Sia va al voto ma non siamo soddisfatti. Troppi cittadini non possono esprimere il proprio voto. Il bisogno di liste transnazionali e di alleanze che superino (in senso teleologico, non frontaliero) i confini nazionali, pare essere ormai un’evidenza consensuale. Ma questa prospettiva viene ancora bocciata dal Parlamento europeo. Forse sarebbe necessaria, sin da oggi, una mobiltazione per future tornate elettorali…

Se state leggendo queste righe, probabilmente siete già convinti che le elezioni europee del 26 maggio 2019 saranno un appuntamento con la Storia. Probabilmente vi state già impegnando in prima persona perché la partecipazione al voto sia alta, e perché la vostra scelta, quella della vostra famiglia e dei vostri conoscenti si rivolga a quei partiti che rispettano i principi che abbiamo invocato in maniera molto esplicita nel manifesto “Together we stand, divided we fall”.

Eppure forse, come me, non siete totalmente soddisfatti. E non solo perché probabilmente ci sarà, nonostante il nostro sforzo, un risultato importante per i movimenti populisti, ma perché la sensazione che ci sia qualcosa di enorme che sfugge alla nostra possibilità di voto, alla nostra capacità di controllo e trasformazione, resta in un certo modo intatta. Riguarda in grande misura lo spazio che non controlliamo attraverso il voto (i mercati mondiali, le dinamiche geopolitiche, le influenze mediatiche incontrollate), ma non solo. Riguarda anche chi vota, chi si vota e come si vota.

Votano, per esempio, di fatto, solo i cittadini italiani che si trovano in un paese dell’Unione Europea. Questo significa che metà degli italiani all’estero -quasi 3 milioni di persone- restano escluse, a meno che non prevedano un viaggio intercontinentale per rientrare ed esercitare il voto al proprio seggio di origine. Come noi, quasi la metà dei Paesi Membri ha restrizioni analoghe sul voto dei residenti all’estero. Non votano inoltre quegli studenti universitari che non possano né pagarsi il biglietto per tornare a casa, né permettersi di essere separati fiscalmente dalla dichiarazione dei propri genitori (cambiando ufficialmente residenza), perché modalità alternative (procura, temporaneo cambio di seggio) non esistono. Non votano, infine, tutti gli extracomunitari che vivono nel nostro Paese e negli altri.

A ben vedere quindi di fatto non votano delle categorie intere, e quali categorie: viaggiatori, studenti, migranti. E tra le due categorie sopracitate con diritto teorico di voto, sono tecnicamente più esposti all’astensionismo quegli elettori che abbiano meno risorse economiche.

Poi bisogna considerare per chi si vota. Si vota per candidati del proprio paese. Per partiti del proprio paese. Salvo poi lamentarsi che per tanti cittadini le elezioni europee sono un calco delle elezioni politiche. Lo spazio di campagna elettorale è occupato da temi nazionali, che vedono l’Europa come funzionale (in positivo o in negativo) all’ottenimento dei propri obiettivi. Vale a dire che anche in quel piccolo spazio consentito per trattare i temi più importanti del nostro futuro, che passa per il futuro dell’Unione, ci si guarda l’ombelico.

Dovessimo votare invece per una lista con una francese, un tedesco, una polacca e un danese, cosa succederebbe nei nostri processi mentali? Avremmo sempre l’idea che in Europa si va per battere i pugni su un tavolo per garantire i nostri interessi nazionali, o magari, plasticamente, capiremmo che la modalità di stare nell’Unione è leggermente diversa?

La questione dei gruppi parlamentari è un inutile formalismo, come sembrano indicarci certe scelte e certe esternazioni di candidati, o sarebbe invece la più essenziale, vista la difficoltà di procedere spediti e compatti? E se le liste transnazionali fossero figlie di partiti transazionali, la lettura ideologica degli uni e degli altri non sarebbe costretta ad esplicitarsi chiarendo una volta per tutte (per carità, se possibile) le nuove distinzioni che polarizzano gli elettori, e a farlo a livello continentale? Magari non si troverebbe il bandolo della matassa nemmeno così, ma sarebbe un bell’incentivo costringere tutti a provarci.

Ultimo punto: come si vota. Si vota con una legge diversa in ciascun paese. Nessuna armonizzazione in vista. In Francia, dove vivo, ci sono le liste bloccate, in Italia le preferenze. In Francia chi è all’estero può votare per procura, in Italia no. Chiaro e scontato che le differenze ci siano e siano figlie della storia e delle abitudini di ciascun paese, ma avere come obiettivo un’armonizzazione, non equivarrebbe ad attivare una dinamica positiva di leggibilità del processo e di “Unione”, per l’appunto?

Che ci sia bisogno di liste transnazionali e di alleanze che superino (in senso teleologico, non frontaliero) i confini nazionali, pare essere ormai un’evidenza consensuale.

Però quand’è che lottiamo perché questa evidenza ideale si trasformi in una pratica di trasformazione? Che voto posso esprimere, che preferenze posso dare, perché mi venga assicurato il mio diritto di progettare un’Europa diversa anche nei processi mentali, nel superamento dei veti incrociati, nel superamento della logica del suprematismo dello Stato Nazione? Come posso tessere alleanze con altri elettori sufficientemente forti per essere intesa, se l’attention span dell’elettore medio sull’Europa si limita a venti giorni prima della scadenza, quando ormai tutti i punti elencati sono già impossibili da realizzare, perché il contenitore ha definito (e sottratto forza) ai contenuti?

Le liste transnazionali sono state bocciate dal Parlamento Europeo (nonostante un impegno serio di Italia e Francia in questo senso) e in tanti le considerano un tema tabù per i prossimi vent’anni. Vent’anni sono un tempo che non ci possiamo permettere. Ed è forse arrivato il tempo di lottare, durante la campagna elettorale del 2019, perché tra cinque anni ci arriviamo con tutt’altra modalità, pena la fine della nostra bella Unione. Cioé di votare solo e soltanto quei candidati che abbiano chiaro in mente che la politica non si fa solo coi contenuti, ma anche coi contenitori, che, ad oggi, ci stanno impedendo di costruire l’Europa dei Popoli che è socialmente a portata di mano.

 

Riferimenti

Voto degli studenti fuori sede: http://www.iovotofuorisede.it/elezioni-europee-2019-votare-fuori-sede-in-seggio-diverso-dal-proprio/

Diritti elettorali dei cittadini non residenti nei paesi UE: http://globalcit.eu/conditions-for-electoral-rights/

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