Questa è la storia di Bianca, una dedica d’amore per una donna buona: entrata all’Ospedale psichiatrico provinciale di Trieste negli anni 30, giovanissima, ed uscita 40 anni dopo, morta. Diagnosi famigliare: “le è andato il latte in testa”. Una vita all’ombra del muro – prima rinchiusa e poi libera. Una libertà, arrivata con Basaglia, che lei non ha mai voluto. Gli ultimi anni il reparto si è trasformato in un appartamento con parziale autogestione. Basaglia entrava senza camice: un uomo grande che io bambina – accompagnavo mia nonna (Ada) a trovare sua sorella – guardavo con sospetto. Un uomo fuori dagli schemi

Lei mi guarda e mi saluta. Si vede che è buona. Il treno fermo alla stazione. Ci guardiamo dal finestrino. La seguo. Lui la aspetta. Il bambino saltella nella pancia. Lui la abbraccia. Lei lo prende per le mani. Li vedo scendere, vicini, giù per le scale. Lei si gira un’ultima volta e mi sorride: si vede che è felice. Mi fa un ultimo gesto con la mano: non aver paura, sembra dire, lo vedi come è facile!

Con la mano la saluto. E cerco di fermare la paura che mi assale. Un piedino: lo sento che spinge. Adesso sono sola. Lo scompartimento vuoto. Mia sorella mi aspetta. Il treno sbuffa e riparte. Silenzio. Cerco di chiudere gli occhi. Se non mi guardo attorno, forse, ho meno paura. Quanto manca? Guardo l’orologio. Poco: sempre troppo. Il mio cuore stantuffa sangue avvelenato. Un vuoto dentro. Vuoto fuori. Solo la pancia piena e viva. Ma quanto fa male?

Non lo volevo. Non questo. Aldo mi ha beccata. Non ricordo quando. Mi piaceva. Mi aspettava fuori il lavoro. “Guarda guarda. La Bianca si è fatta il ragazzo! L’è tutta adagiata … ma l’ha beccato anche lei!”. Le amiche a ridere. Ero contenta. Anche io! Si. Anche io! Lui mi prendeva a braccetto e andavamo. Lui un po’ avanti. Io un po’ dietro. Lo guardavo camminare. “Tutto va bene” pensavo. Ogni tanto mi baciava. Era un bravo omo. Con il fazzoletto nel taschino e il cappello.

Poi mi ha chiesto di sposarlo: mia mamma era felice. Mia sorella anche. Io … va bene. Sfogliavo riviste di moda: lo strascico, i fiori. “Bianca, mescola la minestra!”. Mamma aveva tanto da fare. Ma non mi lasciava fare niente: solo mescolare. Quando ci provavo … non ricordo bene i passaggi … prima le verdure, poi l’acqua … “Lascia perdere” mi sgridava. “Possibile?”.

Ma lavoravo. In una sartoria. Un punto dopo l’altro. “Brava Bianca!”. La signora, così gentile, mi sorrideva. Lo sapevo fare, bene: un punto dopo l’altro. Le mani piccole senza macchie. Solo qualche segnetto: colpa degli aghi. Così mi sono cucita il vestito. Un punto dopo l’altro: bianco con i fiori e lo strascico. Dopo il lavoro. Dopo la passeggiata.

La chiesa luminosa. Aprile luccicava. Mamma. Ada, mano nella mano con Nevio e la pancia, vicine. Alfredo con la moglie, dietro. Umberto mi ha accompagnata. L’altare con le candele accese e la musica. Rosetta dietro con Antonio appena nato. C‘erano tutti. Anche la mamma ed il babbo di Aldo. Tutti a baciarmi. “Come sei bella! E dai: sorridi!”

“Ma io sono felice!” mi ripetevo. Felice come la pasqua. Quella appena passata. Quella dove tutti a farmi gli auguri. Aldo con i fiori. Ada mi scriveva belle lettere. Io le rispondevo, piano, lettera dopo lettera. I preparativi, l’abito. Le descrivevo Aldo con il il cappello e i baffi. Ada mi raccontava di Nevio. Cosa vuol dire fare la mamma. E di Carlo che navigava.

“Ma io sono felice!”: Umberto mi ha accompagnata fino a lui. Aldo mi ha preso a braccetto e poi ci siamo sposati. Si. Lo voglio. I fiori. I sorrisi. E poi a casa, a mangiare. Quella sera sono andata a casa sua. Con la sua mamma e il suo papà. Una camera bella. La luce accesa. Il letto fatto. “Ma io sono felice!”. E adesso?

La notte ho avuto paura. Una paura … Non è stato bello. Ci sarà di nuovo? Non è colpa mia! Io non lo volevo. Ho lasciato fare. Ma non è stato bello. La mattina, finalmente, ho dormito. Quando ho aperto gli occhi mi sono ricordata. La casa, il letto, la notte. Non mi andava di alzarmi. E non dovevo andare a lavorare. Non è venuto nessuno. Sono rimasta a letto fin quando è tornato Aldo.

“Non puoi farlo”.

“Cosa?”:

“Rimanere a letto. Devi aiutare”:

“Aiutare? A cosa?”.

“Devi aiutare in casa”:

“Va bene. Domani lo faccio”:

Quella notte è successo di nuovo. E così quasi ogni notte. Un giorno dopo l’altro. La mattina mi svegliavo e stavo male. Aiutavo: poco. Mia suocera alzava la voce. Ma non bastava. Ero tanto sola. Qualche pomeriggio con Aldo andavamo a passeggiare. Mio marito era bello. Mi faceva vestire bene. Allora ero contenta. Dimenticavo quasi tutto. Le ragazze mi salutavano.

Ada mi scriveva e io le rispondevo. Cose così: come stai? Come ti trovi? Lei mi raccontava del parto. Quando vieni a trovarmi? Lei lo chiedeva, io lo pensavo. Mamma la vedevo la domenica: andavamo a pranzo. “Come stai Bianchina? Tutto bene?”. Non trovavo le parole per rispondere. Sorridevo. Lei mi accarezzava le mani. Poi mangiavamo tutti assieme: con i bambini che si alzavano da tavola o piangevano. Perché? Non l’ho mai capito.

Vomitare la mattina è brutto. Succedeva spesso. Non avevo più il ciclo. “Cosa devo fare?”. Ada: solo a lei potevo chiedere.

Cara Ada,

qui tutto bene. Aldo è tanto buono. Così anche la sua mamma e il suo babbo. Tutti mi vogliono tanto bene. Solo la mattina vomito. Tu come stai? Il piccolo Nevio? E Elio, ti fa dormire? Scrivimi presto. Un caro saluto Bianca.

La gonna non si chiude più. Sono ingrassata. “Stai bene Bianchina? Ti vedo un po’ stanca?”. Mamma domenica mi ha preso la mano. Non una carezza. Una presa. Sono scoppiata a piangere. “Cosa succede Aldo? Perché Bianca piange?”. “Non lo so. Va tutto bene. Solo qualche volta non si sente bene e vomita”. “Bianchina vieni di là”. Era la prima volta. “Non ho più il ciclo”. “Allora sei incinta”. “Non lo so”. “Ma certo. Non ti preoccupare. Sei incinta. Lo capisci, vero? Aspetti un bambino”. Certo che lo capisco. Come Ada. Anch’io avrò un bambino.

Aldo non mi faceva più alzare per aiutare. La pancia si gonfiava. “Resterai a casa. Non si può più lavorare quando si ha un bambino. Penserò io a te.”. “Come vuoi”. Stavo tanto a letto. Giorni e giorni. E cucivo. Vestitini. Una copertina azzurra e rosa. E scarpette. Mamma veniva ogni tanto. Io andavo anche il giovedì e la domenica a pranzo.

Tutti a guardarmi. “Stai bene? come ti senti?”. “Bene. Grazie”. Ma non era vero. La pancia si gonfiava e io non respiravo. Ada mi scriveva. “Vieni. Vieni a trovarmi prima che sia troppo tardi. Mi darai una mano e staremo insieme”.

“Fammi andare, ti prego”. Una parola ed una lacrima. Giorno dopo giorno. “Perché vuoi andare?”. “Voglio stare con Ada. Ha bisogno di me”. “Se continui così mi fai arrabbiare. Vai. Vai pure. Ma devi andare sola. Non ti posso accompagnare. Devo lavorare, io. Poi ti vengo a prendere”.

Così ho preso il treno. Un viaggio lungo. Da Camaiore a Trieste. Sola. La prima volta. È stato difficile. Poi ho incontrato Luisa. MI ha fatto ridere. Mi ha aiutato. Siamo diventate amiche. Poi anche lei è scesa. Mi ha salutato con un sorriso. Bello. Con tanta gioia. E la paura di nuovo è stata grande. Ma sono arrivata. Ce l’ho fatta. Alla stazione c’era Ada con Nevio e Elio. E la pancia pesava.

“Brava! Che bello vederti. Che pancione che hai. Ma quando nasce?”. “Dicono a marzo”. “Allora non manca tanto. Adesso che stiamo assieme ti spiego tutto. Quanto mi sei mancata Bianchina mia! Ti voglio sempre tanto bene!”. “Anche io”. Con Ada è sempre stato bello. Lei è buona. È felice. È forte. Una consolazione. Un aiuto. Quando sono con lei è tutto facile. Anche la pancia non pesa più tanto e la paura non esiste.

I suoi bambini sono buoni. Ma sono piccoli. Hanno fame. Devono dormire. Bisogna pulirli. Fagli fare il ruttino. E fare le pappette. E il latte caldo al punto giusto. Poi piangono e io non li so consolare. Ada è brava. Li prende. Li culla. Li nutre e li porta a spasso. Esco anch’io con loro. Fino alla piazza e ritorno. E poi la merenda. E la cena. Con Ada sto bene. non ho più la nausea. La pancia non mi pesa più. Qui con Ada sto bene. Sto proprio bene. Ada mi incoraggia: “Brava Bianchina! Rifacciamolo”. Mi insegna a cambiare i pannolini. E poi anche li lavo e li metto ad asciugare con i ciappini di legno: uno a destra ed uno a sinistra. Nel mezzo il vestitino azzurro di Elio che piange a fa i capricci.

Il tempo passa veloce. Quando si è felici e si sta bene passa sempre veloce. Ada me lo ha detto. Io lo penso. Qui con lei sto bene, come quando eravamo ragazze. Adesso siamo due donne sposate. Si lo so. Me lo ricordo. Ma io non volevo. Mi piaceva quando Ada era a casa e stavamo assieme con la mamma e il babbo. Poi il babbo è morto. Ma noi siamo state bene lo stesso.

“Mi fa male la pancia”. “”In che modo ti fa male?”. “Non lo so. Mi fa male”. “Io ti porto da un medico”. “No. Non serve. Non ci voglio andare”. “Non fare i capricci. Bisogna che un medico ti veda. Potrebbe essere per il bambino. Se vuoi che nasce bene e sano devi farti visitare”. È stata una vergogna. Non l’avevo mai fatto. Non lo immaginavo. È stato brutto. Ma il bambino sta bene. Sono io che non sto bene. Ho la pressione alta. Devo stare attenta. E non posso viaggiare.

“Sono contenta di rimanere con te!”. Non ci volevo neanche pensare di tornare. Adesso devo rimanere qui. Il bambino nascerà qui. Aldo mi ha scritto che non è contento. Che verrà a trovarmi appena possibile. Qui sto bene. Ada mi cura e mi prepara il brodo. Ogni giorno sento che tutto si muove. Il medico mi ha detto che devo stare attenta e lo devo sentire ogni giorno. Lui sta bene. Anche se ogni tanto si addormenta. Lo immagino dormire beato: come Nevio quando riposa il pomeriggio. Elio dorme poco. Il mio bambino sarà certo bravo. Non gli so dare un nome. È il mio bambino. Basta.

Quando dovrà nascere verrà anche mamma. Lo ha scritto in una lettera per Ada. Che bello staremo di nuovo insieme. Dalla terrazza si vede il mare. La pancia è sempre più grande. La pressione è tornata normale: cosa significherà? Come funziona questa pressione non lo so e non lo voglio neanche sapere. So solo che sto meglio. Qui seduta davanti la finestra aperta in questa giornata di primavera.

Ieri è arrivata mamma. Mi ha raccolto i capelli e mi ha massaggiato la schiena. Mi fa male la schiena con questo peso davanti. Ada mi ha spiegato tutto. Ha preparato una borsa con una camicia da notte pulita e un paio di pantofole. Ada ama le pantofole, ne ha tante. A me ha comperato un paio azzurre. Dice che sarà un maschio. Io non lo so e non lo immagino. Lo vedo solo che dorme. Beato e tranquillo. Come possa accadere, dentro la mia pancia? Non lo so.

Aldo mi scrive. Mi domanda come mi sento. Mi racconta della sua mamma e del suo babbo. Del lavoro e della casa. Comincia con “cara moglie” e finisce con “un caro saluto”. Ho messo tutte le sue lettere in una scatola dei biscotti Plasmon. Io gli rispondo che sto bene e tutto procede bene. Anche io finisco con “un caro saluto”. Aldo non mi manca. Ma sono una donna sposata. E questo basta.

Poi sono cominciate. Improvvise. Strano da dire. Un dolore mai provato. Forte come quando mi spingevano a scuola ed io cadevo. Ma non piangevo. Anche adesso non voglio piangere. Ma il dolore è forte. Non c’è sempre ma non da pace. Vorrei dormire. Mi sento così stanca. Ma il dolore riprende. Sempre più veloce. Sempre più forte. Mamma mi sta vicino. Ada ha chiamato l’ostetrica. Negli ultimi mesi è venuta spesso. È simpatica. Mi capisce. Mi sta vicino e non mi fa domande. Mi dice cosa devo fare. E io faccio. Per farla contenta e perché spero che il dolore finisca.

È durato tanto. È passato il giorno e anche la notte. Poi un altro giorno. E poi è nato: terribile. Ha pianto. Ma io non lo posso guardare. Sono così stanca che voglio solo chiudere gli occhi. E dormire. Per sempre. Mamma mi tiene la mano. “Brava Bianca. Sei stata brava”. Ada si muove per la stanza. Sento l’acqua che corre e passi che si spostano. Dalla camera alla cucina al bagno. I bambini non ci sono. La casa è silenziosa. “Guardalo. È un maschio. Come lo vuoi chiamare?”. Non lo so. Non ci ho pensato. Aldo non mi ha mai detto niente. Io non apro gli occhi. Voglio solo dormire. Mi ha fatto solo soffrire.

Quando mi sono svegliata la luce non c’era più. Un puntino acceso sopra il letto. Dalla cucina un leggero pianto e voci tranquille. Ho chiamato Ada. “Eccolo qua. Adesso che ti sei riposata lo devi prendere in braccio”. Mamma lo allunga. Non piange. È come pensavo. Dorme beato. Lui. Io sono ancora stanca. Allungo le mani per prenderlo. Mamma mi aiuta. “Quando si sveglia lo devi allattare”: Ada è esperta. Lo metto accanto a me. Lo guardo. “Come lo chiamo?”. “Devi parlarne con Aldo. Non sono cose che si decidono da soli”. È un bambino che non ha un nome. Non so come chiamarlo. Non so cosa fare, con lui.

Ada scrive e Aldo risponde. Verrà a prendermi tra un mese. Lo dobbiamo battezzare: Francesco, come suo nonno. Francesco piange poco. Si attacca la mio seno e io lo allatto. Mi stanca tantissimo. Ada pensa a tante cose. Anche mamma. Sono così brave. Sono così buone con me. Io sono stanchissima. Viene anche il medico: “Signora, si deve alzare. Non può rimanere a letto. Deve uscire. Prendere aria”. Io non ce la faccio. È stata una fatica così grande.

Aldo arriva che fa già caldo. Mi bacia e prende in braccio Francesco. Ada e mamma parlano in cucina. Aldo le segue. Francesco va con lui. Io mi giro e riposo. Ho bisogno di risposare. “Domani devo partire. Mi aspettano al lavoro”. “Bianca non ce la fa”. “E allora? Io non posso rimanere”. “Rimango io ancora un poco”. Mamma e Ada sempre d’accordo. Ada ha preso una tata. Tre bambini in casa sono una fatica. Mamma cucina per tutti. Per me il brodo. Devo riprendermi. Ma io sto bene. Sono felice. Sono solo tanto stanca. Allatto Francesco.

Adesso mi alzo, ogni tanto. Mi metto alla finestra. Davanti c’è il mare. è estate e fa tanto caldo. Non posso uscire con questo caldo. Mi gira tanto la testa. La tata lo cambia e porta fuori i bambini. Nevio è così bravo: è piccolo ma è un ometto. Elio piange e fa i capricci. Francesco è quieto. Io mescolo e cucio: i vestitini per tutti. Ada compra la stoffa. La porta a tagliare e io cucio. Mamma pulisce. La casa è sempre pulita.

“Vieni Bianca. Dobbiamo andare: il medico ci aspetta”. Ada me lo ha detto. Dobbiamo tornare dal medico. Non quello dell’altra volta. Un altro. Sono mesi che non esco. Mi gira la testa. Il medico è buono. Si vede che mi vuole bene. Mi sorride. Mi gira la testa ma gli sorrido anch’io. “Non ci sono altre soluzioni?”. Mamma è preoccupata: perché? Non riesco a seguire tutte le parole che si dicono. Mamma mi tiene la mano. Ada si alza. “Ci pensiamo. Poi le facciamo sapere”.

Due mesi dopo mi hanno portata in una clinica. Un grande portone in mezzo al verde. Un viale in salita e belle case decorate. Un carretto con mucchi di vestiti saliva lento. Mamma e Ada con la borsa. “Qui dentro hai tutto. Le ciabatte nuove. La camicia da notte. Il vestito per la domenica con le scarpe nere e quello per tutti i giorni. Noi torniamo domani”. Le ciabatte nuove sono belle: rosse. Quelle azzurre del parto le ho buttate via. “Perché lo hai fatto?”, mi ha sgridato Ada, “erano nuove”. Lei non sa: ho buttato via tutto. Non se n’è accorta. Anche la vestaglia e la camicia da notte. Erano cose sporche.

La signora con il vestito bianco mi prende per mano. Ada e mamma si girano e mi salutano. Le vedo scendere le scale. Ada si gira ancora e mi fa un gesto con la mano. Non aver paura. Mi ricordo l’amica del treno. Dopo, è andato tutto bene. Anche adesso sarà così. Andrà tutto bene. Qui c’è tanto verde. Un bel silenzio. Solo degli urli lontani. La signora con il vestito bianco mi dice che non devo preoccuparmi. Sono persone che vivono lontano. Qui tutti riposano e c’è silenzio.

La stanza è grande: con tanti letti. La valigia dentro l’armadio. Il vestito a righe. Le ciabatte rosse. Quelle le voglio. Il letto fatto sa di bucato. Mi metto distesa e mi addormento. Finalmente qui posso dormire. Non ci sono bambini che piangono e hanno fame. Qui posso riposare. Dopo starò meglio.

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