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Che legge elettorale uscirebbe da un ipotetico forum civico italiano? Che tipo di riforma costituzionale avrebbero deciso i cittadini italiani? Questo non lo potremmo mai sapere perché la politica italiana preferisce seguire e sollecitare gli “umori della gente”, invece di confrontarsi con un punto di vista informato, meditato e argomentato…

David van Reybrouck è un autore quanto meno eclettico: dopo un vendutissimo reportage sul Congo ha scritto il libro Contro le elezioni nel quale propone di abolire le elezioni e di estrarre a sorte i parlamentari. La proposta ci suona inaccettabile, anche se le premesse a partire dalle quali è formulata possono essere difficilmente smentite. Il ragionamento è questo. Nelle democrazie mature vanno a votare sempre meno persone, i tassi di partecipazione sono in calo ovunque e, più in generale, siamo di fronte a un diffuso impoverimento del dibattito politico, caratterizzato dall’ascesa del populismo. In pratica, votano in pochi e quei pochi sono anche portatori di idee politiche semplicistiche, in altre parole, sono degli “ignoranti politici”, tanto vale quindi abolire le elezioni.

Per quanto suoni provocatorio, l’ignoranza è sempre più il motore della democrazia. Non si tratta di una considerazione nuova: la teoria politica di stampo economico ha formalizzato il fatto che la democrazia rappresentativa è basata sull’“ignoranza razionale”, principio secondo il quale le materie trattate dalla politica sono tali e tante, da rendere diseconomica l’ipotesi che l’elettore fondi le sue scelte su un’informazione completa e accurata: dovremmo smettere di lavorare, dormire e mangiare per avere il tempo necessario a informarci adeguatamente sulle diverse questioni politiche e sociali. Per questo motivo abbiamo deciso che il modo migliore per gestire la cosa pubblica è incaricare qualcuno di farlo al nostro posto.

L’elettore ignorante diventa un problema quando ci sono attori politici che appiattiscono il loro operato sulle false credenze dell’elettorato. Ilya Somin ha dedicato uno studio, di recente tradotto in italiano, all’ignoranza politica. La parte centrale dell’argomentazione è dedicata alle scorciatoie cognitive che le persone adottano per farsi un’opinione sull’attualità politica. Partiti e leader sono il punto di riferimento per la costruzione delle convinzioni politiche delle persone, poiché hanno una funzione di mediazione, semplificazione e trasmissione dei giudizi politici; in altre parole, riducono la complessità e mitigano il ruolo dell’ignoranza politica. Questa è la teoria politologica classica. Sappiamo bene che questo circuito di decodifica e trasmissione funziona sempre meno bene poiché i cittadini non hanno più fiducia nei partiti e preferiscono costruirsi opinioni politiche in autonomia, soprattutto attraverso internet. Detto per inciso, il legame tra ignoranza politica e post-verità è evidente.

Ecco che ci torna utile van Reybrouck. Giunti a questo punto occorre rendere giustizia all’autore belga perché la sua proposta è ben più articolata dello slogan “aboliamo le elezioni”. Il ragionamento si muove all’interno della democrazia deliberativa, quell’insieme di pratiche centrate sulla partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni pubbliche. Le deliberazioni pubbliche avvengono attraverso metodi di consultazione che spesso prevedono l’estrazione a sorte di un gruppo di cittadini, chiamati a esprimere il proprio parere su questioni controverse, nelle quali il decisore pubblico ritiene necessario sentire il parere della gente. Ciò che differenzia la democrazia deliberativa dalle giurie popolari, richiamate di recente come soluzione al proliferare delle fake news, sono le modalità di partecipazione. Van Reybrouck cita diversi esempi di processi deliberativi basati sul sorteggio nei quali i cittadini sono supportati da esperti con l’obiettivo di formulare un parere condiviso e informato. L’obiezione nei confronti della democrazia deliberativa è che si tratti di un metodo applicabile su piccola scala e rispetto a problemi relativamente semplici da risolvere. Le esperienze più conosciute sono difatti relative a consultazioni dei cittadini rispetto a questioni urbanistiche e ambientali. In Italia, in regioni come Emilia Romagna e Toscana sono numerosi i casi di progettazione partecipata attraverso pratiche deliberative (per trovare esempi relativi al nostro paese è sufficiente consultare il repertorio mondiale delle esperienze di democrazia deliberativa disponibile su www.participedia.net).

Il libro di Van Reybrouck ha invece il merito di riportare pratiche deliberative realizzate su larga scala e riguardanti temi tipicamente “politici”. Nel 2006 in Olanda 140 cittadini hanno lavorato per 10 fine settimana all’interno di un forum civico per la riforma della legge elettorale. I cittadini sono stati scelti con un doppio sorteggio: un primo gruppo è stato scelto casualmente dalle liste elettorali e invitato a partecipare a una giornata informativa nella quale sono state date delucidazioni sul mandato del forum, tra coloro che al termine dell’info day hanno confermato la propria disponibilità sono stati estratti i 140 componenti del forum. Ogni cittadino per il lavoro svolto ha ricevuto 400 euro per ogni week-end. Dopo una serie di incontri con degli esperti i cittadini hanno organizzato dei forum regionali nei quali hanno relazionato sull’andamento del dibattito all’interno del forum. Il risultato è stato un documento, non vincolante per il governo olandese, all’interno del quale veniva formulata una proposta di legge elettorale. Esperienze simili sono state realizzate anche in Canada (nell’Ontario e nella Columbia Britannica”), sempre rispetto alla legge elettorale: in questi casi però il parere delle assemblee di cittadini era vincolante per la politica poiché la proposta deliberata è stata successivamente ratificata tramite referendum. In Irlanda e in Islanda invece il parlamento ha addirittura chiesto ai cittadini di pensare a come riformare la costituzione. In Irlanda i cittadini hanno ricevuto solo un rimborso spese, in Islanda quattro mesi di stipendio da parlamentare.

Viste dall’Italia queste esperienze sembrano fantascienza, tuttavia mettono in luce un principio spesso dimenticato: il cittadino è ignorante, ma ciò non equivale a dire che non sia in grado di apprendere e formulare un giudizio equilibrato una volta acquisite tutte le informazioni rilevanti. Troppo spesso il richiamo alla sovranità popolare viene confuso con la semplice espressione del proprio parziale punto di vista; al contrario, le pratiche deliberative insegnano che la decisione è il risultato di un percorso di studio e approfondimento. Dalle esperienze più avanzate di innovazione democratica, si possono poi trarre altre due indicazioni: (i) l’estrazione di un campione casuale di cittadini garantisce la necessaria eterogeneità di soggetti coinvolti nella decisione, (ii) la volontarietà dell’adesione e i bassi compensi, invece, limitano i comportamenti opportunistici (la cosa singolare è che, nonostante le pratiche di deliberazione pubblica siano ormai rodate, in Italia ancora si prediliga il referendum, usando il quale vige la regola dell’If you don’t know, say NO!).

Di fronte a esperienze del genere è superfluo constatare la distanza con la situazione italiana. Viene da pensare a che legge elettorale sarebbe uscita da un ipotetico forum civico italiano. O che tipo di riforma costituzionale avrebbero deciso i cittadini italiani. Questo non lo potremmo mai sapere perché la politica italiana preferisce seguire e sollecitare gli “umori della gente”, invece di confrontarsi con un punto di vista informato, meditato e argomentato.

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