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Ha destato una piacevole sorpresa negli studenti (e negli stessi docenti) l’inserimento della tematica del bene comune tra le tracce della prima prova della “maturità” di quest’anno. Se Montale è stato proposto per la terza volta negli ultimi otto anni, se il tema della crisi era comunque scontato (basta guardarsi attorno), se il mito di Steve Jobs non poteva già affievolirsi, quello del bene comune è un tema che sorprende perché è stato a lungo fuori dal dibattito pubblico e più volte semplificato a seconda dello scopo desiderato. La riflessione diventa ancora più stimolante in questo caso, perchè riparte dalle scuole, dalla testa e dalle penne dei ragazzi che stanno per costruire il futuro della nostra nazione, nonostante i molti ostacoli e la diffusa gerontocrazia.

Il bene comune è uno dei quattro punti cardinali della Dottrina Sociale della Chiesa. Neanche gli atei possono negarlo. Gli altri cardini sono il principio-persona, la sussidiarietà e la solidarietà. Il bene comune rappresenta un concetto chiave del pensiero cristiano soprattutto per la forza “laica” dei suoi contenuti, una forza che coinvolge non solo i credenti ma tutti gli uomini di buona volontà e ne orienta le azioni e i progetti. Spesso tuttavia, così come è successo nel famoso referendum sulla cosiddetta “acqua pubblica”, si fa molta confusione. Non si può ridurre il bene comune alla stregua del collettivismo. Così come non si può ridurre il principio-persona alla stregua dell’individualismo.

Va chiarito l’equivoco, soprattutto quando ad essere confuso è “bene comune” con “beni comuni”. Si tratta di due nozioni distinte ed entrambe importanti. Il bene comune, così come è stato definito da Maritain, è “la vita retta della moltitudine”, cioè è il bene morale delle persone. Quando in un territorio molte persone esprimono reciproca fiducia, pagano le tasse, sono attente alla cura del territorio e disponibili a impegnarsi per migliorare la convivenza pacifica, lì c’è il bene comune. L’espressione “beni comuni” è invece un neologismo che ha assunto una dignità letteraria significativa anche grazie agli studi della Premio Nobel all’economia Elinor Ostrom, che li definisce come “Commons, un termine generico che si riferisce a una risorsa condivisa da un gruppo di persone. In un bene comune, la risorsa può essere piccola e servire a un gruppo ristretto (il frigorifero di famiglia), può prestarsi all’utilizzo di una comunità (i marciapiedi, i parchi giochi, le biblioteche ecc.), oppure può estendersi a livello internazionale o globale (i fondali marini, l’atmosfera, Internet e la conoscenza scientifica)“.

I due concetti, che si possono agevolmente distinguere, non sono risparmiati dalla distorsione di tanti nostalgici della collettivizzazione dei mezzi di produzione, come ad esempio Toni Negri che, nel suo ultimo libro, intende per “comuni” tutto ciò che “si ricava dalla produzione sociale”. La differenza non sta nell’uso del singolare o del plurale, ma è più sostanziale: quando parla di “comune” Maritain mette l’accento sull’etica, sulla persona. Ostrom per “commons” si riferisce alle risorse condivise dalle persone. Negri in una goffa semplificazione ripropone attraverso il concetto di bene comune (mal interpretato e mal compreso) il vecchio armamentario ideologico del collettivismo. Il bene comune non ha nulla a che vedere con la collettivizzazione dei mezzi di produzione, ma riguarda la vita morale della comunità umana.

Passando in rassegna la traccia proposta ai “maturandi” il richiamo a San Tommaso d’Aquino è puntuale per sciogliere l’equivoco, perché spiega il bene comune come principio di appartenenza al tutto, e di conseguenza come via maestra per le relazioni sociali ed economiche: “Essendo infatti l’uomo parte della società, tutto ciò che ciascuno possiede appartiene alla società: così come una parte in quanto tale appartiene al tutto.”. E’ un estratto della Summa Theologica, siamo in pieno medioevo.

Subito dopo la traccia della prima prova riporta Jean-Jacques Rousseau. A guardarli superficialmente i due testi possono sembrare simili: “Finché parecchi uomini riuniti si considerano come un solo corpo, non hanno che una sola volontà, che si riferisce alla comune conservazione e al benessere generale” – ma poi il filosofo francese aggiunge – “….Allora tutte le forze motrici dello Stato sono vigorose e semplici, le sue massime chiare e luminose; non vi sono interessi imbrogliati, contraddittori; il bene comune si mostra da per tutto con evidenza”. Il bene comune è pedantemente ricondotto negli angusti confini della statolatria. Come è noto per Rousseau la persona (“il buon selvaggio”) nasce buona ed è la società a corromperla.

La traccia continua presentando Luigi Einaudi: “Accanto agli uomini, i quali concepiscono la vita come godimento individuale, vi sono altri uomini, fortunatamente i più, i quali, mossi da sentimenti diversi, hanno l’istinto della costruzione.”. Il bene comune è in questo caso dovuto all’istinto della costruzione, a quella volontà che ha un padre nell’assicurare un futuro ai propri figli. Tutto molto nobile, ma verrebbe da domandarsi: solo con l’istinto e con un costruttivo “tengo famiglia” si realizza il bene comune?

L’ultima citazione offerta è quella di Giuseppe De Rita. E ci riporta alla realtà. Per De Rita l’aspetto decisivo è la “centralità dell’uomo come cuore pulsante del bene comune, […] che richiama il fatto che noi non dobbiamo sentirci soggetti di domanda di un bene comune, che altri devono costruire, ma dobbiamo sentirci motore primario nella organizzazione e valorizzazione del bene comune”. La persona ritorna al centro. Con buona pace dei neo-illuministi e dei neo-liberisti, il bene comune è qualcosa che rende protagonista l’uomo perché l’uomo, in sé, vive con e per gli altri. Non esiste nessuno Stato, nessuna mano invisibile che possa creare bene comune, quando non ci si sente parte di un “motore” che si muove e fa muovere la realtà. Rousseau elimina ogni riferimento alla dimensione etica delle persone, riconducendo tutto alla “volontà generale” che nel ventesimo secolo si è incarnata nella volontà di potenza degli Stati e delle ideologie.

Il bene comune è invece quanto di più universale esista. Un universale a cui bisogna tendere, senza ansie definitorie ma anche senza abbandonare il rigore della discussione e la vivacità del dialogo. Occorre parlare di bene comune per riuscire a viverlo e diffonderlo nella società. È positivo che si sia ripartiti dalle scuole. Il bene comune supera le vecchie culture non perché viene successivamente ma perché ci fa riscoprire le radici comuni. È un concetto troppo importante per essere relativizzato. Troppo onnicomprensivo per essere semplificato.

La Dottrina Sociale della Chiesa ci offre l’opportunità di ritrovare il bene comune nel nostro quotidiano e di mettere insieme le stesse domande e, ancora insieme, cercare le stesse soluzioni. Chissà cosa ricaveremmo a confrontare i temi degli studenti che hanno scelto di parlare della crisi e di quelli che hanno scelto la traccia sul “bene”. Si tornerebbe a dialogare su qualcosa che va ben al di là delle questioni economiche e finanziarie, dei tormenti partitici e degli equilibri delle maggioranze. Torneremmo, partendo dai ragazzi, a porre attenzione su ciò che è l’uomo, ad interrompere la nostra distrazione antropologica. Questa “maturità” ci dà l’occasione di sognare un futuro diverso. Sono convinto che anche molti adulti, leggendo le tracce, avrebbero voluto mettersi penna alla mano e scrivere il proprio tema. Ci siamo ricordati che esiste il bene comune e che tocca a noi farlo crescere. Ma soprattutto ci siamo ricordati, con un po’ di nostalgia e tanta speranza, che per farlo crescere bisogna ripartire dalla scuola.

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