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Il volume è un’ampia e articolata riflessione sul tema del bene comune, categoria di pensiero un tempo al centro del pensiero economico, fino a scomparire del tutto anche dal suo lessico a partire dalla fine del XVIII secolo.

Oltre a dar conto di come ciò sia potuto accadere ( e cioè come risultato congiunto di due fenomeni: l’avvento dell’economia di mercato capitalistica e la predominanza dell’etica utilitaristica di Bentham), l’autore si interroga sulle ragioni per cui la stessa scienza economica negli ultimi anni non può fare a meno di percepire i gravi limiti a cui si autocondanna escludendo dal proprio orizzzonte la nozione di bene comune.
L’ambizione di questo volume è mostrare quanto una scienza economica aperta alla dimensione relazionale avrebbe da guadagnare sia sotto il profilo della sua maggiore capacità di far presa sulla realtà, sia della sua migliore accoglienza presso il vasto pubblico, poichè essa non rende un buon servizio né e sé né agli altri se continua ad occuparsi di relazioni fra variabili e ignora la relazione tra individui che vivono in società.
L’interesse di ogni individuo si realizza infatti assieme a quello degli altri, non già contro (come accade per il bene privato), né a prescindere da (come accade con il bene pubblico). Comune è infatti il luogo di ciò che non è solamente proprio, e cioè il luogo delle relazioni interpersonali.

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