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Futura” è un film di tre accreditati registi italiani: Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rorwacher. È un documentario sui giovani italiani, un’operazione rischiosa se si è alla ricerca di un racconto lineare. È dagli anni Sessanta che si cerca di definire i giovani in modo univoco: dalla generazione del ’68 sino ai millenials, passando per la generazione X, le formule si sono succedute senza mai riuscire a ricomprendere le diverse direzioni che nel concreto prendono le biografie giovanili. Il merito di “Futura” è proprio questo: non cercare un racconto univoco, ma lasciare che siano i ragazzi a definire chi sono

Quante volte richiamiamo il bisogno di “fare sintesi”? Trovare categorie unificanti, definizioni sempre valide, rappresentazioni che tengano assieme elementi disparati è il sogno di politici, giornalisti e studiosi, così come delle persone comuni, pensiamo a quanti giudizi tranchant leggiamo sui social media: abbiamo un incontenibile bisogno di generalizzare, di ridurre la complessità. Il problema è che la sintesi è spesso nemica della comprensione e anche della poesia.

“Futura” è un film di tre accreditati registi italiani: Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rorwacher. È un documentario sui giovani italiani, un’operazione rischiosa se si è alla ricerca di un racconto lineare. È dagli anni Sessanta che si cerca di definire i giovani in modo univoco: dalla generazione del ’68 sino ai millenials, passando per la generazione X, le formule si sono succedute senza mai riuscire a ricomprendere le diverse direzioni che nel concreto prendono le biografie giovanili. Il merito di “Futura” è proprio questo: non cercare un racconto univoco, ma lasciare che siano i ragazzi a definire chi sono. Non a caso, durante la presentazione del film all’ultimo Festival del cinema di Cannes, gli autori hanno coniato un termine che non ingabbia le persone ma descrive il processo di cui sono protagoniste: Futura è un film sui “divenenti”, su coloro che non sono più, ma non sono ancora.

Il pretesto per occuparci del documentario è la presenza all’interno di “Futura” di un gruppo di ragazze studenti presso il centro Enaip di Mariglianella a Napoli. Ho quindi contattato uno dei registi, Francesco Munzi, per fargli alcune domande.

Qual è stato il motivo che vi ha spinto a raccontare le aspettative dei giovani degli anni ’20?

Da parte nostra c’è stata una doppia urgenza. La prima era provare a fare un film che fosse collettivo. Prima di arrivare a scegliere il tema, io, Alice e Pietro avevamo voglia di lavorare assieme. Un film collettivo è qualcosa che in Italia non si faceva da tantissimi anni: in genere, con i colleghi si è in competizione o comunque in separazione, invece l’idea di unire le forze, di creare qualcosa di condiviso è stata il motore del progetto. L’idea di unire le forze era anche qualcosa che ci riportava ad esperienze del passato molto belle. Insieme a questo desiderio, quasi contestualmente direi, abbiamo condiviso l’idea di provare a raccontare i ragazzi; coloro che nel film chiamiamo “i divenenti” cioè quelli che non sono più bambini, ma non sono ancora adulti, per capirsi i giovani che hanno tra i 13 e i 19 anni. Volevamo provare a vedere quale fosse la loro percezione, il loro sentimento, con quale occhio, con quale energia si ponessero verso l’avvenire. Ovviamente questa scelta era anche una cartina di tornasole per noi adulti. Volevamo provare a eliminare dei filtri e far sì che fossero loro a essere i conduttori del film stesso.

Nella realizzazione del documentario come avete scelto le storie dei ragazzi?

In “Futura” non ci sono storie. Ci sono gruppi, uniti da amicizia, dalla scuola, dalle associazioni. Abbiamo preferito incontrare ragazzi che già facessero parte di un gruppo in modo che nel film questa appartenenza potesse innescare una discussione, un confronto tra di loro, una dinamica che potesse escludere noi intervistatori, in modo da lasciarli liberi di esprimersi e discutere. L’intenzione era di fare un viaggio in Italia, ma sapevamo che avrebbe dovuto essere un viaggio poetico e non scientifico perché non avevamo le competenze e nemmeno ci interessava arrivare a rappresentare la condizione giovanile italiana, dire come sono i giovani italiani. Comunque abbiamo cercato di spaziare in tutto il paese, alla ricerca di gruppi che ci interessassero e che potessero offrire una ricchezza di punti di vista in termini di provenienza, ceto sociale, aspirazioni, quartiere. Quindi in maniera piuttosto eccentrica e libera abbiamo cercato di farci ispirare dai gruppi più vari possibile. Non tutti poi sono rientrati nel film, ma solo quelli che durante il montaggio ci sono sembrati più significativi.

Ovviamente durante la lavorazione del film c’è stato un trauma, non solo per il film stesso, ma per tutta la società. Abbiamo iniziato il progetto nel febbraio 2020 e dopo le prime due giornate di ripresa l’Italia è stata chiusa, tutto è stato chiuso e i ragazzi alla fine sono stati forse quelli che sono rimasti più chiusi di tutti. Nonostante in una prima fase avessimo avuto la tentazione di estromettere la pandemia dalla narrazione (come si fa nei film di finzione dove si fanno gli esami a tutti e non si fa vedere che gli attori a fine riprese si rimettono la mascherina), abbiamo deciso di tenerlo dentro. Nel nostro caso, essendo un documentario “d’assalto”, una volta entrati in contatto con questo nuovo personaggio pesante e ingombrante, che però era diventato parte della vita di questi ragazzi, l’abbiamo piano piano fatto rientrare nel film e abbiamo tentato di raccontarlo assieme a loro. Per cui alla fine “Futura” è diventato anche un affresco di come i ragazzi hanno vissuto la pandemia. Alla fine, ci siamo ritrovati con un film-paradosso, laddove il documentario doveva raccontare il futuro, il futuro diventava sempre più opaco.

Come ricercatore quando inizio un nuovo progetto oscillo sempre tra il bisogno di conferme alle mie idee e la ricerca della sorpresa, dell’elemento nuovo. Qual è stata la vostra esperienza durante “Futura”?

Io ho dei figli adolescenti più o meno di quella età, anche Alice e Pietro sono genitori con figli un po’ più piccoli. Da una parte quindi pensavamo di conoscere la “materia” sulla base della nostra esperienza; dall’altra, avevo invece una grande curiosità. Nei confronti di questo film mi sono posto proprio come un ricercatore, hai usato il termine giusto, non è che non avessi delle idee, ero però aperto a scoprire delle cose, avevo delle curiosità. La prima cosa che abbiamo scoperto abbastanza rapidamente è stata che era molto difficile creare delle sintesi, delle categorie che definissero questi ragazzi. Ci ha colpito il loro atteggiamento verso la complessità del presente, me li aspettavo più piccoli e con meno strumenti; molte volte li abbiamo scoperti anche molto più sensibili degli adulti ai problemi.

Ho iniziato a vedere i ragazzi, mentre prima non li vedevo pur avendoli sempre davanti. Attraverso il film abbiamo iniziato a metterci per quanto possibile nei loro panni. A un certo punto nel film è emerso qualcosa di preponderante che alla fine è diventato un macro-tema. La domanda del film era il futuro, si trattava di un quesito volutamente molto ampio in modo da lasciare che si aprissero tante possibilità di racconto. Volevamo indagare l’attitudine dei giovani nei confronti del reale, il piglio con il quale si rivolgevano a futuro. La scoperta del film, complice anche la pandemia, è stata che il futuro si fa fatica a immaginarlo. I ragazzi sembravano avere una forte coscienza dei limiti imposti loro dal presente, avevano difficoltà a immaginare, a sognare. Su questo aspetto ho avuto un dubbio, non so quanto condiviso dai miei colleghi, mi è venuto da pensare a quanto gli adulti possano aver influenzato questa percezione del futuro, come se questo orizzonte limitato fosse in qualche modo una proiezione degli adulti. Quando Simone Weil afferma che le generazioni vivono il sogno delle precedenti, a me viene da aggiungere non solo delle generazioni precedenti ma di quelle che hanno vinto e hanno imposto i loro valori e le loro visioni. Per cui mi sembra che questi ragazzi si muovano all’interno di un recinto troppo stretto. Il fatto è che i giovani sanno di non essere stati loro a costruire questo recinto per cui penso che questa consapevolezza implichi anche gli strumenti per scavalcare il recinto.

  

In una vostra intervista ho letto che la scelta di girare in pellicola ha un po’ destabilizzato i ragazzi perché pensavano che il film sarebbe stato girato in digitale e che quindi si sarebbero potuti rivedere immediatamente. Come avete affrontato questo aspetto?

La scelta di girare in pellicola è stata molto discussa, è una scelta che quasi nessuno fa più perché nel documentario girare tanto è una necessità. A un certo punto, al di là dimensione estetica, abbiamo capito che la pellicola conferiva al film un’autorevolezza che il digitale non ha più. Detto così sembra quasi un gioco psicologico ma in realtà c’è di più. Innanzitutto, c’è un limite: il rullo dura dodici minuti per cui richiede una concentrazione e un’attenzione maggiore da parte del regista e dei tecnici. Questo elemento abbiamo cercato di trasmetterlo anche ai ragazzi: l’intensità del momento, la concentrazione, il silenzio prima del ciak. I ragazzi hanno una familiarità mai vista con le immagini: il cellulare, Instagram e gli altri social media sono diventati quasi il loro principale strumento di comunicazione. Avremmo anche potuto decidere di filmarli con il telefonino, ma quello sarebbe stato il loro strumento. La situazione che abbiamo ricercato era diversa: si stava creando qualcosa insieme e ciò ha prodotto una reazione particolare. Avevamo dieci minuti a disposizione e in quel lasso di tempo si doveva provare a dire qualcosa di importante, qualcosa di autentico.

Qual è stata sinora la reazione del pubblico?

Futura è un film che non ti aspetti, qualcuno si aspettava un documentario con una tesi precisa, delle risposte; il film solleva delle questioni ma non dà risponde. Per cui la reazione principale è la sopresa. Più in generale, ci piacerebbe che il film fosse considerato come un laboratorio: vorremmo che se ne facessero altri, che altri colleghi si confrontassero con il tema, che anche fuori Italia si facessero esperimenti del genere.

Dopo l’anteprima alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes, Futura sarà presentato alla Festa del Cinema di Roma, per poi essere proiettato nella sale italiane.

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