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Rousseau diceva che la democrazia esiste laddove non c’è nessuno così ricco da comprare un altro e nessuno così povero da doversi vendere; nessuno così potente da avere sudditi, nessuno così misero da doversi assoggettare. Una massima importante che molte volte, in oltre due secoli, ha rivelato la propria intrinseca fragilità ed ha dimostrato come la democrazia non esista di vita propria, ma solo laddove ci siano uomini capaci di realizzare con ogni loro forza quell’equilibrio meraviglioso in cui nessuno può dirsi totalmente ricco o povero, definitivamente potente o irrimediabilmente misero.

La Democrazia, dunque, potremmo dire, non solo alla lezione di Rousseau, ma soprattutto imparando dai secoli di storia politica che gli sono succeduti, non può mai darsi per una conquista avvenuta, ma resta un premio da meritare in ogni tempo ed in ogni epoca, con una battaglia che non conosce indugi.

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E molti sono stati quelli che l’hanno combattuta. Talvolta con la forza pura delle proprie idee o con la pazienza del proprio insegnamento, in altri casi con la propria vita. Per quanto ci riguarda più da vicino potremmo elencarne molti che la nostra mente ricorda legati ad aneddoti di rara luminosità. Ci sarebbe stata un’Italia democratica senza il sacrificio di Matteotti, la lezione di Gramsci, l’appello accorato “ai liberi e ai forti” di Sturzo, l’invito ad essere sentinelle del mattino di Dossetti o la lettera ai giovani di Calamandrei? Scomodare i “Padri della Repubblica” desta sovente imbarazzo. Un imbarazzo che nasce dall’inevitabile accostamento con chi oggi governa questa sciagurata nazione a cui ormai, più che le parole appassionate di chi la volle unita, libera e democratica, si addicono quelle più amare e sconsolate del suo illustre Poeta: “Ahi serva Italia di dolore ostello, nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincia, ma bordello”. Un canto triste, che tristemente calza con l’attualità politica italiana, ben oltre la metafora.
Mentre infuria la tempesta che, scuotendo le fondamenta economiche degli Stati, atterra le famiglie, i servizi essenziali, e la crescita delle nuove generazioni, la politica nostrana è affaccendata a giustificare maldestramente episodi d’inaccettabile immoralità. Non è lo sguardo, pur cinico e morboso, dei media a riportarci l’immagine di un Paese conteso tra l’immondizia ed il fango, ma il comportamento di chi ha scambiato e pretende di contrabbandare la libertà con la licenza. Da qui discende una serie infinita e grottesca di abusi che, a cominciare dalla legalità, che da regola diventa impiccio, non risparmiano il rispetto dovuto alle donne, trasformate in “legittimo” oggetto di svago, o l’incapacità di distinguere l’umorismo dal cattivo gusto, che offende tutti e rivela solo la meschinità di chi lo manifesta. Una spazzatura, ha detto bene il Papa, che più delle strade inquina le coscienze. La domanda che viene spontaneo porsi, allora, è scevra da ogni facile moralismo, e attiene al più rigoroso esame dell’idoneità di molti dei nostri politici a gestire la “res publica”. Come può, infatti, occuparsi del bene comune chi intende il proprio bene, quello privato, come mera soddisfazione dei propri istinti più bassi? Come può avere a cuore le sorti dei suoi concittadini chi concepisce i rapporti umani soltanto in termini di possesso e di servaggio? Questa è la vera questione da cui oggi bisogna ripartire.
Poniamocela tutti, nessuno escluso. Ciascuno con la propria dose di responsabilità, pubblica o privata che sia. Ognuno sentendosi chiamato in prima persona ad ingaggiare quella battaglia che torni a fare dell’Italia una vera democrazia.
Chi non avrà la forza, la voglia o il coraggio di farlo, dovrà chiedersi per cosa ha rinunciato alla propria libertà. Dovrà capire di chi si è fatto suddito, a chi ha consentito di comprarlo. Ce lo dovremo chiedere tutti: ministri, deputati, magistrati, insegnanti, professionisti, padri, madri e figli. Ce lo dovremo chiedere anzitutto come cittadini, come uomini e come donne che si reclamano liberi.
Sarebbe troppo facile esigere una risposta solo da qualche corrotto o da qualche escort. Loro, del resto, incominciando a parlare e ammettendo di esser stati parte di questo assurdo sistema, hanno già dimostrato di essere meno in vendita di altri, che siedono su scranni ben più prestigiosi. Ma, in fondo, è anche così che i pubblicani e le prostitute ci prederanno.                 
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