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La crescita dell’astensionismo ci preoccupa perché è un evidente segnale di malessere, che riguarda tra l’altro una fetta consistente dei giovani elettori: esso va però analizzato con estrema attenzione, in quanto esprime atteggiamenti e sentimenti molto diversi, in alcuni casi assimilabili al rancore e alla sfiducia verso la politica che riguarda moltissimi cittadini italiani, anche chi va a votare.

Recenti sondaggi stimano intorno al 30% la percentuale degli elettori che non si recheranno alle urne. Molti sono stati gli appelli al voto. Qui vorrei ricordare un passo del messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica, che ha affermato: “Mi auguro un’ampia partecipazione al voto e che nessuno rinunzi al diritto di concorrere a decidere le sorti del nostro Paese”. Ma significativi sono stati anche, ad esempio, l’Appello al voto dei giovani e degli studenti di Azione cattolica Italiana e la campagna di sensibilizzazione al voto consapevole, lanciata dalle Acli di Roma “#voTiAMO”.

La crescita dell’astensionismo ci preoccupa perché è un evidente segnale di malessere, che riguarda tra l’altro una fetta consistente dei giovani elettori: esso va però analizzato con estrema attenzione, in quanto esprime atteggiamenti e sentimenti molto diversi, in alcuni casi assimilabili al rancore e alla sfiducia verso la politica che riguarda moltissimi cittadini italiani, anche chi va a votare.

Come osserva il Censis, nel suo recente Rapporto sulla situazione del Paese, l’onda di sfiducia non perdona nessuno: l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici. “Non sorprende – segnala ancora il Censis – che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo. L’astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”.

Il tema dell’astensionismo domina da anni il dibattito politico, ma in modo superficiale ed inadeguato. Elezione dopo elezione, tornata dopo tornata, la partecipazione elettorale del popolo italiano diminuisce in maniera sostanziale. Alle prime elezioni della camera dei deputati del 1948 partecipò il 92,23% del corpo elettorale; nel 2013 la percentuale era del 75,20%, per la prima volta sotto la soglia dell’80%. Nelle elezioni amministrative dello scorso giugno, l’astensionismo ha incrementato la sua incidenza (53,8% di partecipanti al voto). A Genova e Verona hanno votato appena il 42% degli elettori, a Taranto e Como meno del 35%.

Occorre segnalare come il numero di quanti non si recano alle urne sia in crescita ovunque. L’astensionismo è già il primo partito in Europa; in Francia è una clamorosa maggioranza e anche in Germania continua a crescere.

In un contesto di questo tipo, i partiti politici italiani non sembrano però realmente interessati ad andare in profondità nell’analisi di questo fenomeno e lo considerano ormai fisiologico.

Per questi motivi abbiamo deciso di dedicare il focus del mese di gennaio al fenomeno dell’astensionismo: siamo convinti che sia necessario farne un’analisi più approfondita, capace di dare risposte ad alcune domande di fondo: chi sono i cittadini che non si recano a votare? In cosa si differenziano dai votanti? Per quali motivi disertano le urne? La decisione di non votare esprime una forma di protesta, di insoddisfazione verso le proposte formulate dai partiti? Coinvolge i cittadini politicamente consapevoli, integrati e collocati al centro della società? La mancata partecipazione elettorale è legata a una condizione di apatia, di marginalità sociale e di disconnessione dalla politica? Come affrontare questo fenomeno e appassionare di nuovo i cittadini alla partecipazione politica?

Vogliamo quindi riflettere sull’astensionismo in modo nuovo, cercando di capire come appassionare di nuovo alla politica i cittadini delusi, come sia possibile rifondare il modo di fare e pensare la politica.

In questa prospettiva il presidente nazionale delle Acli, Roberto Rossini, nella sua relazione introduttiva del Consiglio nazionale tenutosi a Roma il 24 novembre 2017, ha affermato significativamente: “Faremo un accompagnamento elettorale, non una campagna: senza essere tifosi o followers di alcuno, ma cittadini attivi, capaci di accompagnare e di attraversare il cambiamento. Diremo anche dei no. No alle semplificazioni e all’antipolitica. No al nazionalismo e al razzismo mascherato. No alle astrazioni di una certa politica: fare politica significa dare delle risposte alle esigenze reali delle persone. La politica è grande se sa declinare le risposta alle istanze dei piccoli. La politica è saggia quando individua le domande giuste ed è consistente quando condivide le risposte giuste, i giusti programmi. Al fattore P negativo, quello dei populismi e delle piazzate, rispondiamo col fattore P positivo, quello dei programmi, delle proposte, della politica saggia e consistente! Una politica saggia e consistente recupera anche l’astensione, spettro di un fallimento, di una delusione, di una inutilità. Esiste una responsabilità collettiva: in alcuni momenti va anche esercitata!”.

Iniziamo con il contributo di Vincenzo Menna (Direttore della Fondazione Achille Grandi), che osserva come “per fermare e contenere la slavina dell’astensionismo serve un robusto intervento dei partiti e sui partiti. Oggi è il sistema dei partiti il vero elemento di debolezza. (…) I tentativi di autoriforma finora sono stati sporadici; a volte generosi ma non sufficienti. E del resto nemmeno con la legislatura appena conclusa si è riusciti ad approvare una legge sulla democraticità e sulla trasparenza dei partiti che di qualche aiuto comunque sarebbe stata”.

Per Gianfranco Zucca (Ricercatore dell’Iref) “si tende a far dipendere il consolidamento di un ampio fronte di astensione da eventi peculiari, richiamando ragioni come il fallimento della Seconda Repubblica, la personalizzazione della politica e la crisi delle identificazioni partitiche democratico-cristiane e comunista. Tuttavia guardando ai dati relativi ad altri paesi europei si nota che la situazione italiana si contraddistingue per un più banale riallineamento della partecipazione politica su livelli intermedi”.

Fabio Bordignon (Coordinatore Osservatorio elettorale LaPolis) osserva come “nella scelta di recarsi alle urne, conta, ormai la rilevanza attribuita a ciascuna “partita”: in che misura essa è percepita come decisiva, e magari incerta; in che misura i cittadini sentono di poter incidere, direttamente, con il proprio voto“.

Dario Tuorto (Responsabile dell’Osservatorio Prospex sull’astensionismo elettorale) sostiene che “per ricucire la distanza con i giovani, alla politica ufficiale non basta esibire strumentalmente parole vuote come ringiovanimento e innovazione. Prima ancora di scegliere da chi farsi rappresentare, i giovani hanno bisogno di sperimentare modalità diverse di interazione con i partiti. La partecipazione non può avvenire all’interno di contenitori vuoti e secondo logiche esclusivamente procedurali o cooptative, ma deve riuscire a produrre effetti reali favorendo processi autonomi di emersione della consapevolezza politica nei luoghi, sui temi e con le modalità più prossimi ai giovani“.

Per Domenico Fruncillo (docente di Scienza Politica presso l’Università degli Studi di Salerno) “è necessario tenere ben presente che l’aumento dell’astensionismo influisce sull’esito della competizione elettorale, ma ha anche conseguenze rispetto al valore democratico dell’uguaglianza o dell’uguale valutazione dei bisogni dei cittadini”.

Ernesto Preziosi (presidente del Centro studi storici e sociali e deputato PD) sottolinea come “la crisi della democrazia rappresentativa e partecipativa – di cui l’astensionismo è una spia – ci interessa in prima persona, e ci preoccupa, ha infatti raggiunto limiti oltre i quali non è in discussione il vantaggio di questa o quella forza politica, ma la tenuta stessa delle regole di convivenza”.

Infine proponiamo un’intervista all’onorevole Elena Centemero (FI-PDL).

Concludo con una nota sul titolo che abbiamo scelto. Ci siamo ispirati alla canzone “La libertà” di Giorgio Gaber, del 1972; una stagione contrassegnata da una forte partecipazione politica. Allora Gaber scriveva: “La libertà non è star sopra un albero non è neanche il volo di un moscone/ la libertà non è uno spazio libero/libertà è partecipazione”. Crediamo che la libertà dei cittadini sia proprio quella di partecipare alla vita politica in varie forme (non solo nel momento del voto), di esprimere il proprio voto in modo consapevole, premiando quei candidati che più di altri nutrono una passione per la politica con la P maiuscola. Anche noi di Benecomune.net ci uniamo agli appelli al voto consapevole degli italiani.

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