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Purtroppo, il Governo nella presentazione della Legge di bilancio ha posticipato l’aumento del Fondo contro la povertà di 500 milioni al 2018, quando aveva lasciato presagire un incremento a partire dal 2017. Se invece fosse possibile “votare con il 730”, dando la possibilità ai contribuenti d’indicare come spendere i soldi, forse ci sarebbero delle sorprese…

Nella legge di bilancio possiamo leggere due informazioni fondamentali: cosà accadrà ai conti pubblici nel prossimo triennio e in che modo il Governo intende rispondere alle urgenze sociali del Paese.

Rispetto al primo punto si è già detto molto: la manovra ammonta a circa 27 miliardi di euro per il 2017 e prevede un aumento del PIL reale dell’1%, grazie ad un impulso agli investimenti privati e pubblici. Anche se l’obiettivo di crescita rimane inferiore alle necessità del Paese ed è condizionato dallo sviluppo dell’economia internazionale, il carattere espansivo della manovra va sicuramente nella direzione auspicata di far ripartire l’economia italiana. In proposito, mi limito a sottolineare alcuni elementi: quasi la metà delle spese (oltre 12 miliardi euro) è finanziata in deficit e solo il 10% con la revisione della spesa pubblica, conferendo, per l’appunto, un carattere espansivo alla manovra.

Una scelta che, però, sposta gli oneri sulle generazioni future: il riconoscimento di una serie di benefici ad alcune categorie di cittadini, mette in dubbio, da un punto di vista intergenerazionale, i principi di giustizia sociale. Ma non solo: questa opzione rischia di sfalsare la percezione del reddito disponibile. Se, infatti, la riduzione delle tasse è finanziata in deficit, senza che vi sia una strutturale riduzione della spesa pubblica, l’incremento del reddito disponibile è percepito dalle persone come temporaneo e non dà alcuno stimolo ai consumi: non favorisce cioè un clima di fiducia nel futuro se non nel breve periodo.

Al contrario, ridurre la spesa pubblica significherebbe aumentare le risorse necessarie a finanziare servizi per i cittadini e per le imprese, alimentando i meccanismi della fiducia. Gli italiani, infatti, non spendono più e il timore di nuovi scossoni accresce la propensione al risparmio: in un clima d’incertezza generale, la scelta più saggia è quella di mettere i soldi in banca o forse lo era, visto che ormai il fenomeno del bail in bancario è di lessico comune.

Paradossalmente, uno dei maggiori generatori d’incertezza è diventato proprio il nostro sistema di welfare, inadeguato rispetto alle esigenze dei cittadini. Forse, se la revisione della spesa pubblica fosse accompagnata da una forma di coinvolgimento dei cittadini nella decisione di come spendere i soldi dello Stato, si potrebbero superare ansie e preoccupazioni generate dal protrarsi della crisi.

Aprire l’opportunità di un confronto con i cittadini per concordare alcuni obiettivi di spesa pubblica e, più in generale, per contribuire all’indirizzo delle politiche economiche e sociali del paese è una forma di partecipazione alla rappresentanza degli interessi collettivi e alla definizione delle priorità per l’Agenda politica. Forme di coinvolgimento di questo tipo già esistono. Penso, ad esempio, al 5×1000 per il terzo settore o al 2×1000 per le associazioni culturali o all’8×1000 per le chiese: meccanismi di distribuzione dei soldi pubblici che consentono al contribuente di scegliere a chi destinare una parte del prelievo fiscale.

Sarebbe interessante se questa possibilità si ampliasse: il destinatario sarebbe unico, cioè lo Stato, mentre il contribuente potrebbe scegliere, tra una serie di macro-categorie (ad esempio istruzione, sanità, lotta alla povertà, tutela dell’ambiente, infrastrutture, ricerca, e via dicendo) a quali capitoli di spesa destinare una parte del prelievo. Una percentuale, anche minima (il 5%?, il 10%?), ma che, in una fase di crisi della rappresentanza dei partiti e dei corpi intermedi, a tutto vantaggio di chi enfatizza la promessa di una democrazia diretta, avrebbe una forte valenza politica. Innanzitutto, i cittadini avrebbero la possibilità di tutelare, con una scelta diretta e in modo trasparente, interessi comuni e non particolari (le stesse campagne per la raccolta del 5×1000 sempre più spesso ricordano quelle politiche, mettendo in competizione le varie organizzazioni); inoltre si ridurrebbero le distanze tra la base politica e le istituzioni: queste ultime avrebbero, infatti, di anno in anno, una chiara indicazione delle priorità da parte della cittadinanza.

Ad esempio, se vi fosse questa opportunità, la lotta all’esclusione sociale e il contrasto alla povertà potrebbe essere un capitolo di spesa al quale destinare risorse aggiuntive rispetto a quelle attualmente previste, e al momento insufficienti, per dotare il nostro Paese di una misura universalistica contro la povertà assoluta.

Dare delle priorità non significa delegittimare il Parlamento, che è e rimane l’organo legittimato a deliberare: sempre per restare in ambito di lotta alla povertà, è in Parlamento che si sta discutendo l’introduzione del Reddito di Inclusione (REI) previsto dalla Legge delega sulla povertà e che rappresenta un’importante innovazione strutturale per il nostro Paese, specie per quanto riguarda i servizi di presa in carico dei beneficiari e delle attività di inclusione sociale e lavorativa. È però un’innovazione che necessita di risorse certe e graduali capaci di coprire, entro un tempo definito e attraverso un Piano pluriennale, l’universo delle persone in povertà assoluta. Senza dubbio siamo sulla buona strada e l’azione dell’Alleanza contro la povertà in Italia ha certamente contribuito a produrre una volontà politica. Siamo però ancora lontani dai 7 miliardi di euro necessari alla messa a regime del REIS (il reddito d’Inclusione sociale proposto dall’Alleanza contro la povertà): una cifra non enorme e alla quale si giungerebbe, peraltro, in modo graduale.

Purtroppo, il Governo nella presentazione della Legge di bilancio 2017-2019 ha posticipato l’aumento del Fondo contro la povertà di 500 milioni al 2018, quando aveva lasciato presagire un incremento già a partire dal 2017. Se invece fosse possibile “votare con il 730”, dando la possibilità ai contribuenti d’indicare come spendere i soldi dello Stato, forse ci sarebbero delle sorprese nella redistribuzione delle risorse, magari sufficienti ad accrescere il Fondo per la lotta alla povertà ed esclusione sociale e a garantire la stabilità di un Piano pluriennale. Perché per uscire dalla povertà non è sufficiente accordare un beneficio economico, ma serve un lavoro lungo e faticoso e, soprattutto, servono adeguati servizi erogati dalle infrastrutture del welfare locale, con il fine di realizzare percorsi di reinserimento sociale e lavorativo.

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