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Le beatitudini non sono un semplice insegnamento di Gesù, ma veramente sono il codice di sanità del battezzato: chi è rinato in Cristo è così, o meglio è reso così dallo Spirito. Gesù è beato non per un privilegio ma perché è tutto nel Padre, come un figlio portato in braccio. Il santo è il beato, e il beato non è altri che un figlio. La scala della santità inizia dallo scoprirsi figli…

Riproponiamo il testo integrale della terza catechesi su Gaudete ed Exsultate di Angelo De Donatis, Vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma (Basilica di San Giovanni in Laterano – 10 dicembre 2018)

 

Il nostro vescovo Papa Francesco insiste nell’invitarci alla gioia. Nell’Evangeli gaudium ha sollecitato tutta la Chiesa ad annunciare e a farsi testimone della gioia del Vangelo. Poi nell’enciclica Laudato si’, invitandoci ad avere cura e a vivere una responsabilità impellente nei confronti della casa comune, ha posto sulle labbra di ogni cristiano il canto di lode e di ringraziamento di san Francesco d’Assisi per tutte le creature di Dio, educandoci così a gioire per loro e con loro. Poi nella sua seconda esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetita, ha focalizzato lo sguardo su quella gioia che matura nell’esperienza dell’amore, in modo peculiare nella sua forma matrimoniale e familiare.

Nella lettera apostolica che stiamo commentando, ci ricorda che la gioia evangelica si irradia in modo speciale, con una luce e un’intensità ineguagliabili, sul volto dei santi. Anche di quei santi, abbiamo visto, che ci sono compagni di strada nella vita ordinaria, i cui nomi non troviamo nei calendari liturgici, oppure nei titoli delle chiese ai quali sono dedicate, ma sono scritti magari sul citofono dei nostri condomini oppure sono persone con cui prendiamo insieme un autobus, o che incrociamo sui banchi di scuola o nei luoghi di lavoro. Ecco, il Papa ci annuncia questa gioia della santità con le parole stesse di Gesù, che risuonano nel discorso delle beatitudini. Il Papa definisce le beatitudini “la carta di identità del cristiano”, precisando che “Gesù ha spiegato con tutta semplicità che cosa è essere santi, lo ha fatto quando ci ha lasciato le beatitudini” (n. 63).

Quelle che Gesù proclama nel Discorso della montagna, quello che lui proclama è, possiamo dire, una felicità paradossale, una felicità che non si identifica immediatamente con la realizzazione di sé, con il successo nella propria esistenza, con il soddisfacimento di tutti i propri desideri, ma con la possibilità, che viene accordata gratuitamente, di poter confidare in qualcuno che si china sulle tue ferite, ne ha cura, asciuga le tue lacrime, sazia la tua fame, difende il tuo diritto quando è oppresso, si pone dalla tua parte quando sei deriso o perseguitato. È dunque una felicità non che matura in una vita solitaria, in una vita autosufficiente, ma in una relazione di fiducia e di affidamento. E così anche la santità non è un eroismo personale, non è una perfezione ascetica, ma la qualità di una relazione che si fonda su amore che ci precede, un amore che ci plasma.

I santi sono coloro che hanno creduto che non accontentarsi di una esistenza mediocre, annacquata, inconsistente, è possibile per chi si fida del dono di Dio. La santità è una chiamata, lo stiamo vedendo in questi nostri appuntamenti, una chiamata rivolta a tutti. Ma occorre affermare con altrettanta forza che colui che chiama è anche colui che dona! A chiamarci non è un imperativo, un’esigenza, un comando. A chiamarci è un dono, che viene messo nella nostra vita come un seme, che porterà frutto se avremo saputo prestargli fiducia piena.

Però aggiungo ancora un’altra cosa: la santità richiede visione. Dio ama in me in me il santo che sarò. Non è semplice capire questa cosa, perché spesso noi battezzati non abbiamo visione, non sappiamo dove ci porta lo Spirito. Viviamo di eventi, viviamo di estemporanea, passiamo senza soluzione di continuità da un evento a un altro. I padri greci chiamano questo atteggiamento “ignoranza”, ossia “mancanza di lungo sguardo”.

Il Padre, invece, ha su di noi uno sguardo lungo. Non si ferma ai nostri piccoli o grandi impacci, alle ingenuità, ma ci contempla alla luce della sua sapienza. Questo è molto bello. Dio mi vede oltre me! Vede – appunto – il santo che sarò. Per uscire dall’ignoranza noi possiamo comprenderci in una luce diversa: e questa luce sono le beatitudini. Allora, proviamo a vedere prima di tutto come possiamo intenderle. Non possiamo commentarle tutte, quindi questa sera ci fermiamo su tre.

Beati, ovvero essere santi. Le beatitudini non sono un semplice insegnamento di Gesù, ma veramente sono il codice di sanità del battezzato: chi è rinato in Cristo è così, o meglio è reso così dallo Spirito. Solo lo Spirito con la sua “plerophoria”, “pienezza”, può trasformare situazione sfavorevoli in luoghi di gloria. Per questo motivo la tomba vuota è l’icona delle beatitudini: dove c’è l’impotenza, dove c’è il vuoto, riluce la vita eterna. Non solo. Quando Gesù proclama le beatitudini in Galilea, vicino la sua città adottiva di Cafarnao, in realtà non sta facendo altro che presentare se stesso: è Lui il beato, il povero, l’afflitto, il giusto, il pacifico. Nella cultura greca, “beati” erano gli dei perché superiori alle vicende umane, immortali. Lontani dagli affanni degli uomini. Gesù è beato non per un privilegio ma perché è tutto nel Padre, come un figlio portato in braccio. Il santo è il beato, e il beato non è altri che un figlio. La scala della santità inizia dallo scoprirsi figli: ci vuole una vita intera, tutta la vita, ma non è un cammino improvvisato, casuale. C’è un punto di partenza, c’è un passo che ci consente di imboccare la direzione giusta. Sapete qual è? La povertà di spirito.

Beati i poveri. La povertà evangelica è la porta delle beatitudini, tanto che molti commentatori ritengono che le altre siano solo una esplicitazione della prima. “Beati i poveri, perché di essi è il Regno dei cieli”. Lo sfondo anticotestamentario è importante per comprendere meglio. Ricordiamo. Per mantenere la terra promessa, i re di Israele e di Giuda hanno dovuto sempre alternativamente allearsi con i potenti vicini. Ora con gli egiziani, ora con i popoli del Nord (assiri prima, babilonesi poi).

La convinzione era questa: manteniamo la terra dei padri se abbiamo un alleato forte. Con Cristo tutto si rovescia: si possiede il Regno solo se non si hanno amici potenti in terra. Meno padroni e più abitanti del Regno. Più sei indifeso, più vivi nella certezza; più sei debole, più sei forte, direbbe san Paolo. Questo è il paradosso cristiano. Più perdi, più hai. Più muori, più vivi. Più servi, più regni. Gesù è stato povero perché era certo del Padre. Quando Francesco d’Assisi si spoglia davanti al padre Pietro di Bernardone esclama: “Non chiamerò più te, Pietro, padre, ma solo il Padre che è nei cieli”. Ecco il legame indissolubile tra figliolanza e povertà evangelica. Solo gli orfani desiderano arricchirsi. I figli sono esenti da quest’obbligo.

Ecco la porta di ingresso della santità, la povertà di spirito. Ci sarebbe tanto da dire, ma passiamo all’altro…

Beati gli afflitti. Qui siamo di fronte a un ulteriore paradosso evangelico: nessuno di noi accetterebbe con i criteri del mondo questa beatitudine. Per capirla dobbiamo comprendere il seguito: “perché saranno consolati”. Qual è la consolazione più grande nel Nuovo Testamento? Lo Spirito Santo. Afflitto allora è chi si accorge di avere bisogno dello Spirito Santo, perché lo Spirito Santo è colui che sana le nostre ferite con il balsamo del suo amore. Chi ha scoperto veramente che senza di lui non si può fare nulla, capisce bene questa beatitudine e la vive. Non è una convinzione mentale, è un’esperienza.

Quando rimango solo senza nessuno pronto ad aiutarmi, quando faccio esperienza dell’inutilità e del fallimento, allora so che il Padre può darmi la cosa buona per eccellenza, lo Spirito Santo. Ma questo ancora non basta: ci vuole un passaggio in più. Il vero pentimento, come scriveva san Giovanni Climaco, la lieta afflizione, mi porta a sperimentare questa beatitudine. Questa è la condizione di chi si riconosce peccatore e confida solo nella misericordia. È un afflitto lieto, perché nonostante tutte le cadute Dio continua a “misericordiarlo”. A molti di voi ho raccontato un episodio che ormai custodisco nel mio cuore da tanti anni, per spiegare questa beatitudine degli afflitti. Mi fu raccontato da un padre spirituale un episodio di vita di una donna che si era sposata e dopo un po’ di tempo dal matrimonio, il marito si era rivelato completamente diverso da come si era presentato. Ha scoperto un uomo violento, un uomo che tornava a casa ubriaco la sera, la menava. E questo è andato avanti per un po’ di tempo.

Dopo un po’ lui va via da casa, si allontana totalmente, per un’altra donna. E passano gli anni. Dopo tanti anni la moglie lo ritrova per strada che è diventato un barbone. Lo riporta a casa, lo rimette a posto, lo rilava, lo sistema, tranquilla. E mi diceva questo amico, lui passa il tempo che gli rimane dopo il lavoro, la sera quando torna a casa, a guardare lei che prepara la cena. E continua a piangere. Continua a piangere. Questa è l’esperienza dell’afflizione che viene riempita dal dono dallo Spirito Santo.

Dio continua a “misericordiarci”. Cioè chi vive appeso al perdono riceve una misura traboccante di Spirito consolatore. Ci affliggiamo di tante cose… poco dei nostri peccati. Viviamo nella società dello scandalo per cui il male deve essere esclusivamente fuori di noi e deve far parlare. La ricerca mediatica del capro espiatorio è diventata la cifra della comunicazione contemporanea; il mondo ecclesiale non è esente da questa dinamica. Anni fa invece regnavano solo i sensi di colpa che venivano solo stigmatizzati dalla psicologia. Né allora né oggi cogliamo il senso giusto della vera afflizione, quella evangelica: posso guardare con lucidità le conseguenze dei miei peccati perché c’è un Dio che lucidamente decide di dimenticarli. Il Signore ci conceda questo dono, di gustare questa beatitudine.

Poi l’ultima di questa sera, beati i puri di cuore. Il pellegrino che si recava al Tempio di Gerusalemme doveva purificarsi per poi entrare nel recinto del Santo. Allora vedeva lo sgabello del trono di dio, il Santo dei Santi. Con Gesù questo tempio diventa la persona stessa del Verbo incarnato, e il rito di purificazione l’ascolto della Parola. È puro chi ascolta e mette in pratica, e in tal modo vede finalmente il Regno dello Spirito nel suo cuore.

San Gregorio di Nissa nella sua Omelia su questa beatitudine scriveva: “Chi si rende puro dalle distrazioni e dalla dissipazione, dalla fretta e dall’ansia di riuscire a tutti i costi, costui vede dentro di sé lo Spirito Santo che gli è stato dato”. Sono puro di cuore, allora, quando scopro che la mia casa è abitata, il mio cuore non è un vuoto che va riempito di cose. E qui, nella lettera, Papa Francesco mette l’accento sulla purezza intesa come rettitudine nelle intenzioni: fare le cose per amore di Dio, e non impegnarsi nelle cose di Dio per amore dell’io. E qui ci vorrebbe un serio esame di coscienza ecclesiale: quante cose belle facciamo, spesso senza visione, ma quante cose compiamo per essere ammirati dagli altri…

Ecco, allora, le misure della santità, tre gradini di una scala verso il dono della felicità evangelica.

Beati i poveri: rimani debole, non pensare che quello che stai vivendo sia una sconfitta.

Beati gli afflitti: sii lucido, scoperchia il tuo cuore dagli alibi e dalle accuse con dolcezza, e cerca di dirti la verità.

Beati i puri: mettiti in ascolto della Parola ogni giorno, e credi che questa Parola la cataratta dall’occhio interiore. È soltanto la Parola che può fare questo, nessun altro intervento chirurgico. Allora, carissimi fratelli e sorelle, sono queste le consegne stasera: debolezza evangelica, lucidità, ascolto. Chiediamo al Signore che faccia di noi il “santo” che ha in mente, perché Lui su ciascuno di noi ha una visione.

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