Il 1° gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione italiana. Alla stesura contribuirono 32 dirigenti delle Acli

La Costituzione della Repubblica italiana, approvata dall’Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 e promulgata cinque giorni dopo, entrò in vigore il 1° gennaio 1948.

Il gruppo dirigente delle Acli si trovò in prima fila ad affrontare questo passaggio cruciale della storia del nostro Paese. Furono, infatti, 32 gli aclisti eletti nell’Assemblea Costituente, l’organo a cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale.

Fin dai primi mesi del 1946 numerose furono le iniziative per sensibilizzare i lavoratori e invitarli alla partecipazione elettorale e per spiegare quello che le Acli si attendevano dalla nuova Costituzione.

Il Giornale dei lavoratori dedicò ai problemi della Costituente un numero speciale e nell’editoriale il presidente nazionale delle Acli, Ferdinando Storchi scriveva:

Di fronte al grande appello che suonerà il 2 giugno per tutto il popolo italiano, la nostra parola non può che essere di richiamo al senso di altissima responsabilità che ciascuno di noi assume, in quel giorno, per sé, per i propri figli, per la propria patria. […]

Ma quel che più importa oggi sottolineare è che non già dal volere dispotico del dittatore dipenderà il nostro domani. Esso dipenderà da noi, da ciascuno di noi, qualunque sia il nostro posto nella scala sociale; dipenderà da me e da te, amico lavoratore, se entrambi avremo fatto il nostro dovere, se avremo sentito cioè che facendo una croce accanto ad un emblema noi sceglievamo le dottrine, i principi, i metodi e gli uomini ai quali affidare le sorti della nostra patria. […] La nuova Costituzione è, dunque, nelle nostre mani.

Se vorremo che sia ispirata a criteri di libertà, non avremo che a dare il nostro voto a quanti ci danno sicure garanzie di affermarli e difenderli contro ogni nuova possibile dittatura, qualunque dovesse essere il colore sotto il quale avesse a presentarsi.

Se vorremo che sia ispirata ad una vera giustizia che elevi tutti senza abbassare nessuno, che riconosca all’uomo e specialmente al lavoratore il posto cui ha diritto nella vita sociale, non avremo che a dare il nostro voto a quanti, per la loro dottrina sociale, ci assicurano che la giustizia per tutti è esigenza prima e indispensabile di una società civile e bene ordinata.

E se vorremo che la vita della patria abbia a svolgersi alla luce di quella fede che è pegno e vanto delle nostre migliori tradizioni e di quella morale che, sola, darà davvero agli uomini il senso concreto del comune dovere di servirsi gli uni gli altri come fratelli, non avremo che a dare il nostro voto a quanti della fede e della morale cristiana hanno fatto impegno e ragione del loro partito ma più ancora della loro vita” (“Invito alla responsabilità” di Ferdinando Storchi, Il Giornale dei Lavoratori n.18, 12 maggio 1946).

Veniva, quindi, illustrato il programma sociale che le Acli rivendicavano nei confronti della Costituente. Innanzitutto si affermavano i principi direttivi generali, cui si doveva ispirare il nuovo Stato democratico:

  1. Diritto al lavoro – “Ogni uomo, come ha il dovere, così ha il diritto al lavoro, il quale è un corollario del diritto alla vita. Perciò fra i compiti della nuova Costituzione deve essere questo: di creare una struttura economica che, abolendo ogni monopolio sui mezzi di produzione, renda possibile a tutti l’uso del diritto al lavoro, evitando il flagello della disoccupazione”.
  2. Salario familiare – “Il capofamiglia in condizioni normali deve percepire dal proprio lavoro una retribuzione che permetta alla famiglia di vivere in modo conveniente, senza costringere la madre ad abbandonare la casa per integrare l’insufficiente guadagno del marito. A tale scopo occorre un netto miglioramento nel sistema degli assegni familiari”.
  3. Tutti proprietari – “Lavoro e capitale sono due insopprimibili fattori della produzione. Però al lavoro spetta un compito preminente, che deve essere riconosciuto nella ripartizione dei frutti della produzione medesima. Occorre quindi evitare il prepotere sia del capitalismo privato come del supercapitalismo di Stato, che riducono il lavoratore in condizioni di servitù. A tale scopo è necessaria una riforma dell’attuale struttura economica e produttiva, che miri con sincero sforzo a realizzare, fin dove è possibile, il programma massimo della giustizia, della libertà e dignità umana, espresso nella formula: non tutti proletari, ma tutti proprietari”.

Per realizzare questi principi generali le Acli chiedevano di attuare alcune riforme fondamentali:

– “Una riforma industriale che ponga la grande industria al servizio non di interessi particolari ma di tutta la comunità. […] Il riconoscimento di tutte le forze sane di partecipazione dei lavoratori agli utili, alla gestione e alla proprietà delle aziende, naturalmente senza pregiudicare il loro funzionamento, e quindi le stesse possibilità di lavoro di quanti vi partecipano.

– Una riforma agraria che abolisca il latifondo, che tuteli la piccola proprietà, che elimini via via il salariato e il bracciantato per mezzo di cooperative agricole e di affittanze collettive, realizzando il principio: la terra ai contadini; che garantisca attraverso una diffusa istruzione tecnica e l’impiego di mezzi adeguati la produttività massima della terra, e dia ai contadini che la lavorano ampie possibilità di vita.

– Una riforma tributaria basata sull’imposta progressiva, globale, con esenzione delle quote minime; che agevoli le iniziative private di lavoro in relazione con la prevalente struttura economica e produttiva del nostro Paese.

– Una riforma del sistema assicurativo e previdenziale, in modo da ottenere che al lavoratore siano assicurate sufficienti prestazioni ogni qual volta venga meno la capacità lavorativa per malattia, infortunio, vecchiaia, ecc. La pensione per la vecchiaia dovrà garantire sufficienti possibilità di vita ai lavoratori e alle lavoratrici.

– Una riforma dell’istruzione, che favorisca un’adeguata istruzione professionale che garantisca le competenze specifiche e le specializzazioni nel lavoro; offra larghe possibilità di studi e di carriere ai figli dei lavoratori particolarmente disposti e capaci”.

Grandissima attenzione era rivolta ai problemi sindacali, per cui una parte consistente del programma sociale delle Acli era dedicata all’organizzazione e alla rappresentanza del lavoro. Si sentiva, in particolare, l’esigenza di dare vita a:

– “Un sindacato di diritto pubblico. I lavoratori cristiani sono consapevoli della necessità e dell’efficacia dell’organizzazione, per la tutela dei loro interessi economici e morali. Perciò essi chiedono che nella nuova Costituzione i loro Sindacati siano riconosciuti come enti di diritto pubblico, per modo che i contratti collettivi, e altri atti da essi compiuti, abbiano efficacia giuridica. Peraltro essi chiedono che ai Sindacati sia riconosciuta perfetta autonomia nelle sfere delle loro specifiche competenze.

– Una rappresentanza professionale. Inoltre i lavoratori cristiani chiedono che nella nuova Costituzione sia attuato il principio della rappresentanza professionale, per una più efficace tutela dei diritti delle professioni nei consessi legislativi”.

Queste rivendicazioni sarebbero risultate vane se non fossero state accompagnate dai supremi valori dello spirito:

– “Il rispetto di Dio e della sua Chiesa.

– I diritti inalienabili della persona umana.

– La tutela della famiglia e della pubblica moralità”.

“Questi valori dovranno essere base e fondamento della nuova Costituzione, perché solo così si fa veramente grande e civile un popolo.A queste direttive i lavoratori cristiani ispirano il loro programma e chiedono agli uomini tutti di buona volontà di segnarle per sempre nelle leggi della Patria rinnovata” (“All’Italia cristiana una Costituente cristiana”, Il Giornale dei lavoratori n.18, 12 maggio 1946).

Grande soddisfazione fu espressa dal movimento aclista all’entrata in vigore della Costituzione, soprattutto per la presenza di numerosi articoli che avevano come obiettivo comune di tutelare i diritti del lavoro e dei lavoratori.

“Un uomo di ingegno, il filosofo Enrico Bergson, all’inizio di questo secolo scrisse che il 1900 sarebbe stato il secolo dei diritti del lavoratore, come il 1800 fu il secolo dei diritti del cittadino.
Il contenuto sociale della nuova Costituzione italiana – in contrasto con quella precedente, che ignorava i diritti del lavoro – conferma questa previsione. Il lavoro sta oggi alla base di parecchi nuovi ordinamenti, che sono il parto laborioso di questo dopoguerra senza pace. I lavoratori cristiani vigileranno e opereranno perché le norme statutarie divengano realtà sociali”.

(“Il lavoro nella nuova Costituzione” di Luigi Civardi, Il Giornale dei lavoratori n.49-50, 29 dicembre 1947)

 

Gli aclisti eletti nell’Assemblea costituente erano: Luigi Bacciconi, Luigi Balduzzi, Giuseppe Belotti, Paolo Bonomi, Italo Giulio Caiati, Edgardo Castelli, Edoardo Clerici, Emilio Colombo, Maria Federici, Attilio Germano, Achille Grandi, Angela Guidi Cingolani, Giorgio La Pira, Salvatore Mannironi, Raimondo Manzini, Ludovico Montini, Luigi Morelli, Maria Nicotra Fiorini, Giuseppe Notarianni, Giulio Pastore, Francesco Ponticelli, Giuseppe Rapelli, Pier Carlo Restagno, Stefano Riccio, Mariano Rumor, Guglielmo Schiratti, Ferdinando Storchi, Tiziano Tessitori, Vittoria Titomanlio, Giuseppe Togni, Michelangelo Trimarchi, Ezio Vanoni.

 

Il Giornale dei lavoratori – I problemi della Costituente

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Il Giornale dei lavoratori – I canditai alla Costituente

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Il Giornale dei lavoratori – Gli eletti alla Costituente

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Il Giornale dei lavoratori – Intervento di Luigi Civardi

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