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Fatti di cronaca così drammatici ed eclatanti come i suicidi che quasi quotidianamente coinvolgono chi ha perso il lavoro, non possono essere giustificati dalla depressione e dalla crisi economica. Serve una riflessione più profonda capace di interrogarsi sulla qualità dei legami sociali. E’ necessario un nuovo paradigma che parta dalla debolezza in cui si trova chi viene emarginato

“Mio figlio era depresso e ammalato. Depresso per aver perso il suo lavoro dopo 30 anni di attività. Oggi molte persone perdono il proprio posto. C’è chi reagisce in un modo e chi reagisce in un altro. Lui ha voluto portarsi via l’affetto di tutti i suoi cari”. Lo dice Romano Augusto Garattini, pensionato di 80 anni, padre dell’uomo che pochi giorni fa, nelle ultime ore del 2013, atterrito dalla povertà, ha sterminato la famiglia a Collegno e poi si è ucciso in modo estremamente cruento, dilaniandosi il torace con una decina di coltellate.
In questi tempi di crisi la morte irrompe con modalità così estreme e sconvolgenti da imporci un doveroso stop. E’ il caso di una impressionante catena di suicidi, tutti caratterizzati da due aspetti: il legame con la crisi e la povertà e le modalità eclatanti con cui avvengono. Le statistiche ci diranno se in questo fatale 2013, l’anno della recessione, i suicidi per cause economiche siano aumentati oppure no. In realtà il rapporto tra crisi-paura della povertà e suicidio è un tema delicato. E forse strumentalizzato. Troppa enfasi: il suicidio è un comportamento che suscita imitazione e i media dovrebbero trattarlo in modo diverso. La dittatura dell’audience e la vorace e perversa morbosità del pubblico spettacolarizzano ed enfatizzano storie che vanno raccontate in modo più riflettuto. E qualcuno ne sta approfittando per incrementare l’ira sociale, magari individuando ad hoc mostri in Equitalia o in qualche altra istituzione. Un gioco al massacro, ma questo sembra essere un prezzo inevitabile dei tempi postmoderni che stiamo vivendo.
E’ necessario però fare alcune riflessioni. Cosa c’è dietro i suicidi così eclatanti di imprenditori falliti o quasi o di lavoratori privati di risorse e lavoro? Non possiamo non considerare che nelle fiamme con le quali si dà fuoco un uomo (ancora pochi giorni fa, nei pressi di Potenza, un giovane 28enne si è dato fuoco dopo aver perso il posto di lavoro, come già altri nel corso del 2013) non solo c’è un urlo, un grido, una protesta estrema di chi, impotente e solo, ha dovuto affrontare un mostro molto più forte di lui. In quelle fiamme c’è anche altro: rabbia, voglia di far sapere e di rendere gli altri consapevoli di un dramma vissuto e di una battaglia perduta. Molti pensano alla crisi, alla perdita di speranza e alla terribile paura di una povertà ineludibile. Ma cosa c’è tra la crisi e il suicidio? Qual è l’intermediario che genera un comportamento così crudele con se stesso? Tra la crisi e i suicidi c’è la sofferenza di una persona, il senso di impotenza, la perdita della speranza, l’incapacità o l’impossibilità di chiedere aiuto, la solitudine, in altre parole la depressione. Ma cosa c’è dentro la depressione? C’è una realtà personale complessa, che non può essere liquidata con una diagnosi.
Non c’è dubbio che eventi negativi, legati alla perdita del lavoro o al fallimento economico, possano indurre la depressione. E in fondo l’OMS ci ha avvertito: nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di invalidità e di decesso nel mondo e porterà con sé un carico spaventoso di conseguenze. La crisi non sta facendo altro che accelerare qualcosa che sta già avvenendo: l’umanità sarà sempre più depressa. Forse perché la postmodernità tecnoliquida ci immerge in connessioni continue, ma ci fa sempre più soli? Forse perché l’eccesso di individualismo, sostenuto da un narcisismo autoreferenziato senza pari, sta facendo saltare la solidarietà e la vicinanza fra le persone? Forse perché una competizione esasperata non può che accentuare le debolezze individuali? Forse perché una eccessiva velocità rende tutto troppo superficiale?
Insomma questa catena di suicidi non può essere derubricata semplicemente come un mix spaventoso di depressione e crisi economica. Non lo possiamo fare proprio perché i modi eclatanti di alcuni suicidi ci impongono una riflessione più profonda, che può essere riassunta in una domanda: che società stiamo decostruendo e ricostruendo in tempo di crisi? Quale è la qualità umana della nostra società? Una proposta: forse dovremmo riscoprire l’armonico ritmo dei più deboli, come autentico fondamento di una società nuova. E se debolezza fosse il giusto ritmo di una società autenticamente umana?
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