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“Oggi l’Unione Europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto “comunità” di persone e di popoli consapevole che «il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma» e dunque che «bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti»” (Papa Francesco, 24 marzo 2017)

L’Unione Europea nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze. Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità. I Padri fondatori scelsero proprio questo termine come cardine delle entità che nascevano dai Trattati, ponendo l’accento sul fatto che si mettevano in comune le risorse e i talenti di ciascuno. Oggi l’Unione Europea ha bisogno di riscoprire il senso di essere anzitutto “comunità” di persone e di popoli consapevole che «il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma» e dunque che «bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti»” (Papa Francesco, Discorso ai capi di stato e di governo dell’Unione Europea in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma, 24 marzo 2017).

Ho scelto di iniziare il mio editoriale citando una parte del discorso che Papa Francesco ha tenuto in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma. Parole importanti, quelle pronunciate dal Papa, che danno tutto il senso della necessità e dell’urgenza, per l’Unione Europea, di costruire una comunità di persone e di popoli che trovino nelle differenze non un’occasione di divisione e di separazione ma di dialogo e di costruzione di un bene più grande, a benefico di tutti.

Credo di poter dire a distanza di poco più di 2 anni da questo discorso che l’appello lanciato dal Papa non sia caduto nel vuoto. Molte realtà del mondo cattolico italiano sono scese in campo, hanno voluto fare la propria parte, dare il loro contributo per delineare un nuovo orizzonte alla nostra Europa, per dire come e perché c’è bisogno di una nuova Europa, popolare e non populista.

In questa prospettiva vorrei ricordare alcune tappe, alcune scelte, alcuni documenti e proposte che hanno caratterizzato questi 2 anni.

Il 30 novembre 2018 le Acli – insieme all’Azione Cattolica Italiana, la Comunità di Sant’Egidio, la Fondazione Tarantelli della Cisl, la FUCI, Confcooperative e l’Istituto Sturzo – sono protagoniste della realizzazione di un importante evento dal titolo:La nostra Europa”. Un’iniziativa mossa dalla convinzione che l’Europa rappresenti il nostro presente e il nostro futuro.

Sotto la spinta di questa iniziativa, nel gennaio del 2019, le venti organizzazioni (tra cui anche le Acli) del modo cattolico che danno vita all’esperienza di Retinopera, realizzano il documento l’Europa che vogliamo indicando sei pilastri su cui fondare l’Europa: la democrazia e la partecipazione; la solidarietà e l’accoglienza; la dignità e il valore del lavoro; la promozione della cultura, della scienza e dell’arte; lo sviluppo sostenibile e l’ecologia integrale; il terzo settore, l’associazionismo e la gratuità.

Le Acli iniziano così un percorso che le porta a realizzare, nel mese di febbraio, un manifesto dal titolo “Together we stand, divided we fall” che introduce una proposta politica finalizzata ad “Animare l’Europa”: a ridare all’Europa un’anima di pace, di lavoro e di uguaglianza, come indicato dai tre ambiti i cui si articolano le diverse proposte.

In questa sede voglio richiamare un passaggio del manifesto delle Acli che mi sembra particolarmente significativo e che rappresenta uno dei temi su cui si incentra il nostro approfondimento: “Rigettiamo ogni tentazione di semplificare un’azione politica riducendola a sola questione finanziaria e burocratica. Per questo rigettiamo ogni sovranismo e ogni altra tendenza politica che cerchi di indebolire la volontà unitaria. Per questo rigettiamo ogni chiusura, soprattutto culturale – che non significhi ovvia difesa dai pericoli – perché una società aperta e laboriosa è la miglior garanzia per un avvenire di pace e sviluppo”.

E’ particolarmente significativo che il percorso delle Acli sull’Europa, si concluderà pochi giorni prima dell’appuntamento elettorale con la realizzazione del seminario internazionale di studio EZA, che si terrà dal 14 al 16 maggio a Parigi, dal titolo: “Un’Europa sociale e del lavoro. Il contributo delle organizzazioni del lavoro”.

Non sono mancate anche voci sul fronte laico ed iniziative culturali che hanno sottolineato la necessità di ripartire dai valori fondativi del progetto europeo per reagire in modo efficace alle spinte sovraniste e populiste oggi sempre più diffuse. Segnalo in particolare il Manifesto lanciato il lo scorso 7 marzo da importanti realtà che promuovo studi economici, politici e sociali: dall’Istituto Don Luigi Sturzo alla Fondazione Gramsci, dalla Fondazione Brodolini alla Fondazione Lugi Einaudi di Roma, solo per citarne alcune.

Il focus di benecomune.net vuole quindi inserirsi in questo percorso, vuole mettere a confronto esperti di diversi ambiti disciplinari (storia, economia, filosofia, diritto) ed esponenti della società e su alcuni dei temi caldi al centro del dibattito: il ruolo dellUnione europea, l’euro, la sovranità dei singoli stati rispetto alle decisioni prese in ambito europeo, la sicurezza.

In particolare abbiamo chiesto loro di ragionare su alcune questioni: è possibile proporre una narrazione diversa dell’Europa? Sulla base di quali argomenti? Perché non possiamo fare a meno dell’Europa? L’Unione europea può diventare finalmente un’esperienza di governance transazionale capace di reagire alle spinte sovraniste? Come e in che termini?  E’ possibile costruire una nuova casa europea basata sull’uguaglianza, sulla riappropriazione dei beni comuni e della ricchezza sociale prodotta, sulla riconversione ecologica della produzione? L’Europa può diventare il volano di uno sviluppo economico e ambientale sostenibile? In che modo l’Europa può affrontare le attuali sfide: dalle migrazioni ai cambiamenti climatici, dalla disuguaglianza allo sviluppo sostenibile?

Iniziamo con Matteo Bracciali (Responsabile Dipartimento Internazionale e Servizio civile Acli nazionali) che ci richiama “al compito di ricostruire attorno a tre parole semplici, patrimonio di tutti quelli che hanno a cuore un nuovo umanesimo, un’idea di Europa connessa alla vita delle persone: pace, lavoro, uguaglianza. Ripartire da questo significa tornare all’essenza del sogno europeo, nato non solo per mettere in comune valori economici ma per umanizzare l’economia”.

Maria Chiara Prodi (Presidente Acli Francia) ragiona sul voto delle prossime elezioni europee: sul chi vota, sul chi si vota e sul come si vota. E sottolinea che “il bisogno di liste transnazionali e di alleanze che superino (in senso teleologico, non frontaliero) i confini nazionali, pare essere ormai un’evidenza consensuale”. E’ giunto quindi il tempo – conclude – che questa “evidenza ideale si trasformi in una pratica di trasformazione”.

Pier Virgilio Dastoli (Presidente del Consiglio Italiano del Movimento Europeo – CIME) propone una sintesi delle dieci priorità per “Un’Europa unita, democratica e solidale” strumento di pace, individuate dal Movimento europeo e sottoposte ai partiti e ai candidati in vista delle elezioni del 26 maggio. E osserva come si “tratti di un’alternativa europea di sovranità condivise, che dovranno essere governate democraticamente, all’anarchia nazionalista di quella che potremmo chiamare la “Internazionale sovranista” in una improbabile alleanza di partiti uniti dal solo obiettivo di demolire l’Unione europea“.

Il nostro direttore Leonardo Becchetti (Docente di Economia Politica presso l’Università Tor Vergata) osserva come “l’euroscetticismo sia il sintomo di una malattia più profonda tipica del nostro paese. Quella di cercare sempre negli altri l’alibi ai nostri limiti. Abbiamo bisogno di un nemico esterno (l’euro, l’Unione Europea, i migranti, i rom) per poter distogliere l’attenzione dal faticoso lavoro di miglioramento a cui dovremmo dedicarci. L’euroscetticismo è in fondo un’arma di distrazione di massa”. E avverte Becchetti: uscire dall’euro sarebbe una follia. Bisogna quindi sconfiggere il neuroscetticismo, la malattia di chi è convito che i problemi dell’Italia siano colpa dell’euro.

Alessandro Volpi (Docente di Storia contemporanea, di Storia del movimento operaio e sindacale e di Storia sociale presso l’Università̀ di Pisa) sostiene che “abbiamo bisogno dell’Europa, e dell’euro, perché siamo un paese indebitato, il cui debito ha continuato a crescere dopo il 2008 – quasi di 20 punti nonostante le politiche di rigore – e rappresenta lo strumento fondamentale per il mantenimento in vita di molte voci della spesa corrente. (…) Sul piano politico e culturale, abbiamo bisogno di un’Europa migliore e non certo di un’Europa delle piccole patrie che coltivano i caratteri di un nuovo sovranismo, profondamente conflittuale perché costruito sulla celebrazione dell’onnipotenza dei singoli popoli”.

Marina Berlighieri (Deputata PD – Vicepresidente della XIV commissione – Politiche dell’Unione Europea) sottolinea come “per difendere l’Europa (progetto di pace, di democrazia, di tutela dei diritti umani e dell’ambiente) dobbiamo mettere in campo tutte le nostre capacità, energie e forze migliori, con l’impegno a far rete con le tante esperienze costruttive presenti nei vari ambiti culturali, economici, politici e sociali delle nostre comunità”.

Michele D’Avino (Direttore dell’Istituto di Diritto internazionale della Pace Giuseppe Toniolo) sottolinea come “siamo cittadini dell’Europa della Speranza quando siamo capaci di vivere senza frontiere, liberando il cuore da muri e recinti di filo spinato, misurando ogni nostra azione con la misura universale della dignità della persona umana. E quando la pace e la solidarietà diventano le fondamenta sulle quali progettare il futuro: delle nostre comunità, locali e nazionali, e dell’intera famiglia umana“.

Secondo Vicenzo Antonelli (Docente di diritto amministrativo presso la Facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Roma) “con il loro carico di politicità, di rappresentatività e di partecipazione gli enti locali, in quanto istituzioni democratiche di base, possono contribuire ad attenuare il “deficit democratico” delle istituzioni europee, più volte denunciato da interpreti ed operatori”.

Per Ciro Cafiero (Avvocato che collabora con la cattedra di diritto del lavoro presso la Luiss e la Lumsa) “l’Europa, grazie agli importanti passi in avanti della Corte di Giustizia Europea sul rapporto tra diritto comunitario e diritto interno, può diventare comunità non solo economica ma anche e soprattutto comunità di diritto e dunque autentica comunità umana in grado di prendersi scrupolosa cura dei cittadini, a partire dalle tutele del lavoro e dai diritti sociali”.

Alfonso Pascale (Esperto di sviluppo locale e innovazione sociale in ambito agricolo) ricorda che “il 18 giugno 1989 fu indetto un referendum di indirizzo per sondare la volontà popolare in merito al conferimento o meno di un ipotetico mandato costituente al Parlamento europeo. Tale referendum, il cui esito fu tradito, fu ispirato da Altiero Spinelli. Oggi bisognerebbe rivitalizzare quella risposta popolare attraverso un Semestre costituente”.

Per Marco Bersani (Socio fondatore di Attac Italia) serve una nuova visione dell’Europa che, “rovesciando la logica del mercato, ponga la cura, di sé, degli altri, dei beni comuni e dell’ambiente come attività fondamentali dell’economia; ricollocando denaro e finanza ad un ruolo strumentale alla costruzione di una nuova casa comune“.

Per metà maggio proporremo anche il Sergio Fabbrini (Docente di Scienza Politica e Relazioni Internazionali e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche presso la LUISS Guido Carli).

Buona lettura!

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