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Seguendo ancora l’ispirazione del santo di Assisi, ma anche di Martin Luther King, di Desmond Tutu, del Mahatma Gandhi e di molti altri rilancia al mondo intero il sogno della fraternità. Si conclude con un appello alla pace, alla giustizia e alla fraternità, rivolto a tutte le persone di buona volontà, che riprende il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi insieme a Ahmad al-Tayyib, Grande Imam di Al-Azhar, la moschea-università del Cairo, con cui nell’enciclica papa Francesco rinnova il dialogo. Il testo dell’enciclica spiega le ragioni per cui papa Francesco ritiene quell’appello così urgente per il nostro mondo…

C’è il desiderio di condividere un sogno alla radice dell’enciclica Fratelli tutti (FT): «un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole» (n. 6), un sogno da fare insieme «come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!» (n. 8). Quella del sogno è una categoria molto cara a papa Francesco. Non si tratta certo dell’evasione che fa perdere il contatto con la realtà della vita quotidiana, ma della visione capace di orientare, di indicare la direzione di marcia, di spingere al cambiamento.

Quello di una società fraterna è un sogno antico, rintracciato anche nel messaggio di Francesco di Assisi, chiamato «padre fecondo» (n. 4) proprio per averlo saputo suscitare, ma finora esso è andato in frantumi. Tuttavia è un sogno troppo prezioso per rinunciarvi. Per questo il punto di arrivo dell’enciclica è la riproposizione dell’appello alla pace, alla giustizia e alla fraternità con cui si apre il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi insieme a Ahmad al-Tayyib, Grande Imam di Al-Azhar, la moschea-università del Cairo. Quel Documento è una delle sorgenti di FT, ma soprattutto il Grande Imam ne è l’interlocutore privilegiato, più volte e ampiamente citato.

Conosciamo ormai lo stile dei documenti di papa Francesco, e FT non rappresenta un’eccezione. Il testo è lungo e molto articolato, tanto che la prima impressione può persino essere di smarrimento. Come sempre, a una lettura più attenta, il testo si rivela organico anche se non sistematico. A noi lettori occidentali, che in fondo ci aspettiamo che un documento “importante” come un’enciclica debba essere costruito seguendo una logica stringente, viene piuttosto chiesto di immergerci e lasciarci trasportare dal testo, che va affrontato come se si ascoltasse una sinfonia.

I tre passi dell’enciclica

La fratellanza è un tema classico dell’immaginario cattolico e della predicazione della Chiesa, su cui non mancano certo i contributi. Prestare attenzione ai passi con cui papa Francesco scandisce il suo discorso ne mette in luce gli elementi di originalità. In particolare il testo scandisce tre passaggi, che conducono alla formulazione dell’appello finale: 1) la presa di coscienza dell’urgenza della fraternità a partire dalla realtà in cui viviamo; 2) un approfondimento dell’analisi che fa emergere motivazioni e ostacoli su un piano più fondamentale; 3) l’identificazione di piste concrete lungo cui il Papa invita tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a partire dai membri della Chiesa, a muoversi per concretizzare l’orizzonte della fratellanza e dell’amicizia sociale.

Non si fatica a riconoscere in questa struttura lo schema “riconoscere – interpretare – scegliere” che l’esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013) propone come traccia dei processi di discernimento: «È opportuno chiarire ciò che può essere un frutto del Regno e anche ciò che nuoce al progetto di Dio. Questo implica non solo riconoscere e interpretare le mozioni dello spirito buono e dello spirito cattivo, ma – e qui sta la cosa decisiva – scegliere quelle dello spirito buono e respingere quelle dello spirito cattivo». Lo stesso schema è utilizzato come base anche di molti altri documenti di papa Francesco, dichiaratamente o in modo implicito. Tuttavia l’applicazione del metodo non è mai pedissequa, e ogni nuovo caso mette in luce nuove sfaccettature, a testimonianza della sua fecondità e versatilità. Per molti versi, possiamo leggere FT come il resoconto del percorso di discernimento personale che ha condotto papa Francesco a formulare l’appello finale «alla pace, alla giustizia e alla fraternità» (n. 285).

L’urgenza della fraternità

Il punto di partenza è la coscienza del paradosso della nostra epoca, che a una crescente globalizzazione fa corrispondere una frammentazione e un isolamento altrettanto elevati: «Malgrado si sia iper-connessi, si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti» (n. 7). Lo scoppio della pandemia da COVID-19, intervenuto mentre era in corso la stesura di FT, non ha fatto che rendere questo paradosso ancora più evidente. Si tratta di una dinamica che attraversa tutte le dimensioni della vita sociale: «I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico. Tale cultura unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni, perché “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”. Nonostante gli apparenti legami, siamo soli più che mai in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza. A crescere sono piuttosto i mercati, dove le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori. L’avanzare di questo globalismo favorisce normalmente l’identità dei più forti che proteggono sé stessi, ma cerca di dissolvere le identità delle regioni più deboli e povere, rendendole più vulnerabili e dipendenti. In tal modo la politica diventa sempre più fragile di fronte ai poteri economici transnazionali che applicano il “divide et impera”» (n. 12). Lo scenario a cui tutti siamo collaborando, più o meno consapevolmente, è quello di una cultura «vuota, protesa all’immediato e priva di un progetto comune» (n.17).

La reazione, opposta ma analogamente distruttiva, è una nuova esplosione di rivendicazioni particolari: «Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi. In vari Paesi un’idea dell’unità del popolo e della nazione, impregnata di diverse ideologie, crea nuove forme di egoismo e di perdita del senso sociale mascherate da una presunta difesa degli interessi nazionali» (n. 11). E questo dà nuova linfa alla cultura dello scarto, perché conduce a considerare alcuni esseri umani di seconda categoria, «sacrificabili a vantaggio di una selezione che favorisce un settore umano degno di vivere senza limiti» (n. 18).

Non si tratta di una lettura ideologica della realtà, ma di uno scandaglio attento e radicale: «Occorre cercare di identificare bene i problemi che una società attraversa per accettare che esistano diversi modi di guardare le difficoltà e di risolverle» (n. 228). Tuttavia il passo del “riconoscere” non va confuso con una analisi puramente tecnica, che potrebbe persino essere “appaltata” a un’agenzia esterna. Si tratta invece di una operazione più complessa, che coinvolge varie fonti, ma soprattutto chiama in causa l’interiorità e la fede di chi la compie. Oltre ai dati di realtà, entra in gioco una pluralità di riferimenti, a partire dalla Parola di Dio e dalla tradizione della Chiesa.

Per questo, nel cap. 2 papa Francesco propone di prendere come riferimento la parabola del buon samaritano, con l’intento «di cercare una luce in mezzo a ciò che stiamo vivendo, e prima di impostare alcune linee di azione» (n. 56). È un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che siamo a chiamati a compiere ogni giorno: di fronte alla parabola, «le nostre molteplici maschere, le nostre etichette e i nostri travestimenti cadono: è l’ora della verità. Ci chineremo per toccare e curare le ferite degli altri? Ci chineremo per caricarci sulle spalle gli uni gli altri? Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo avere paura. Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito» (n. 70). La Parola di Dio non contiene istruzioni pratiche da applicare, ma interrogativi capaci di mettere a nudo l’orientamento del nostro cammino e di spingerci a modificarlo.

La legge dell’amore e il valore della dignità

«Aperto», termine che compare nel titolo dei capp. 3 e 4, marca il secondo passaggio, contraddistinto dal verbo “interpretare”. È una fase indispensabile, ma delicata, perché esposta a inganni, illusioni e seduzioni di varia origine, così come all’incertezza e allo scoraggiamento. Per questo viene subito richiamata la dinamica umana fondamentale, quella dell’amore che spinge a uscire da sé e che rappresenta quindi la chiave interpretativa fondamentale. L’amore: «crea legami e allarga l’esistenza quando fa uscire la persona da sé stessa verso l’altro. Siamo fatti per l’amore e c’è in ognuno di noi “una specie di legge di ‘estasi’: uscire da se stessi per trovare negli altri un accrescimento di essere”» (n. 88). Ma amare implica «qualcosa di più che una serie di azioni benefiche. Le azioni derivano da un’unione che inclina sempre più verso l’altro considerandolo prezioso, degno, gradito e bello, al di là delle apparenze fisiche o morali» (n. 94). È questa la base su cui è possibile costruire un’amicizia sociale che non esclude nessuno e una fraternità aperta a tutti.

Va nella direzione della chiusura tutto ciò che si oppone a questa dinamica, che mette confini e barriere alla «legge dell’estasi», come i ripiegamenti difensivi e autoreferenziali, al cui interno «è possibile essere prossimo solo di chi permetta di consolidare i vantaggi personali. Così la parola “prossimo” perde ogni significato, e acquista senso solamente la parola “socio”, colui che è associato per determinati interessi» (n. 102).L’individualismo finisce sempre per eliminare dall’orizzonte la fraternità, che «non è solo il risultato di condizioni di rispetto per le libertà individuali, e nemmeno di una certa regolata equità» (n. 103). Ma la sparizione della fraternità lede anche la libertà e l’uguaglianza: «L’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli» (n. 105).

La chiave di volta per passare dalla chiusura all’apertura è «un riconoscimento basilare, essenziale da compiere per camminare verso l’amicizia sociale e la fraternità universale: rendersi conto di quanto vale un essere umano, quanto vale una persona, sempre e in qualunque circostanza» (n. 106). Al cuore di FT c’è infatti il riconoscimento della dignità inalienabile di ogni essere umano. Sul piano delle idee ne siamo tutti convinti, ma quando questa consapevolezza scende sul piano della concretezza, «ci pone una serie di sfide che ci smuovono, ci obbligano ad assumere nuove prospettive e a sviluppare nuove risposte» (n. 128).

Tra le molte possibili, FT sceglie di approfondirne due, a cui viene evidentemente riconosciuto un carattere paradigmatico (cap. 4). Si tratta infatti di due tra le questioni più controverse che animano il dibattito nella politica e nella società di molti Paesi, creando contrapposizioni molto nette. Sotto la loro superficie si agitano tensioni di fondo tra le diverse logiche sottese alle dinamiche sociali del mondo contemporaneo: indagarle consente di farle emergere in piena luce, per poter riconoscere quando sono all’opera anche in altri ambiti.

La prima questione è quella dei migranti (nn. 129-141), che va iscritta nella logica del dono reciproco e della gratuità: «Ciò permette di accogliere lo straniero, anche se al momento non porta un beneficio tangibile. Eppure ci sono Paesi che pretendono di accogliere solo gli scienziati e gli investitori» (n. 139). La seconda è quella della tensione fra locale e universale (nn. 142-153), entro cui si gioca oggi la questione delle identità. La risposta non può essere la standardizzazione che uniforma, ma neppure la chiusura e il ripiegamento: «In realtà, una sana apertura non si pone mai in contrasto con l’identità. […] Il mondo cresce e si riempie di nuova bellezza grazie a successive sintesi che si producono tra culture aperte, fuori da ogni imposizione culturale» (n. 148).

Scegliere la fraternità

Riconoscere la situazione che stiamo vivendo e chiarire i riferimenti con cui interpretarla aprono al passo dello “scegliere”, cioè all’identificazione degli ambiti in cui giocare l’impegno per costruire la fraternità e l’amicizia sociale. A questo sono dedicati gli ultimi quattro capitoli di FT.

In particolare, il cap. 5 affronta l’impegno della politica, chiarendo fin da subito l’approccio che propone: «Per rendere possibile lo sviluppo di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale, è necessaria la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune. Purtroppo, invece, la politica oggi spesso assume forme che ostacolano il cammino verso un mondo diverso» (n. 154). Il capitolo affronta questioni di grande intensità, dalle tentazioni del populismo (in cui rischia di degenerare l’attenzione al popolo) e del liberalismo, all’importanza cruciale del lavoro, al rapporto fra carità, anche politica) e verità (riagganciandosi all’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI). L’ultima parte del capitolo (nn. 193-197) è dedicata espressamente a coloro che sono impegnati in politica.

Il cap. 6 offre spunti sul dialogo, tema da sempre caro a papa Francesco: «Non c’è bisogno di dire a che serve il dialogo. Mi basta pensare che cosa sarebbe il mondo senza il dialogo paziente di tante persone generose che hanno tenuto unite famiglie e comunità. Il dialogo perseverante e coraggioso non fa notizia come gli scontri e i conflitti, eppure aiuta discretamente il mondo a vivere meglio, molto più di quanto possiamo rendercene conto» (n. 198). Un lungo sviluppo (nn. 206-214) è dedicato al rapporto tra verità e dialogo. Quest’ultimo non può che reggersi sulla maturazione di «un sentito rispetto verso la verità della dignità umana» (n. 207), senza il quale nessuna società può avere un futuro: «Che ogni essere umano possiede una dignità inalienabile è una verità corrispondente alla natura umana al di là di qualsiasi cambiamento culturale» (n. 213). È questa la radice della possibilità «di cedere qualcosa per il bene comune. Nessuno potrà possedere tutta la verità, né soddisfare la totalità dei propri desideri, perché questa pretesa porterebbe a voler distruggere l’altro negando i suoi diritti» (n. 221).

Il cap. 7, intitolato «Percorsi di un nuovo inizio», affronta una questione particolarmente spinosa: che cosa significa operare per risolvere e superare i conflitti, come è necessario fare nella prospettiva della pace e dell’amicizia sociale, senza negare la verità delle cause che li hanno scatenati e soprattutto degli effetti che hanno prodotto, il che comporterebbe una ulteriore violazione della dignità delle vittime? Il dialogo è chiamato a farsi strumento di riconciliazione, che non può omettere la ricerca della verità: «Verità è raccontare alle famiglie distrutte dal dolore quello che è successo ai loro parenti scomparsi. Verità è confessare che cosa è successo ai minori reclutati dagli operatori di violenza. Verità è riconoscere il dolore delle donne vittime di violenza e di abusi. […] Ogni violenza commessa contro un essere umano è una ferita nella carne dell’umanità; ogni morte violenta ci “diminuisce” come persone» (n. 227). Ma questa ricerca non può condurre alla vendetta: è questa la ragione che conduce il Pontefice a offrirci due approfondimenti complementari, il primo sul perdono e il secondo sulla memoria. Infine FT riflette su due situazioni estreme a cui si giunge quando si rinuncia a seguire il cammino del dialogo e della riconciliazione: la guerra (nn. 256-262) e la pena di morte (nn. 263-270). Entrambe «sono false risposte, che non risolvono i problemi che pretendono di superare e che in definitiva non fanno che aggiungere nuovi fattori di distruzione nel tessuto della società nazionale e mondiale» (n. 255).

Infine, il cap. 8, che culmina con l’appello «alla pace, alla giustizia e alla fraternità» (n. 285) che riprende il documento di Abu Dhabi, riflette sul compito delle religioni a servizio della fraternità nel mondo, cioè sul ruolo insostituibile che possono ricoprire anche all’interno di società pluraliste e secolarizzate: «A partire dalla nostra esperienza di fede e dalla sapienza che si è andata accumulando nel corso dei secoli, imparando anche da molte nostre debolezze e cadute, come credenti delle diverse religioni sappiamo che rendere presente Dio è un bene per le nostre società. Cercare Dio con cuore sincero, purché non lo offuschiamo con i nostri interessi ideologici o strumentali, ci aiuta a riconoscerci compagni di strada, veramente fratelli» (n. 274).

L’ultima parola: la preghiera

L’ultima parola è l’invito alla preghiera, cioè l’invito ai credenti di mettersi all’opera per la fraternità e l’amicizia sociale in modo autenticamente religioso. La preghiera non è infatti una rinuncia alle proprie responsabilità, ma l’apertura nel cuore di ciascun credente di uno spazio di incontro con l’Alterità più radicale, quella di Dio. Sarà questo spazio a diventare la scuola per il rapporto con ogni altra alterità nelle dinamiche interpersonali e nella vita politica e sociale, e soprattutto a fornire i criteri di verifica della bontà della direzione in cui si cammina per costruire la fraternità. Il ruolo delle religioni come catalizzatori di dialogo e di concordia nella società non può fare a meno di questa radice autenticamente mistica.

 

* Ripubblichiamo integralmente l’articolo di padre Giacomo Costa “Il sogno della fraternità. Guida alla lettura della nuova enciclica ‘Fratelli tutti’ di papa Francesco” pubblicato su Aggiornamentisociali.it il 4 ottobre 2020.

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