L’utopia della pace è nelle nostre mani: non la fine definitiva di ogni conflitto possibile, forse, ma almeno la fine delle guerre che derivano da logiche di potenza, da sfruttamento e da piani imperialistici che prevedono come esito solo la distruzione e la sottomissione di altri esseri umani. Bisogna resistere alla tentazione di pensare che, se si tratta di un’utopia, questo obiettivo sia irraggiungibile. È una tentazione diabolica. La voce della speranza, e la vocazione della fede, ci inducono a pensare l’utopia della pace come realmente possibile, perché essa dipende dalla “facoltà del possibile” che si trova negli esseri umani, ovvero la capacità di scegliere il bene contro il male.

Per quanto possa suonare paradossale, la pace non è un tratto originario dell’utopia. Con una sorprendente dose di realismo, Thomas More – l’inventore del termine e del concetto di utopia – non esclude affatto che gli utopiani scendano in guerra. Non solo: egli prevede come cause di guerra alcune situazioni specifiche, che non si limitano alla guerra di difesa. Una di queste cause è la condizione di popoli vicini che siano vittime di oppressione o conquista e che chiedano l’aiuto degli utopiani. Come si vede, si tratta di un richiamo alla logica delle alleanze strategiche, che per gli utopiani sono legittime quando è in gioco la libertà e l’autonomia di un popolo. Un’altra causa, assai discutibile per la sensibilità odierna, è la situazione in cui il territorio di un popolo vicino sia lasciato incolto e trascurato. Per More, infatti, la terra è essenzialmente un bene comune universale ed è affidata agli uomini affinché la mettano a frutto per la vita e per il benessere dei viventi. Quando questo non succede, e il territorio è abbandonato, gli utopiani si riconoscono il diritto/dovere di prenderne il controllo per averne cura e di coltivarlo, specie se vi sono necessità da soddisfare, come il produrre gli alimenti. La terra non appartiene privatamente a nessuno e averne cura è un dovere precipuo di ogni comunità civile.

Per quanto ci possa sorprendere, la logica di questi requisiti risponde a una concezione che si basa sull’idea di bene comune, che ha due tratti essenziali: in primo luogo, bene comune è la terra che abitiamo e che ci è data in custodia, per cui il suo abbandono – a fronte delle necessità di nutrimento degli esseri umani e degli animali – fa decadere i presunti diritti di proprietà sul suolo, in particolare il suolo fertile. La proprietà, infatti, non è un diritto senza condizioni e, anzi, per gli utopiani non è un diritto in generale: nessuno di loro si appropria dei beni comuni, men che meno della terra. Quindi, se un popolo vicino rivendica la proprietà di un territorio senza averne cura, questo genera un doppio controsenso: si viene meno al dovere di cura della terra e si sottraggono risorse a coloro che ne hanno bisogno. In secondo luogo, bene comune fondamentale è la libertà delle persone e dei popoli, per cui la sua violazione da parte di un oppressore o di un invasore è per gli utopiani una violazione di un tratto universale degli esseri umani, che deve essere tutelato in ogni modo.

Il mondo contemporaneo, specie dopo le tragiche esperienze del Novecento, non prende così alla leggera l’eventualità di una guerra. Se da un lato, a causa della lunga tradizione degli Stati nazionali che proprio la modernità ha generato, ci ripugna l’idea di prendere il controllo di un territorio fuori dai nostri confini solo perché non coltivati o curati a fondo, dall’altro siamo molto più prudenti nel correre in soccorso a coloro che sono minacciati da un invasore – come dimostra la cautela con cui l’Occidente ha risposto alla brutale aggressione russa nei confronti dell’Ucraina.

La nostra prudenza non è segno di una solidarietà tiepida: essa deriva dalla consapevolezza che i mezzi di distruzione a disposizione degli eserciti odierni – e in particolare delle potenze nucleari – sono così devastanti che un allargamento del conflitto porterebbe a conseguenze catastrofiche e non controllabili.

Così, la questione della pace entra a far parte di un “ottimo stato di cose” come requisito essenziale, specie nello scenario globale odierno. In altri termini, il nostro concetto di utopia, a differenza di quello di Thomas More, prevede che potremmo considerare un “buon luogo” (secondo il significato della parola ou-buon, topia-luogo) soltanto un luogo in cui lo spettro della guerra fosse scongiurato, in particolare lo scenario di un conflitto globale con l’impiego di armi di distruzione di massa.

Ma allora si pone la questione: quanto utopica è la pace? O se si vuole: in quale senso la ricerca della pace si colloca nell’orizzonte di uno stato atteso e auspicato, ma nei fatti forse inattingibile?

Anche qui, il concetto di utopia come originariamente inteso da More può sorprenderci: la traccia narrativa e descrittiva che egli ci ha offerto a suo tempo non indica, in realtà, una situazione del tutto irraggiungibile. Gli utopiani immaginati da More non sono esseri soprannaturali, cui manchino le normali inclinazioni e debolezze umane. Sono, anzi, individui come noi, che però hanno fatto della vita comune e della solidarietà radicale la loro regola di vita. E la provocazione propostaci da More è precisamente questa: nessuna delle condizioni di una buona vita e di una giusta convivenza ci sono impossibili per quel che siamo in quanto esseri umani. Sono solo le nostre scelte e le nostre azioni che generano l’ingiustizia e il conflitto. È alla nostra libertà che si rivolge l’appello che il concetto di utopia genera: si tratta di attivare tutte le energie dell’immaginazione, della prudenza, della lungimiranza e della collaborazione. L’immagine stessa di un mondo pacificato, elaborata in termini non illusori ma ragionevolmente realistici, è la guida di un processo che si affida al nostro libero arbitrio. Se la pace è possibile agli esseri umani quali sono, ed essa lo è come possibilità buona, allora è solo un cattivo uso della libertà ciò che si frappone fra noi e l’esito sperato. A questo rimanda anche il messaggio di Papa Francesco: solo la solidarietà radicale, la condivisione di una condizione umana fragile ma aperta al bene, solo la scelta di non aggredire l’altro per nessuna ragione protegge la nostra convivenza e ci consente di affrontare uniti il lato più impersonale del male, ossia la sofferenza causata dalle pandemie, dagli eventi naturali, dalla malattia in generale.

Sullo sfondo, si fa chiaro che la più importante scelta di campo da fare ora non è solo quella a difesa della pace e della libertà dei popoli, ma anche e anzitutto quella a difesa del pianeta e della vita sulla terra, contro un modello di sviluppo che ha ormai dimostrato più che abbondantemente di non essere sostenibile e, anzi, di essere legato a guerre che speravamo dimenticate dall’umanità, le guerre di conquista e di accaparramento delle risorse per fini esclusivi, a costo di violenze e sopraffazioni continue.

Questa utopia è nelle nostre mani: non la fine definitiva di ogni conflitto possibile, forse, ma almeno la fine delle guerre che derivano da logiche di potenza, da sfruttamento e da piani imperialistici che prevedono come esito solo la distruzione e la sottomissione di altri esseri umani. Bisogna resistere alla tentazione di pensare che, se si tratta di un’utopia, questo obiettivo sia irraggiungibile. È una tentazione diabolica. La voce della speranza, e la vocazione della fede, ci inducono a pensare l’utopia della pace come realmente possibile, perché essa dipende dalla “facoltà del possibile” che si trova negli esseri umani, ovvero la capacità di scegliere il bene contro il male.

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