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«Quando l’economia (…) è ridotta a un casinò vuol dire che le cose non vanno affatto bene». È una battuta di John Maynard Keynes ripresa in un bell’articolo di Guido Rossi (che qui pubblichiamo, perché condividiamo). Sì, è così, derivati e prodotti finanziari a brevissimo termine configurano una finanza da gratta e vinci, da slot machine, da roulette: da casinò. […]

«Quando l’economia (…) è ridotta a un casinò vuol dire che le cose non vanno affatto bene». È una battuta di John Maynard Keynes ripresa in un bell’articolo di Guido Rossi (che qui pubblichiamo, perché condividiamo). Sì, è così, derivati e prodotti finanziari a brevissimo termine configurano una finanza da gratta e vinci, da slot machine, da roulette: da casinò. Dove a vincere sono i più svelti. È così che le Borse si trasformano in luoghi dove allo scambio si sostituisce la scommessa, dove i beni sono accessori rispetto al gioco: potrebbero anche non esserci.
Il primato spetta al profitto immediato, non alla produzione: ma in questo modo l’economia non è più al servizio dell’uomo, come ben ci spiega Giovanni Grandi chiamando in causa un caposaldo del pensiero personalista, Emmanuel Mounier. Sulla stessa linea il lavoro di Lorenzo Caselli, dove si evidenziano gli esiti di un capitalismo finanziario il cui gioco non è proprio a somma zero. Se la direzione è il profitto a tutta velocità, il rischio di sbandamento, di aumento dell’esclusione e della povertà è assai forte.
Ma non si tratta di cedere ad una prospettiva pauperista, come illustra con metodo Mauro Meruzzi. Non è l’arricchimento in sé a provocare scandalo, ma è l’arricchimento per sé che induce ad un’idolatria scandalosa e inaccettabile per un cristiano. Il Papa, in Evangelii Gaudium, ha dichiarato che l’inequità è la radice di ogni male: ecco, noi cerchiamo una ricchezza che sia a beneficio di tutti, e non solo di una piccolissima parte del popolo. Per questo siamo favorevoli ad una piccolissima tassa che incide sulla rapidità delle transazioni: dell’efficacia di questa tassa parla il nostro direttore, Leonardo Becchetti.
Della campagna che a questa tassa fa riferimento ragiona Stefano Tassinari. Non è vero che non si può far nulla, contro questa finanza che crede solo a sé stessa e all’emozione del profitto immediato e non riesce a mediare programmi a lunga scadenza. Noi, con il numero di febbraio, ribadiamo l’importanza di continuare a scommettere su un mondo un poco più giusto partendo da una possibile normazione contro una speculazione dissennata. Anche qui: non si tratta di dire di no alla speculazione. Semmai si tratta di limitare – con l’idea di annullare – una speculazione che va oltre il consentito, perfino oltre il pensiero consentito. Il brillante articolo di Luca Grion indaga proprio sulla differenza tra una speculazione sana ed una speculazione patologica. Come in finanza, così anche in filosofia: se ci si stacca dalla realtà, lo specchio rimanda il nulla.
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