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Proponiamo una parte della relazione conclusiva che Livio Labor – presidente nazionale delle Acli nel periodo del ’68 – tenne a Vallombrosa nell’ambito del XVII Incontro nazionale di studio delle Acli. L’incontro, che si svolse dal 27 agosto al 1 settembre del 1968, aveva come tema generale “Impresa, Movimento Operaio, Piano” mentre la relazione di Labor aveva come titolo: “Realtà italiana e strategia del movimento operaio”.

In ordine a questi temi e alle loro conseguenze nell’ambito sociale sono venute alla ribalta in questi ultimi anni, anche se non sempre in modo chiaro e preciso, tra contraddizioni e difficoltà, nuove modalità di comportamento dei cittadini e dei gruppi sociali, profondamente innovatrici rispetto agli schemi passati di partecipazione.

La trama dei rapporti democratici si è, infatti, andata sfilacciando sempre di più nel nostro Paese e tutto il sistema delle relazioni politiche e sociali è entrato in una crisi che non esiterei definire di asfissia.

Questo giudizio fa parte, ormai, non solo del bagaglio delle denunce che in più occasioni, non ultima quella congressuale, abbiamo formulato, ma anche delle posizioni comuni di gran parte di cittadini, com’è rilevabile, del resto, dalla profonda crisi di sfiducia che investe tutte le componenti del sistema politico italiano.

Il fatto nuovo e confortante è che, accanto alla crescente sclerosi delle modalità tradizionali di partecipazione, vanno emergendo, con sempre maggiore chiarezza, il senso di disponibilità e la volontà di impegno dei giovani, dei lavoratori, del mondo studentesco e delle altre forze vive del Paese per una azione innovatrice ossigenante, in grado di gettare nuove fondamenta della convivenza sociale e di proporre ad essa valori, finalità, strutture più elevati di quelli attuali.

L’atteggiamento più appariscente delle nuove forze che sono emerse dal dibattito intorno a questi temi e di buona parte della classe lavoratrice è un atteggiamento di marcato dissenso, di rifiuto e di contestazione della logica autoritaria nelle sue diverse espressioni: economiche, politiche, sociali e culturali. C’è insomma, in larghi strati del Paese, una sete di novità e una volontà di impegno che viene immediatamente alla ribalta ogniqualvolta si creano le condizioni per un’azione che sia seria, accettabile nelle sue finalità e coerente nel suo evolversi.

Le lotte di quest’anno, sia a livello operaio che studentesco, ne sono un’eloquente testimonianza. Non si combatte più solo per obiettivi limitati, che si esauriscono in se stessi, ma al di là della conquista immediata si guarda più in alto, a una fabbrica diversa, a un’Università rinnovata nelle sue strutture e nella sua impostazione, a una società di tipo nuovo. Ancora: non si combatte più alla vecchia maniera, delegando sempre ai capi, anche se questi sono capaci e coerenti, la strategia della battaglia; ci si impegna invece in tutte le sue fasi, si dibattono tutti i suoi aspetti e insieme, come dimostra anche il massiccio ricorso agli strumenti assembleari, si valuta e si decide.

Questo, dicevamo, è il fatto nuovo emerso dalle recenti esperienze di contestazione.

In un Paese asfittico dal punto di vista della partecipazione ai livelli istituzionali, sta nascendo e si sviluppa (è un fatto pratico che si può constatare) in modo autonomo un forte movimento di ripresa democratica di base, tramite anche se oggi tutto non ci appare in modo chiaro e preciso, si gettano le basi della nuova intelaiatura dei rapporti civili di cui la società avverte con urgenza il bisogno in tutte le componenti più vive.

Un altro elemento di novità sta nella sostanziale diversità dei presupposti delle lotte di oggi — che pongono come base di partenza le condizioni reali del cittadino, dell’uomo, del lavoratore nell’impresa come nella scuola e nella società – rispetto alle lotte di ieri nelle quali predominavano le valenze ideologiche e le rigide contrapposizioni interpretative.

E’ senza dubbio questo elemento che fa delle iniziative odierne a livello operaio e studentesco un fatto sostanzialmente unitario, al di sopra degli schemi e delle fratture tradizionali.

E’ questa sostanziale omogeneità che dà forza, aumentandone enormemente le possibilità di riuscita, al movimento in corso, anche quando questo ci appare disarticolato ed estemporaneo perché al fondo di esso sono presenti la stessa contestazione e la medesima volontà di ricerca di una nuova strada.

Ed è una contestazione radicale a qualsiasi forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla subordinazione come funzionale alla logica di un ordinato sviluppo, alla povertà più per il benessere di pochi. E’, insomma, la contestazione nei confronti di ogni sistema che mortifica l’uomo nelle prerogative essenziali e che all’uomo impedisce di essere il vero ed effettivo protagonista della sua crescita e il pilota dello sviluppo della comunità.

Il controllo autoritario nella società moderna: la contestazione degli operai e degli studenti

La condizione umana, nella realtà di oggi, è dunque la base di partenza delle nuove esperienze di partecipazione intesa come contestazione creativa che traggono proprio dalla fabbrica, dalla scuola e dalle situazioni concrete di ogni giorno i motivi ispiratori e la forza necessaria per l’ azione contestativa.

Ma quali sono le caratteristiche e i contenuti di questa condizione? E’ essa mutata rispetto agli anni ’50, o non si sono, invece, verificati sostanziali cambiamenti?

Le prime due relazioni di questo Convegno, quella di Picchi e quella di Morezzi, ci hanno già fornito un quadro sufficientemente ampio di elementi che aiuta a rispondere agli interrogativi che ci siamo posti.

E’ utile, mi sembra, riprendere alcuni punti da loro indicati per fare qualche ulteriore considerazione.

E’ stata già opportunamente messa in evidenza la difficoltà che esiste ogni qualvolta si cerca di affrontare il discorso sulla condizione operaia, separandone i diversi aspetti in relazione ai singoli momenti che la determinano.

Infatti, come abbiamo visto, più stretta si fa la relazione fra l’impresa, sistema economico e società civile, cioè più si consolida la funzione condizionante e trainante che il modello di impresa esercita sulla società nel suo complesso, più è difficile, per non dire impossibile, separare gli elementi che costituiscono la condizione operaia e quindi mettere a fuoco le risposte che il movimento operaio deve predisporre.

Oggi appare comunque chiaro che l’iniziale, se non esclusivo, punto di attacco di una strategia della classe lavoratrice sta nell’attenzione ai problemi dell’impresa, alla condizione lavorativa nelle sue diverse articolazioni, sia economiche che ambientali, e nel suo evolversi parallelo alle innovazioni tecnologiche ed organizzative della moderna impresa.

Le trasformazioni delle strutture produttive, i progressi a livello tecnologico e la spinta incessante alla razionalizzazione e all’efficienza, nonché un quadro di rapporti complessivamente cambiato rispetto al passato, nel quale l’impresa si trova oggi ad operare, hanno indubbiamente influito, mutandole sensibilmente, sulle condizioni dei lavoratori nell’impresa.

E’ difficile, però, affermare che a questo cambiamento sia corrisposto un effettivo miglioramento della condizione di lavoro; anzi, se lasciamo per un momento da parte l’aspetto economico-retributivo, peraltro in molte situazioni ance testato su livelli insoddisfacenti, dobbiamo purtroppo rilevare un aggravamento di questa condizione, soprattutto per quanto attiene al logorio psico-fisico dei lavoratori e al sempre più ridotto spazio di libertà e di autonomia di cui possono godere all’interno delle fabbriche.

Non dimentichiamo l’asimmetria delle due valutazioni cui ci ha parlato Picchi. La prima valutazione: il lavoro come costo, come merce, come oggetto di ricerca di una più economica combinazione dei fattori, il lavoro per l’efficienza, il lavoro per l’economicità e per la produttività. La seconda valutazione: il lavoro per lo sviluppo della personalità del lavoratore. Tale asimmetria è la radice della conflittualità ci riteniamo, per questo, ineliminabile e permanente nell’impresa industriale.

Se, dunque, in questi ultimi anni si sono andati, di riducendo di intensità, particolarmente come conseguenza della massiccia pressione sindacale, i grossi problemi economici e sociali legati alla condizione di povertà dei lavoratori, altrettanto non può dirsi per numerosi altri problemi: dalla sicurezza del lavoro, ai ritmi, ai cottimi, all’automazione e così via, la cui incidenza sulla condizione della classe lavoratrice è oggi certamente meno rilevante che nel passato.

Ma il discorso più drammatico e forse più importante è dato dall’estendersi, nell’impresa e nella società, degli aspetti alienanti, dal diffondersi delle situazioni in cui il lavoratore non è più in grado di riconoscere se stesso come protagonista autentico della sua crescita; non può decidere in alcun modo del suo lavoro, che è determinato ed imposto in ogni momento, secondo procedure rigide che altri stabiliscono per lui.

La funzione del controllo autoritario si allarga sull’intera vita dell’impresa coinvolgendo tutti: operai, impiegati, tecnici in un meccanismo la cui efficienza ha come prezzo l’assimilazione dell’uomo alla macchina o al danaro.

Questa imposta rinuncia alla sua funzione creatrice, questa mortificazione alienante della «centralità» dell’uomo rispetto alla realtà circostante sta alla base del conflitto sociale la cui drammaticità potrà certo mutare nel tempo, attenuarsi o aggravarsi, ma la cui preziosa funzione è, tuttavia, sempre quella di operare, per quanto possibile, nelle diverse situazioni, un effettivo recupero dell’iniziativa innovatrice e del potere decisionale di ogni uomo e di ogni gruppo sociale.

Questo «furto» che il meccanismo dell’impresa moderna opera nei confronti della personalità dei lavoratori, mantenendoli perennemente in una situazione subordinata e non di rado mortificante, trova il suo sostegno, su due elementi, il secondo dei quali è conseguenza del primo.

C’è innanzitutto da mettere in evidenza un atteggiamento assai diffuso come conseguenza di un certo tipo di cultura e di esperienza, che educa la grande massa dei cittadini a una passiva rassegnazione e conduce alla conclusione di considerare l’impresa come realtà sostanzialmente immodificabile, nei confronti della quale vanno preordinati gli altri fattori, in primo luogo il lavoro. Se anche la ricerca appassionata che è stata condotta in tempi passati e recenti, non ha ancora saputo offrirci un modello di impresa diverso, migliore di quello esistente, ciò non significa che la via giusta sia quella attuale; né, tanto meno, che bisogna cessare ogni sforzo di ricerca e di sperimentazione per l’individuazione di nuovi modelli, anche se a priori — come è stato già autorevolmente rilevato — possiamo affermare che sarebbe illusorio ritenere che un qualsiasi nuovo modello possa e per sempre risolvere tutti i pro­blemi connessi al conflitto industriale.

Come conseguenza di questa specie di dogma della immodificabilità della impresa bisogna, purtroppo, denunciare quella che è stata la prassi abituale del sindacato e, in modo particolare, di una delle componenti sindacali in Italia, che finora aveva, di fatto, rinunciato a contestare il modello e i metodi di gestione della impresa esistente.

E’ avvenuto, infatti, che il sindacato, nella impossibilità e incapacità di contrastare adeguatamente l’arbitrarietà di certe logiche efficientistiche, si è di fatto ripiegato in un tentativo di semplice recupero economico-salariale dei nuovi costi umani, che i lavoratori erano costretti a pagare.

L’errore non è stato certo nell’accettare — come è ovvio debba avvenire — la logica dello sviluppo tecnologico: l’errore è stato nel ritenere che per affermare quella logica esiste una sola strada: quella determinata dagli imprenditori, o nel piegarsi, di fatto, a quella senza impostare un corretto discorso contrattuale nei confronti di tutte le innovazioni e le modifiche proposte nell’impresa.

Di fronte al dogma autoritario, si afferma oggi la rivolta giovanile e studentesca, la quale, in definitiva, ha dato idee, contenuti, motivazioni, forza anche al sindacato.

In un certo senso anche al di fuori dell’impresa è possibile, per alcuni periodi, notare la stessa tendenza a dirottare l’azione sui punti di minore interesse e di più facilmente raggiungimento.

Discorsi come quello della pianificazione, delle riforme della sicurezza sociale, e così via, sono stati, di fatto, in non pochi casi — come abbiamo sentito — mistificati tramite la predisposizione di qualche intervento parziale o di qualche piccola riforma di superficie.

Indubbiamente — come notava Boato — è anche nell’opportuno e significativo rifiuto di questo inganno, nella delusione che segue le promesse non mantenute e i programmi che appaiono fatti per gettare il fumo negli occhi, che devono essere ricercate le cause della rivolta giovanile e studentesca.

Se è vero che la condizione giovanile non è oggi determinata solo dalla somma delle delusioni causate dall’incoerenza dimostrata da coloro che esercitano il potere o che non si sono dimostrati capaci di risolvere alcuni problemi, esistono però, aspirazioni e tensioni nuove che vanno ben al di là di questo giudizio di incapacità per affermare l’esigenza assetto globale diverso della società, al di fuori del quale, ad esempio, è impossibile dare soluzioni efficaci ai grossi problemi della pace e della democrazia.

L’aspetto più significativo della condizione giovanile sta quindi nella impossibilità, per i giovani, di riconoscersi certo tipo di scuola o in una determinata Università e in tipo di sistema che costringe l’uomo a respirare entro confini angusti di un preteso «ordine» tradizionale quando, invece, più forti ed interiori si fanno le esigenze di allargare l’orizzonte verso nuovi e più validi traguardi sociali e ideali.

Intorno ad aspirazioni come quelle ricordate, non certo a velleitarie e anarcoidi premesse, si è sviluppata l’esperienza di una componente significativa del movimento studentesco, che è passata rapidamente da una lotta interna al sistema scolastico e all’Università, ad un confronto più generale con tutta la società nelle sue diverse espressioni.

L’incontro tra la fabbrica e la scuola, tra condizione operaia e condizione studentesca non poteva, allora, non verificarsi, come di fatto è avvenuto, anche se in modo non sempre esente da perplessità o da improvvisazioni; e ciò non poteva non originare una situazione nuova, di grande interesse. Al di là di ogni altra possibile considerazione, al di là delle incomprensioni che tuttora esistono tra i due interlocutori che per troppo tempo si sono ignorati o, addirittura, contrapposti, la grande novità che è nata da questo incontro tra la classe operaia e le forze studentesche sta nell’aver compreso che, sia pure in situazioni diverse, la lotta è comune perché muove dalle aspirazioni dei cittadini a una migliore e più rispettosa condizione civile.

Ci sono dei prevedibili sviluppi del movimento studentesco per la ripresa autunnale. Ebbene, sarà opportuno, come del resto è già stato rilevato dalla Presidenza Nazionale delle ACLI, esprimere una presenza che non sia a rimorchio delle agitazioni, ma sappia fin d’ora impostare il problema del rapporto tra condizione operaia e crisi delle strutture formative in modo da fare, anche della posizione delle ACLI, un punto di riferimento di altre posizioni che matureranno certamente ed emergeranno nelle organizzazioni del movimento operaio. A questo proposito non posso non ricordare la decisione della Presidenza Nazionale di indire una giornata nazionale per il «diritto allo studio», che sarà realizzata il 1° ottobre…

Proponiamo anche la relazione completa in pdf.

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