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Il termine post-verità, in qualità di sostantivo, risulta essere maggiormente efficace nel corrispondere all’intento sotteso alla creazione del neologismo: indicare il superamento della verità così come concepita dal realismo ingenuo a causa della mancata corrispondenza biunivoca tra la forma dell’enunciato e la sua reale funzione pragmatica

Alla post-truth, a seguito della sua elezione a Word of the Year 2016 da parte degli Oxford Dictonaries, è stata riconosciuta una crescente importanza. La stampa europea si è iniziata ad occupare in maniera massiva del lemma, generando numerosi dibattiti, sebbene in misura e a livelli diversi in base ai paesi di appartenenza. Fin dal principio, già nella pagina del sito inglese, è stato sottolineato che, nonostante la recente risonanza mediatica, post-truth, non è un termine nuovo. Non lo è nella sua formulazione, poiché la prima occorrenza unanimemente riconosciuta risale al 1992, e non è possibile parlare di novità neanche in termini concettuali.

Sebbene, nella maggioranza dei dibattiti sorti a partire da novembre in ambito europeo, vi sia stato riscontro soprattutto in chiave politica e sociologica, il piano filosofico non risulta esentato dal riflettervi. Nonostante, infatti, si abbia l’impressione che il nuovo lemma sia passato inosservato nei settori filosofici (ad esclusione di quelli rivolti a riflessioni di stampo politico, giuridico e sociale), non risulta per questo estraneo ad implicazioni di altro tipo, come quello epistemologico, nel caso delle riflessioni che seguono.

In tal guisa un utile punto di partenza può essere la considerazione che i linguisti hanno riservato al neologismo, soprattutto nel contesto italiano. Parallelamente a queste analisi, ed in seno ad esse, è necessario sottolineare che neanche un mese dopo l’elezione inglese di post-truth, lo stesso fenomeno si è verificato in Germania. Il Gesellschaft für deutsche Sprache ha redatto la propria classifica delle dieci Wörter des Jahres, ponendo al vertice postfaktisch. La notizia non ha riscosso il medesimo clamore di quella sulla deliberazione della giuria inglese. Una possibile risposta è rintracciabile nel fatto che, i due neologismi, nonostante siano morfologicamente diversi, sono considerati come sinonimi. Inghilterra e Germania hanno stabilito che ad essere rappresentativo dell’anno appena trascorso, è ciò che designa il carattere di “post” (sebbene questa non sia davvero una novità) – truth/ fakt. Ma, “verità” e “fatto”, possono davvero essere considerati, così pacificamente, come sinonimi? Non è, forse, necessario intraprendere in merito una riflessione che sia più articolata?

Confrontando le definizioni date ai due termini dal GfdS (Gesellschaft für deutsche Sprache) e dall’ODO (Oxford Dictonaries) non emergono consistenti differenze. Post-truth, come noto, “è relativo a o qualificante circostanze nelle quali l’oggettività dei fatti ha minore influenza nella formazione dell’opinione pubblica, che il richiamo all’emozione o alla considerazione personale”. Postfaktisch, indicata come trasferimento del termine inglese americano post-truth, sottolinea che “oggi, nelle discussioni politiche e sociali, sono sempre più importanti le emozioni anziché i fatti”, tanto che la sostituzione della “Anspruch auf Wahrheit” con una “gefühlten Wahrheit”, conduce all’ “postfaktischen Zeitalter”.

A differenza di quello inglese, l’Istituto tedesco si dilunga sulle ragioni della costruzione linguistica del lemma: “sebbene la parola postfaktisch, ad un primo sguardo, può apparire strana dato che questa, tradotta direttamente dal latino, significa ‘dopo- (il) fattuale’ o ‘dopo, dietro (che segue) i fatti’. Piuttosto, considerato il significato delle parole, ci si potrebbe aspettare una costruzione come ‘kontrafaktisch’ (contrario, opposto ai fatti), o anche, in una sintesi greco-latina, ‘antifaktisch’”. Quindi, nonostante la prossimità etimologica, il tedesco predilige Fakt a Wahrheit. È in questa direzione che, alcuni linguisti italiani, hanno articolato le proprie riflessioni.

L’Accademia della Crusca, nella persona di Marco Biffi, si è impegnata in una chiarificazione, attraverso l’analisi, delle componenti del neologismo. In primo luogo, sottolineando con forza, come la traduzione italiana post-verità, operi il passaggio da aggettivo a sostantivo. Un problema, questo, risolvibile con il ricorso alla formula tedesca (sebbene questa non venga sempre chiaramente richiamata), traducibile con postfattuale, dove il sostantivo “verità” è sostituito dall’aggettivo “fattuale” e il trattino, presente nella forma inglese, eliminato al fine di precisare il significato del prefisso “post-“ come “oltre” e non “dopo”, in senso cronologico. Riletta in questi termini, la post-truth sottolinea l’irrilevanza ed il superamento dei fatti e della verifica di questi, in virtù delle convinzioni personali.

Pertanto, nel passaggio all’italiano, il termine postfattuale sarebbe più indicato ad esplicitare l’intento per cui lo stesso post-truth è stato riconosciuto e formalizzato. Ad ogni modo, che si prenda come modello di riferimento la formulazione tedesca o quella inglese, prima di operare una simile scelta si impone, nel quadro articolato di tali dispute, una riflessione necessaria circa il nesso esistente tra linguaggio e realtà, una riflessione, vale a dire, concernente in primis la tematica del riferimento e più in generale la questione relativa all’apparato referenziale utilizzato dall’essere umano per porsi in rapporto con la realtà esterna. Si pensi, come esempio, ai volti diversi che è venuta via via assumendo la dottrina realista nella filosofia della nostra epoca; al realismo ingenuo si è andato affiancando il realismo critico, al realismo scientifico il realismo metafisico, al realismo epistemico il realismo interno, al realismo pragmatico il realismo strumentale e così via.

E’ appunto ad un esame approfondito di queste tematiche che nel 1974 Willard Van Orman Quine dedica un intero volume dal titolo: The Roots of Reference. Queste pagine mostrano come l’itinerario or ora accennato abbia rappresentato negli anni Sessanta e Settanta uno dei termini di confronto essenziali intorno a cui la disputa relativa al riferimento è andata progressivamente articolandosi fino a raggiungere tutte le ramificazioni che oggi noi conosciamo.

Per un realista gli oggetti possono avere carattere particolare o carattere universale. In tal senso le espressioni predicative designano oggetti universali. Gli oggetti particolari sono invece rappresentati dagli individui concreti. Tali individui rappresentano per contro il fulcro essenziale dell’ontologia propria dei nominalisti in quanto non ci si può mettere in contatto con essi con i soli occhi della mente: in essi ci si imbatte in quanto esseri empirici. In quest’ottica quindi nominalisti e realisti si riferiscono entrambi ad oggetti. Il problema è però, da un punto di vista ontologico, quali siano esattamente gli oggetti cui ci si riferisce tramite le proposizioni e, da un punto di vista linguistico, quali siano le parole che operano in termini oggettivi il riferimento.

Se per Quine i nomi propri debbono essere convertiti in predicati ove si voglia rispettare e seguire la logica della quantificazione, per un nominalista puro i nomi propri costituiscono il veicolo primario e diretto del riferimento. L’atto di ostensione è l’atto iniziale del riferimento e del linguaggio. Anche per Quine si parte da un atto ostensivo, ma, poi, si arriva gradualmente al salto concettuale costruito dalla quantificazione dove i nomi si convertono in predicati. A questo livello i nomi propri vengono considerati come ridondanti e ciò è incompatibile con le tesi nominalistiche pure.

Per Saul Kripke invece i nomi propri sono dei designatori rigidi che si riferiscono sempre ad uno stesso oggetto in tutte le circostanze possibili. Si fa qui ricorso a costanti che assegnano un identico riferimento a tutti i mondi possibili. Sebbene l’intuizione del filosofo statunitense sia del tutto plausibile, i problemi nascono quando ci si chiede quali siano le vie attraverso cui il riferimento si dà.

E’ precisamente a questo punto che il nominalista Kripke proprio all’interno della sua stessa teoria pone una problematica squisitamente essenzialista. Se infatti esiste una catena causale del riferimento e se quest’ultimo risulta del tutto indipendente da descrizioni e da connotazioni, fissare il riferimento in termini di designatori rigidi viene ad apparire come l’atto che ci pone in grado di cogliere ciò che risulta strettamente essenziale di un determinato oggetto-individuo. Ma come è possibile definire un’essenza siffatta? In accordo con Kripke una proprietà essenziale può essere riconosciuta nella struttura interna di tutti gli individui di quel tipo. La nozione di essenza ci rinvia dunque a quella di struttura interna. Ma in che consiste e come può essere definito un oggetto che possiede una struttura interna?

A quest’ultima domanda tenta di rispondere Putnam – partendo da Quine come d’altronde fa anche Kripke in quanto allievo di entrambi – il quale, muovendo dal presupposto che essere un oggetto-individuo implica il fatto di essere il valore di una variabile, considera come oggetto l’intero o tutto organico ritornando in tal modo alle originarie intuizioni di Aristotele e alle pagine di Esperienza e Giudizio di Husserl concernenti i fondamentali concetti di “sostrato” e di “organicità”.

Per Putnam linguaggio ed oggetto sono reciprocamente correlati. Non esiste a suo giudizio un oggetto indipendente in sé. Una specifica situazione può essere descritta in maniera differente in virtù dell’uso delle parole: non si può parlare di oggetti senza prima specificare il linguaggio che deve essere usato. In linea con le ricerche di Wittgenstein potremmo allora inferire che “la verità non trascende l’uso”. Nella sua prospettiva di realismo interno pertanto Putnam tiene insieme la dottrina della relatività ontologica di Quine e la nozione di significato come uso di Wittgenstein giungendo infine ad estendere tali concezioni filosofiche in senso creativo.

Se l’oggetto come tale ha in sé molti usi e se l’essere umano è in grado di inventare creativamente in modo continuo nuovi usi delle parole ne discende che la nozione stessa di oggetto diviene una sorta di territorio aperto parimenti alla nozione di riferimento. Investigazioni queste ultime che non potranno risultare scisse dall’invenzione e dall’uso comportando una estensione del linguaggio stesso in termini sia logici (il passaggio da considerazioni del primo ordine a considerazioni del secondo ordine) che ontologici (evoluzione e coevoluzione di regole e di sempre nuove funzioni quindi di nuovi significati che vengono contemporaneamente ad unificarsi e a moltiplicarsi nel tempo).

E così sulla scia delle osservazioni concernenti il rapporto che sussiste tra linguaggio, verità e realtà, accanto alla problematica dell’essenzialismo rilanciata da Kripke, riappare in veste epistemica il profilo di altre antiche questioni come quella del senso (di matrice fregeana) e quella degli universali.

Questi ultimi temi ci impongono infine una analisi puntuale della funzione svolta dalle costruzioni di pensiero a livello dei sistemi cognitivi complessi. Si apre in tal modo un capitolo che rappresenta uno dei fulcri della ricerca in atto a livello delle scienze epistemologiche e delle scienze cognitive. In un quadro siffatto, le strutture epigenetiche che vivono a livello sensoriale appaiono essere dei filtri in divenire la cui crescita è guidata in modo indiretto dall’intelletto mediante mutamenti successivi nel disegno delle misure, a livello probabilistico e relazionale, ottenute attraverso il ricorso a specifiche procedure di riflessione. In tal senso, possiamo ipotizzare che sia questo intricato sentiero che consente, almeno in parte, di realizzare una sorta di assimilazione, in via indiretta, del messaggio esterno, una assimilazione che rinsalda l’accoppiamento tra l’ambiente e i processi auto-organizzativi interni.

In virtù delle acquisizioni raggiunte sulla base del cammino sinora effettuato appare, infatti, possibile affermare che, a livello dei sistemi cognitivi complessi, l’attività cognitiva trova le sue origini nel reale, pur rappresentando, contemporaneamente, il tramite necessario attraverso cui il reale stesso può giungere a costituirsi in modo oggettivo. In tal senso, in accordo con Carsetti, l’oggettività della realtà è anche a misura della autonomia raggiunta dalle procedure della cognizione. In un tale quadro, infatti, “le procedure del riferimento appaiono come relative alle modalità stesse di costituzione, con successo, del raccordo effettivo tra le operazioni della visione e del pensiero”: esse, infatti, assicurano il costituirsi non solo di una replica adeguata, bensì di una “autonomia cognitiva nella verità”.

Alla luce di tutto ciò, dunque, l’abilità dell’osservatore nel costituire le sue misure viene, pertanto, a far parte, in modo intrinseco, dello stesso processo di costituzione del dato in quanto dato per l’osservatore. In tal modo, a livello dei processi di categorizzazione su basi intuitive, i processi di unificazione delle forme che affiorano a livello concettuale si rivelano strettamente connessi al realizzarsi, in senso diacronico, di un processo olistico caratterizzabile solo nei termini di una logica di ordine superiore (morfogenesi in atto), un processo al cui interno la relazione di alternatività tra “sistemi mondi” si manifesta come il prodotto di patterns specifici in interferenza all’interno dei quali si situa l’origine di quella articolazione teleonomica che caratterizza il processo stesso.

Qui le procedure della riflessione possono venire a realizzarsi sulla base del supporto costante dell’opera effettuata dal telos, vale a dire, dell’azione regolativa propria dell’organismo inteso come progettualità che si “invera” nell’azione. Ecco allora la possibilità effettiva di un raccordo tra le cose che si vedono e quelle che non si vedono, tra l’individuazione a livello visivo degli oggetti ed il pensiero relativo alle connessioni esistenti tra di essi. Ecco, in ultima istanza, il raccordo degli occhi della mente con quelli del significato che si fa generatività e pensiero.

In conclusione, e tornando alla questione iniziale, è solo a partire da una riflessione di tipo epistemologico che è possibile comprendere appieno i termini in gioco. Questa, nel quadro del dibattito sulla alternativa tra postfattuale e post-verità, ci induce ad una preferenza dell’utilizzo di quest’ultimo in luogo al primo, a condizione che il concetto di “verità” sia preventivamente identificato nel modo sopra indicato, vale a dire, non come ipostasi, bensì come processo continuo di costruzione, rivelazione e generazione di sempre nuovi significati. Il termine post-verità, in qualità di sostantivo, risulta essere maggiormente efficace nel corrispondere all’intento sotteso alla creazione del neologismo: indicare il superamento della verità così come concepita dal realismo ingenuo a causa della mancata corrispondenza biunivoca tra la forma dell’enunciato e la sua reale funzione pragmatica.

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