Abbiamo il compito di ricostruire attorno a tre parole semplici, patrimonio di tutti quelli che hanno a cuore un nuovo umanesimo una idea di Europa connessa alla vita delle persone: pace, lavoro, uguaglianza. Ripartire da questo significa tornare all’essenza del sogno europeo, nato non solo per mettere in comune valori economici ma per umanizzare l’economia

A poche settimane dalla scadenza elettorale del 26 maggio, l’Europa è tornata al centro del dibattito pubblico e le riflessioni sull’Unione Europea dei prossimi cinque anni, finalmente, trovano spazio nell’agenda politica nazionale. Se il tema è rimasto relegato per troppo tempo agli addetti ai lavori o ad un dibattito strumentale legato a vicende nazionali, oggi possiamo riprendere il filo del ragionamento partendo da un dato evidente: l’Europa non è più scontata.

Se il nostro europeismo legato al sogno di un continente economicamente ed istituzionalmente forte ed indipendente è stato sostenuto da tutte le famiglie politiche europee, dopo i trattati di Maastricht si è rotto qualcosa nel rapporto tra cittadini ed istituzioni europee. Se ci si interroga sulla effettiva convenienza dello stare insieme, è chiaro che qualcosa è andato storto.

La retorica anti europeista ha cambiato l’umore dell’opinione pubblica scaricando sull’Europa tutte le dinamiche negative nazionali e non riguarda solo quelli che oggi sono individuati come “sovranisti” coloro che hanno sfruttato per il consenso facile questo meccanismo. Sono conservati nella memoria di ognuno di noi alcuni slogan nefasti che hanno determinato una tendenza che oggi è diventata consistente tra le persone, ovvero la sensazione che noi all’Europa abbiamo dato più di quello che abbiamo ricevuto.

Ce lo chiede l’Europa”, “Batteremo i pugni sui tavoli di Bruxelles”: sono due frasi esemplari di come si vuole cancellare dalla memoria cosa ha significato per questo continente la cooperazione rafforzata tra paesi. Dalla CECA in poi, dal 1957 la costante interazione tra i paesi in termini commerciali ha determinato oggi il mercato unico più grande del mondo: 500 milioni di persone e 3 trilioni di prodotto interno lordo che ci permette di avere un ruolo nelle dinamiche geopolitiche mondiali. Non è solo la ricchezza prodotta il dato su cui riflettere ma ciò che porta con sé, ovvero la proiezione di potenza sulle politiche di sviluppo mondiale che l’Europa può produrre in termini di indirizzi politici.

L’Europa non è più scontata, ma è necessaria. Se pensiamo al futuro ambientale del pianeta, l’economia circolare – che è uno degli atti più rilevanti e meno conosciuti promossi dalle istituzioni europee – determina abitudini e prassi amministrative nuove sulla produzione dei materiali di consumo e sulle modalità di smaltimento, e inciderà significativamente sul futuro del nostro pianeta, che sulla questione ambientale si gioca la propria esistenza.

Chi poteva farlo se non l’UE? Nessuno, considerando le posizioni e le necessità delle altre potenze geopolitiche. E’ necessaria anche come critica alla potenza dell’economia sulla politica. Servirebbe, ad esempio, un sistema di tassazione sui grandi agglomerati economici digitali – che lucrano su una Europa ancora troppo divisa – capace di fermare la speculazione finanziaria di soggetti economici sovranazionali. Va detto però che, solo in Europa, Google ha subito una multa di 1,49 miliardi per posizione dominante sul mercato.

Ora però se L’Europa non è scontata ma necessaria, deve tornare ad essere popolare. A fronte di queste questioni strategiche che solo grazie alla cooperazione tra paesi possiamo affrontare garantendo pace e sviluppo sostenibile, l’Europa ha perso il suo appeal, la sua capacità di generare speranza. Abbiamo il compito di ricostruire attorno a tre parole semplici, patrimonio di tutti quelli che hanno a cuore un nuovo umanesimo una idea di Europa connessa alla vita delle persone: pace, lavoro, uguaglianza. Ripartire da questo significa tornare all’essenza del sogno europeo, nato non solo per mettere in comune valori economici ma per umanizzare l’economia.

Perciò io credo che il compito affidato all’Europa – compito il meno sensazionale di tutti, ma che nel profondo conduce all’essenziale – sia la critica della potenza. Non critica negativa, né paurosa né reazionaria; tuttavia ad essa è affidata la cura per l’uomo, perché essa ne ha provato la potenza non come garanzia di sicuri trionfi, ma come destino che rimane indeciso dove condurrà”. Queste parole di Romano Guardini (nella foto) racchiudono il senso di un destino di protezione che l’Europa deve avere nei confronti del mondo e delle persone che lo abitano.

Abbiamo dato un piccolo contributo nella ricostruzione di questo senso di tutela che le persone devono tornare a riconoscere nel progetto europeo.

Perché’ non arriviamo ad una difesa unica europea sciogliendo gli eserciti nazionali senza costituire livelli militari ulteriori? Perché non tassare in modo univoco e continentale le rendite finanziare e le multinazionali digitali per finanziare i diritti del nuovi lavoratori del 4.0 come la formazione continua ed il welfare aziendale per i dipendenti delle piccole aziende? Perché non pensare ad un modello di accoglienza europeo che sostenga nello stesso tempo i processi di autosviluppo di paesi africani che oggi subiscono più di tutti le conseguenze dei cambiamenti climatici e dei conflitti?

Per questo l’Europa se non è sociale non è, perché perde le caratteristiche originali di un processo ancora incompiuto ma che dobbiamo continuare con pazienza a coltivare.

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