La sussidiarietà può diventare fattore e principio di innovazione solo se si pone al centro la persona e la sua la cura. E quella passione che ci porta a commuoverci, indignarci, prendere parte attiva, e ad esercitare la solidarietà in modo fantasioso, senza compromessi

La struttura sociale, fatta di relazioni solidali, deve saper incrociare sussidi economici con diritti di cittadinanza, promuovendo quella cultura etica orientata al bene comune in grado di far crescere coesione sociale. La struttura sociale è particolarmente sottoposta in questo periodo a crisi, perché si trova ad affrontare realtà di sofferenza, di povertà difficilmente sostenibili, si dilata una politica emergenziale anche a fronte di fenomeni carichi di drammaticità, come quello migratorio. La dilatazione della marginalità sociale, che aumenta la vertenzialità sociale, si radica e si esprime nel territorio.

Il tutto si fa ancora più critico quando l’attuale crisi di risorse impone una riduzione di costi, proprio quando l’espansione dei consumi-diritti-desideri si fa sempre più esigente e si amplia, sostenuta da una cultura che potremmo chiamare di stampo quantitativo. L’emergenza finisce per caratterizzare molte delle risposte sociali aumentando di fatto la dimensione assistenzialistica e residuale; tutto questo richiede un cambiamento di strategia e la promozione di una nuova visione di welfare che possa essere generativa di opportunità, mirando alla qualità delle risposte sia misurando l’efficacia, che monitorando i risultati. Si spende molto senza valutare il dato emergenziale; bisogna puntare invece sui processi educativi che devono radicarsi e qualificarsi, valorizzando e sostenendo i mondi vitali, in primis la famiglia, puntando al consolidamento delle relazioni affettive, non monetizzando gli interventi, che di fatto impoveriscono le risorse del territorio e la qualità stessa dei servizi. Penso, ad esempio, ai servizi di prima infanzia, alla scuola, alla crescita di legami di prossimità.

Abbiamo la necessità di non rendere neutra la politica sociale, ma capace di prevenire, promuovere cultura solidale che è motore di sviluppo. La povertà, o meglio, il contrasto alla povertà è possibile se sa coniugare risposta, valorizzazione dei mondi vitali e crescita di opportunità solidali. In questa prospettiva il mondo del volontariato, del no-profit è la risorsa per la promozione di una economia sociale di sviluppo: la solidarietà, una corretta realizzazione di sussidiarietà partecipata, e non solo gestionale, sono i pilastri per una politica sociale di sviluppo. Pensiamo a cosa significhi crescita di prossimità, soprattutto nei luoghi più fragili, per esempio i quartieri di edilizia economico-popolare: è’ il processo di cittadinanza attiva che è strutturalmente promosso e determinante in una concezione di politica sociale che non privatizza e frammenta, ma sviluppa coesione sociale e senso di appartenenza. In questo contesto va avvertito che la solidarietà, che potremmo chiamare “orizzontale”, non è più sufficiente.

E’ significativo che Chiesa ed enti benefici intervengano proponendo e sostenendo aiuti di tipo economico a favore di progetti e sperimentino risposte, ma questo deve richiedere una governace pubblica, una politica che si dà priorità e strategie. Il capitale sociale va custodito e promosso e questo è un risultato determinante per la complessità dell’agire sociale, economico, culturale. Proprio nel momento della crisi, queste prove generali di solidarietà diffusa possono diventare strategiche per rinsaldare un tessuto sociale fortemente stressato da processi di individualizzazione esasperati. Il compito di una istituzione, in particolare delle regioni e dell’ente locale, è quello di garantire a tutti i cittadini un minimo di reddito, di risorse economiche, come promozione di cittadinanza attiva.

Un’erogazione economica senza un processo di attivazione del soggetto stesso diventa un’operazione di stampo assistenzialistico, che non fa crescere cultura solidale. Si tratta allora di rivedere come e in che modo si erogano sussidi; penso ai tanti punti territoriali di sostegno alle fragilità, attraverso i centri d’ascolto, i processi di segretariato sociale diffusi sul territorio…. Bisognerebbe forse di rivedere una tendenza che ha portato il non-profit a avere in gestione molti servizi, lasciando all’ente locale la diretta erogazione di sostegni economici a diverso titolo o comunque un compito solo “notarile“, quello di promuovere bandi spesso unicamente al minor costo.

Tutto questo ha bisogno di una revisione profonda del principio e dell’applicazione della sussidiarietà, intesa e praticata non come semplice esternalizzazione di servizi, ma come partecipazione alla qualità sociale del vivere, ai processi di cura, di prevenzione, di restituzione di autonomia di vita, di sostegno, di recupero e di prevenzione delle tante emergenze che una vita metropolitana pone.

La priorità non è l’emergenza, ma il ridurre l’emergenza e verificare l’efficacia sempre di quanto si fa. Ecco perché, ad esempio, i parametri di successo vanno sempre considerati dentro la governance, avvalendosi del lavoro che già si fa sul territorio, con quella mediazione continua che non cancella la libertà di scelta del cittadino e della famiglia, ma la rende vera opportunità che possa aumentare la concorrenza positiva e che sappia porre anche un limite alla discrezionalità, che finirebbe per essere escludente di chi non è in grado o non può liberamente scegliere.

Il sistema di accreditamento avviato nelle regioni è positivo per la definizione di parametri oggettivi sull’organizzazione dei servizi o erogazione di prestazioni, ma non può essere pensato solo sul piano dei servizi istituzionali, ma come consegna di una titolarità riconosciuta a ricostruire insieme cittadinanza condivisa. Questa scelta immetterebbe una visione nuova, innovativa dentro la valorizzazione del non-profit nella società civile. È questo il lavoro che dovrebbe essere fatto partendo dai territori, da quella programmazione che si chiamava “piani di zona” che non hanno prodotto risultati proprio perché sono rimasti sulla carta e spesso solo dichiarazioni di intenti, correndo così il rischio di auto-referenzialità che rende il non-profit solo ente gestore che deve far sopravvivere i propri servizi, deve cercare nuove opportunità per autoalimentarsi. Ponendo invece al centro la persona, la lettura del territorio, il monitoraggio dei risultati si evidenzia la necessità di flessibilità, di innovazione, di lettura concreta delle emergenze, l’ascolto delle sollecitazioni che provengono dalla società civile, complessivamente intesa. Insomma va superato, o almeno ridotto, il sistema rigido a prestazioni o di progetti non verificati e spesso sovrapposti.

Se si esaminassero in modo incrociato, ad esempio, i progetti che vengono proposti alle fondazioni dai tanti soggetti richiedenti, a fronte delle leggi (si veda ad esempio la Legge 285), ci si accorgerebbe che la governance sta al passo con una moltiplicazione di soggetti e rischia di rendere il pubblico-istituzione soltanto erogatore di sussidi o osservatore di esperienze che non diventano patrimonio pubblico. Vi è così un indebolimento della governance: questa dimensione pubblica invece va partecipata e chiede anche un sistema di affidamento che non diventi unicamente la classica gara d’appalto di stampo privatistico, almeno in quei settori dove la dimensione pubblica è partecipata e dove è necessario avere proposte complessive

Non si tratta di chiamare ideologicamente a raccolta solo quei soggetti che condividono escludendone altri, ma pensare ad una interazione anche con enti straordinariamente significativi e importanti che rischiano di scivolare in un abbaglio di natura ideologica. L’ente locale di fronte a una sollecitazione ed urgenza di interventi di prevenzione a fenomeni drammatici e di allarme sociale come dipendenza, prostituzione, alcool, pone in atto spesso in modo prevalente una strategia di dissuasione e di interventi di natura repressiva, affidandoli a soggetti a ciò deputati, cioè le forze dell’ordine. Le politiche sociali diventano così prevalentemente politiche di controllo sociale; questa scelta viene in risposta ad un bisogno di sicurezza che spesso è propagandata dai professionisti della paura.

Occorre certamente garantire ordine pubblico, dissuadere e reprimere dove si inseriscono fenomeni di corruzione o criminalità, ma anche un contestuale impegno di prevenzione e cura con un grande investimento che permetta di dare risposte di natura ospitale e di recupero sociale. Solidarietà e legalità sono quindi profondamente connesse. Il sociale, con la sua autonomia, diventa strategico e non può affidare totalmente queste questioni a realtà di ordine pubblico. Dovremmo sviluppare con sistematicità Stati Generali del sociale, come opportunità per compiere una ricognizione dell’esistente, valutando anche la crisi motivazionale e professionale che investe operatori pubblici che non possono essere solo esecutori, ma collaboratori di una strategia di sostegno e di welfare, misurato sui bisogni e sulle esigenze della famiglia, dei più fragili, degli anziani, partendo proprio da loro.

Il cambiamento deve avvalersi della necessità di accompagnare la riflessione sui principi e sulle scelte valoriali di sistema, con l’indicazione di obiettivi operativi accompagnati da dati e ipotesi attuative. Deve essere questa un’epoca di cambiamento e di riforme strutturali più ambiziose, di stampo europeo, con misure indispensabili per il rilancio di quella che chiamo “l’economia sociale”, “welfare di opportunità”: diritti, pari opportunità, livelli essenziali, riforme, sviluppo del sistema dei servizi degli interventi, obiettivi che chiedono una governance di competenze e di ”leggerezza di sistema”. Qui la sussidiarietà diventa fattore e principio di innovazione, purché al centro ci sia sempre la persona e quell’etica, vorrei dire spirituale, quella passione che ci porta a commuoverci, indignarci, prendere parte attiva, con quella solidarietà senza sconti che deve essere quella che chiamo la fantasia che ci motiva. Un grande impegno formativo di conoscenza che va condiviso e reso percorso di comunicazione. Il concreto ci permette di mettere in fuga le ideologie e di far crescere quel pragmatismo sociale vero che incalza, modifica e qualifica anche le istanze culturali e ideali.

È chiaro che questa professionalità porta in sé la compatibilità con una visione che, appunto perché siamo in un sistema democratico, a volte può non essere condivisa, ma questo non significa passività. Per questo si chiede un impegno che implichi anche un nuovo modo di lavorare sempre meno burocratico, che sia veloce nelle risposte, capace di utilizzare quanto previsto nel bilancio, non irrigidito dalla burocrazia ma crei un nuovo clima che deve essere “fondativo”. Questo stile convincerà anche quel sociale che sta alla finestra, che cerca di prendere in carico e di presentare il conto del proprio operato, basandosi su preferenze o presunte titolarità e benemerenze.

La scelta della trasparenza, non solo nelle procedure, ma anche nella gestione va osservata e monitorata attentamente, con un bilancio sociale che, se programmato, potrebbe essere motore di innovazione. Ed allora la proposta culturale è una verifica programmatica continua con una metodologia nella quale tutti si mettano in gioco, con le proprie competenze. E non dimentico che il bagaglio etico, che legittima questo percorso, è un valore che non va lasciato alle spalle, ma che entra dentro la professionalità operativa. Stare dentro le istituzioni con autonomia e libertà è necessario per il bene di quelle persone per le quali si continua a pensare che vale la pena di spendere la vita. I poveri sono cittadini fragili, famiglie deboli, uomini, donne e bambini, stranieri minori non accompagnati, regolari, non regolari e anziani, soprattutto soli, autosufficienti o no che sono al centro di quest’attenzione.

Abbiamo bisogno di promuovere una domiciliarità che custodisca il sociale, lo valorizzi come scelta per aumentare le relazioni di cura, perché questo significa dare serenità, sicurezza profonda. Proprio nel momento nel quale si vuole istituzionalizzare una presenza sul territorio per agire sui sentimenti di insicurezza della gente, va riqualificata la gratuità di relazione, quell’etica di responsabilità che promuove e sollecita fraternità e prossimità. Forse la qualità di una politica autentica è quella di riconoscersi come strumento e servizio perché le solitudini vengano spezzate e la qualità della vita venga sostenuta. Anche laddove si entra in un sistema di sostegno, debbono crescere culture di cittadinanza e questo è possibile se le istituzioni fanno la loro parte. Il volontariato, nel gratuito, cresce se le istituzioni sono forti e posso rinnovare e non consegnano al volontariato compiti di supplenza. Non-profit e volontariato sono due dinamiche che debbono collaborare, ma non sono sovrapponibili, ma anche questo può ripensarsi, diventare un capitolo che riguarda le politiche sociali.

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