“Trieste ha oggi ritrovato, faticosamente ma caparbiamente, una rinnovata identità aperta al futuro, radicata a solide radici, dentro un orizzonte nuovo: l’Europa. L’abbattimento dei confini sta, lentamente, cancellando anche quel limite mentale che poneva barriere tra un noi e un loro. Noi di qua. Loro di là. Due mondi: in mezzo una sbarra. Due culture, in guerra per molti anni. Insensata, certo. Ma non diversa da molte guerre insensate che anche oggi si combattono. I muri che si erigono per escludere, anche oggi, anche nella nostra bella Europa continuano ad esistere. La paura dell’altro è un male profondo che sta sempre in agguato…

Alza la testa!”. Alcune volte me lo ripeto. Mentre cammino, pensando alle molte cose che aggrovigliano la quotidianità. Figli, genitori, spese. Riunioni, impegni da assolvere, telefonate da fare. Gli occhi bassi. I pensieri che seguono il camminare.

Alza la testa!”. Me lo devo proprio ripetere. Me lo devo ricordare. Guardare oltre è un compito difficile: il pane quotidiano rischia di ridursi, sempre più spesso, ad una lista infinita di cose che incombono. Bisogna camminare, se non addirittura correre. Il rischio è di ridurre lo spazio e quindi il fiato. Una vita con il fiato corto ed uno spazio limitato: le mie questioni, i miei problemi, la mia vita. Uscirne implica un atto di volontà: alzare lo sguardo per riscoprire e lasciare spazio ad una realtà che supera e travalica i limiti dell’asfalto su cui metto i piedi.

E così guardare il mondo. Le strade, gli alberi, le persone, e la vita che scorre nelle arterie della città. I palazzi e le loro storie: uomini e donne che vi hanno abitato, le impronte che hanno lasciato. Mentre alzo gli occhi le immagini si fissano e fanno emergere domande. La riconosco questa mia città quando alzo lo sguardo? Se la guardo e ve la racconto, attraverso la sua storia posso trovare risposte a molte domande che oggi affollano i miei pensieri. Verso dove corriamo? Come stiamo vivendo nelle nostre città, oggi? E per quale futuro? Con quale idea di umanità? Come trovare risposte di senso? Come ricomporre le molte fratture che segnano sulla carne viva la quotidianità di molti?

Trieste, per come la guardo, ha una bellezza fatta di luce e mare. Ed una storia di incontri dentro un perimetro di punti franchi e di confini. Segnata da una invasiva oscillazione storica e politica tra due estremi: l’apertura e la chiusura. È il suo marchio costitutivo. Ad un primo timido e povero sviluppo medioevale, arroccato al colle di S. Giusto e contorniato dalle saline, si sussegue uno sviluppo irruento con Maria Teresa e il porto franco. Il sale lascia il posto alle strade ed ai palazzi. Grandi portoni che si aprono a fronte strada per far circolare il commercio. Denaro che arricchisce la Borsa. Uomini e donne che entrano ed escono: portano ricchezze e povertà. E la città cresce. Palazzi ricchi soppiantano e riportano ai margini le miserie della classe popolare e il porto attira investimenti. Il progetto del canale di Suez nasce a Trieste. L’invenzione dell’elica a motore nasce a Trieste. Il volano dell’economia allarga gli orizzonti limitati della città medioevale e apre, anzi spalanca, le sue braccia al nuovo che avanza. Trieste accoglie, abbraccia e fa sue idee, fiducia, ricchezze, modernità, progresso. Ma anche tante contraddizioni. Classi popolari che continuano a vivere una misera che è riflesso e specchio di una economia che si espande e genera disuguaglianze.

Uomini e donne arrivano da ogni dove. E qui mettono dimora. Greci, arabi, serbi, croati, albanesi, inglesi, francesi, italiani. Questo non sembri strano. Ognuno lascia traccia. E la città cresce. Ogni comunità si organizza e si ritrova: diverse polis dentro un’unica civitas. Nei caffè, che crescono di numero e diventano spazio privilegiato di scambio culturale e commerciale – alcuni bellissimi ed ancora oggi molto frequentati, come il Caffè S.Marco ritrovo privilegiato di Svevo, Giotti, Magris. Nei luoghi di culto. Le numerose chiese cattoliche che si vanno costruendo. Il tempio ebraico, la chiesa serbo ortodossa, quella greco ortodossa, l’anglicana, e i culti protestanti: tutti qui trovano casa. Anche nei cimiteri. Una città che parla molte lingue. Che si apre al mondo ed accoglie. In un modo tutto suo: dove ognuno ha uno suo spazio ed una sua collocazione. Se non ordinata, almeno protetta e riservata. Uno spazio che accoglie. E la città cresce con un ritmo vertiginoso.

La bella epoque con la sua fiduciosa speranza nel futuro, nel progresso, nella felicità si sgretola tra le trincee della prima guerra: fratture della terra dove gli uomini, giovani, vivono. Tra paura e morte. Tempi lunghi ed assalti inefficaci. Proprio lì, dietro la città. In quel Carso cantato da Slataper. Trieste è stretta tra due paesi e due vocazioni. Un dolore che incombe su ogni dove e chiude i commerci, frantuma le comunità e riporta la città indietro. Il porto chiuso. Un confine tra dentro e fuori che avrà un respiro lungo. Molto lungo. Non si conclude certo con il ritorno all’Italia cantato da Nilla Pizzi al festival di S.Remo nel 1952. Il fascismo qui proclama le leggi razziali nel 1938; il nazismo qui attua la sua aberrante politica dell’annientamento nella risiera di S.Sabba; la guerra fredda chiude definitivamente i confini. Un lungo periodo di oscurità e sonnacchiosa agonia accompagnano decenni di vita. L’esodo, lo sfollamento dell’Istria, il dramma delle foibe: fratture, ancora una volta fisiche e mentali, che hanno rinchiuso la bella Trieste dentro i suoi confini. Non solo fisici. Hanno peso politico. Gravano sulla vita delle persone. Siamo diventati la più piccola provincia italiana. Non abbiamo retroterra. Non abbiamo più un respiro aperto. Trieste soffoca. Non attrae. Non accoglie. Si isola e affronta le bufere della storia guardando con nostalgia le sue bellezze. E tutto ciò che non ha più.

Il dolore sociale non è diverso da quello personale. I conflitti sociali non hanno spessore diverso da quello che possiamo vivere nelle nostre vite personali. C’è bisogno di tempo per elaborare il lutto. C’è bisogno di speranza per guardare avanti. Ma quando il mondo ti chiude e ti obbliga ad un limite invalicabile tutto è molto difficile. Quando sperimenti cosa significa perdere hai bisogno di molte energie ed anche di aiuti per uscirne. Ma anche questo non basta. C’è bisogno di una visione: se non posso più essere ciò che sono stata, cosa potrò essere domani? Devo immaginare un futuro diverso. Lo si deve sognare assieme. Un sogno collettivo che ci aiuti a ritrovare la speranza nel futuro. C’è bisogno di politica.

Trieste ha oggi ritrovato, faticosamente ma caparbiamente, una rinnovata identità aperta al futuro, radicata a solide radici, dentro un orizzonte nuovo: l’Europa. L’abbattimento dei confini sta, lentamente, cancellando anche quel limite mentale che poneva barriere tra un noi e un loro. Noi di qua. Loro di là. Due mondi: in mezzo una sbarra. Due culture, in guerra per molti anni. Insensata, certo. Ma non diversa da molte guerre insensate che anche oggi si combattono. I muri che si erigono per escludere, anche oggi, anche nella nostra bella Europa continuano ad esistere. La paura dell’altro è un male profondo che sta sempre in agguato. Mio fratello è Caino e le paure crescono: del tradimento, della contaminazione, della perdita della propria identità. Ed in un mondo fragile, frammentato e alla spasmodica ricerca di un senso la paura trova praterie da colonizzare.

Oggi molti si pongono domande di senso su questa Europa. Ma per me che ho vissuto l’asfissia della barriera non ho dubbi. Guardo lo sviluppo della mia città, vedo i segni della ripresa, percepisco la speranza nel futuro: si riprende a respirare e non ho dubbi. L’Europa, la libera circolazione, l’accoglienza delle idee e delle persone che raggiungono il nostro porto rappresenta l’orizzonte di senso entro cui costruire un modello di sviluppo umano centrato sulla dignità delle persone e delle polis per costruire delle rinnovate esperienze di comunitas.

Alzo gli occhi e riguardo, con occhi nuovi, questa strada che percorro ogni giorno. Passo a passo cerco il volto di chi mi cammina accanto: la luce della sera avvolge e illumina le foglie degli alberi. Ragazzi ridono scherzando: sono nati in un mondo di pace, i confini sono ricordi sbiaditi entro passaporti che oggi rimangono a lungo nei cassetti. Questo loro ridere assieme in prossimità della sera apre il cuore. Mi tornano alla mente le parole di Saba: “il mondo io l’ho guardato da Trieste”. Questa sera, questo microcosmo di vita ha dilatato orizzonti di pensieri: non c’è spazio per la separatezza. Per vivere abbiamo bisogno di orizzonti ampi. Questa piccola breve storia me lo racconta e me lo ricorda. Con una precisazione: l’orizzonte per sua natura si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci.

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