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La nozione di “euro-scetticismo” tiene assieme, con paradossale efficacia, una moneta simbolo di speranza e di fiducia nel futuro ed un sentimento di segno radicalmente opposto. Nel farlo tale nozione evidenzia un fatto: qualcosa si è inceppato nella “logica della speranza” che alimentava il progetto della moneta unica ed ha aperto le porte alla sfiducia. Per reagire a questa deriva occorre una “semina di fiducia” capace di dare nuova linfa alla politica europea e al suo ideale di comunione solidale tra i popoli.

La nozione di “euro-scetticismo” tiene assieme, con paradossale efficacia, una moneta simbolo di speranza e di fiducia nel futuro ed un sentimento di segno radicalmente opposto. Nel farlo tale nozione evidenzia un fatto: qualcosa si è inceppato nella “logica della speranza” che alimentava il progetto della moneta unica e ha aperto le porte alla sfiducia. Prima di affrontare il problema nella sua concretezza e urgenza vale dunque la pena sostare un attimo su questa “logica della speranza”.
Tommaso d’Aquino, cercando di far luce su problemi senza dubbio distanti da quelli qui analizzati, offre ai lettori della Somma di Teologia (Ia-IIae, q. 40, a.1) alcune preziose indicazioni circa la struttura originaria della speranza. Quest’ultima, scrive l’Aquinate, necessita di quattro ingredienti essenziali: innanzitutto richiede, come oggetto, un bene che ne calamiti l’interesse; è ovvio, infatti, che non si può sperare se non in qualcosa che si stima essere un che di positivo (almeno sotto un certo aspetto). In secondo luogo tale bene deve riguardare il futuro, dato che se fosse immediatamente disponibile non susciterebbe un sentimento di speranza, ma la semplice voglia di fruirne (così come quando siamo a casa e ci viene voglia di un caffè, non “speriamo” di berlo, ma ci alziamo e prepariamo la moka). In terzo luogo deve essere un bene arduo e, proprio per questo, prezioso, nella misura in cui riteniamo sensato sforzarci e impegnarci a fondo solo quando il fine a cui si tende è ritenuto meritevole di tanto impegno. Infine deve essere raggiungibile, perché un bene ambito ma inaccessibile non può alimentare alcun sentimento di speranza, ma solo il suo contrario: la disperazione (questo accade, ad esempio, quando ci si illude di poter conquistare qualcosa che sembra a portata di mano ma che rimane, di fatto sempre, un passo più in là; è questa frustrazione del desiderio, questa dolorosa consapevolezza di non poter godere realmente del bene agognato, che introduce alla disperazione).
Se ora torniamo all’euro, e cerchiamo di rintracciarvi questi quattro ingredienti, notiamo alcune cose interessanti. Innanzi tutto che proprio la fiducia nella realizzabilità di ciò che la moneta unica vorrebbe simbolizzare – l’unione pacifica e solidale di un continente – è entrata in crisi. In generale non viene meno il giudizio positivo sull’ideale europeo; ciò che entra in crisi è la persuasione che l’euro – nato come strumento al servizio di quel progetto – possa davvero favorire il realizzarsi di quell’ambizioso disegno. La disperazione prende così il posto della speranza e molti, nel tentativo di arginare un sentimento in cui è difficile dimorare senza avvertire disagio, cercano conforto in qualcosa che sembra rappresentare un fine più agevolmente conseguibile.

D’altro canto non potrebbe essere altrimenti: l’uomo si alimenta di speranze e non potrebbe aprirsi al futuro se non sperasse di poterle realizzare (e non a caso il depresso, che non crede nel futuro, fatica a scendere dal letto e a dar senso alle sfide del quotidiano). Al bene arduo a cui rimanda una moneta simbolo di comunione pacifica e di solidarietà si preferisce così il bene “di seconda mano” di una lira che richiama un passato di autonomia e di presunta autosufficienza. Alla dinamica, difficile, dell’apertura fiduciosa all’altro si preferisce una rassicurante – e un po’ egoistica – chiusura nel proprio. Questa, tuttavia, appare come una cattiva soluzione ad un problema reale. Le ragioni che alimentano la sfiducia vanno affrontate, non rimosse.

Un’ultima considerazione: fidarsi, come ci insegna l’esperienza dei rapporti interpersonali, significa inevitabilmente esporsi al rischio del tradimento. La bellezza, e la preziosità, delle relazioni significative è legata alla loro fragilità, ovvero alla possibilità di venire frante. Custodire e nutrire le relazioni interpersonali significa quindi gestire con saggezza ciò che non è totalmente nelle nostre mani. Così, in un certo senso, avviene nel caso dell’euro, laddove il rischio che lo strumento non sostenga come dovrebbe il progetto per il quale fu pensato è una eventualità che va gestita con saggezza, ma senza rinunciare alla grandezza dell’impresa. Indubbiamente l’euro – o, meglio, le politiche economiche che ne hanno accompagnato nascita e sviluppo – non è esente da critiche che giustificano l’odierna crisi di fiducia. Ciò non significa, tuttavia, che la risposta più adeguata sia mandarlo in soffitta.

Ciò che occorre è, invece, una più efficace “semina di fiducia”; ma ciò è possibile non certo barattando la grandezza di un bene futuro arduo con un bene più a buon mercato (benché forse illusorio), ma dando nuova linfa al progetto europeo e al suo ideale di comunione solidale tra i popoli, mostrando che, per quanto complicato e faticoso, è un bene realmente possibile.

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