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La strada da percorrere è ancora molto lunga, nonostante la svolta rappresentata dal pilastro sociale. In quest’ottica il voto di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo risulta davvero cruciale. La dinamica positiva che siamo stati capaci di ritrovare non deve assolutamente essere perduta o frenata, proprio adesso che si apre la fase dell’implementazione di questa nuova stagione di dialogo sociale e di legislazione sociale

La nostra azione politica contro l’austerity e per un’inversione di rotta dell’Europa sociale è stata premiata nel novembre del 2017 a Göteborg, quando i capi di stato e di governo dell’UE hanno sottoscritto e proclamato il Pilastro sociale aprendo di fatto il percorso – rivelatosi poi lungo e impegnativo – a una nuova stagione di dialogo sociale e di legislazione sociale.

L’adozione del Pilastro europeo dei diritti sociali ha rappresentato un significativo cambio di rotta nelle politiche economiche e sociali europee che la Confederazione europea dei sindacati (CES) chiedeva da molto tempo. Si tratta di un processo che è maturato tra il 2015 ed il 2017, ed è proprio in questi ultimi mesi prima delle elezioni europee che moltissime iniziative legislative legate al pilastro sociale – come la direttiva sull’equilibrio vita/lavoro, la direttiva sulle condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili o l’istituzione dell’Autorità europea del lavoro – sono state approvate, senza dimenticare la nuova direttiva sul distacco transnazionale del lavoro approvata nel 2018.

Facciamo però un passo indietro. Siamo a fine settembre del 2015. A Parigi si sta celebrando il 13° Congresso della CES. All’apertura dei lavori, il Presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker pronuncia un discorso che dà seguito al medesimo pronunciato qualche giorno prima per “Lo Stato dell’Unione”. Davanti ad una platea composta da più di mille rappresentanti del movimento sindacale europeo, il Presidente Juncker ribadisce l’intenzione di lanciare nella primavera dell’anno seguente una consultazione sul “Pilastro europeo dei diritti sociali”, specificando che si tratterà di definire, tra l’altro, una base minima di diritti sociali che nessuna politica europea, né il mercato interno, né il governo dell’Euro avrebbe più potuto mettere in discussione. Per il sindacato il Pilastro voleva dire creare una base di diritti minimi esigibili su cui costruire un percorso di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro per tutte le persone dell’Unione europea – nel gergo europeo, convergenza verso l’alto.

La proposta è stata accolta favorevolmente dal sindacato europeo e fin da subito la CES si è attivata per dar voce ai suoi 45 milioni di iscritti. La coesione sindacale ci ha dato la forza di essere autorevoli nei momenti di dialogo diretto con il presidente della Commissione e con la Commissaria per gli Affari Sociali Marianne Thyssen. Oltre alla risposta formale fornita nell’ambito della consultazione lanciata dai servizi della Commissione europea, il sindacato europeo non ha mai mancato occasione per portare avanti le proprie rivendicazioni relative al Pilastro sociale, cogliendo tutte le possibilità istituzionali (e non) per far sentire la propria voce.

La proposta ufficiale della Commissione europea arriva nell’aprile 2017. È articolata in venti principi, strutturati in tre categorie – pari opportunità e accesso al mercato del lavoro; condizioni di lavoro eque; protezione sociale e inclusione. L’obiettivo era creare nuovi e più efficaci diritti per i cittadini.  La fase politica che si è aperta successivamente al lancio ufficiale è stata estremamente importante poiché nella proposta figuravano alcune iniziative legislative che, per essere portate a termine secondo il processo co-decisionale dell’UE, avrebbero dovuto coinvolgere il Parlamento ed il Consiglio dell’UE. Si trattava di temi chiave per i lavoratori europei: l’equilibrio vita/lavoro per la partecipazione femminile al mercato del lavoro, la parità di trattamento nel distacco transnazionale dei lavoratori, l’istituzione di un’Autorità europea per il lavoro e la definizione di tutele minime per i lavoratori precari introducendo condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili nei contratti di lavoro, solo per citarne alcuni.

Il sindacato europeo si è quindi mosso su diversi livelli istituzionali, sia a Bruxelles che nelle capitali dei paesi membri, spendendosi come non mai per riuscire ad ottenere dei buoni risultati per i lavoratori ed i cittadini, nonostante un contesto politico non proprio accomodante, in assenza di controparte datoriale, con numerosi governi nazionali inizialmente contrari ed una maggioranza del Parlamento europeo che non si poteva certo definire progressista.  Il vero ostacolo era nel voto del Consiglio che avrebbe potuto annullare o diluire lo sforzo legislativo. Il lavoro svolto con i rappresentanti dei governi nazionali è stato, quindi, capillare, con un impegno diretto da parte della segreteria politica della CES che, grazie anche al sostegno dei propri affiliati nazionali, non ha esitato a esercitare la propria lobby negoziale in molte capitali europee. L’obiettivo era di convincere i governi nazionali sulla necessità di imprimere una svolta sociale all’Europa dopo un periodo piuttosto lungo di involuzione socioeconomica.

La Commissione precedente guidata dal Presidente Barroso aveva infatti lasciato l’Unione europea intera in uno stato di prostrazione sociale – tasso di disoccupazione pari all’11% – il suo massimo storico; disoccupazione giovanile che toccava in media il 23,4% con punte di oltre il 50% in alcuni paesi; le persone a rischio di povertà rappresentavano il 25% del totale. Si trattava di una situazione inaccettabile per la regione più ricca del mondo, che stava appena uscendo dal circolo vizioso dell’austerity e aveva bisogno di recuperare la fiducia dei propri cittadini anche – ma non solo – riprendendo a sviluppare una dimensione sociale.

In virtù dello specifico iter legislativo dell’UE, dove il Parlamento ed il Consiglio sono co-legislatori, è stato necessario seguire da vicino le diverse formazioni del Consiglio europeo cosi’ come le diverse commissioni parlamentari che si occupavano nello specifico delle varie proposte legislative. Pertanto il lavoro svolto con i rappresentanti del parlamento non è stato da meno, in particolare con i relatori incaricati di preparare le relazioni che sarebbero poi state discusse e votate dai deputati di quella commissione e successivamente dalla sessione plenaria. Vorrei citare in particolare i fruttosi rapporti che abbiamo saputo intrattenere con i relatori David Casa, Maria Joao Rodrigues ed Enrique Calvet Chambon a cui abbiamo potuto esprimere più volte il nostro parere e illustrare le nostre posizioni.

Sullo sfondo di questo impegno profuso a Bruxelles, non posso dimenticarmi di quanto e come i nostri affiliati nazionali si siano spesi a più riprese per incontrare e convincere i propri rappresentanti politici nazionali, sia che fossero membri del governo o deputati al Parlamento europeo. Senza questo lavoro di squadra, non saremmo oggi qui a salutare il positivo sviluppo che ha contraddistinto la stragrande maggioranza delle iniziative legate al Pilastro sociale.  Questo è un elemento di vanto per la Confederazione europea dei sindacati che tra qualche giorno soltanto si riunirà di nuovo a Congresso – a Vienna – in un contesto decisamente diverso e migliorato rispetto al precedente, anche grazie all’evoluzione positiva che siamo riusciti a imprimere alla dimensione sociale dell’UE con l’adozione del Pilastro sociale.

Siamo riusciti infatti a rinnovare le regole del distacco transnazionale del lavoro, rendendo esigibile il diritto alla parità di trattamento: a lavoro uguale devono corrispondere uguali condizioni di lavoro. L’istituzione dell’Autority europea del lavoro rafforza i diritti perché lavorerà per una corretta applicazione delle regole comuni e renderà più efficaci le ispezioni del lavoro in azioni transazionali. Una volta che tutte le normative saranno trasposte ci sarà meno spazio per la concorrenza al ribasso nelle condizioni di lavoro e si creeranno le condizioni per un vero avvicinamento delle condizioni di lavoro verso gli standard europei più alti. La partecipazione delle donne al mercato del lavoro è stata rafforzata con programmi ed una direttiva sull’equilibrio vita/lavoro che ha istituito la possibilità per i padri o i secondi genitori di fruire al momento della nascita di un figlio di almeno 10 giorni lavorativi di congedo retribuiti allo stesso livello di quello attualmente fissato a livello di UE per i congedi di maternità; il congedo parentale di 4 mesi, di cui 2 retribuiti e non trasferibili tra i genitori; e un congedo di 5 giorni lavorativi all’anno per i lavoratori che assistono familiari bisognosi di assistenza o sostegno a causa di un grave motivo di salute.  Siamo riusciti a invertire la rotta sulla deregolamentazione del contratto di lavoro con la direttiva sulle condizioni di lavoro minime e una raccomandazione sull’accesso alla protezione sociale. Inoltre, le politiche economiche e sociali degli stati membri, coordinate nelle sedi europee, sono ora soggette a vincoli sociali e monitorati con obiettivi quantitativi sociali e non solo macroeconomico-finanziari (scoreboard sociale).

Ma questo è solo l’inizio. Perché questi benefici arrivino ai lavoratori mancano ancora dei passaggi fondamentali come l’abbandono definitivo delle misure di austerità e le normative di trasposizione. Molto di più deve essere inoltre fatto per i cosiddetti lavoratori atipici, i lavoratori digitali, che sono spesso inquadrati come “liberi professionisti” quando in realtà non é cosi. Va inoltre completato il quadro di regole minime che consentano al Pilastro sociale di essere un argine al dumping sociale, basti pensare all’esclusione dalla direttiva “Distacco” dei lavoratori del trasporto su strada che ci ha lasciato l’amaro in bocca, una mancanza che deve essere colmata al più presto.

Dobbiamo mettere fuori gioco i contratti di lavoro che mortificano il lavoro e correggere i rapporti di lavoro che non danno dignità al lavoratore. Si tratta di costruire una contrattazione collettiva strutturata, di tipo settoriale, che offra ai lavoratori la forza di rivendicare ciò che gli spetta per la produttività che esprimono, per le competenze che mettono in campo, per le esigenze delle proprie famiglie, per la forza che danno alle imprese in cui lavorano. Per questo stiamo lavorando alla creazione di un Partenariato europeo per la contrattazione collettiva che impegni i governi, le istituzioni europee e le associaizoni datoriali.

Insomma, la strada da percorrere è ancora molto lunga, nonostante la svolta rappresentata dal pilastro sociale. In quest’ottica il voto di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo risulta davvero cruciale. La dinamica positiva che siamo stati capaci di ritrovare non deve assolutamente essere perduta o frenata, proprio adesso che si apre la fase dell’implementazione del Pilastro stesso, una fase cruciale per darne una piena concretezza.  Al contrario, l’affermarsi di forze sovraniste, populiste, xenofobe e di estrema destra alla prossima scadenza elettorale europea potrebbe compromettere tutto il buono che è stato fatto finora.

Si tratta di un rischio reale che va preso sul serio. Noi l’abbiamo fatto, adottando e promuovendo già da diversi mesi il nostro programma elettorale a favore di un Europa più equa e giusta per i lavoratori, dove abbiamo inserito numerose proposte per rispondere al diffuso bisogno di protezione sentito da molte fasce della popolazione, attraverso un diverso modello economico di crescita sostenibile, basato sul rilancio degli investimenti, sulla creazione massiva di posti di lavoro di qualità, così come la definizione di politiche di “transizione giusta” per la gestione del cambiamento climatico, della digitalizzazione e automazione dei processi produttivi e dei servizi, dove vengano fornite risorse che permettano ai lavoratori di riconvertirsi e di generare posti di lavoro alternativi e dignitosi e, soprattutto, venga affrontata la questione salariale, come essenziale elemento di redistribuzione della ricchezza e di giustizia sociale.

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