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I Conti nazionali ISTAT descrivono una caduta del PIL 2008-2015 pari a circa 9 punti percentuali. Eppure, il Disegno di Legge di Bilancio 2017-2019 e il Decreto fiscale collegato, non rispondono affatto alle urgenze e alle debolezze strutturali del sistema-paese

La tendenza generale dell’economia mondiale traccia ancora una traiettoria preoccupante, che non allontana affatto il rischio di “stagnazione secolare”, né sembra aver risolto i vuoti di domanda (dovuti soprattutto all’iniqua distribuzione del reddito e all’aumento della disoccupazione) e i conseguenti squilibri macroeconomici globali (visibili nelle bilance dei pagamenti come nei debiti pubblici). Le cosiddette variabili esogene, legate al commercio internazionale, all’andamento dei flussi monetari e finanziari, al prezzo del petrolio – a cui vanno aggiunte le tensioni geopolitiche e le recenti spinte protezionistiche – indicano la necessità di orientare l’economia italiana verso la ricerca di una maggiore crescita della domanda interna, cioè consumi e investimenti. A tale crisi di domanda globale poi si aggiunge una debolezza strutturale dell’offerta, che si manifesta nella forbice di produttività con gli altri principali paesi industrializzati. I Conti nazionali ISTAT descrivono una caduta del PIL 2008-2015 pari a circa 9 punti percentuali, di cui 6 punti ascrivibili alla flessione degli investimenti fissi lordi, che dall’inizio della crisi gli investimenti hanno registrato una flessione del 30%, sia pubblici che privati. Non a caso gli ultimi dati ISTAT sulla produttività descrivono un minore contributo alla crescita del Paese da parte della produttività del capitale e “di sistema” (TPF), prima ancora che del lavoro.

Eppure, il Disegno di Legge di Bilancio 2017-2019 e il Decreto fiscale 193/2016 collegato a essa non rispondono affatto alle urgenze e alle debolezze strutturali del sistema-paese. Nella manovra avanzata dal Governo si conferma l’assenza di una strategia adeguata a uscire dalla crisi, a ritrovare una crescita sostenuta, a ridurre le disuguaglianze e, soprattutto a ricreare occupazione giovanile, femminile e nel Mezzogiorno. In generale, ci troviamo davanti a una legge in continuità con le politiche di “austerità flessibile” (si passa da un indebitamento netto sul Pil del 2,4% nel 2016 a 2,3% nel 2017, a partire da un tendenziale, ovvero da un valore che si sarebbe teoricamente verificato in assenza degli interventi della manovra, pari a 1,6%), che punta sulla diminuzione delle imposte, sulla riduzione della spesa pubblica (già diminuita di 25 miliardi nell’ultimo biennio) e del perimetro dello Stato anche attraverso nuove privatizzazioni, composta prevalentemente da incentivi e bonus – anziché diritti – di evidente ridotto impatto macroeconomico, senza una visione di sviluppo e di lungo periodo.

La politica economica delineata da questa manovra – così come le precedenti – insiste sulla riduzione dei costi alle imprese, soprattutto del lavoro e per via fiscale, nella speranza di nuovi investimenti fissi privati. Le imprese, a fronte di circa 20 miliardi di euro di sgravi e incentivi fiscali a pioggia nel biennio 2015-2016 (più altri 20 miliardi solo nel 2017 tra impegni della scorsa Legge di Stabilità, compresa il taglio delle imposte persino sui profitti, e nuove misure in Legge di Bilancio), sinora hanno restituito solo 2 miliardi in investimenti fissi all’economia nazionale. Per rilanciare gli investimenti privati occorre aumentare significativamente gli investimenti pubblici (dei quali, invece, se ne programma ancora una volta la riduzione in termini reali e non se ne aumenta il peso percentuale sul PIL). Manca una vera politica industriale e le uniche misure selettive sono quelle legate all’innovazione e alla sostenibilità, come da tempo suggeriscono i sindacati, anche nel confronto istituzionale sul piano Industria 4.0 (per il quale nel 2017 sono previsti solo 2,5 miliardi).

Pur all’interno dei vincoli europei, in Italia esistano ampi margini per misure espansive che possono essere ricercati attraverso l’introduzione di un’Imposta sulle grandi ricchezze e una vera lotta alla formazione dell’evasione fiscale, piuttosto che al suo recupero. Scelte che il Governo proprio non vuole realizzare. Difatti, il Decreto fiscale si mostra come un mero tentativo di “fare cassa”, proponendo una serie di condoni e di distorsioni del sistema fiscale: fra l’adesione volontaria, per il secondo anno di fila, e l’improvvisata trasformazione di Equitalia in Agenzia della riscossione, alla cui soppressione non corrispondono misure di discontinuità strutturali (es. more e sanzioni) all’insegna della giustizia fiscale.
Rimane il fatto che sul piano fiscale non c’è nulla per i lavoratori, sebbene fosse stata annunciata una modifica dell’IRPEF.
Le clausole di salvaguardia, ovvero gli aumenti di IVA e accise a garanzia dei tagli alla spesa pubblica, non vengono risolte, bensì rinviate con effetti “virtuali” sulla crescita del PIL.

In ogni caso, lo stesso Governo ammette implicitamente che il risultato programmatico delle misure che intende mettere in campo determinerà una crescita molto modesta, pari all’1% di PIL nel 2017, e al tempo stesso poco credibile – anche secondo le principali istituzioni nazionali e internazionali – ancorché inferiore a tutte le altre economie avanzate incluse quelle europee.

Inoltre, nel quadro macroeconomico programmatico della NaDEF 2016 e del DPB, peraltro, si programma ancora una volta la riduzione dei salari reali e un elevato tasso di disoccupazione persino nel 2019. Bisognerebbe, invece, incrementare i salari e creare occupazione, proprio per scongiurare la deflazione e sollevare la domanda nazionale.
Sono ancora insufficienti, dopo anni di blocco della contrattazione, le risorse dedicate al rinnovo dei Contratti pubblici e alla stabilizzazione del rapporto di lavoro, al turn-over occupazionale nella PA e al rinnovo dei precari pubblici. Speriamo che nel confronto con le parti sociali le risorse aumentino, trattandosi di un arco pluriennale.

Sul versante della contrattazione collettiva dei settori privati, l’unica misura di sostegno è rappresentata solo dall’estensione della detassazione del salario di produttività di secondo livello (per il quale si aumenta l’importo detassabile e i limiti di reddito per fruirne) e del welfare contrattuale (per il quale si aggiungono altri “servizi” e si possono comprendere anche quelli previsti dai CCNL), incluso quello contrattato con i datori di lavoro pubblici. In questi mesi di prima applicazione della normativa del 2016 il Sindacato ha costruito unitariamente diverse “intese-quadro” nazionali volte agli accordi territoriali e 16.429 accordi di secondo livello dal 2015 a oggi. Di sicuro, però, non è con un incentivo fiscale che si aumenterà la presenza del sindacato e la contrattazione a livello aziendale o territoriale (strutturalmente attorno al 20%). Si tratta di una misura redistributiva, che non aumenterà la produttività.

Sulle misure che recepiscono il Verbale di sintesi del confronto sulle pensioni il giudizio è articolato. Vanno distinti i primi risultati ottenuti sulla piattaforma CGIL, CISL, UIL, e le scelte del Governo che negano la flessibilità in uscita ed inseriscono “strumenti finanziari” nel sistema previdenziale pubblico. Vanno ascritte ai risultati positivi, l’unificazione della no-tax area, l’aumento e l’estensione della platea delle 14esima, legate alla storia contributiva. È questo un risultato necessario dopo anni di non rivalutazione delle pensioni che deve trovare il suo completamento in un sistema stabile di rivalutazione. Così come sono positive le soluzioni individuate sulle ricongiunzioni contributive, l’eliminazione strutturale delle penalizzazioni sulle pensioni di anzianità, il cambiamento della legge sui lavori usuranti per renderla fruibile, insieme alla cancellazione della finestra mobile e dell’attesa di vita. Se aver introdotto 41 anni di contributi come riferimento per l’anzianità è senz’altro positivo, il capitolo precoci è certamente lontano dall’obiettivo che ci eravamo proposti, e soprattutto distante dalle aspettative suscitate. Difatti, pur avendo determinato un’area di lavori gravosi ampia, ancora tanta strada serve fare per affermare che i 41 anni sono sufficienti per il riconoscimento della pensione di anzianità. L’introduzione del concetto di lavoro gravoso (faticoso) è frutto dell’iniziativa sindacale unitaria ed è importante l’obiettivo di trovare criteri rigorosi per definirli con l’obiettivo di ottenere l’anzianità e la flessibilità in uscita tenendo conto delle condizioni di lavoro.

Questo riferimento legato all’APE sociale (come più volte detto un “super-ammortizzatore” per affrontare alcune emergenze), è stata però resa molto labile dall’introduzione dei 2 vincoli (36 anni di contributi e 6 anni di consecutività), che diminuiscono di molto, a nostro avviso, la platea potenziale. L’APE generale, pur introdotta in via sperimentale, invece, continua ad avere le caratteristiche di uno strumento finanziario che scarica sui pensionandi le sbagliate rigidità del sistema. Sulla cosiddetta “fase 2”, anche in ragione degli obiettivi di modifica della Legge Fornero, i “titoli” appaiono utili e necessari per ricostruire una prospettiva previdenziale per i giovani e i lavoratori discontinui a partire dalla pensione di garanzia.

Ora più che mai, a livello nazionale occorre un Piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile per moltiplicare e qualificare la crescita dell’intero sistema economico e produttivo italiano, investendo sulla manutenzione del territorio e sull’innovazione sociale, a partire dalla messa in sicurezza dal rischio sismico e dal dissesto idrogeologico, obiettivi prioritari del confronto col Governo sulla ricostruzione delle zone recentemente devastate dal terremoto e nel progetto più complessivo che va sotto il nome di “Casa Italia”.

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