I fenomeni mafiosi traggono origine dall’incapacità dello Stato unitario di integrare nella società capitalistica la borghesia rurale e le plebi urbane meridionali. Una lacuna strutturale che attraversa, da oltre centocinquanta anni, la storia d’Italia. Grazie alla loro capacità adattiva, che gli consente di oscillare tra poli opposti, le mafie si sono adeguate ai diversi mutamenti congiunturali e alle azioni di contrasto degli apparati statali

I fenomeni mafiosi traggono origine dall’incapacità dello Stato unitario di integrare nella società capitalistica la borghesia rurale e le plebi urbane meridionali. Una lacuna strutturale che attraversa, da oltre centocinquanta anni, la storia d’Italia. Grazie alla loro capacità adattiva le mafie si sono adeguate ai diversi mutamenti congiunturali e alle reiterate azioni di contrasto degli apparati statali.

La lunga durata ha generato una sovrapposizione tra Stato e mafie che non riguarda solo l’ordine pubblico e la punizione dei delinquenti ma qualcosa di più profondo: il condizionamento della mentalità collettiva e delle relazioni comunitarie ridefinite secondo un certo stile di vita e una determinata interpretazione della realtà. Pur considerando le diversità antropologiche delle tre principali organizzazioni criminali, è necessario rilevare, all’interno di un quadro secolare, alcune similitudini che hanno fissato la lunga permanenza dei fenomeni mafiosi.

Cosa nostra, la Camorra e la ‘Ndrangheta, salvo in periodi eccezionali di modifica degli assetti organizzativi, di guerre interne e trasversali o di persecuzione giudiziaria, hanno sempre stabilito rapporti di tolleranza reciproca e di collaborazione con le classi dirigenti nazionali. Le crisi di trasformazione degli assetti economici, sociali e istituzionali non sono altro che fratture congiunturali: il mutare delle condizioni viene inglobato all’interno di una struttura che metabolizza gli elementi di novità senza alterarne il substrato culturale.

Le mafie hanno integrato, rielaborato e riadattato i modelli criminali adeguandoli al progredire della società dei consumi di massa. La capacità adattiva ha consentito alle mafie di superare indenni i diversi passaggi storici con una continua oscillazione tra arcaismo e modernità. Il processo evolutivo non è stato lineare ma ha intrecciato le caratteristiche della fase precedente con quelle della successiva, concependo una coesistenza di permanenze e trasformazioni che mescola società, economia e cultura in un unico amalgama.

Sono sistemi duali che attraggono poli opposti: come un pendolo oscillano con moto perpetuo tra contesti distanti, intermediando e collegando oggetti apparentemente inconciliabili e contrastanti. In ambito istituzionale la perpetua oscillazione ha coniugato monarchia e repubblica, Stato e società (alias verticale e orizzontale), potere e consenso, ordine e disordine, centralismo e decentramento, unità e frammentazione. Nella definizione degli assetti sociali ha saldato campagna e città (alias silenzio e rumore), latifondo e quartiere, borghesia e plebeismo, alfabetismo e analfabetismo, classismo e popolarismo, materiale e immateriale.

In economia ha congiunto pubblico e privato, monopolio e concorrenza, capitalismo e mercantilismo, industria e commercio, produzione e finanza, holding e franchising. Si potrebbe continuare a lungo nell’elencazione, ma sarebbe inutile poiché l’obiettivo non è classificare le coppie opposte ma dimostrare che le mafie, oscillando come un pendolo, entrano in contatto con molteplici sfaccettature del prisma sociale assorbendole senza eliminarle, alternandole senza escluderle.

Se volessimo applicare la teoria dell’oscillazione anche al campo storico ci accorgeremmo che la coppia passato/futuro è stata incorporata nella logica assorbente del “sempre presente”: mantenere il passato per preconizzare il futuro. Nel senso che la lunga durata delle mafie, nei mercati illegali e del vizio, nel dialogo con la politica e la zona grigia, nel controllo del territorio, nella partecipazione ai poteri occulti, nell’attività di redistribuzione del reddito, nella ricerca di consenso, negli ambigui rapporti con il mondo della chiesa, nella corruzione della pubblica amministrazione, rende sempre attuale e dinamica la loro funzione di intermediazione sociale, economica, civile e politica nella storia del Paese.

Non si può continuare a raccontarle dando credito a luoghi comuni e stereotipi che hanno generato scorie metastoriche. Sono organismi viventi in constante mutazione, capaci di avanzare e crescere senza rinunciare alle tradizioni del passato, all’insegna di una continuità che ha ragione di essere solo se è adattabile agli scopi delle organizzazioni criminali.

Una forte organizzazione mafiosa, pur divenuta transnazionale, avrà sempre bisogno di un forte radicamento nel territorio di origine e dovrà continuare a strumentalizzare il patrimonio della cultura popolare per ottenere consenso dalle fasce marginali e avvalorare l’immagine di una mafia ancorata al passato, fondata su saldi principi, poco duttile alla modernizzazione, in modo da allontanare da sé ogni allarme sociale ed occultare le relazioni con le alte sfere della finanza, della politica e delle istituzioni. Ancora una volta vale il principio della mutazione pendolare che ingloba e tiene unite, nel sua perdurante oscillazione, coppie tematiche divergenti: Stato e Mercato, localismo e globalizzazione, tradizionalismo e modernità.

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