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Ho concluso poche settimane fa la mia esperienza al Comitato Internazionale di Bioetica dell’Unesco. Considero questi anni un grande privilegio e un’esperienza straordinaria, che mi ha dato l’opportunità di “pensare” le grandi questioni antropologiche della bioetica in una prospettiva più ampia e complessa di quella alla quale siamo abituati in Italia. I due Rapporti approvati nell’ultima sessione di Parigi ne sono una dimostrazione.

Il Comitato Internazionale di Bioetica, nella sessione che si è svolta a Parigi dal 28 settembre al 2 ottobre, ha approvato due Rapporti, che nella loro diversità indicano in modo immediatamente comprensibile l’ampiezza dell’orizzonte della bioetica globale. Il primo affronta le questioni sollevate dal tumultuoso avanzare della ricerca sul genoma umano: sono ormai a “portata di mano” possibilità e applicazioni che fino a pochi anni fa sembravano destinate a restare confinate nella letteratura di fantascienza. Il secondo rilancia il tema della condivisione dei benefici del progresso scientifico, che proprio la rapidità di quest’ultimo rende ad un tempo più urgente e più difficile, perché ostacolata da disuguaglianze che tagliano e feriscono in profondità non solo la comunità internazionale, ma anche i singoli stati e popoli.

I due documenti sono già disponibili sul sito dell’UNESCO. I test genetici offerti direttamente al consumatore, la medicina di precisione, le biobanche, i test prenatali non invasivi e le tecniche sempre più sofisticate di ingegneria genetica e editing del genoma sfidano alcuni dei principi fondamentali che si sono consolidati nella teoria e nella pratica dei diritti umani – a partire dal rispetto per l’autonomia e la privacy, dalla giustizia e dalla solidarietà – e impongono un aggiornamento della nostra comprensione della salute e della malattia, delle coordinate del contesto culturale, sociale ed economico della ricerca scientifica, della nostra responsabilità per le generazioni future. L’imperativo della condivisione, senza discriminazioni e contro la rassegnazione all’idea di standard multipli di rispetto dell’umano a seconda dei luoghi, delle circostanze e soprattutto delle asimmetrie di ricchezza e povertà, viene declinato guardando ai tre grandi temi proposti nell’articolo 15 della Dichiarazione universale sulla bioetica e i diritti dell’uomo del 2005: le modalità di partecipazione alla ricerca scientifica; l’accesso ad una assistenza sanitaria di qualità; la promozione delle condizioni che potranno finalmente consentire di ampliare il numero dei soggetti e dei popoli che sono protagonisti attivi dell’impresa del progresso scientifico, perché non è con la beneficenza “dall’alto verso il basso” che si risolvono i problemi della libertà e della giustizia.

L’obiettivo di un “nuovo umanesimo” è stato più volte rilanciato in questi anni dalla Direttrice Generale dell’UNESCO Irina Bokova. I due rapporti del Comitato, al di là delle soluzioni proposte sulle questioni più specifiche che vengono affrontate, offrono a questa riflessione il contributo di una premessa, di una priorità e di un metodo.

La premessa è quella della necessità di pensare sempre la potenza della libertà, nelle sue molteplici espressioni, insieme al suo limite. Questa indicazione si applica ad entrambi i vettori che più di altri hanno contribuito e contribuiscono alla globalizzazione. Si applica alla scienza: la stessa definizione del genoma umano come “patrimonio dell’umanità”, che apre la Dichiarazione universale sul genoma umano e i diritti dell’uomo del 1997, sottende il dovere di proteggerlo e trasmetterlo alle generazioni future, con l’inevitabile conseguenza di considerare con particolare cautela la sua manipolazione. Si applica al mercato: in caso di conflitto, la tutela della vita degli esseri umani e della loro salute, sul presupposto di una dignità uguale per tutti, viene prima della legittima ricerca del profitto e ogni sforzo deve essere fatto per rendere la seconda compatibile con la prima.

La priorità è appunto quella della giustizia: il progresso della scienza non può essere per pochi o servire addirittura ad allargare la distanza fra la ricchezza e il benessere di pochi e la sofferenza, l’esistenza al margine dei molti che rimangono dimenticati nella tante periferie del mondo. L’umanesimo della bioetica globale, da questo punto di vista, è davvero semplice come quello della Laudato si’ di Papa Francesco, che chiede di riconoscere nell’iniquità del sistema economico e politico uno dei sintomi più gravi di un’antropologia malata ed egoista.

Il metodo è quello dell’inclusione: “devono essere incoraggiate le procedure – questa è la raccomandazione contenuta nel Rapporto sul genoma umano per governare conflitti non superabili come quello sullo statuto dell’embrione – che siano eticamente ‘non controverse’, cioè il più rispettose possibile delle diverse sensibilità e tradizioni culturali”. Il Rapporto sul principio della condivisione dei benefici si conclude sottolineando che “la solidarietà attraverso la partecipazione e non la beneficenza è il legame di condivisione che dobbiamo sviluppare”. Jacques Maritain, che fu chiamato a presiedere la seconda Conferenza Generale dell’UNESCO a Città del Messico nel 1947 e poi a scrivere l’Introduzione del volume nel quale vennero raccolti i contributi di alcune delle principali personalità dell’epoca alla riflessione sull’idea dei diritti umani, propose di interpretarli come il punto di convergenza di un consenso pratico sulle priorità da rispettare, lasciando a ciascuno la libertà della ricerca speculativa sulle ragioni e magari anche la convinzione della verità delle proprie. Il nuovo umanesimo del ventunesimo secolo ha ancora bisogno di questa umiltà.

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