La rielaborazione cristiana del limite e di forme nuove e impensate di grandezza non ritiene esistano processi ineluttabili nell’anima o nella società. Questo pensiero è comune a tanti pensatori  provenienti dalla tradizione cristiana ma anche da altre spiritualità o opzioni filosofiche e politiche accomunati dal rifiuto della tecnocrazia. L’obiettivo è quello di far proprio il titolo dell’enciclica, praticare la lode, pensare e agire di conseguenza

Le genealogie dei diversi movimenti e delle tendenze ricorrenti nell’evoluzione del pensiero, che solo superficialmente possono essere analizzati limitatamente al loro aspetto sociale e politico, sembrano invece risalire a opzioni teoretiche antiche e sempre attuali e tra queste primeggia l’anelito elitario a una redenzione tramite una sapienza nascosta ai più e riservata a pochi eletti. Diversi autori classici del pensiero, tra i quali ricordiamo Fichte, affermavano che il tipo di filosofia che si sceglie dipende da che tipo di uomini si è.

Papa Francesco ha scritto con la Laudato sì l’enciclica più lunga fino ad oggi pubblicata da un Pontefice, e in questo denso testo propone una ricostruzione delle cause della crisi del mondo contemporaneo, di cui la crisi ecologica rappresenta una tra le più evidenti conseguenze, che va compresa non isolatamente ma in connessione con la profonda crisi politica e prima ancora antropologica che caratterizza la contemporaneità. L’enciclica afferma sin dal suo incipit il suo situarsi nel Magistero sociale della Chiesa, esplicitando una collocazione che in genere veniva constatata in precedenti documenti solo successivamente dagli esegeti. Questa scelta di chiarezza va di pari passo con la precisazione delle due fonti cui ha attinto: l’etica e la spiritualità cristiana e quelli che il Papa e gli esperti che lo assistono considerano i migliori frutti della ricerca scientifica odierna.

Prendiamo spunto dal terzo capitolo dell’enciclica che espone la genealogia filosofica e culturale della crisi ecologica, le cui cause possono essere ricondotte al relativismo e alla tecnocrazia. Il dominio tecnocratico era già un tema portante dell’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate, ripetutamente citata dalla Laudato sì.

Il paradigma tecnocratico si sta imponendo ormai in modo che sembra irreversibile e porta le menti a considerare il mondo intero come una «realtà informe totalmente disponibile alla sua manipolazione» (n. 106). Il paradigma della cura della casa comune viene proposto in opposizione al paradigma tecnocratico che «tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica» (n. 109). Cercare di condurre una breve genealogia del paradigma tecnocratico è quanto cercherò di fare in questo contributo.

Diverse espressioni della filosofia e più in generale dell’arte e della cultura contemporanea possono essere interpretate come rifrazioni di una mentalità inconsciamente gnosticheggiante. Tale mentalità è caratterizzata dall’aver fatto proprie le fondamentali tesi dello gnosticismo antico, ovvero un sostanziale pessimismo nei confronti del mondo, che si crede creato da un demiurgo malvagio o peggio ancora emergente da un caos primordiale, al quale l’uomo illuminato deve imporre un ordine. La possibilità della redenzione dalla malvagità propria del mondo può quindi darsi per la mentalità gnostica senza la grazia divina, ma tramite le virtù immanenti e la sola azione dell’uomo. In questo si può trovare la giustificazione di figure eroiche tipiche della cultura degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, come il rivoluzionario politico, oppure una figura evocativa di aneliti attuali come quella dello scienziato. Al riguardo di quest’ultima si trovano interessanti concetti in un libro di Raymond Ruyer che per diversi anni è rimasto quasi sconosciuto e che da poco è stato riedito in Italia, La gnosi di Princeton (Mimesis 2011). Questo testo con toni misteriosofici presentava al pubblico una tendenza esoterica comune a diversi scienziati sin dalla seconda metà del XX secolo, che a nostro parere può essere fatta risalire quanto meno al cosmismo russo contemporaneo a Lenin (teorizzato da autori non troppo noti come Fjodorov, Tzjolkovskij e Vernadski), fatta propria di una comunità di fisici, astronomi, biologi e filosofi, accomunati dall’interesse per una religione indeterminata e non rivelata apertamente, in particolare a partire nelle università d’eccellenza negli Stati Uniti.

Questo gruppo di persone si attribuirebbe il merito di aver compreso che i limiti dell’ordine naturale originariamente corrotto derivano da un principio negativo e oscuro, un dio rovesciato o demiurgo che li impone come dei fastidiosi vincoli all’auto-trascendimento o addirittura alla auto-divinizzazione dell’uomo. E’ l’ideale di Ercole, l’uomo divinizzato. Mentre il pensiero greco, grazie a geni filosofici e teologici come Tommaso d’Aquino, Bonaventura e Duns Scoto, è stato fatto proprio dal Cristianesimo, insieme all’anelito a una realtà sempre ulteriore ma concreta nei suoi precetti e ispirata dall’estremo realismo dell’umiltà, nel pensiero gnostico l’illimitato tipico del superbo viene divinizzato, mentre la finitezza e la limitatezze dell’esistenza concreta viene disprezzata e rifiutata.

La commistione tra scienze sociali e matematiche oggi è tipica anche di pensatori à la page come Zizek e Badiou, rispettivamente indagatori dei confini porosi e osmotici tra psicanalisi lacaniana e scienza politica fino poi a spingersi con Badiou all’analisi della più esoterica tra le discipline matematiche, l’affascinante teoria degli insiemi che da fondamento della matematica e analisi dell’infinito attuale (che risulta avvincente anche per chi scrive) diviene una sorta di metafisica riservata ad alcuni eletti. Tali due pensatori sono certo interessanti sperimentatori ma alla fine ripetitori di un paradigma salvifico mondanizzato interpretabile come ulteriore ripetizione di una dinamica gnostica a noi contemporanea. Un tentativo diverso che mi limito anche qui ad accennare è riscontrabile nell’ultima produzione di Habermas che porta il suo paradigma filosofico alle conseguenze di neutralizzazione della trascendenza già implicite nella considerazione della religione delle sue opere precedenti in cui non viene mai intesa davvero come Rivelazione ma sempre come creazione sociale.

Sempre gli stessi sono gli obiettivi polemici e critici di ogni metamorfosi dello gnosticismo: il Cristianesimo in quanto per la sua dottrina il mondo è intrinsecamente buono, in quanto è creato da Dio (il Bene) e in quanto per salvarlo Dio si è persino incarnato.

Emanuele Samek Lodovici nei suoi scritti e nelle sue conferenze ha cercato di smontare all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso la strategia della rivoluzione culturale gnostica nelle sue diverse forme del riduzionismo antireligioso, della filosofia radical-relativista diffusa attraverso i media, della corruzione della memoria storica attuata anche attraverso la corruzione del linguaggio ed infine nella strategia della distruzione della famiglia, che è stata potentemente colpita in particolare con la rivoluzione sessuale e con alcuni tipi di femminismo. Samek Lodovici afferma con Del Noce che proprio a partire dalla post-marxistica crisi del pensiero secolarista si deve delineare non solo la possibilità ma addirittura la necessità di ritornare alla tradizione metafisica occidentale, da lui indicata sulla linea di Platone, Plotino e soprattutto Agostino. In ciò sarebbe in disaccordo con Chesterton, che nella sua biografia di san Tommaso ribadiva con forza come una tale linea di pensiero platonico e ad agostiniano sarebbe profondamente pessimista e rischiosa finchè non è stata mitigata dall’ottimismo tomista che trovava ispirazione nella dettagliata analisi della realtà propria dell’aristotelismo cristianizzato, analisi della bontà di Dio nelle sue creature.

La crescente ideologia del transumanesimo ambisce al superamento dei limiti congeniti alla generazione e all’appartenere alla nostra specie, dalla sofferenza alla morte. Sarebbe riduttivo riassumere in poche pagine, figuriamoci in poche righe, la molteplice e proteiforme declinazione di questa corrente di pensiero che spazia da correnti parareligiose ed escatologiche a movimenti politicamente connotati in senso elitario come anche in senso egualitarista. Ciò che è comune è la convinzione che sia l’uomo ad ordinare il caos, un caos originario e pervasivo caratteristico della zoè o vita indistinta, che va determinata in forme nuove di bioi, per cui è meglio convogliare gli sforzi per superare i limiti imposti da un presunto demiurgo al creato, anzi al plasmato. Tale ideologia somiglia a quanto affermava alcuni decenni addietro nel menzionato testo di Ruyer e la osserviamo consolidarsi in diversi istituti di ricerca che si dedicano alla futurologia, presenti ad esempio ad Oxford e in diverse università negli USA.

Gli attuali progetti di mente estesa accarezzati dalle neuroscienze, i sogni di un mondo unificato sotto tribunali dalle giurisdizioni quasi illimitate sono il risvolto di una visione elitaria della virtù (una delle possibili letture precristiane dell’opera di Aristotele) che lascia ai non eletti la dissoluzione dell’intelligenza del reale, aprendo le porte a un mero dominio privo ormai del proprio sorvegliante o katéchon senza reintegrazione che segua la nigredo (cioè l’ultimo stadio della trasmutazione alchemica, quello della decomposizione o dissoluzione nera) dello spirito. Contro questo processo che viene esibito come ineluttabile tuttavia si erge sempre la sorridente e sempre nuova rielaborazione cristiana del limite e di forme nuove e impensate di grandezza, del cosmos di chi non ritiene esistano processi ineluttabili nell’anima o nella società, in specie se miranti a delineare una nuova divisione in caste. Questo pensiero è comune a tanti pensatori che, provenienti dalla tradizione cristiana o anche da altre spiritualità o opzioni filosofiche e politiche, sono accomunati dal rifiuto la tecnocrazia e ambiscono all’intelligenza del servizio. Possiamo concludere che la conseguenza è il tentativo di far proprio il titolo dell’enciclica, praticare la lode, pensare e agire di conseguenza.

Alcuni stimoli originali in tal senso provengono da pensatori come Taylor, accomunato a diversi autori dall’interesse per la nozione di fioritura della persona. Taylor rileva successivamente un limite della contemporanea vita ecclesiale nel fatto che i laici sono ancora troppo raggruppati in movimenti o aggregazioni costituiti a partire dalle proprie affinità e così non incontrano persone che hanno punti di vista diversi. Pur non avendo nulla contro questi gruppi che si riuniscono in base alla loro sensibilità, per Taylor è necessario che si creino organismi che spingano quanti hanno prospettive diverse ad incontrarsi. Per migliorare l’analisi critica della realtà contemporanea e creare forme di aggregazione più gratificanti si potrebbe incentivare la realizzazione di gruppi trasversali, che ripropongano modelli già efficaci per le passate generazioni.

Con questa opzione semplice ma rivoluzionaria si può realmente affrontare con serenità la crisi antropologica che caratterizza la contemporaneità e anzi considerarla come una opportunità. Nella pratica politica si può di conseguenza agire concretamente contro una deriva culturale caratterizzata da rassegnazione e accettazione di una presunta ineluttabile tendenza del nostro tempo e riconoscere in nuove buone prassi cristiane sia l’azione di grazie che la lode.

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