Del “bene comune” non si parlerà mai abbastanza e qualunque circostanza può essere adatta per farlo. Soprattutto quando sono in gioco le sorti della società e la felicità delle persone. Sviluppo e sottosviluppo sono categorie socio-economiche che rappresentano il grado della qualità di vita di persone e di popolazione. Più ancora che il termine “crescita”, adoperato per descrivere l’aspetto economico di una comunità, lo “sviluppo” indica l’insieme delle variabili che costituuiscono la completezza della esistenza umana: cultura, relazioni, politica, sentimenti, benessere socio-psico-fisico.
La vicenda del mancato accordo unitario allo stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco mette a nudo le debolezze del nostro sistema industriale, ancora troppo legato al settore manifatturiero per pensare di poter fare a meno di orari di lavoro lunghi e faticosi e ancora poco maturo per abbandonare prassi puramente rivendicative. In entrambi i casi si tratta di caratteristiche tipiche delle relazioni sindacali del secolo scorso che il “Protocollo Ciampi” del 1993 sembrava, invece, aver abbandonato, riconoscendo al sindacato un ruolo istituzionale nelle politiche di contrasto alla inflazione.
Gli anglofoni ricorrono, con metodo scientifico, ad una sigla per descrivere qualsiasi cosa: WASP, NIMBY, WAGS, VIP e così avanti. Ce n'è una di recente conio sulla quale intendiamo soffermarci oggi: NEET, che ha in sé l'eco militaresca di un no russo, e insieme suggerisce la vastità di una rete di larvali replicanti. Parliamo dell'esercito dei Not in Education, Employment or Training, giovani nullafacenti che l'italiano rende con “bamboccioni”, parola grassa e rotonda che ben si accompagna a “mammoni”, termine che piace molto all'estero quando ci devono descrivere. Quando lo fanno, di solito non è per parlarne bene.
In una società prevalentemente ‘frantumata’ e dominata da un concetto di professionalità incentrato sugli aspetti meritocratici e individualistici, si parla spesso di “etica e impresa” da più parti ma con significati che a volte mal si accordano tra loro. Studiosi, dopo aver per anni sostenuto modelli classici di azione economica fondati sul mercato autoregolato, parlano di ‘etica’; molte categorie professionali fanno ricorso a questo concetto quando devono legittimare la propria autonomia e che quindi in questo caso lo stesso concetto viene ad esprimersi più come esigenza di assenza di controlli che come elemento regolativo della professione; altri ancora sottolineano la sostanziale ‘volontarietà’ degli atti etici almeno per riferimento alla impresa.
Non si può chiamare riforma il tentativo di intervenire unilateralmente, prescindendo dal dibattito politico e dal confronto aperto con tutte le parti sociali coinvolte. Non si può chiamare riforma un intervento che prende in considerazione soltanto alcuni aspetti particolari della realtà sulla quale esso dovrebbe produrre i suoi effetti. Queste considerazioni assumono un rilievo significativo allorché la realtà presa in considerazione è quella del mercato dei rapporti di lavoro (o meglio, di una parte di esso).
Sono noti i principali squilibri manifestati dal mercato del lavoro nel nostro paese: tra questi, la disoccupazione intellettuale giovanile, la disoccupazione femminile, il numero crescente di soggetti colpiti da crisi aziendali, la diffusione di lavoro sommerso. Gli ultimi dati disponibili riguardanti il mercato del lavoro in Italia confermano la drammaticità di alcuni aspetti della crisi in corso. Per l’intero Paese l’Istat registra per l’occupazione la prima caduta annuale dal 1995 (nella media del 2009, -380.000 occupati), con un tasso di disoccupazione salito all’8,2%.
Bene comune e politiche attive del lavoro di Pierluigi Grasselli - 06/05/2010 La gravità della crisi in corso impone un ripensamento delle strategie di politiche del lavoro, e la messa a punto di un mix appropriato di politiche attive e passive del lavoro.
Riforme sul lavoro?! di Andrea Villa - 06/05/2010 Con il trascorrere degli anni, il carattere ‘indisponibile’,di alcune delle prerogative del lavoro ‘tradizionale’ finisce col collidere con la pressoché totale sottovalutazione dei diritti costituzionali di una fetta consistente delle, più o meno, nuove generazioni.
