Vorrei spendere qualche parola in favore del “buonismo” dato che mi riconosco in pieno tra i “buonisti”.

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Il fatto è che da un poco di tempo a questa parte sento troppe invocazioni al rigore ferreo. Condanne draconiane per coniugi assassini, per stupratori e pedofili, tutto questo sembra essere la panacea, la rigenerazione. Si tratta senz’altro di persone che hanno commesso cose gravi, non c’è alcun dubbio. Però pur sempre persone. Persone che hanno sbagliato, che debbono espiare, umanamente, e che debbono essere recuperate, anzi fatemi usare una parola così rotondamente cristiana, persone che debbono essere redente. Comunque non mostri che vanno espulsi dal calore dell’umano verso l’oscurità del ferino.

Rifiuto totalmente questa specie di legge marziale delle coscienze che mi vogliono imporre le persone “per bene”. Alla larga dalle persone “per bene”.

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Essere miti è civiltà. Soprattutto quel “buco nero” della coscienza che è costituito dall’indispensabile prerogativa sanzionatoria di ogni società non può che avere giovamento dalla mitezza.
Essere miti è civiltà e la civiltà va preservata, costa fatica, non è a buon mercato.
Sto rileggendo alcuni scritti di Josè Ortega y Gasset. Non condivido tutto quello che pensa. Soprattutto, dato che sono e mi sento profondamente uomo di popolo, non condivido il suo spirito aristocratico, elitario. Però ha scritto pagine veramente profetiche.
Ad esempio nella sua opera simbolo, “La ribellione delle masse”, già nel 1930 si pone esattamente lo stesso problema. E’ colpito dalla necessità di fare uno sforzo morale per conservare la civiltà, questa non è qualcosa che può essere dato per acquisito una volta per tutte, qualcosa da trattare come un regalo che si è ricevuto e basta.
Sentiamo come si esprime con riferimento all’atteggiamento dei suoi
contemporanei : “Siccome non vedono nei vantaggi della civiltà una scoperta e una costruzione prodigiosa, che soltanto si possono mantenere a costo di grandi sforzi e cautele, credono che il loro ruolo si riduca a esigerle perentoriamente , come se fossero diritti nativi”.
Queste sue espressioni, penso, possono essere significative anche per la
situazione che noi, ora, stiamo vivendo in Italia.
E’ facile invocare la tolleranza zero, il rigore, anzi il rigore
autoritario.
E’ facile dimenticare che l’abito interiore della giustizia e della civiltà può anche richiedere un grande sacrificio come quello di essere meno efficaci nel contrastare azioni brutte, criminose.
Probabilmente al tempo delle ordalie e del verdetto del ferro rovente si era molto efficaci nel prevenire il crimine.
 
Non appena la prima macchina del tempo sarà disponibile mi comprerò un
fazzoletto e lo inzupperò di lacrime nel salutare tutti i laudatores acti temporis che immancabilmente si imbarcheranno per farsi trasportare verso queste epoche più sicure, più ordinate.
Io, per quanto mi riguarda, mi rassegnerò a restare a terra e cercherò di sopravvivere a questo mondo barbaro in cui imperversano demoni mostruosi quali il garantismo e la mitezza delle pene.
Come ho fatto in occasione di altre riflessioni cerco rifugio presso la
Dottrina Sociale della Chiesa.
E’ veramente un porto sicuro per chi desidera l’equilibrio tra giustizia e carità, per chi vuole cercare e purificare dalle scorie il bene che si trova in ogni posizione ideale.
Leggiamo il numero 403 del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa:<< La pena non serve unicamente allo scopo di difendere l’ordine pubblico e di garantire la sicurezza delle persone: essa diventa, altresì, uno strumento per la correzione del colpevole, una correzione che assume anche il valore morale di espiazione quando il colpevole accetta volontariamente la sua pena. La finalità cui tendere è duplice: da un lato favorire il reinserimento delle persone condannate; da un altro promuovere una giustizia riconciliatrice, capace di restaurare le relazioni di armonica convivenza spezzate dall’atto criminoso.
A questo riguardo, è importante l’attività che i cappellani delle carceri sono chiamati a svolgere, non solo sotto il profilo specificamente religioso, ma anche in difesa della dignità delle persone detenute. Purtroppo, le condizioni in cui esse scontano la loro pena non favoriscono sempre il rispetto della loro dignità; spesso le prigioni diventano addirittura teatro di nuovi crimini. L’ambiente degli istituti di pena offre, tuttavia, un terreno privilegiato sul quale testimoniare, ancora una volta, la sollecitudine cristiana in campo sociale :” ero…carcerato e siete venuti a trovarmi”(Mt 25,35-36) >>.
Mi sembra che alcuni elementi importantissimi siano evidenti.
La pena non è solo difendere l’ordine pubblico. Non è solo difendersi,
non è chiudersi, non è separarsi dal colpevole, non è creare un compartimento stagno nei confronti del colpevole.
Al contrario essa è correzione del colpevole, vale a dire è un andargli
incontro, è un qualcosa di inclusivo verso chi ha sbagliato, anche
pesantemente.
Questo atteggiamento, inoltre, leggiamo che assume un valore “morale”, altro elemento che non ci parla di chiusura. Nel pensiero cattolico e non solo termini come “morale”, “etico”, “responsabilità” costituiscono un campo semantico che rimanda in modo ineludibile all’intersoggettività.
Per il pensiero cristiano una realtà qualificabile come attinente alla sfera morale è incompatibile con ogni forma di isolamento ed esclusione. Anche quando si tratta di comminare pene.
Ancora più illuminante, in questo senso, è l’invito fatto ai cappellani perché moltiplichino i loro sforzi. L‘opera apostolica è diretta a realtà del tutto umane, pienamente inserite nel tessuto umano, anche se malate, non a qualche improponibile limbo.
Sembra ovvio tutto questo, sembra che non ci sia alcun bisogno di ricordarlo.
 
Non ne sono tanto sicuro.
Sento troppa gente invocare la pena di morte, magari con modalità
raccapriccianti, per riposare tranquillo e fiducioso nel fatto che l’
efferatezza oramai è scomparsa dalle nostre coscienze.
Forse aveva ragione un eminente biologo molecolare evoluzionista dell’ università di Roma quando diceva che in fondo da troppo poco tempo siamo scesi dagli alberi per essere del tutto umani.
A questo punto, come conclusione vorrei osservare una concomitanza che salta agli occhi.
 
Mentre gridiamo chiedendo rigore contro i cattivi ci scopriamo xenofobi,
razzisti, intolleranti. In una parola ci svegliamo e troviamo noi stessi
peggiori di quanto pensavamo.
E’ facile dire che sono gli atti di violenza criminale, degni di punizione severa, a causare il nostro inasprimento, il venir meno della nostra moderazione. Questo nostro inasprimento sarebbe solo rabbia conseguente, un effetto giustificato.
Le cose stanno veramente così? Quale è in realtà la causa e quale l’effetto?
E se fosse proprio il contrario? Se fosse proprio un qualcosa di oscuro che sta crescendo in noi a farci vedere e odiare l’oscurità ovunque?
La cara, vecchia, spesso vituperata psicoanalisi ci può aiutare a guardarci un poco dentro. Un grande psicoanalista italiano come Franco Fornari ha studiato approfonditamente come funziona la creazione del nemico utilizzando il meccanismo infantile della scissione e della proiezione. Clotilde Masina Buraggi ci illustra l’interpretazione di Fornari :” Che cosa vuol dire schizo? In greco schizo vuol dire dividere, scindere. Nella sua evoluzione il bambino impara a dividere le sue emozioni, quelle buone da quelle cattive e a cercare di allontanare da sé, espellere le emozioni che sente pericolose. Questo buttar fuori si chiama proiezione; questo circuito malefico di proiezione viene definito paranoia. La paranoia genera angosce molto forti che gli psicologi chiamano angosce paranoiche o persecutorie”.
Proprio per osservazioni di questo tipo la psicoanalisi è vituperata. Meglio pensare di essere nel giusto solare che entrare nella penombra e nella verità del proprio intimo.
Eppure questo sforzo di guardarci dentro dovremmo farlo tutti, sia chi non ha commesso nulla di riprovevole sia chi lo ha fatto.
E’ indiscutibile che occorre sanzionare le azioni riprovevoli.
Però è altrettanto indiscutibile che nel profondo degli esseri umani c’è una grande, importante tristezza, qualunque cosa abbiano fatto.
“…credi al grano, al mare, alla terra ma soprattutto all’uomo, senti la
tristezza del ramo che si secca , del pianeta che si spegne , dell’animale infermo ma innanzitutto la tristezza dell’uomo”
(Nazim Hikmet)
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