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La Laudato si’ è un’invito alla conversione rivolto a coloro che hanno responsabilità nella vita sociale e politica. Un invito che ci spinge a un confronto continuo con chi vive la città, allo scambio delle buone pratiche, alla ricerca di soluzioni condivise e di strumenti per rispondere ai problemi delle persone. Questa è la cura principale che deve avere oggi chi si pone la sfida affascinante e terribile della carità politica

E’ noto come nel magistero di papa Francesco la questione delle “periferie” torni spesso: le periferie esistenziali, ovviamente, quelle in cui l’umanità si smarrisce e non sa più ritrovare se stessa e le proprie aspirazioni più profonde. Ma anche le periferie fisiche, quelle che il Papa conosce bene perché le ha frequentate da Arcivescovo di Buenos Aires e che costituiscono un simbolo dell’America Latina tanto quanto gli immensi latifondi: due volti di una povertà che non è solo esistenziale ma è anche materiale, ed anzi si può dire che la dimensione materiale e quella spirituale si condizionino a vicenda: come può l’uomo deprivato della sua umanità, della sua dignità unica ed irripetibile, potersi aprire alla preghiera verso un dio che sembra averlo dimenticato?

Questa riflessione emerge anche all’ interno dell’Enciclica “Laudato si’”, testo ricco e complesso che tiene insieme la riflessione spirituale con l’analisi sociale, e rappresenta un potente invito alla conversione (nel senso dell’espressione greca “metànoia”, cambiare il proprio modo di guardare a a se stessi, a Dio, al mondo che ci circonda), rivolto soprattutto a coloro che hanno responsabilità nella vita sociale, politica, sindacale, a coloro che insomma esercitano una certa quantità di potere e debbono metterlo al servizio del prossimo. Sono convinto che non abbia torto chi ha scritto che il vero oggetto della LS non è l’ecologia, ma il potere, ovvero l’esercizio del potere in una società che non solo non crede più in Dio ma non crede nemmeno nell’ umanità, che ha rotto ogni vincolo di responsabilità verso le frange più deboli della società (è quella che il Papa ha più volte definito “cultura dello scarto”) ma anche vero il proprio stesso futuro compromettendolo con la mancanza di rispetto verso la “casa comune” alla cura della quale è appunto dedicata l’Enciclica.

Nella LS il Papa rileva come a causa della “smisurata e disordinata crescita” molte città “sono diventate invivibili (…) sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti” (44) e più avanti rileva come “spesso si trova una città bella e piena di spazi verdi ben curati in alcune aree ‘sicure’ , ma non altrettanto in zone meno visibili, dove vivono gli scartati della società”. (45).

La distinzione fra quartieri ricchi e quartieri poveri non nasce di recente, in tutta evidenza, ma la tendenza in atto è diversa e preoccupante: un tempo i quartieri ricchi ed i quartieri popolari erano parte della stessa città, spesso in competizione aspra se non in guerra fra di loro, ma comunque appartenenti ad uno spazio comune. Ora invece sembra che progressivamente coloro che possono permetterselo vogliano disegnarsi uno spazio urbano fruibile solo da loro, totalmente separato dal resto della città, con servizi e benefici unicamente riservati ai fortunati abitanti di quello che non è nemmeno più un quartiere ma uno spazio a parte, mentre il resto della città è riservato ai meno abbienti i quali fruiscono di servizi resi sempre più precari dalla crescente scarsità di mezzi degli Enti locali.

Da poco più di un anno sono il Sindaco di un Comune di circa ventimila abitanti del vasto hinterland milanese, forse una delle realtà urbane più densamente abitate di tutta Italia, che ha visto uno sviluppo vertiginoso nel periodo della ricostruzione post bellica e del cosiddetto boom economico, nel momento in cui masse intere di nostri concittadini muovevano da Sud a Nord alla ricerca di un lavoro e di migliori condizioni di vita per sé e per i propri figli.

Scontiamo adesso il modo caotico in cui questa fase di crescita urbanistica e demografica venne gestito, in una fase in cui la tematica del rispetto ambientale, dello sviluppo dei servizi sociali, della pianificazione urbana erano pressochè sconosciute, e l’esigenza di costruire e di occupare ogni spazio edificabile prevaleva su ogni altra considerazione. Nel mio Comune, per fare un esempio, si permise fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso di costruire villette e condomini su di un’area attigua al fiume Seveso che di fatto era una sorta di piccola depressione territoriale (infatti veniva chiamata popolarmente “la busa”, la buca) che metteva le nuove abitazioni al di sotto del livello del fiume, con conseguenze immaginabili nel momento in cui esso rompeva gli argini ed ingolfava il sistema fognario.

Più in generale, al di là di interventi occasionali di amministratori lungimiranti, del movimento cooperativo o di imprenditori “illuminati” che pensavano di disinnescare il conflitto sociale attraverso la costruzione di “villaggi modello” e di altri benefit, ciò che sembra aver connotato gli anni della crescita urbana nel contesto metropolitano milanese sembra essere stata la mancanza di visioni di insieme, e l’illusione che il modello di sviluppo in atto sarebbe proseguito indefinitamente.

Al contrario, non solo esso si è esaurito nel giro di una trentina d’anni, ma la mancata previsione della fase successiva ha progressivamente condotto al degrado i quartieri popolari che erano sorti nel pieno della fase di crescita industriale. Infatti, un quartiere pensato essenzialmente come dormitorio in un contesto di crescita industriale sviluppata presentava ancora i tratti derivanti da un vincolo sociale – di classe, se si preferisce- comune alle persone che lo abitavano fuori dall’orario di lavoro, e che aveva propri centri aggregativi, dal Circolo ACLI alla sezione comunista, passando per le biblioteche di quartiere, le parrocchie, gli esercizi di prossimità … Chiuse le fabbriche, i quartieri dormitorio diventano, appunto, solo dei dormitori, i centri di aggregazione politica scompaiono o rimangono appannaggio solo di persone anziane e di pochi volonterosi, e spesso ai parroci tocca svolgere una funzione di presidio urbano che altri soggetti hanno abbandonato, mentre la crescente presenza di immigrati da Paesi stranieri, non gestita adeguatamente, genera disagio sociale ed ansia securitaria spesso rimestata da insidiosi demagoghi.

Il caso peggiore è quello di certi aggregati urbani composti quasi integralmente da alloggi di edilizia popolare pubblica, la cui proprietà e gestione è stata da lungo tempo centralizzata in capo a Regione Lombardia e rappresenta una sconfitta epocale per l’Ente pubblico in termini di mala gestione di crescente degrado materiale e morale dovuto non solo ai ripetuti fenomeni di occupazioni abusive e di morosità nel pagamento degli affitti, ma anche e soprattutto all’evidente infiltrazione della criminalità organizzata, che si fa anche attore politico e sociale come testimoniato dal ripetuto scioglimento di alcune Amministrazioni comunali. A ciò si aggiunga che se la Regione è un cattivo padrone di casa, sono i Comuni, deprivati di ogni potere circa la gestione delle case ALER (l’ente gestore di emanazione regionale) a dover far fronte sul territorio agli esiti di questa cattiva gestione in termini di disagio urbano.

Segno infallibile di degrado urbano (e morale) è anche il diffondersi sul territorio dei quartieri popolari di esercizi del tipo di rivendite di metalli preziosi, saloni di massaggio e sale scommesse (e delle slot machine negli esercizi già esistenti): per quanto non necessariamente ogni “vendo oro” sia un centro di ricettazione ed ogni salone di massaggio sia paravento per la prostituzione, è chiaro che il diffondersi di esercizi di questo tipo, insieme a quelli esplicitamente dedicati al gioco d’azzardo, sono il segno di una miseria materiale e morale che ricerca nella dissipazione e nella rendita parassitaria l’alternativa a virtù private e civili che nessuno più insegna e che comunque vengono giudicate poco redditizie.

Ecco dunque che la conversione che si chiede a noi amministratori – sì, perché un testo come quello di Francesco un credente o una persona di reale buona volontà non lo legge con occhio distratto, ma piuttosto cercando di capire come parla a lui e che cosa gli chiede – è proprio nel senso di guardare oltre, di sapere in qualche modo prevedere come sarà la città di domani, in che modo essa possa essere un luogo accogliente, un luogo che sana le ferite e non le moltiplica, un luogo che rende liberi e non schiavi, sapendo, come ha detto con grande umiltà lo stesso Papa nel suo discorso ai rappresentanti dei movimenti popolari a Santa Cruz de la Sierra il 9 luglio scorso, che nessuno, nemmeno la Chiesa, ha la ricetta giusta in tasca, perché “la storia la costruiscono le generazioni che si succedono nel quadro di popoli che camminano cercando la propria strada e rispettando i valori che Dio ha posto nel cuore”.

E dunque il confronto continuo con chi la città la vive e spesso la subisce, lo scambio delle buone pratiche, la ricerca di soluzioni condivise e lo sforzo autenticamente riformista di trovare gli strumenti istituzionali migliori per rispondere ai problemi delle persone debbono essere la cura principale di chi ancora oggi si pone la sfida affascinante e terribile della carità politica.

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