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C’è già un nuovo centro-destra. Ma il vecchio centro-destra non è ancora stato superato. Anzi, quel che rimane dell’invenzione berlusconiana frena la transizione verso un assetto del tutto nuovo. Gli elementi di novità, più che ad effettive svolte programmatiche, più che al sensibile spostamento degli equilibri interni, sembrano così riconducibili, ancora una volta, al fattore personale

C’è già un nuovo centro-destra. Ma il vecchio centro-destra non è ancora stato superato. Anzi, quel che rimane dell’invenzione berlusconiana frena la transizione verso un assetto del tutto nuovo. Gli elementi di novità, più che ad effettive svolte programmatiche, più che al sensibile spostamento degli equilibri interni, sembrano così riconducibili, ancora una volta, al fattore personale. All’emergente leadership di Salvini. E a quel che resta della leadership di Berlusconi, fiaccata dal tempo e ridimensionata nel consenso, ma ancora in grado di fare da “tappo” rispetto al rinnovamento di quest’area politica.

Rispondiamo dunque subito a uno dei quesiti che stanno alla base di questo dossier: la personalizzazione ha contato molto, anche nelle ultime Elezioni politiche del 4 marzo 2018; e forse ancor più ha contato durante le negoziazioni per la formazione di un nuovo governo. Basti guardare al caso del M5s, forse il meno personalizzato tra i maggiori partiti, dal punto di vista del seguito elettorale. Ma dotato oggi di un candidato premier e di un capo politico: l’ultimo a mettere da parte l’aspirazione di raggiungere Palazzo Chigi. Basti guardare al PdR, il partito democratico di Renzi – secondo la definizione di Ilvo Diamanti -, già provvisto di un nuovo segretario reggente, Maurizio Martina, ma ancora “controllato” dal segretario “uscente”.  Del resto, tutti i leader, nella fase della definizione delle candidature, hanno puntato a costruire falangi parlamentari di fedelissimi, in vista del “secondo tempo” del confronto elettorale. Un secondo tempo che ha palesato la difficoltà – forse l’impossibilità – di passare da 3 a 2: dai tre poli confermati dal voto a una dinamica maggioranza vs opposizione.

In questo quadro, il centro-destra presenta una situazione specifica, che si lega alla sua articolazione interna. Il sorpasso più volte annunciato dai sondaggi è stato sancito dal conteggio delle schede. La Lega ha ottenuto il migliore risultato della sua storia, superando il 17%. Il progetto di de-localizzazione di un partito un tempo regionalista, in alcune fasi esplicitamente secessionista, non è ancora completato. Ma indubbiamente il blu della nuova Lega, che Salvini ha ormai sostituito al verde-Padania, dalle Regioni del Nord si è ampiamente esteso al centro (un tempo rosso) e persino al Mezzogiorno. Senza subire flessioni nelle tradizionali roccheforti. Tutt’altro: la Lega ha ottenuto il 26% nel Nord Ovest e addirittura il 29% nel Nord Est. Basta seguire la linea dei collegi uninominali dove il Carroccio ottiene i risultati più dignificativi per identificare la tradizionale linea che congiunge il Veneto all’alta Lombardia: da Bassano del Grappa, Legnago, Conegliano (38%) e Montebelluna (41%) fino a Romano di Lombardia, Lumezzane (38%), Albino e Sondrio (40%). Ma la Lega ha ottenuto il 18% anche nelle regioni dell’ex-Zona Rossa, il 13% nel Centro Sud (Lazio, Abruzzo, Molise), sfiorando il 6% nel Mezzogiorno. Una espansione verso Sud del tutto inedita, che ne ha sensibilmente ridefinito l’impianto territoriale, all’insegna della nazionalizzazione.

Soprattutto, la Lega è oggi, per la prima volta, la forza trainante del centro-destra: il suo 17.4% mette in discussione l’egemonia di Forza Italia, che con il 14% tocca il minimo storico. C’è un dato che, più di altri, fotografa questo ri-equilibrio interno. Esso non riguarda tanto (o non riguarda solo) le aree nella quali la Lega è primo partito del centro-destra (alla Camera): 138 collegi su 128 (escluse le province autonome di Trento e Bolzano), sostanzialmente tutti quelli del Centro-Nord. Riguarda la coincidenza tra i collegi nei quali il centro-destra vince e il primato interno della Lega: 104 su 111. In altre parole, il 94% degli eletti con il maggioritario sa, indipendentemente dal partito di riferimento, di provenire da una constituency nella quale è la Lega il soggetto dominante.

Il successo della strategia di Salvini è “spiegato” da almeno due fattori concomitanti, che riguardano rispettivamente la domanda e l’offerta politica. Da un lato, la nazionalizzazione dei temi che la Lega cavalca ormai da anni, ma sui quali ha ulteriormente focalizzato il proprio messaggio, nella fase recente: su tutti, la gestione dell’immigrazione e della presenza straniera. Si tratta di una questione molto sentita ormai in tutta Italia. Anche nelle regioni del Centro, scosso da episodi di violenza durante la stessa campagna elettorale. Per questo, il collegio di Macerata (insieme al limitrofo collegio di Foligno) figura tra i contesti dove l’avanzata della Lega è stata più significativa. Il secondo fattore che consente al partito di rompere il “recinto” del Nord riguarda proprio la leadership: la trasformazione della Lega Nord in Lega (e basta) accompagna la sua trasformazione in partito personale, o fortemente personalizzato. Si potrebbe obiettare che anche la Lega di Bossi proponeva, fin dalle origini, tratti di tipo carismatico, associati ad un controllo “militare” sull’organizzazione interna. Ma proprio il venire meno dell’elemento ideologico tende a lasciare il leader solo sulla scena. Ed è indubbio che l’appeal del candidato premier, associato alla sua onnipresenza mediatica – dalla tv ai social – sia uno degli ingredienti della ricetta leghista 2018.

Salvini ottiene dunque un successo che va oltre ogni previsione. Mette a tacere i tanti mugugni di chi, internamente, ancora rimpiange il Carroccio delle origini. Oscura l’attivismo dei governatori del Nord, che solo pochi mesi prima avevano celebrato il successo dell’”altra Lega”: quella dei referendum autonomisti. Soprattutto, conquista la leadership dell’intero centro-destra, che i partiti avevano accettato di assegnare al capo del partito più votato.

Tuttavia, come noto, il modello-Berlusconi non ammette successione. Tanto meno una scalata (semi)ostile da parte di un alleato. Per questo, la convivenza tra i due leader si è rivelata da subito complicata, come ha dimostrato la lunga e travagliata trattativa con il M5s in vista della possibile costituzione di una maggioranza di governo. Nella quale, tuttavia, gli aspetti di tipo programmatico sono rimasti perlopiù sullo sfondo. E le tensioni hanno riproposto, una volta di più, la frattura personale sulla quale si è giocata la Seconda Repubblica: la frattura che riguarda il leader di FI e i suoi problemi con la giustizia, le aziende di famiglia e il conflitto d’interessi. Così si spiegano i ripetuti sabotaggi da parte dell’ala più intransigente dei 5s e da parte dello stesso Berlusconi, basati su reciproche accuse di impresentabilità e scarsa qualità democratica.

Il fuoco incrociato dell’alleato del 4 marzo e dei potenziali partner di governo – entrambi, in realtà, competitor per segmenti di elettorato sovrapponibili, almeno in parte, a quello leghista – ha giovato all’immagine di Salvini, che ha potuto proporsi come attore responsabile e coerente. E i sondaggi condotti dopo il voto, insieme ai test delle regionali nel Molise e nel Friuli-Venezia Giulia, hanno confermato il consolidamento del consenso della Lega e del suo capo, insieme all’ulteriore arretramento di Forza Italia.

La Legge Rosato, con il meccanismo dei collegi uninominali, ha permesso a centro-destra di ri-unirsi, senza fondersi. Il suo impianto sostanzialmente proporzionale ha consentito a Lega e Forza Italia di rinviare la questione della leadership. Del resto, l’elettorato dei due partiti già condivide orientamenti piuttosto simili, sulle principali questioni programmatiche: sui temi dell’immigrazione o dell’Europa, gli elettori di Forza Italia non la pensano in modo così diverso da quelli della Lega. Mentre Salvini, con la proposta della flat tax, è riuscito a fare proprio un tema, come quello della riduzione fiscale, che costituisce da sempre il punto irrinunciabile della proposta berlusconiana.

Ciò nondimeno, Salvini non ha finora prodotto lo strappo che in tanti immaginavano possibile. Né sembra intenzionato a farlo. Preferendo invece attendere il lento esaurimento della leadership berlusconiana. Anche a costo di subire l’imprevedibilità del vecchio leader. In fondo, il segretario leghista è riuscito in ciò che nessuno, prima di lui, era riuscito: inserirsi nell’asse di successione politica di Berlusconi. Il Leader eterno, dal canto suo, avrebbe preferito altri eredi. E, in fondo, non riesce ad immaginarne alcuno.

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