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Il teatro ci spinge a conquistare un più dignitoso livello di vita, ad imporre all’esterno rispetto morale e culturale, ad abbattere i confini tra normale e anormale, tra salute e malattia, tra esclusione e integrazione. Vorremmo che il teatro funzionasse da cuneo tra chi è folle e chi folle è utopicamente, per ammansire il timore, per diluire la diffidenza, per togliere l’imbarazzo, per dare una chance comunicativa in più a chi sul palcoscenico del chi sul palcoscenico della vita o sta in silenzio o delira…

Per me tutto è nato nel Parco di San Giovanni, su quella collina dove si trovava l’ex ospedale psichiatrico di Trieste. La mia pratica teatrale è incominciata in quei luoghi. Erano gli anni 80 e proprio li, dentro l’ex manicomio, avevamo uno spazio prove per i nostri spettacoli, pieno di luce e sempre aperto. Il Parco, da quel momento, diventa un luogo di innovazione e cambiamento, si apre alla città, i “matti” sono liberi di uscire e i “cittadini” di entrare.

Condividevamo gli stessi spazi con grande naturalezza, sembrava quasi impossibile che quello stesso luogo fino a pochissimo tempo prima avesse avuto i cancelli chiusi, sbarrati, a segnare un netto confine tra un fuori e un dentro, tra follia e normalità.

A Reggio Emilia ho iniziato a collaborare con il Dipartimento di Salute Mentale nel 2003 e forse questa collaborazione non è stata un caso. Poi tutto è accaduto nel modo più naturale, l’incontro con gli utenti e il dare spazio ad altri sguardi e altre sensibilità.

In questi anni si è formato un gruppo stabile aperto, fatto di attori fuori dagli schemi, che collabora con me nella realizzazione degli spettacoli. Un gruppo di straordinaria umanità, capace di trasformare la fatica del vivere in poesia e di offrirsi al pubblico con la sincerità del proprio corpo, dei propri movimenti, della propria voce (Festina Lente Teatro).

Vite “difficili” che con sensibilità e creatività, tra verità e finzione, contendono lo spazio scenico alle convenzioni sociali, alla prepotenza, all’egoismo, nel tentativo di liberarsi da imposizioni che imprigionano.

Il nostro lavoro è basato sul rigore e la costanza, su un allenamento fisico e vocale che esclude i paternalismi o gli atteggiamenti forzatamente benevoli che spesso caratterizzano le attività con i pazienti della salute mentale.

Esiste un argomento, si costituisce un progetto poetico (quasi fossimo un ingegnere che progetta un ponte dalle arcate impossibili), si crea un atmosfera protetta, un clima di complicità in cui ognuno semina, si scrive la drammaturgia. Questa sequenza così facile da enunciare, è lunga, pericolosa, difficile; ha bisogno di duro lavoro, di disponibilità e soprattutto di poesia, sul cui territorio potersi smarrire per essere altrove, per essere se stessi o altri, per essere lontani o vicini, per essere liberi.

Lavoro in modo empirico, la mia ricerca stimola, in chiunque partecipi, la sua “teatralità biologica”, per dirla con un eufemismo. Ho abbandonato da tempo il rapporto con attori di professione, prediligo le persone, che rimangono tali anche sulla scena, non si trasformano mai in personaggi, ma diventano persone straordinarie; ognuno di loro nasconde un segreto, un enigma, un mistero, il mio lavoro è quello di rendere tutto questo più percepibile e visibile sulla scena.

La vita autentica si impone alla forma e la vita irrompe sul palcoscenico mettendo in crisi la finzione. Cerco di mettere a disposizione del teatro ciò che in queste persone è sottile e impercettibile; credo e vedo che quello che ne scaturisce è “poesia dell’invisibile”, quella poesia dalle infinite e imprevedibili potenzialità.

I loro corpi che giocano, si sfidano, gareggiano, lottano, creano una drammaturgia di movimenti, fatta di gesti quotidiani, semplici, ripetuti con ritmi diversi, a volte incalzanti. Corpi a volte pesanti o rallentati dalla cura, ma che, come per magia e con passione, riescono a prendere lo spazio, il tempo, le pause giuste per commuovere o far sorridere.

Il mio non è un teatro terapeutico, il teatro non fa distinzioni di genere, è teatro e basta. L’acqua sicuramente disseta, il teatro sicuramente fa bene. Ma fa bene a tutti, a chi lo fa e a chi lo guarda, ci ricorda che dobbiamo vivere in un altro modo, recuperare lentezza, ascolto, empatia.

Abbiamo l’urgenza di farci sentire, abbiamo messo in scena le nostre fragilità, col desiderio e nel tentativo di dare una rilevanza poetica alle inquietudini della nostra epoca. Pirandello, Kafka, Cervantes, Shakespeare, Zavattini, Pasolini, Jarry, Brecht, Handke, sono gli autori incontrati, cercando quella “diversità” che ha sempre affascinato artisti, filosofi, scrittori.

Le parole e le intuizioni degli attori spesso sono diventate drammaturgia. Rielaborate attraverso una accurata selezione, diventano testo poetico: gli attori se ne appropriano, le voci sono pronte per la scena e il pubblico libero di accoglierle.

Abbiamo messo in scena la società che ci circonda, dominata da superficialità e arroganza, una società chiassosa, effimera, bugiarda, che non ammette diversità, fragilità, sincerità. Una società occupata solo a soddisfare i propri bisogni opulenti e che necessita di condiscendenza, adulazione, vigliaccheria. Noi ci siamo opposti alla violenta omologazione, ripudiando la stupidità.

Ci siamo allenati alla sensibilità, a combattere le ingiustizie, le prevaricazioni, le prepotenze e abbiamo riconquistato coraggio. Un fare teatro che ha dato spazio ad altri modi di essere, liberandosi dagli stereotipi e luoghi comuni che purtroppo ancora accompagnano chi soffre di un qualsiasi disagio. Vorremmo che la fragilità emergesse e si trasformasse in forza per dimostrare, come diceva Pirandello, che “si nasce alla vita in tanti modi, in tante forme…”.

Un fare teatro che dia spazio ad altri noi, differenti, nuovi, dia voce a chi parla dentro di noi. Così il teatro diventa spazio comune che ci permette di mettere in gioco le nostre contraddizioni, i nostri limiti razionali, le nostre irrazionalità sempre diverse e che ci aiuta a comprendere meglio e a difenderci da un mondo che spesso non riconosciamo.

Il teatro ci spinge a conquistare un più dignitoso livello di vita, ad imporre all’esterno rispetto morale e culturale, ad abbattere i confini tra normale e anormale, tra salute e malattia, tra esclusione e integrazione.

Abbiamo tutti il diritto di essere uomini e donne con debolezze e incertezze fisiologiche, emozionati ed emozionabili, di essere ciò che in nome del benessere viene continuamente censurato a favore dell’effimero. Con i nostri spettacoli vorremmo aprire strade nuove di riflessione e porre fine al rapporto tra pregiudizio e ignoranza, tra timore e incomprensione, tra esclusione e rifiuto.

Vorremmo che il teatro funzionasse da cuneo tra chi è folle e chi folle è utopicamente, per ammansire il timore, per diluire la diffidenza, per togliere l’imbarazzo, per dare una chance comunicativa in più a chi sul palcoscenico del chi sul palcoscenico della vita o sta in silenzio o delira, perché, “che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi!”.

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