La combinazione di bassa mobilità sociale e protrarsi della crisi economica, ha portato nell’ultimo decennio all’acuirsi delle diseguaglianze sociali, con una parte significativa del ceto medio che si è ritrovato impoverito e con scarse prospettive di recuperare il terreno perduto. Qeusta situazione getta una luce cupa per la potenziale ripresa economica dell’Italia: cosa succede quando sviluppo e coesione non vanno più di pari passo?

Tenendo conto della mobilità delle retribuzioni da una generazione all’altra e del livello di disuguaglianza, in Italia potrebbero essere necessarie almeno cinque generazioni per i bambini nati in famiglie a basso reddito per raggiungere il reddito medio. Questo è solo uno dei tanti dati elaborati dall’Oecd in un recentissimo report dal titolo indicativo: Un ascensore sociale rotto? Altri dati confermano che la risposta alla domanda dell’organizzazione internazionale è purtroppo positiva: un bambino nato a Bergamo da una famiglia con un reddito compreso all’interno del 20% più povero ha una possibilità tre volte più grande rispetto a un bambino nato a Palermo di entrare a far parte del 20% più ricco della popolazione (0,21 Vs. 0,06) [1]. Il deficit di mobilità sociale comporta delle conseguenze dirette sulle condizioni di vita delle persone, le opportunità e le traiettorie professionali.

In particolare, in Italia si osservano fenomeni di segregazione e ingabbiamento professionale, dequalificazione e mismatch tra formazione e lavoro, nonché carriere e retribuzioni poco dinamiche; penalizzazioni che interessano in maggior misura alcuni segmenti specifici come le donne, i giovani e gli immigrati. Questi fenomeni interagiscono con i divari di sviluppo socio-economico e le differenze in termini di capacità politico-istituzionale tipiche del territorio italiano: per cui nascere e crescere nelle regioni meridionali influenza in modo negativo le opportunità di mobilità da uno strato sociale a quello superiore. La risposta sociale più macroscopica a questo genere di limitazioni è la mobilità geografica: negli ultimi venti anni sono ripresi consistenti spostamenti di persone (soprattutto giovani, ma anche persone più adulte con o senza qualifiche formative elevate) sia verso le regioni del Nord Italia, sia verso i paesi europei ed extra-europei che assicurano maggiori opportunità di carriera e benessere.

Il tratto che comunque influenza in maniera preponderante la mobilità socio-professionale – e in parte anche la mobilità geografica – è la famiglia di origine degli individui. L’Istat nel Rapporto annuale 2018 ha realizzato un’analisi specifica sul come la «dote familiare» influisca sulle scelte educative e lavorative arrivando a concludere che: «le famiglie più strutturate, ovvero ricche di risorse, consentono di praticare scelte più libere, educative e lavorative, che vanno incontro alle inclinazioni personali oltre a risolvere problemi contingenti» [2]. Potrà sembrare uno scherzo, ma due seri economisti della Banca d’Italia hanno confrontato i dati sui redditi nella Firenze del ‘400 con quelli del 2011: ebbene, i cognomi delle famiglie più ricche erano gli stessi, così come quelli delle famiglie più povere [3]. Un ben noto detto popolare afferma che una mela non cade mai troppo lontano dall’albero. In Italia, l’ereditarietà sembra essere una legge ferrea, alla quale non è possibile sfuggire.

La combinazione di bassa mobilità sociale e protrarsi della crisi economica, ha portato nell’ultimo decennio all’acuirsi delle diseguaglianze sociali, con una parte significativa del ceto medio che si è ritrovato impoverito e con scarse prospettive di recuperare il terreno perduto. Chi era già in fondo alla scala sociale ha fatto ancora più difficoltà a stare a galla; mentre le élites economiche e sociali hanno scavato un fossato sempre più largo con il resto della popolazione. Sin dal 2012, Arnaldo Bagnasco avvertiva che queste ricomposizioni tra le classi, implicavano una divaricazione tra sviluppo economico e coesione sociale [4]. Tale diagnosi getta una luce cupa anche per la potenziale ripresa economica dell’Italia: cosa succede quando sviluppo e coesione non vanno più di pari passo?

 

Note

[1] Cfr. P. Acciari, A. Polo, G.L. Violante, “And Yet, It Moves”: Intergenerational Mobility in Italy, paper presentato alla XIX European Conference della Fondazione Rodolfo de Benedetti, “Income Inequality and Social Mobility”, 27 Maggio 2017, Ancona.

[2] Cfr. Istat, Rapporto annuale 2018. La situazione del paese, Roma, Maggio 2018, p. 122.

[3] Cfr. G. Barone, S. Mocetti, “La mobilità intergenerazionale nel lunghissimo periodo: Firenze 1427-2011”, Temi di discussione (Working Papers), No. 1060, Banca d’Italia: Roma, Aprile 2016..

[4] Cfr. A. Bagnasco, “Sviluppo, coesione sociale, democrazia: la quadratura del cerchio?”, Lectio Brevis all’Accademia dei Lincei del 14 Dicembre 2012.

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