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Ci sarebbe spazio per riprendere seriamente in mano quella revisione dei parametri della nostra civiltà occidentale che il 68 cercò di avviare senza riuscire poi a concluderla in senso compiuto. Il che significa che quel famoso grido “questo non è che l’inizio, continuiamo la lotta!” potrebbe tornare ad ispirare le nostre generazioni, giovani e vecchie, al riparo dai miti tardo-romantici, e invece alla luce della volontà di costruire, con la fatica, la pazienza e l’umiltà necessari, un mondo migliore di quello in cui ci troviamo a vivere

Come era immaginabile il cinquantesimo del mitico ’68 ha prodotto un buon numero di libri: ufficialmente ben poche le “memorie” in senso proprio, ed è significativo, perché segnala una certa volontà di prendere le distanze se non da un evento da un mito. Maggiore spazio hanno trovato le ricostruzioni e accanto qualche bilancio critico. Il tutto rivela però che siamo davanti ad un fenomeno ancora in fase di inquadramento.

Il problema è che non è ovviamente esistito un ’68, se vogliamo porre la questione dal punto di vista fenomenologico, ma ne sono esistiti più d’uno. Però alla fine tutti sono finiti per confluire nella costruzione di un mito, a volte di una speciale leggenda metropolitana, che fa credere che il termine “Sessantotto” possa davvero etichettare un momento unitario in qualche modo storico.

Per certi versi è innegabile che in quell’anno ci sia stata una polarizzazione di avvenimenti attorno alla “rivolta degli studenti” (universitari) che interessò, sia pure in misura diversa, quasi tutti i paesi “occidentali”, ma che sfiorò o si manifestò anche in altri. Tuttavia se ci fu un’identificazione molto larga con la rottura che era simboleggiata dalle insorgenze nelle università, ciò non significa che ci fosse veramente una unità di intenti e un disegno complessivo circa gli obiettivi che si volevano raggiungere. Infatti abbastanza rapidamente quella fase si chiuse, dando spazio ad una frammentazione che andava dal radicalismo dei movimenti che si formalizzarono dopo l’assemblearismo sessantottino (con alcuni, come sappiamo, che soggiacquero alle mitologie dell’iniziativa rivoluzionaria armata) fino al riassorbimento di una quota del militantismo di quell’anno entro i partiti tradizionali (che infatti resistettero ancora a lungo nei loro insediamenti elettorali e di potere).

Messa in questo modo sembrerebbe che si sostenga che il 68 fu una specie di fuoco di paglia. Non è così. La eredità stabile di quegli eventi fu l’aver convinto l’opinione pubblica che un’epoca era finita e che non si poteva tornare indietro.

Ovviamente non era avvenuto tutto in quel mitico anno, ma, come ormai è stato ricordato in molti studi, ci si trovò di fronte ad una strozzatura che raccoglieva il fiume di discussioni che si erano sviluppate nel quindicennio precedente sulla crisi del mondo politico, sociale, intellettuale, religioso. Come sempre accade, la strozzatura non era in grado di contenere e disciplinare quei fiumi che pertanto strariparono sconvolgendo il panorama che stava intorno.

Il risultato fu che quel panorama non poté più essere ricostruito e ciò fu un bene, perché era un panorama fortemente condizionato da un conservatorismo decadente che aveva poi fatto sorgere quelle contestazioni che, concentrandosi, lo avrebbero dissolto. Tuttavia non si riuscì poi più a ricostruire un nuovo panorama capace di ospitare in maniera confortevole una comunità che avesse gli strumenti per costruirsi un futuro adeguato.

Quel che non fu capito e che, a mio giudizio, molti continuano a non capire è che la crisi che le insorgenze sessantottine avevano portato alla luce non era dovuta ad una banale obsolescenza di un po’ di cultura e di una politica asfissiata dalla indisponibilità al cambiamento di troppe componenti delle classi dirigenti: era l’inizio di una transizione epocale che allora non era che vagamente intuibile, ma che si sarebbe progressivamente rivelata nei decenni seguenti sino ad oggi.

E’ questa transizione che ha potuto avvalersi in negativo della forza distruttiva dei miti sessantottini, soprattutto come propagati dai loro immediati epigoni, ottenendo una sorta di spaesamento complessivo dei nostri modi di concepire il disciplinamento della società. Purtroppo essa avrebbe bisogno anche di una forza capace di costruire, ma questa è in larga misura mancata allora e adesso.

Facciamo solo l’esempio del rapporto conflittuale che il ’68 ebbe con la questione della “autorità”. Difficile negare che esistesse allora l’idea che l’autorità era un dato di fatto nelle mani del prete, del governante, del docente, dell’imprenditore, e che andava riconosciuta a prescindere. Comprensibile dunque che essa fosse contestata come “autoritarismo” perché se ne era toccato con mano la inconsistenza, quando più o meno tutte queste componenti (con ovvie eccezioni per ciascuna) avevano fatto fallire il tentativo di aprire una gestione della modernizzazione italiana all’altezza dei tempi con l’esperimento della cosiddetta “apertura a sinistra”. La delusione e il rigetto per il riconoscimento di questo tipo di autorità portò però a considerare che l’autorità fosse un elemento non interessante per la costruzione del futuro sociale e che come si era giustamente criticato l’autoritarismo senza fondamento fosse logico rifiutare il riconoscimento di qualsiasi tipo di autorità.

Il problema è che si è finiti nel vicolo cieco di una situazione in cui per ciascuno è diventato legittimo non sottoporre a critica (il che significa valutare con competenza), ma assumere pregiudizialmente che la critica non è neppure più necessaria perché si sa a priori che la propria contestazione è più che giustificata e deve sfociare nel disconoscimento dell’autorità.

Quanto si è detto per questa specifica questione potrebbe essere applicato a tanti altri ambiti: il sistema educativo, i rapporti fra i sessi coi rispettivi ruoli, il mondo del lavoro, la religione, i rapporti politici. E’ esagerato e ingiusto attribuire al 68 la responsabilità per tutte le incertezze di fronte alle quali siamo messi dallo sviluppo della grande transizione che investe il mondo di oggi: chi lo fa, alimenta una leggenda metropolitana non meno di chi in quel mitico anno vede solo il sorgere di un radioso sole dell’avvenire.

Non dobbiamo infatti dimenticare che sono passati 50 anni e che ci sarebbe stato tutto il tempo non solo per i giovani che allora diedero vita a quella “rivoluzione”, ma anche per coloro che non vi presero parte per ragioni generazionali, di mettere seriamente mano a quella rifondazione, che allora venne auspicata, del nostro sistema culturale, sociale e politico. Se ciò non è avvenuto non è colpa dei “cattivi maestri” e nemmeno dei “piccoli maestri” che uscirono dalla fucina di quegli anni: ci sarebbe stato tutto il tempo per riprendere seriamente in mano i problemi che quella crisi aveva portato a galla e per tentare di dar loro una soluzione di sistema.

Non è stato fatto che in misura molto relativa, perché era abbastanza appagante far convivere il mito della rivoluzione permanente, ridotta a sproloqui sui giornali e più tardi approdata nelle contese gladiatorie dei talk show televisivi (o, da ultimo, a intemerate da lanciare sulla mitica “rete”), con una accettazione non troppo problematica di una routine che, almeno fino ad una ventina di anni fa, garantiva un benessere relativamente generalizzato.

Dunque più che per recriminazioni su tempi e sui costumi ci sarebbe spazio per riprendere seriamente in mano quella revisione dei parametri della nostra civiltà occidentale che il 68 cercò di avviare senza riuscire poi a concluderla in senso compiuto. Il che significa che quel famoso grido “questo non è che l’inizio, continuiamo la lotta!” potrebbe tornare ad ispirare le nostre generazioni, giovani e vecchie, al riparo dai miti tardo-romantici, e invece alla luce della volontà di costruire, con la fatica, la pazienza e l’umiltà necessari, un mondo migliore di quello in cui ci troviamo a vivere.

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