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Uno sguardo accogliente e pieno di stupore su noi stessi, sulla realtà e sugli altri, senza particolari aspettative o giudizi, se non quello di comprendere, è l’atteggiamento necessario per scoprire e vivere la santità del quotidiano e contribuire a svelare la bellezza seminata nel mondo dal Creatore, che attende il nostro libero assenso alla missione che Egli ha pensato per ciascuno di noi. Accoglienza e stupore credo costituiscano l’atteggiamento fondamentale in ogni educatore, che non impone norme esteriori, ma propone cammini, anche impegnativi, per una vita buona alla ricerca del bene

L’esortazione apostolica di Papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo ha anzitutto il pregio di restituire alle parole, sentite come vuote o desuete, la freschezza del loro senso originario e la loro dignità perduta. Il significato profondo delle parole talvolta si offusca a causa di un “normale invecchiamento” linguistico, ma più spesso si ottunde a causa di un abuso – ora ideologico, ora accademico – da parte di noi parlanti che, manipolandole, riusciamo a “far tacere” le parole che pronunciamo, o a far trasmettere loro l’esatto contrario.

Così per la parola “santità” il Vescovo di Roma è riuscito a fare opera di disincrostazione e l’ha ripulita da una certa “sacra muffa” con cui si presentava, sia in ambienti ecclesiali che non. E lo ha fatto ricollocandola nel suo contesto: la ricerca della felicità e del proprio posto nella vita. Esattamente ciò di cui parlano le beatitudini evangeliche, che a partire dalle reali situazioni di vita in cui una persona può trovarsi – povertà, tristezza, amore, impegno, persecuzione… – indicano una via per incamminarsi verso la felicità e la realizzazione di sé.

Il cristianesimo è fatto soprattutto per essere praticato, e se è anche oggetto di riflessione, ciò ha valore solo quando ci aiuta a vivere il Vangelo nella vita quotidiana” leggiamo al n° 109 e questa può considerarsi la chiave di lettura di tutto il testo, soprattutto se pensiamo ai giovani oggi, che diversamente da quando eravamo giovani noi, non amano le lunghe discussioni e le riunioni senza fine, ma preferiscono agire, affrontare il problema attraverso un coinvolgimento attivo e giungere alla riflessione a partire da un’azione concreta.

Le cose di ogni giorno, fatte di istanti, sono «messaggere di eternità», scrive Gaia De Vecchi, citando Karl Rahner, e proprio in questo loro essere più di quel che sono, le cose di ogni giorno rappresentano per noi l’occasione di apprendere e praticare quella santità quotidiana e concreta che forse non verrà riconosciuta agli onori degli altari, ma che ci fa sollevare lo sguardo e aprire il cuore verso gli orizzonti della felicità, verso il desiderio di Dio.

Esiste una santità del quotidiano che comincia dall’imparare a chiamare le cose con il loro vero nome, riconoscendo in esse la realtà della nostra vita, in cui Dio si nasconde o si rivela…

Uno sguardo accogliente e pieno di stupore su noi stessi, sulla realtà e sugli altri, senza particolari aspettative o giudizi, se non quello di comprendere, è l’atteggiamento necessario per scoprire e vivere la santità del quotidiano e contribuire a svelare la bellezza seminata nel mondo dal Creatore, che attende il nostro libero assenso alla missione che Egli ha pensato per ciascuno di noi.

Accoglienza e stupore credo costituiscano l’atteggiamento fondamentale in ogni educatore, che non impone norme esteriori, ma propone cammini, anche impegnativi, per una vita buona alla ricerca del bene.

La santità diventa così questione di vita: Gesù Cristo stesso l’ha attraversata ed ora, in qualunque modo essa sia, la vita vale la pena di essere vissuta; ogni passo, ogni sbaglio concorre a farci arrivare a essere quello che siamo e «tutto ciò che Cristo ha vissuto fa sì che noi possiamo viverlo in Lui e che Egli lo viva in noi». (CCC 521)

Un atteggiamento che anche l’Instrumentum Laboris per il Sinodo dei Vescovi sui Giovani al n. 3 raccomanda, proprio in vista della risposta a Dio e allo Spirito che la Chiesa è chiamata a dare: “prestare attenzione alla realtà dei giovani di oggi, nella diversità di condizioni e di contesti nei quali vivono”. Richiede umiltà, prossimità ed empatia, così da entrare in sintonia e percepire quali sono le loro gioie e le loro speranze, le loro tristezze e le loro angosce (cfr. GS 1)”.

Happiness is only real when shared”. La felicità è reale solo quando condivisa, scrive sulle ultime pagine del suo diario Christopher McCandless, nello struggente film “Into the wild”, che, mi pare, possa rimanere sullo sfondo di molte osservazioni sulla santità nel mondo contemporaneo e sulla “fame di verità e bellezza” che i giovani provano e con cui traducono “il desiderio di santità”. Al termine di un lungo viaggio, vissuto senza protezioni e sicurezze, per raggiungere le terre selvagge, icona di un paradiso perduto, questo moderno “figlio prodigo”, che rende misericordiosi i suoi genitori proprio attraverso il suo distacco da loro, e trasforma incontri fortuiti in eterne amicizie, rifiutando ogni vincolo convenzionale, impara sulla sua pelle che non si può essere veramente felici da soli. Non si può essere liberi da soli. Non si può essere santi da soli.

E uno dei capisaldi della Gaudete et exsultate è l’affermazione che la chiamata alla santità è un cammino comunitario: “nessuno si salva da solo … ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana (n. 6)”.

Parallelamente, nel Documento Finale pre-sinodale dei giovani si legge: “I giovani cercano il senso di sé stessi in comunità che siano di sostegno, edificanti, autentiche e accessibili: comunità che diano loro un ruolo significativo. (DF I,1)

Nel nostro mondo, in una societàdebilitata dal rancore”, dove gli individui camminano impauriti e livorosi, irrigiditi in una rabbia sterile e autodistruttiva, che impedisce di vedere nella crisi un’opportunità e nell’altro una risorsa di vita, la chiamata alla santità indica un percorso alternativo a quello dell’individualismo e dalla paura dell’altro: stringere legami, trovare la felicità nell’incontro con l’A/altro, condividere la fiducia nel futuro e la speranza di una vita che non muore.

In questo percorso vitale non ci sono standard predefiniti o risposte preconfezionate, ciascuno porta il suo contributo alla costruzione di una Chiesa che si caratterizza per una santità ospitale, cioè una comunità in cui ci si incoraggia, ci si apre alla vita, al dono di sé, alla gratuità.

«I giovani chiedono alla Chiesa un monumentale cambiamento di atteggiamento, orientamento e pratica», non chiedono che sia perfetta, chiedono che sia santa: cioè che sappia ascoltare, suscitare domande, proporre alternative, non che si sieda in cattedra per dare risposte prestabilite. Cercano una Chiesa che testimoni il Vangelo, la gioia di una vita spesa nelle opere di misericordia, una comunità di uomini e donne, non di supereroi, nella cui fragile autenticità si rifletta la bellezza del volto di Dio, presente in mezzo a noi, nelle pieghe imprevedibili della nostra feriale esistenza.

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