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“Tutto ciò che ha valore nella società umana dipende dalle opportunità di progredire che vengono accordate ad ogni individuo” (Albert Einstein)

Tutto ciò che ha valore nella società umana dipende dalle opportunità di progredire che vengono accordate ad ogni individuo” (Albert Einstein)

Ho deciso di iniziare il mio editoriale con un pensiero del grande scienziato tedesco Albert Einstein – nell’anno in cui ricorrono 140 anni dalla sua nascita – che sintetizza molto bene il senso della ricerca culturale e della proposta politica che le Acli stanno portando avanti sul tema della mobilità sociale.

Come sempre il focus di Bencomene.net vuole offrire un contributo alla riflessione sul tema scelto dalle Acli nazionali per il loro incontro nazionale di studi, dal titolo quest’anno: “In continuo movimento. Le Acli, la mobilità sociale e la democrazia”, che si svolgerà a Bologna dal 12 al 14 settembre 2019.

La frase di Einstein coglie il senso profondo della sfida che abbiamo di fronte: il valore di una società umana dipende dalla possibilità che viene data agli uomini, alle donne, ai giovani di progredire, di crescere, di cambiare il proprio status sociale passando, come ci insegna la sociologia, da uno strato, un ceto, una classe ad un altro.

Il presidente nazionale delle Acli Roberto Rossini, nell’introduzione al catalogo dell’incontro nazionale di studi di Bologna, osserva significativamente: “Nell’anno del settantacinquesimo della fondazione delle ACLI, abbiamo scelto un tema che abbraccia le tre fedeltà e ci riporta alle nostre radici: la mobilità sociale, il destino di quello che un tempo avremmo chiamato ceto popolare. (…) Oggi il sistema sociale, economico e politico non è più in grado di promettere alcuna vera e diffusa promozione sociale. Nella società attuale è venuta meno ogni leva di riscatto, ogni speranza di miglioramento: l’istruzione, l’impegno, il merito non sono più elementi di emancipazione. (…) Per le nuove generazioni la possibilità di raggiungere una collocazione sociale più elevata di quella della famiglia di origine, o quanto meno uguale, si è ridotta in modo considerevole.

La crisi economica non ha fatto che aggravare questo processo, bloccando quasi del tutto la mobilità sociale nel Paese. Si è creato un cortocircuito per il quale l’immobilità tra generazioni aumenta al crescere dell’ineguaglianza: maggiori sono le disuguaglianze delle condizioni di partenza, tanto più alte sono le disuguaglianze nelle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani. Una società in cui il successo non dipende dalle qualità della persona, ma dai vantaggi competitivi assicurati dalle posizioni di origine è una società chiusa, malata.

Una società è sana se fa crescere i meritevoli e chi si impegna. Una società è giusta se tutti hanno la percezione e l’opportunità di poter modificare il proprio status. Una società è equa se il principio delle pari opportunità non è ridotto ad uno slogan vuoto di significato. Le conseguenze di una mobilità bloccata possono essere drammatiche da un punto di vista economico, sociale e politico. Se le persone vivono nella percezione che la propria condizione è immutabile, il Paese è travolto dal malcontento ed è destinato a perdere i suoi talenti migliori. È un processo pericoloso, che può portare all’erosione delle certezze democratiche.

È allora compito della politica rimuovere, o almeno ridurre, il peso dell’influenza della provenienza familiare e la cristallizzazione delle posizioni acquisite. Si può fare molto. Le rendite di posizione si rimuovono attraverso politiche che garantiscano istruzione di qualità e gratuita, ma anche servizi per l’infanzia e assistenza sanitaria. Riducendo i dualismi del mercato del lavoro, migliorando l’accesso ai servizi e garantendo un supporto adeguato alle famiglie povere. In altre parole, riducendo le disuguaglianze”.

In questa prospettiva abbiamo chiesto ad esperti di grande rilievo (sociologi, economisti, giuristi, psicologi) di ragionare intorno ad alcune domande di fondo: quali sono i fattori che determinano l’attuale “blocco” della mobilità sociale in Italia? Cosa è accaduto? Che nesso esiste tra la bassa mobilità sociale italiana e la crisi economica, che ha determinato un rilevante aumento delle disuguaglianze? Perché la scuola non è più in grado di svolgere un ruolo di ascensore sociale? Quali sono le responsabilità della politica rispetto questa situazione di “blocco”? Cosa si può fare? Quali azioni/politiche sistemiche devono essere messe in campo per far ripartire l’ascensore sociale?

Iniziamo con Gianfranco Zucca (Ricercatore senior dell’Iref) che nota come “la combinazione di bassa mobilità sociale e il protrarsi della crisi economica, ha portato nell’ultimo decennio all’acuirsi delle diseguaglianze sociali, con una parte significativa del ceto medio che si è ritrovato impoverito e con scarse prospettive di recuperare il terreno perduto. Chi era già in fondo alla scala sociale ha fatto ancora più difficoltà a stare a galla; mentre le élites economiche e sociali hanno scavato un fossato sempre più largo con il resto della popolazione”.

Maurizio Franzini (Professore ordinario di Politica Economica dell’Università “Sapienza” di Roma e direttore del “Menabò di Etica e Economia”) osserva come “in Italia la disuguaglianza non dovuta all’istruzione è fortemente correlata con le origini familiari. Ne segue che nel nostro paese, più che in altri, l’influenza familiare non si esaurisce con il completamento della formazione scolastica ma si manifesta anche dopo, incidendo sulle carriere lavorative”. Ed afferma ancora: “La bassa mobilità sociale è un fenomeno complesso che riflette molti altri ‘mali sociali’. Contrastarlo non è semplice, ma è possibile. Per farlo occorre, però, avere ben chiaro di cosa si tratti, e quali obiettivi si vogliano raggiungere”.

Guglielmo Barone (Professore associato di politica economica all’Università di Padova) e Sauro Mocetti (Economista senior presso Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia) sottolineano come “la mobilità intergenerazionale non ha conseguenze solo in termini di equità ma anche di efficienza: qualora infatti le posizioni sociali fossero in qualche modo predefinite, si affievolirebbero gli incentivi all’investimento in capitale umano e si osserverebbero sprechi nell’allocazione delle risorse, ovvero nelle posizioni occupate da individui dotati ma privi di occasioni di ascesa sociale”.

Tania Groppi (Professoressa ordinaria di Istituzioni di diritto pubblico nell’Università di Siena ed esperta del Consiglio d’Europa in materia costituzionale) osserva che “la lotta contro le diseguaglianze, coesione sociale, pieno sviluppo della persona umana, fanno parte della nostra identità costituzionale, del nostro DNA potremmo dire: costituiscono la dote con la quale ci presentiamo sulla scena globale, la nostra carta di identità. Questo non lo dobbiamo mai dimenticare”.

Chiara Volpato (Professoressa ordinaria di Psicologia Sociale presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca) nota come “l‘idea che le generazioni future staranno peggio di quelle precedenti incide profondamente sulla psiche individuale e sui vissuti collettivi, soprattutto se accompagnata dalla sensazione che i figli delle cosiddette élite non si trovino ad affrontare le stesse difficoltà. La paura, fondata su dati oggettivi, determinati dall’arresto del progresso sociale, provoca reazioni soggettive di difesa, rancore e risentimento sia nella classe media, sia nelle classi popolari, accomunate dal timore di essere trascinate nelle spirali della mobilità sociale discendente”.

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