, ambientale, climatico e un versante umano.

Il dialogo è una via di speranza, perché se non siamo più capaci di ascoltare chi non ci assomiglia e che è altro da noi contribuiamo alla entropia che alla fine ci distruggerà tutti. Penso che la speranza, intesa come fiducia, e non come generico ottimismo ma come certezza che vale la pena impegnarsi a prescindere di come andrà a finire, sia fondamentale. È già la via che ha senso e dà senso al nostro esistere. Questo è l’orizzonte a cui guardare. Un orizzonte che sollecita la nostra libertà e creatività e non un progetto o un programma semplicemente da implementare.

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