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Uno degli autori che vale la pena di rileggere in questo tempo di crisi è Emmanuel Mounier che, già negli anni 30, rimproverava al sistema occidentale alcuni capovolgimenti rispetto all’ideale costitutivo del primato della persona. Proprio a partire da questa operazione di tipo culturale è possibile dare un nuovo indirizzo all’economia mettendola a servizio dell’uomo  e ristabilire il primato del lavoro sul capitale e del servizio sociale sul profitto.  

Uno degli autori che vale la pena di rileggere in questo tempo di crisi economica e finanziaria è senza dubbio Emmanuel Mounier. Nei primi anni Trenta del Novecento – era nato nel 1905 – era già l’animatore di un notevole gruppo di intellettuali che intervenivano nel dibattito pubblico, richiamando l’attenzione sulla centralità della persona. Molti dei suoi interventi comparsi sulla rivista Esprit, che egli stesso aveva fondato, confluirono poi in un volume piuttosto noto, intitolato Rivoluzione personalista e comunitaria, uscito nel 1934. In molti casi si tratta di riflessioni che conservano ancora oggi una notevole freschezza, non solo per lo stile diretto della scrittura, ma anche per i problemi che vi venivano affrontati: il crollo della Borsa di New York del 1929 aveva destato una grande impressione, ed iniziava a svilupparsi un pensiero critico non solo verso il modello sovietico ma anche verso quello capitalista.
In un articolo del 1934 troviamo una sintesi molto lucida, che vale la pena di riprendere perché può accompagnare uno sguardo analitico anche sul tempo presente. Mounier rimproverava al sistema occidentale alcuni capovolgimenti rispetto all’ideale costitutivo del primato della Persona.
Il primo di questi è il primato della produzione: “non è l’economia al servizio dell’uomo ma l’uomo al servizio dell’economia“. L’analisi che sviluppa è puntuale: il capovolgimento sta nel fatto che “non si regola la produzione sul consumo e quest’ultimo su un’etica dei bisogni della vita umana, ma si regola il consumo e, attraverso questo, l’etica dei bisogni e della vita su una produzione senza freno. L’economia diventa un sistema chiuso, con un proprio gioco, e l’uomo deve adattarvi il suo modo e i suoi stessi principi di vita” (p. 201).
Il secondo snodo rilevabile era, a suo avviso, il primato del denaro: “Non è il denaro che è al servizio dell’economia e del lavoro, ma sono questi che sono al servizio del denaro“. Nel dettagliare questa sintesi Mounier scrive qualcosa di grande attualità: un aspetto di questo primato del denaro “è il regno della speculazione, o gioco sul denaro, male ancora maggiore del produttivismo. Questa speculazione trasforma l’economia in un immenso gioco di azzardo, estraneo al pensiero dei contraccolpi economici e umani che può determinare” (p. 202). Il tutto poteva essere allora ricondotto al primato del profitto, affermatosi come «movente dominante della vita economica».
L’analisi è per certi versi semplificatoria, ma non fuori bersaglio. Possiamo intuire alcuni capovolgimenti ideali a cui indirizzarsi: un’economia a servizio dell’uomo, il primato del lavoro sul capitale, il primato del servizio sociale sul profitto (p. 206). Come premessa a tutto questo c’è però un punto meno scontato, che inquadra l’alveo per una economia che ruoti attorno all’uomo. Mounier impiega qui una formula sorprendente: La libertà attraverso la costrizione istituzionale. La parola “costrizione” è impiegata provocatoriamente, ma il senso è subito precisato: occorre «fissare la libertà nell’ambito di istituzioni che prevengano le tentazioni del liberalismo» (p. 205), tra cui quella di servirsi della ricchezza economica per soverchiare i più deboli e garantirsi il potere (noi lo chiamiamo “conflitto di interessi”, ma non esaurisce certo lo spettro delle tentazioni).
C’è una forma di “costrizione” che – paradossalmente, ma solo nei termini – mette una società al riparo dalla guerra e dalla tirannide. Queste ultime si affacciano ogni volta che la libertà individuale non trova argine in istituzioni, e certo anche in figure autorevoli, capaci di sostenere le vie del bene comune. Specialmente in tempi di crisi economica occorre rinforzare e non indebolire le istituzioni: sono baluardi precari, ma la loro funzione è, in radice almeno, di difesa dei più fragili.

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