Anche quest’anno abbiamo deciso di dedicare questo focus estivo al tema scelto dalle Acli nazionali per il loro Incontro nazionale di studi, che quest’anno ha per titolo: “Animare la città. Le Acli nelle periferie del lavoro e della convivenza” e che si svolgerà a Trieste dal 13 al 15 settembre 2018.

La partecipazione alla responsabilità nella costruzione della città dell’uomo da parte dei cittadini si allarga oltre i settori della politica” (Giuseppe Lazzati, La città dell’uomo. Costruire da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo, Ave 1984 – p.19).

Ho scelto di iniziare il mio editoriale con queste parole di Giuseppe Lazzati perché la sua riflessione sulla città, unitamente a quella di Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, mostra ancora oggi una grande attualità e ci consente di cogliere molto bene il senso della scelta di dedicare il focus del mese di luglio/agosto al tema della civitas o meglio della costruzione di quella che Lazzati chiama la città dell’uomo.

La necessità di animare il tessuto delle nostre comunità per ricomporre le fratture presenti tra territori e generazioni, a partire dalle relazioni personali e sociali, è un compito che Lazzati affida ai cittadini nella convinzione che non possa essere attribuito solo alla politica.

Anche quest’anno abbiamo deciso di dedicare questo focus estivo al tema scelto dalle Acli nazionali per il loro Incontro nazionale di studi, che quest’anno ha per titolo: “Animare la città. Le Acli nelle periferie del lavoro e della convivenza” e che si svolgerà a Trieste dal 13 al 15 settembre 2018.

In questo contesto abbiamo scelto di focalizzare l’attenzione sul tema della civitas per proporre un percorso culturale utile a comprendere i termini della questione e la sua attualità.

Partiamo da una riflessione del filosofo Massimo Cacciari che nel suo libro La città propone un utile excursus storico che mette a confronto due diverse concezioni di città: la polis greca e la civitas romana. La polis greca era una città destinata ad accogliere persone che avevano le stesse radici culturali, appartenenti allo stesso génos, alla stessa stirpe, alle stesse tradizioni e che parlavano la stessa lingua. Per sua natura, la polis non era destinata ad espandersi.

La civitas romana, invece, aveva un carattere totalmente diverso; era stata fondata da persone che appartenevano a tradizioni e a culture differenti, le quali avevano stabilito di assoggettarsi all’imperio della medesima legge. I cittadini romani non erano uniti dalle stesse origini, come quelli della polis greca, ma dal medesimo fine. Questa distinzione è molto importante e ci aiuta ad analizzare anche l’attuale contesto sociale e politico.

Come sottolinea Cacciari le città europee hanno alla base l’idea della civitas, non quella della polis, ed è per questo motivo che, nel corso del tempo, si sono potute trasformare in metropoli. Secondo il noto filosofo è necessario tornare alla communitas che è l’opposto dell’immunitas: non si costruisce comunità volendo essere immuni dal contagio. Per noi quella della civitas e della ricostruzione della communitas, è l’unica strada possibile da percorrere anche se i segnali che osserviamo sono di segno opposto.

Quello che sta accadendo sul piano sociale e politico mostra come sia necessario operare una distinzione tra polis e civitas, per capire a quale idea di città vogliamo ispirare le scelte che siamo chiamati a compiere.

In questa prospettiva crediamo utile, sul piano culturale e anche spirituale, riprendere il De civitate Dei di sant’Agostino, cha dà una definizione della res publica muovendo da una similitudine: come negli strumenti musicali ed anche nel canto un determinato accordo è prodotto da vari suoni e risulta armonico e proporzionato per la regolata intensità di suoni di diversa altezza che lo compongono, così la civitas risulta armonica dall’accordo provocato in moderata proporzione da ordines alti, bassi e medi; ciò che nella musica è l’armonia, nella civitas è la concordia, che in ogni res publica è il più importante tra i vincoli di sopravvivenza, e che assolutamente non vi può sussistere senza la giustizia.

Seguendo il pensiero di Cicerone, egli identifica la res publica con la res populi, cioè con il “bene del popolo”. Secondo Agostino, “l’amore è la massima forza aggregante della vita, in quanto è fonte di concordia e di unione; perciò quell’unitaria formazione sociale che è il popolo, non può non trovare in esso il proprio principio costitutivo e aggregante“.

La “comunanza delle cose amate”, la rerum dilectarum communio consente dunque che si costituisca e viva un popolo, nel senso politico del termine: la condizione necessaria e sufficiente è che esso abbia per scopo quello di raggiungere determinati obiettivi.

La definizione agostiniana di populus permette quindi – a differenza di quella ciceroniana – di affermare che il popolo romano è effettivamente un popolo e che la sua è senz’altro una res publica; di sostenere che il “politico” ha una propria autonomia. In definitiva per Agostino ciascun popolo è tanto migliore quanto migliori sono le cose in cui è concorde, e tanto peggiore quanto queste sono peggiori.

Crediamo in questo senso utile interrogarci su alcune domande di fondo: a quale idea di città vogliamo fare riferimento? Una città chiusa in se stessa o aperta alle “contaminazioni”? Le nostre città e i nostri territori possono realizzare percorsi capaci di ridurre e ricomporre le fratture che esistono tra le generazioni, tra il Nord ed il Sud del nostro Paese? E’ possibile costruire comunità capaci di vivere nuove relazioni superando paure e stereotipi, in particolare la paura del diverso, dello straniero? E’ possibile sperimentare nuove forme di governo del territorio fondate sull’idea di amministrazione condivisa e sulla democrazia deliberativa? Che ruolo può e deve avere la politica a suoi diversi livelli di governo (comunale, regionale, nazionale) nel ricomporre le fratture di cui parlavano? Che ruolo può avere il terzo settore e la società civile nel suo complesso? E’ possibile costruire una relazione sensata, fondata su concezioni condivise della realtà tra elettori e politici? 

Iniziamo con Erica Mastrociani (Consigliere della Presidenza nazionale Acli con delega alla formazione e alla cultura) che, con uno stile narrativo, ci racconta la sua Trieste spiegando molto bene il senso della scelta di questa città come luogo dell’incontro nazionale di studi delle Acli che si terrà a settembre: “Trieste ha oggi ritrovato, faticosamente ma caparbiamente, una rinnovata identità aperta al futuro, radicata a solide radici, dentro un orizzonte nuovo: l’Europa. L’abbattimento dei confini sta, lentamente, cancellando anche quel limite mentale che poneva barriere tra un noi e un loro. Noi di qua. Loro di là. Due mondi: in mezzo una sbarra. Due culture, in guerra per molti anni. Insensata, certo. Ma non diversa da molte guerre insensate che anche oggi si combattono. I muri che si erigono per escludere, anche oggi, anche nella nostra bella Europa continuano ad esistere. La paura dell’altro è un male profondo che sta sempre in agguato”.

Stefano Tassinari (Vicepresidente nazionale Acli) osserva come “ci sia bisogno nella quotidianità, nel vissuto della gente, di ritessere la promessa reciproca e materiale della nostra Costituzione, fondata sul lavoro di tutti, e di soggetti sociali e persone che sappiano mantenerla. In questa prospettiva i corpi intermedi sono chiamati a svolgere un ruolo nuovo e antico: operare per ridare una prospettiva che esca dalla visione limitata dell’io individuale, o del noi settario o particolare, per abbracciare il mondo non come qualcosa da conquistare o difendere dagli altri, ma come un universo di vita, umana e non, alla quale restituire parola. Significa riconvocare le persone e le comunità ad animare insieme un nuovo racconto popolare fatto di esperienze e opere creative, di beni che tornano comuni, di quotidianità che si distinguano per essere migliori e più giuste, nei territori, nel lavoro, nell’economia, e anche, con autonomia, nella politica”.

Stefano Zamagni (Docente di Economia Politica all’Università di Bologna) nel suo bellissimo contributo – dove tra l’altro spiega molto bene la differenza tra la civitas e la polis – dopo aver descritto l’idea di amministrazione condivisa sottolinea “l’urgenza di dare vita nelle nostre città ad un movimento di amicizia civile con un fine specifico: quello di riaffermare, rigenerandola, l’identità culturale di una comunità di persone che scelgono di coltivare le virtù civiche. L’amicizia civile, fondata sul rispetto – che non è la mera tolleranza –, la collaborazione e la condivisione tra persone con idee e appartenenze anche diverse, è prerequisito indispensabile per ritrovare fiducia e per realizzare il bene comune, che è altra cosa rispetto al bene totale”.

Cristina Simonelli (Presidente del Coordinamento delle Teologhe Italiane) propone una lettura del De civitate Dei di sant’Agostino osservando come quest’opera rappresenti “una importante testimonianza di una grave crisi e dei modi affrontarla. Il suo autore, definito Padre dell’occidente per eccellenza, vive e scrive dalla sponda africana di questo Medi/terraneo, bello e dolente: leggerla oggi da un’Italia ferita, abbrutita dai porti chiusi e dalla barbarie incombente, può fare del bene“.

Luca Diotallevi (Docente di Sociologia all’Università di Roma Tre e Presidente dell’Azione Cattolica della Diocesi di Terni-Narni-Amelia) in una ricca intervista, invita le Acli, espressione del variegato patrimonio politico dei cattolici italiani, a riprendere “un lavoro proprio della politica che è quello di fare alleanze, organizzarsi, assumersi le responsabilità“. Tutto questo ispirandosi al pensiero sturziano nella consapevolezza che non si può “aspettare di diventare una maggioranza per agire sul piano politico“. In questo senso Diotallevi indica anche la necessità di scegliere un tema veicolore, quello della città, per agire sul piano politico. Infatti a suo avviso “oggi lo sviluppo non lo fanno gli stati ma le città che sono il luogo delle possibilità, il luogo in cui, seguendo il pensiero del De civitate Dei di Agostino, i poteri si limitano reciprocamente, trovano un’armonia e un equilibrio“. Un’indicazione che le Acli hanno preso sul serio nell’elaborazione culturale e politica che li sta conducento al loro Incontro nazionale di studi di Trieste.

Umberto Curi (Docente di Storia della filosofia presso l’Università degli Studi di Padova), uno dei più importanti relatori del prossimo incontro nazionale di studi delle Acli, ci propone un testo che sarà il punto di riferimento dell’intervento che terrà a Trieste. Curi si chiede: “quale riferimento scegliamo per la nostra città? Quella che si fonda sull’origine o quella che ha come principio di individuazione il fine? La città il cui legame fondamentale è la stirpe, l’appartenenza o il legame fondamentale che vogliamo costruire è la legge, la concordia, la pax?” Ed ancora: “cosa scegliamo, la città che non cresce e che è chiusa in sé stessa, la città della paura, dell’insicurezza costante, sempre sull’orlo del polemos, o la città che accetta la legge e vive sotto la concordia?”. Domande fondamentali a cui le giornate di Trieste cercheranno di dare alcune risposte.

Don Giovanni Nicolini (Assistente nazionale delle Acli) in un’ampia intervista, realizzata da Fabio Cucculelli, ci offre una bella rivisitazione del pensiero dossettiano osservando come “per Dossetti la politica deve saper interpretare le urgenze della storia, ciò che accade. Il cristiano quindi è chiamato costantemente a confrontarsi con la storia, ad interpretare i cambiamenti sempre consapevole del dono della sua fede”.

Concludiamo con Giorgio La Pira riproponendo il discorso pronunciato, nel 1954 quando era sindaco di Firenze, in occasione della consegna delle chiavi agli assegnatari dei primi cinquemilacinquecento vani costruiti nella città “satellite” di Firenze sulle Rive dell’Arno.

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