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Dobbiamo deciderci finalmente di far uscire i giovani dalle retrovie e schierarli in attacco con strumenti all’altezza delle sfide di questo secolo e con una visione di futuro desiderato da costruire assieme. Non lo hanno fatto i governi che hanno guidato il Paese durante la recessione ma ora rischiamo di sprecare anche il vento favorevole della ripresa. Il rischio è quello di trovarsi tra dieci anni a scoprire che la crisi non è stata un’occasione per ripartire ma ha spostato verso il basso il nostro percorso di crescita

Nel 2009 con Elisabetta Ambrosi ho scritto un libro che è diventato poi un punto di riferimento sulla condizione delle nuove generazioni, anche grazie al titolo Non è un Paese per giovani. In quel tempo il tema generazionale era trattato con molta retorica e minimizzato nel dibattito pubblico, con una forte tendenza al giudizio sull’indolenza dei giovani anziché lo sforzo di cercare di capire cosa non stava funzionando nei processi di crescita e cambiamento del Paese. Il titolo scelto per il nostro libro era quindi una provocazione, negli anni successivi è però diventato uno slogan usato come presa d’atto di un presente iniquo e squilibrato, ora dobbiamo però evitare che diventi una profezia che si autoadempie.

Già prima della recessione l’Italia presentava tassi di occupazione non solo giovanile (15-24) ma anche in età giovane-adulta (25-34) e tra i laureati, tra i più bassi in Europa. La crisi ha colpito in modo più accentuato le nuove generazioni, andando ad ampliare squilibri (in termini di occupazione, salari d’ingresso, futuro previdenziale) già in partenza maggiori rispetto al resto delle economie avanzate.

Questo ha fatto crescere la sfiducia dei giovani verso politica e istituzioni e deteriorato le loro attese positive verso il futuro, come mostrano i dati del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo, attraverso indagini solide condotte dal 2012 ad oggi. Una condizione che li ha schiacciati ulteriormente in difesa, con aumento della propensione a cercare maggiori opportunità altrove e, per chi è rimasto, ad adattarsi maggiormente al ribasso a quanto il mercato offriva, contando maggiormente sull’aiuto dei genitori e rinviando ancor più scelte di autonomia e formazione di una propria famiglia. Insomma una generazione intrappolata in un presente insoddisfacente o in fuga. A testimoniarlo sono i dati dell’enorme crescita dei Neet (under 35 che non studiano e non lavorano) e del saldo negativo tra laureati (e non solo) che lasciano il paese e quelli che (ri)attraiamo. Entrambi questi indicatori si sono posizionati su livelli tra i peggiori in Europa. Ricordiamo inoltre che, coerentemente con tutto questo, sono aumentati negli ultimi anni i divari nel rischio di povertà tra under 35 e over 65 a forte discapito dei primi. Lo stesso crollo della natalità è in larga parte conseguenza della condizione bloccata degli attuali giovani-adulti.

La carenza di politiche pubbliche e di strumenti che consentano ai giovani di camminare da soli, orientare le proprie scelte e realizzarle con successo, porta da un lato ad una iperprotezione dei genitori che indebolisce autonomia, responsabilità e intraprendenza, dall’altro lato a frenare la mobilità sociale e a vincolare verso il basso chi vive in contesti sociali e familiari svantaggiati. Non a caso siamo uno dei paesi con minor accesso alla laurea per chi ha genitori con titolo di studio basso, ma anche, a parità di titolo di studio, con maggior correlazione tra salario dei genitori e dei figli adulti. Più che in altri paesi rischiamo così di rendere “deresponsabilizzati” i figli di genitori in grado di fornire forte aiuto e “demotivati” quelli che nascono in famiglie con meno risorse.

Quello che serve, quindi, di fondo, è un cambiamento culturale che sposti i giovani dall’essere considerati come figli destinatari di aiuti privati dalle famiglie, a membri delle nuove generazioni su cui tutta la società ha convenienza ad investire in modo solido, attraverso coerenti politiche attivanti e abilitanti. Questo significa aiutare i giovani a non contare solo sulla famiglia di origine ma a rendere il proprio capitale sociale e umano valore aggiunto per la costruzione del proprio stare e agire con successo nel mondo adulto.

Pertanto non basta ora accontentarsi della luce alla fine del tunnel della recessione per tornare ad essere ottimisti sul futuro del Paese. Nemmeno serve tornare indietro con l’illusione di recuperare vecchie certezze. Serve un nuovo percorso in grado di mettere assieme in modo coerente le potenzialità del Paese e le opportunità del mondo che cambia, con al centro il ruolo autonomo e attivo delle nuove generazioni come motore dei processi di innovazione e produzione di benessere collettivo.

Dobbiamo deciderci finalmente di far uscire i giovani dalle retrovie e schierarli in attacco con strumenti all’altezza delle sfide di questo secolo e con una visione di futuro desiderato da costruire assieme. Non lo hanno fatto i governi che hanno guidato il Paese durante la recessione ma ora rischiamo di sprecare anche il vento favorevole della ripresa. Il rischio è quello di trovarsi tra dieci anni a scoprire che la crisi non è stata per il nostro paese l’occasione per ripartire con un nuovo modello sociale di sviluppo, ma ha spostato verso il basso il nostro percorso di crescita (schiacciato sempre più insanabilmente da debito pubblico, squilibri demografici, diseguaglianze sociali).

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