Benecomune.net http://www.benecomune.net/ costruire, condividere, promuovere conoscenza it COOPERAZIONE CIVILE: UN’OPPURTUNITÀ PERSA PER LA PUBLIC DIPLOMACY ITALIANA? http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1455 Wed, 01 Feb 2012 12:09:53 +0100



di Federiga Bindi
Le commissioni Esteri e Difesa stanno discutendo in questi giorni alla Camera il “decreto missioni”, sulla cui base opererà poi la Cooperazione allo Sviluppo italiana. Una parte importate del lavoro della cooperazione è centrata sulla formazione, campo in cui l’Italia eccelle. Nonostante ciò, nei settori della cooperazione gira voce che si intenda eliminare i corsi di formazione residenziali in Italia per funzionari pubblici afghani spostandoli in Afghanistan. Sarebbe un errore strategico, che minerebbe la qualità e l’efficacia dei corsi stessi – in particolare per quanto riguarda la partecipazione femminile - stimolerebbe la corruzione locale e, non ultimo, danneggerebbe la credibilità dell’Italia in materia, come spiegheremo di seguito.
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I corsi per funzionari pubblici sono nati da una specifica richiesta del Ministro degli Esteri Afghano Zalmai Rassoul, subito accolta dall’allora Ministro Franco Frattini. L’equipe incaricata dal Ministro Frattini di disegnare e realizzare i corsi – di cui chi scrive ha fatto parte – è partita da una ricognizione delle esperienze internazionali già esistenti. L’Italia infatti non è il primo paese coinvolto nella formazione dei funzionari pubblici. I tedeschi hanno già un’esperienza decennale che vede ogni anno l’organizzazione di un corso trimestrale (da aprile a luglio) per diplomatici afghani. Anche gli Stati Uniti e l’India sono molto attivi in questo campo. Quindi, sono state organizzate una serie di visite di studio in Afghanistan per meglio capire le necessità locali e come meglio rispondervi, tenendo presente quanto già fatto dal resto della comunità internazionale, sia in loco che fuori dal paese.
La dichiarazione finale della Conferenza Internazionale di Parigi del Giugno 2008 ha lanciato un ambizioso piano di sviluppo per l’Afghanistan, che prende il nome di National Development Strategy (NDS). Il piano si sviluppa attraverso un’agenda quinquennale che stabilisce una molteplicità di obiettivi dal punto di vista della sicurezza, della governance, della crescita economica e della riduzione della povertà e che prevede l’inter-connessione temporale di tre fasi: la stabilizzazione (basata sull’impostazione di una stato di diritto e di un sistema efficace di governance); la fase di consolidamento (basata sul miglioramento della qualità dei servizi pubblici) e la trasformazione (basata sullo sviluppo dei concetti di human security e crescita economica)* . Il passaggio dalla fase di stabilizzazione a quella di consolidamento è, pertanto, determinabile solo in seguito alla costruzione di un sistema efficace di governance, che la NDS affida al National Governance Programme. In questo ambito un’importanza strategica è rivestita dalla Independent Administrative Reform and Civil Service Commission (IARCSC), il cui compito è, sin dal 2002, quello di implementare la riforma della pubblica amministrazione afgana, secondo criteri di merito ed efficienza indicati nell’Afghanistan Programme for Efficient and Effective Governance. La IARCSC è coadiuvata nella sua azione di coordinamento e implementazione della riforma dall’Afghanistan Civil Service Institute (ACSI), che agisce da istituto di formazione della pubblica amministrazione. La struttura didattica dell’ACSI punta ad offrire un’ampia gamma di insegnamenti, tra cui, leadership, management pubblico e finanziario, lingua inglese, IT, ecc.
A livello statuale, l’Afghanistan è una repubblica presidenziale islamica moderata con un presidente e due vicepresidenti. A Kabul il ramo esecutivo è strutturato in 25 ministeri e varie agenzie governative poste sotto l’autorità diretta del presidente o dei vice presidenti. Diversi organi, tra cui il Consiglio Nazionale di Sicurezza, il corpo anti-corruzione, l’accademia delle scienze, commissioni (tra cui la IARCSC) beneficiano di una relativa indipendenza. A livello regionale, lo stato afgano si organizza in 34 province (Wolayat). Le province si suddividono in distretti (Uluswali), composti a loro volta da municipi (Sharwali Wolayat) e talvolta da municipi rurali (Sharwali Uluswali). Idealmente, le amministrazioni locali non sono autonome. Devono implementare le politiche elaborate a livello centrale, senza processo di decisione autonomo e hanno tutt’al più una flessibilità ridotta nell’attuazione di questi programmi. Il (mancato) raccordo tra il livello distrettuale e quello nazionale rappresenta uno dei nodi problematici principali nella ricostruzione del moderno Afghanistan: i due livelli non si parlano e forte è la mancanza di fiducia reciproca.
In seguito al nuovo assetto costituzionale e alla nascita della IARCSC, in Afghanistan coesistono poi due tipi di assunzione pubblica: l’assunzione permanente (karmand) e l’assunzione contrattuale (agir)** . Il corpo dei dipendenti di ruolo è afflitto da una serie di problematiche tra cui la bassa remunerazione, la scarsa motivazione e la limitata professionalità (solo tre funzionari su dieci sono in possesso di un diploma di scuola secondaria, e solo uno su dieci possiede un diploma di laurea). Dall’altra parte è andato formandosi negli ultimi anni un corpo parallelo di funzionari pubblici a contratto, spesso provenienti dalla diaspora, più qualificato, e con remunerazioni mediamente più gratificanti grazie al supporto di programmi internazionali, quali quelli della Banca Mondiale. In aggiunta, le posizioni dirigenziali delle varie agenzie governative sono state affidate dal Management Change Programme della stessa Banca Mondiale ad un gruppo ristretto di personale altamente qualificato con contratti di standard internazionale. Tale complessa architettura, con grandi diversità di qualificazioni e remunerazioni, non favorisce l’efficienza dell'amministrazione centrale e ancor meno delle amministrazioni provinciali e dei distretti dove, l'insicurezza costituisce un grosso ostacolo alla formazione e al dispiegamento di funzionari pubblici. L’impiego pubblico è stato aperto alle donne dopo la caduta dei Talebani. Le impiegate di sesso femminile sono particolarmente presenti nel campo della salute e dell’istruzione, ma negli ultimi anni segnali di progresso si stanno lentamente registrando anche negli altri settori dell’apparato statale. Numerose sono comunque le problematiche che affliggono la pubblica amministrazione afgana sia a livello centrale che regionale. Anzitutto, la presenza di numerosi consulenti internazionali tende a rallentare il processo di crescita e maturazione di una classe dirigente pubblica afgana proveniente dalla classe media del paese che possa assumere stabilmente ed autonomamente la guida del processo di sviluppo nazionale nel prossimo futuro. In aggiunta, la performance dell’amministrazione pubblica viene giudicata nel complesso inefficiente sia dagli osservatori internazionali che dagli stessi cittadini afgani. Le amministrazioni pubbliche, infatti, non rispondono alle aspettative della popolazione riguardo alle principali funzioni statuali, in particolare per quanto riguarda l’omogeneo dislocamento e funzionalità dei servizi sul territorio. Inoltre, la comunità internazionale lamenta un livello di corruzione ancora molto elevato ed in particolare correlato al traffico dell’oppio. I problemi maggiori evidenziati sono pertanto: l’implementazione inefficiente e disomogenea delle politiche nazionali; la mancanza di qualificazione per i funzionari di ruolo dell’amministrazione pubblica; l’eccessiva centralizzazione amministrativa e finanziaria; la scarsa cooperazione e comunicazione tra livello centrale e livello locale; la corruzione; l’emarginazione femminile dai ruoli dirigenziali dell’amministrazione pubblica.
Il progetto formativo finalmente presentato al Ministro Frattini, e da questi approvato e quindi messo in atto, si proponeva di contribuire ad affrontare tutte le problematiche indicate, focalizzando l’attenzione sulla questione del raccordo tra livello centrale e locale dell’amministrazione pubblica.
La realizzazione del progetto ha rappresentato un considerevole salto di qualità per la cooperazione italiana in Afghanistan, in quanto ha risposto a due esigenze: condividere l’eccellenza italiana di istituzioni pubbliche che hanno maturato esperienza nel relazionarsi alle istituzioni e alla cultura afgana; ed inglobare un settore strategico delle istituzioni afgane, quello dei funzionari pubblici, che rappresenta la base su cui costruire il futuro del settore pubblico nazionale. Il primo corso intensivo per giovani diplomatici e quello per giovani funzionari della pubblica amministrazione afgana, tenutosi rispettivamente nell’autunno 2010 e nella primavera 2011, sono serviti da progetto pilota. Il loro successo ha permesso l’organizzazione del secondo corso per diplomatici – tenutosi nell’autunno 2011 – al quale avrebbe dovuto seguire il secondo corso per funzionari pubblici nella primavera 2012. Tuttavia il progetto, regolarmente presentato come previsto nell’autunno 2011, risulta adesso bloccato sine die.
Sostituire tali corsi residenziali con corsi a livello locale, sarebbe un errore strategico. In realtà, una siffatta decisione porterebbe ad una dolce eutanasia del progetto stesso, con conseguente perdita di credibilità per il nostro paese.
Vi sono infatti innanzitutto problemi logistici e di sicurezza: la Cooperazione italiana in Afghanistan non è dotata – specie dopo l’attacco alle sue strutture ad Herat – di locali adeguati con attrezzature multimediali per fare tali corsi. Farli nei locali della IARCS – gli unici decentemente moderni ed attrezzati a Kabul - significherebbe costringere docenti e discenti a giornaliere traversate di Kabul – la IARCS è in periferia – con evidenti problemi logistici e di sicurezza. I locali della IARCS non paiono per altro essere sufficientemente protetti.
Quindi ci sarebbe un problema legato all’offerta formativa, che risulterebbe fortemente ridotta ed impoverita qualora si tenesse in Afghanistan. Nei due mesi circa che i giovani funzionari pubblici afghani passano in Italia, partecipano ad un programma mirato a trasmettere loro una conoscenza dei sistemi amministrativi comparati in prospettiva regionale e internazionale; una familiarità con tecniche di comunicazione e inter-relazione fra vari livelli di strutture di governance, a partire dal modello italiano e europeo; una competenza in alcune discipline di particolare rilevanza per l’esercizio dell’attività professionale, sia di tipo sostanziale che procedurale; un’approfondita comprensione critica delle questioni istituzionali ed amministrative cruciali in Afghanistan in riferimento alla decentralizzazione amministrativa e all’applicazione del principio della sussidiarietà orizzontale e verticale; una capacità manageriale, relazionale e di leadership orientati al consolidamento dei rapporti tra diverse strutture e livelli della pubblica amministrazione; un approccio interculturale orientato alla mutua comprensione e al dialogo. Tutto ciò è possibile solamente coinvolgendo i migliori docenti ed esperti. Generalmente ciascun modulo è insegnato da équipe di docenti ed esperti di 4-6 persone che organizzano il loro modulo in reciproca cooperazione ed in modo armonico. Parliamo dunque di oltre 30 docenti coinvolti per ciascun corso. È evidente che i costi per portare in Afghanistan un tale gruppo di persone – ammesso che sia possibile e che accettino, per gli evidenti problemi di sicurezza – sarebbe proibitivo. Si offrirebbe quindi una qualità formativa ridotta rispetto a quelle che sono le potenzialità italiane.
Un altro problema sarebbe il minore controllo sulla selezione dei partecipanti ai corsi. Nei programmi residenziali, l’Ambasciata e la Cooperazione italiane hanno svolto un ruolo importante nella selezione dei partecipanti – lavorando assieme alle autorità afghane ed in particolare con la IARCSC - in quanto in ultima istanza sta all’Ambasciata assumersi il rischio di dare o meno il visto ai partecipanti. Si sono dunque potute dare indicazione precise circa le preferenze della Cooperazione. In particolare, era stato deciso che a beneficiare del programma fosse l’intero apparato pubblico afgano – coinvolgendo quindi sia il livello centrale che quello livello regionale. Per quanto riguarda il livello nazionale, l’indicazione dell’Ambasciata Italiana di Kabul e dell’Unità Tecnica di Lavoro (UTL) della Cooperazione in Afghanistan era stata quella di dare un’attenzione privilegiata ai ministeri chiave nel settore dello sviluppo. Per quanto riguarda i funzionari di enti subnazionali si era invece deciso di focalizzarsi su giovani provenienti della provincia di Herat, coerentemente con il fatto che l’Italia è responsabile per tale PRT. Questo fatto di mettere insieme funzionari regionali e nazionali provenienti da ministeri diversi – permettendo quindi loro di stabilire un rapporto diretto e di mutua conoscenza e stima – sarebbe verosimilmente vanificato se i corsi si tenessero in Afghanistan, sia per problemi logistici e di sicurezza, sia per i noti preconcetti culturali e politici esistenti tra i vari livelli e amministrazioni. Il fatto che i circa 20 partecipanti vivano insieme – lontani dalla difficile situazione afghana – per due mesi permette invece la creazione di uno spirito di gruppo, la creazione di una conoscenza e stima reciproca che – stando al feedback che è ormai possibile grazie ai social network – continua una volta che i partecipanti sono tornati in patria. La partecipazione attiva dell’Ambasciata e della Cooperazione italiana nella selezione ha inoltre il vantaggio - non di poco conto in Afghanistan – di scoraggiare tentativi di corruzione uno dei problemi che mina maggiormente l’attività di formazione internazionale, come sottolineato anche da un rapporto dell’US Institute for Peace che verrà prossimamente divulgato. Last but not least il legame che si crea con gli organizzatori in Italia e con la Cooperazione in Afghanistan ci permette di effettuare un “controllo ex-post” con follow-up, incontri ecc. uno dei problemi principali della formazione è infatti assicurarsi che i discendi restino nella PA afghana. A tal scopo, è stato inoltre creato un sistema di incentivi selettivi – ad esempio i due migliori partecipanti del corso della primavera 2011 sono appena arrivati in Italia con una borsa di studio – ritagliata nelle more dello stesso progetto – per terminare un Master a Roma. È evidente anche tutte queste misure a medio termine verrebbero meno se i programmi perdessero la loro caratteristica residenziale.
Per quanto riguarda il profilo dei partecipanti, era stato deciso di indirizzarsi a funzionari di medio livello, possibilmente giovani ma con prospettiva di diventare dirigenti, con formazione universitaria ma non necessariamente con esperienza estera, e che non facessero parte di programmi internazionali tali quelli finanziati dalla Banca Mondiale o altre agenzie delle Nazioni Unite. I corsi miravano anche a promuovere una partecipazione di genere equilibrata per favorire l’empowerment delle donne nella funzione pubblica afgana centrale e regionale. Pertanto, pur rimanendo il criterio meritocratico la regola principale per la selezione dei candidati ai corsi, si era prevista una sorta di “azione affermativa” a favore delle impiegate pubbliche afgane al fine di garantire una partecipazione femminile di almeno il 50% dei corsisti. La buona conoscenza della lingua inglese attiva e passiva, il possesso di un diploma universitario, e generalmente un’esperienza nella pubblica amministrazione di 2-5 anni, oltre ad un’età massima di 30 anni - seguendo le indicazioni europee per la definizione dei criteri di selezione nei programmi rivolti ai giovani – completavano i criteri di selezione dei candidati.
Sempre legato al problema della selezione, vi sarebbe – qualora i corsi fossero organizzati in loco – il problema di una ridotta partecipazione femminile, sia in termini quantitativi che qualitativi. L’esperienza ha infatti mostrato una certa reticenza da parte afghana a favorire la partecipazione femminile e molto si è dovuto insistere su questo punto con le autorità afghane. Senza la possibilità di esercitare una pressione grazie alla residenzialità e al conseguente visto, sarebbe difficile pretendere una qualificata partecipazione femminile. In particolare, il problema si porrebbe per le eventuali funzionarie provenienti dalla provincia. Come ci è stato infatti spiegato dalle partecipanti femminili ai tre corsi che sono stati finora organizzati, difficilmente le famiglie acconsentono a mandare le loro figlie a Kabul – cosa che può sembrare paradossale visto che acconsentono a mandarle in Italia – ma che non lo è qualora si pensi alla sicurezza ancora molto precaria che vi è a Kabul. L’esperienza ha anche mostrato come le partecipanti femminili – che sono generalmente di livello assai più alto dei colleghi maschi – si aprano a poco a poco durante il corso. Nei moduli di comunicazione e leadership – che sono stati tenuti dalla NGO americana Women’s Campaing International – abbiamo dunque sperimentalmente introdotto momenti in cui uomini e donne venivano divisi in due gruppi; lì la trasformazione e l’apporto femminile è drammaticamente salito, permettendo uno scambio profondo e assai proficuo tra partecipanti e docenti.
Infine, non portare i potenziali futuri alti funzionari afghani in Italia – perché di questo si tratta – significa perdere una preziosa occasione per fare public diplomacy. L’Italia è un paese che ha in sé innati strumenti di public diplomacy: le sue bellezze naturali, i suoi monumenti, l’arte, la cultura, il modo di vivere, ovvero tutto quello che gli americani chiamano con ammirazione “the Italian Way”. Portare futuri leader – afghani o meno – in Italia per un periodo di formazione significa investire a medio e lungo periodo, che è quello che in Italia purtroppo manca di più. Questo tipo di public diplomacy è quella in cui eccellono i francesi – che portano a studiare in Francia le future leadership dei paesi francofoni – e gli americani, con i vari programmi Visitors. Chi è stato scelto a partecipare in uno di questi ambiti viaggi studio in America, pensi che impatto avrebbe avuto se, invece di passare qualche settimana in giro ad imparare negli USA, fosse stato offerto di partecipare ad un corso a Roma o Milano…
Last but not least, l’esperienza italiana di questi anni non è passata inosservati tra i partner internazionali. I tedeschi e gli americani hanno cercato di capire come la cooperazione italiana – con fondi assai ridotti rispetto ai loro – siano riusciti a dare un prodotto di così alta qualità. I tedeschi hanno proposto di collaborare nei due progetti paralleli rispettivamente con l’Università di Mazar el Sharif e di Herat – anche se anche il progetto di cooperazione con la nuova School of Government di Herat pare anch’esso essere caduto nell’oblio dopo il cambio di governo. Il Dipartimento di Stato – dopo aver dopo aver quasi inutilmente speso 20 miliardi di dollari nel solo 2010 per la formazione dei funzionari in Afghanistan – ha deciso di tornare sui suoi passi e di investire soprattutto nella formazione residenziale in America, portandovi piccoli gruppi di funzionari di circa una ventina di persone. Il primo ad essere formato sarà, questa primavera, un gruppo di diplomatiche donne.
In conclusione, se i corsi di formazione per funzionari pubblici afghani finanziati dalla Cooperazione fossero spostati dall’Italia in Afghanistan, a parità di costi, l’offerta formativa diventerebbe più scandente; il controllo sulla selezione dei partecipanti verrebbe a mancare, andando in particolar modo a colpire la partecipazione femminile. La dilagante corruzione tutt’ora presente in Afghanistan faciliterebbe infatti la partecipazione dei raccomandati (uomini) al posto dei giovani più promettenti, quelli che verosimilmente resteranno in Afghanistan anche nel futuro. Si perderebbe poi un’ottima occasione sia per aiutare a sanare il gap tra provincia e stato, uno delle piaghe endemiche dell’Afghanistan. Infine, si perderebbe un’ottima opportunità di public diplomacy che promuoverebbe il sistema Italia sia nel breve che nel lungo periodo.
Last but not least, qualora l’Italia dismettesse i corsi residenziali in modo improvviso, darebbe ancora una volta prova di mancanza di continuità, che è la ragione principale per cui l’Italia paese viene considerata un partner importante ma inaffidabile; un paese le cui azioni e policies – anche virtuose – vengono sì iniziate, ma troppo spesso non portate a compimento, come sottolinea un articolo del New York Times del 30 gennaio us (http://nyti.ms/w0V1nY), proprio in relazione alle attività di public diplomacy italiane su suolo americano.

*Jake Sherman, “The Afghan National Development Strategy: The Right Plan at the Wrong Time?”, Journal of Security Sector Management Team, Centre for Security Sector Management, Shrivenham, UK, 2009.
**Divion for Public Administration and Development Management (UN), “Afghanistan Public Administration Country Profile”, UNDESA, New York, 2006.


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Silenzio e parola. Verso la 46ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1454 Thu, 26 Jan 2012 11:30:52 +0100
]]> L'attenzione di Benedetto XVI va a posarsi su quel vero e proprio "ecosistema" che deve saper "equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni".
Un equilibrio che può rappresentare la solida base per tessere e alimentare proficui rapporti interpersonali, la contemplazione e la ricerca della verità.
Il messaggio arriva dritto al cuore dell'attuale sistema comunicativo, offrendo una chiave di lettura - e magari un antidoto - utile a riflettere e ad arginare i frequenti sconfinamenti della marea di informazioni nella nostra sfera personale.
“Silenzio e parola" ci richiama a una seria valutazione sull'attuale saturazione comunicativa, sul "brusio dell'insignificante" con cui il sociologo americano Todd Gitlin ha efficacemente descritto tutti quegli stimoli che arrivano a lambire in ogni istante la nostra vita. Anche perché uno dei problemi dell'oggi è, paradossalmente, quella infinita quantità di notizie che ci raggiungono indipendentemente dalla nostra volontà: "spesso l'uomo contemporaneo - scrive il papa - è bombardato da risposte a quesiti che egli non si è mai posto e a bisogni che non avverte".
Ecco dunque l'importanza del silenzio "per favorire il necessario discernimento tra i tanti stimoli e le tante risposte che riceviamo" e, ancor prima, per ascoltare e conoscere noi stessi, i nostri interlocutori e aprire un dialogo con Dio.
Mentre tutti viviamo una vita reale affiancata e spesso succube di quella virtuale, mentre aumentano i casi di dipendenza dalle nuove tecnologie che fanno "vittime" soprattutto tra i giovani, il papa lancia un invito a riappropriarsi dei propri spazi, in primis del silenzio e della parola. Proprio silenzio e parola che sembrerebbero divenuti semplici accessori della comunicazione moderna: il primo bandito dalle nostre giornate e persino temuto, la seconda moltiplicata a dismisura proprio per scongiurare quei momenti di vuoto comunicativo in cui si rimane soli con se stessi.
Ma cosa sono il silenzio e la parola?
"Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto - scrive papa Benedetto -. Nel silenzio ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi, nasce e si approfondisce il pensiero, comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall'altro, scegliamo come esprimerci".
Non solo, "tacendo si permette all'altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole e alle nostre idee". Un passaggio da manuale di comunicazione, e prima ancora di rispetto, da diffondere nei tanti talk show televisivi dove si assiste a una continua prevaricazione di voci, slogan e offese dietro alle quali si cela spesso la carenza di pensieri e di idee. Dunque il silenzio come strumento "essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio".
È anche vero che le nuove tecnologie forniscono risposte alle tante domande di ognuno, da qui l'importanza di "siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l'uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda".
Un passaggio che riconosce l'importanza dei nuovi spazi di socializzazione, come del resto Benedetto XVI aveva fatto nel messaggio dell'anno scorso, dedicato interamente alla comunicazione digitale e ai social network. Nel nuovo messaggio il papa si sofferma anche sulla tipologia di linguaggio propria di questi strumenti e appare chiaro il riferimento a Twitter quando scrive che "nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità".
Un presupposto questo che non è negoziabile e che va preservato dall'intensità e velocità degli attuali flussi comunicativi. Per conservare quella capacità critica e quel desiderio di equilibrio tra silenzio e parola, tenendo presente che "educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare".
Significa tornare a "navigare" tra le parole e i silenzi, per ristabilire un proficuo dialogo con se stessi e con gli altri. "Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché al contrario, crea un clima di freddezza".
Il nuovo messaggio del papa allunga dunque il passo rispetto all'attuale modus communicandi, non limitandosi a individuare potenzialità e limiti dei nuovi media ma invitando a quella riscoperta e valorizzazione della propria interiorità spesso sommersa da un eccesso di comunicazione.
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L’Economia (complessa) contro la scienza triste. Appunti per il bene comune http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1453 Wed, 25 Jan 2012 14:47:54 +0100
Ignazio Licata
Che relazione c'è tra fisica ed economia? Vorrei offrire qualche spunto di riflessione sulla nozione di complessità in fisica e in economia. Non parlerò di “cose complicate” (raffinati modelli non-lineari dell’econofisica che cercano correlazioni tra gli indici di mercato offrendo un poca comprensione e quasi nessuna previsione…), ma piuttosto di come il nostro modo di guardare il mondo ha influenzato il nostro agire. E naturalmente il contrario.
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Esiste un’intera storia di inter-relazioni e trasmigrazioni di metafore tra fisica ed economia: pensiamo al concetto di flusso, volatilità, potenziale, e così via. Questi scambi hanno favorito e sostenuto la formazione di una visione epistemologica comune. Naturalmente non è solo una “questione di termini”: Feynman diceva che tra un secolo l’800 sarebbe stato ricordato più per le equazioni di Maxwell che per i rivolgimenti sociali. Al di là della provocazione, bisogna prendere atto che lo sviluppo delle scienze fisiche e della tecnica ha permesso l’affermazione di quella prima, grande rivoluzione industriale di cui siamo ancora figli, ed orfani. E d’altra parte la fisica è stata per lunghissimo tempo- fino a ieri- un modello di disciplina in grado di fornire definizioni operative dei suoi termini, potenti modelli matematici e dunque analisi e previsioni molto precise. Il fisicalismo è stato, ed è ancora in larga misura, un modello ideale di procedura scientifica, e ha portato a una distinzione tra scienze “hard” e “soft” che oggi si è ampiamente erosa, almeno nella misura in cui si è capito- e lo si è capito proprio con i sistemi complessi- che la scientificità non è necessariamente, e per ogni argomento, una “clonazione” passiva dei metodi della fisica, ma piuttosto una comprensione del mondo basata sull’attività sperimentale. E quando le cose si vanno a guardare davvero, si scopre che non è sempre possibile scrivere eleganti equazioni di evoluzione in grado di dirci cosa succederà al sistema. E’ uno dei temi caldi della fisica dell’emergenza e della teoria del cambiamento che studia proprio quei sistemi in cui non è possibile applicare le condizioni dei sistemi ideali della fisica: vincoli e costituenti ben definiti, conservazione dell’energia, e così via.
Preso atto di una contiguità culturale metodologica (spesso tradotta in condivisione modellistica) non bisogna dunque stupirsi se gran parte del bagaglio concettuale dell’economia classica ha una forte somiglianza con la struttura della fisica classica, e dunque con l’ oggettivismo “ingenuo” della visione meccanica e riduzionista. Proprio come il punto materiale della meccanica classica, l’agente economico è mosso da un insieme di forze il cui obiettivo è realizzare una condizione estremale del gioco di potenziali in campo, come ad esempio massimizzare il profitto. Questo tipo di visione accomuna le due scienze anche nella percezione comune, qualcosa che attraverso un metodo (un occhiale cognitivo rubato a chissà quale prometeo, e riassunto in frasi del tipo “gli scienziati hanno scoperto che…”) ci rivela un modo che “è lì”, indifferente ai nostri desideri e voleri. Se questo è in parte vero per le scienze naturali è più difficile comprendere come ciò sia avvenuto per l’economia che, come direbbe G. B. Vico, è la “nostra natura”. Questa visione “fredda” della scienza e dell’economia va in direzione opposta alla loro più autentica natura: la scienza come espressione di esigenze cognitive ed estetiche profonde, l’economia come festa del mercato e scienza dei desideri umani!
La fisica dei comportamenti collettivi e dell’emergenza ha in ampia misura modificato e attenuato la visione meccanica e riduzionistica del mondo per il semplice fatto che in molti casi è inapplicabile. Gli oggetti non hanno sempre “identità fisse” e sono piuttosto definite dal gioco di interrelazioni con l’ambiente. Cosa può esserci di più semplice di una “particella elementare” come l’elettrone? Eppure in un superconduttore, al di sotto di una certa temperatura critica, si “fonde” con un altro elettrone (coppia di Cooper) e cambia la sua natura statistica, trasformandosi da fermione in bosone (più simile dunque alle “particelle di luce”, i fotoni). Se consideriamo che la maggior parte dei sistemi “interessanti” in fisica, in biologia e nelle scienze socioeconomiche hanno proprio questa natura fortemente sistemica e relazionale, è possibile capire perché la maggior parte dei processi non sono descrivibili e predicibili in dettaglio, ma possiamo conoscerli attraverso descrizioni globali e qualitative, attraverso i vincoli che ne fissano il “ventaglio di possibilità”. Le “delusioni” del Genoma Project e dell’Intelligenza artificiale, per fare due esempi clamorosi, non sarebbero state tali se non fossero state presentate come “teorie del tutto” nei loro rispettivi campi. La mente non è zippabile in un algoritmo astratto e disincarnato, per quanto complicato, e la vita non è solo “deposito di informazioni” ma espressione di queste in un ambiente. In entrambi i casi, non un set di equazioni “tuttologiche”, ma piuttosto descrizioni a posteriori ed emergenza, secondo il principio fondamentale dei sistemi complessi: faccio prima ad osservarlo!
Gli economisti, come i biologi, sanno da sempre queste cose. In effetti, gran parte della “nuova” cultura della complessità è un umile ritorno dei fisici verso queste discipline: se la fisica del ‘700 si è nutrita di astronomia, quella dell’800 di radiazione e materia, e quella del ‘900 degli scambi tra radiazione e materia (la teoria quantistica!), la fisica futura si nutrirà e nutrirà i sistemi viventi ed i sistemi socioeconomici.
L’agente economico non è un punto materiale. Il suo “ottimo” non coincide tout-court con il massimo profitto perché l’agente economico ha una complessa e raffinata “struttura interna” e le sue azioni non sono mosse soltanto da una funzione di utilità unica ed univoca, ma piuttosto da obiettivi alla definizione dei quali contribuiscono la storia del sistema, le sue emozioni ed esperienza, la cultura, il sistema di credenze e di valori. L’economia deve tener conto di questi aspetti. Oggi l’incrocio tra teoria dei giochi, delle decisioni, la fisica dei sistemi collettivi e le neuroscienze è forse l’area più vivace della scienza contemporanea proprio perché ci sta svelando questa complessità dell’agente economico e quanto la sua “razionalità”, più che “limitata” è estesa ed articolata. La comprensione di questa nuova razionalità è premessa indispensabile per una visio economica in grado di costruire un’economia “Oltre l'homo oeconomicus” (L. Becchetti).
L’impresa non è una monade, ma un essere collettivo dotato di sistema cognitivo. Eppure gran parte dei comportamenti, delle scelte e delle politiche d’impresa riflettono assai poco la complessità sociale che la circonda.
L’ipercompetizione non è sviluppo e crescita, è alla lunga l’equivalente della lotta intraspecifica in ecologia dove a rischiare è la stessa esistenza della specie. E da questa visione consegue l’unidimensionalità di alcuni termini e la marginalizzazione di altri. L’innovazione ormai non è più ricerca, ma un esasperato “tirare il collo alla curva logistica” in uno spazio cognitivo limitato come i desideri che induce e frustra. Il problema non è essere il giocatore più bravo, ma inventare nuovi giochi, diversificare le scommesse possibili sul tavolo del tessuto sociale e culturale. Ma per far questo l’impresa deve essere in grado di riflettere in modo multidimensionale la società che attraversa. Altri termini penalizzati sono quelli di sostenibilità, confusa ancora con un ecologismo di maniera, laddove essa richiederebbe quella capacità di teorizzare e gestire processi virtuosi che è stata definita con un neologismo “glocalization”. Basta pensare alla questione energetica, oppure al sistema del microcredito e alle banche etiche. Stesso discorso potrebbe farsi per la cooperazione, che non è l’opposto della competizione, ma ritrovare la ricchezza e la varietà nei processi economici, rinunciando alla logica preda-predatore per guardare all’altro come risorsa, stimolo, complemento indispensabile. Anche il superamento di questa dicotomia ha suggerito un neologismo, “coopetition”.



C’è un filo conduttore che unisce queste parole marginalizzate da un’ottica “totalitaria” e suicida del “profitto”: l’incapacità di riscoprire nel discorso economico un cuore e una mente fortemente relazionali.
Ma, alla fine, continuiamo a praticare ricette di riduzionismo algoritmico semplicemente perché comportano poco sforzo con il massimo spreco di risorse umane e materiali. La complessità implica un grande sforzo creativo per salvaguardare e sviluppare il “bene comune”. Paradossalmente costa di meno costruire e praticare una scienza triste che progettare la bellezza gratuita dei mondi desiderabili.

Questi contenuti sono una sintesi della presentazione del libro di Ignazio Licata “Complessità, un’introduzione semplice”, Duepunti edizioni.

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In primo piano http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1452 Tue, 24 Jan 2012 13:38:59 +0100
Dramma Sicilia: disperazione sociale e delusioni autonomiste di Giuseppe Notarstefano - 23/01/2012
Qualcuno ha paragonato le ormai famose cinque giornate siciliane come un sussulto del popolo siciliano, una sollevazione dalla valenza storica così come quella del movimento antagonista alla dominazione angioina dei Vespri siciliani o di quello vetero-sindacale dei Fasci siciliani di fine ottocento.

Riforma del lavoro. Alcuni punti
di Vincenzo Ferrante - 24/01/2012
Ieri al tavolo con le parti sociali sulla riforma del lavoro, secondo le prime indiscrezioni, il governo ha presentato un documento riassumibile in pochi punti: tra i temi principali, la modifica della Cassa Integrazione, il lavoro flessibile e il precariato. È certamente presto per tirare le somme, ma non per cominciare a parlarne, anticipando qualche contro-proposta.

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Riforma del lavoro. Alcuni punti http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1451 Tue, 24 Jan 2012 13:34:06 +0100


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Cassa integrazione rivista e limitata nel tempo.
Si è soliti lamentare un’eccessiva attenzione per la grande impresa, chiedendo l’estensione della cassa anche alla piccole realtà produttiva. In verità la politica industriale la si fa sui grandi gruppi e quindi non sembra illogico prevedere per questi uno strumento specifico. Peraltro la Cassa è uno strumento di sostegno che non è del tutto in linea con il divieto di aiuti di stato: per adesso la cosa è stata messa da parte, sia per la crisi, sia perché la Cassa in deroga è (impropriamente) finanziata con fondi europei.
Piuttosto che sviluppare la cassa, quindi, allargandola alle piccole/medie imprese o ad altri settori, si dovrebbe potenziare il sistema della indennità di disoccupazione, al limite prolungandolo e collegandolo con gli interventi di politica attiva (in questo momento in mano alle Regioni).

2) Lavoro flessibile più caro.
Questo è un po’ un controsenso: per ora il lavoro a termine è legittimo solo per esigenze straordinarie. Se diventa più caro, sarà legittimo sempre. Nel caso della somministrazione, già adesso il lavoro è più caro (si paga il compenso dell’agenzia e una percentuale a fini formativi): non mi pare che questo elemento abbia scoraggiato le imprese dal ricorrere alla somministrazione di lavoro flessibile.
Piuttosto, perché non si fa qualcosa, anche nei confronti degli enti pubblici, contro la finta somministrazione gestita dalle cooperative?

3) Sgravi contributivi per la trasformazione dei contratti precari in lavoro a tempo indeterminato
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Questa pare una misura buona, ma attenzione al divieto di aiuti alle imprese (ne beneficerebbero quanti già hanno rapporti a termine, a danno di quanti sono stati più attenti in passato e principalmente il settore dei servizi).
Piuttosto, perché non incentivare il part-time attraverso sgravi che, in questo modo, andrebbero soprattutto a vantaggio delle donne?

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Dramma Sicilia: disperazione sociale e delusioni autonomiste http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1450 Mon, 23 Jan 2012 12:00:21 +0100
cinque giornate siciliane come un sussulto del popolo siciliano, una sollevazione dalla valenza storica così come quella del movimento antagonista alla dominazione angioina dei Vespri siciliani o di quello vetero-sindacale dei Fasci siciliani di fine ottocento. Alcuni commentatori, più pratici di oroscopi che di cronache, hanno predetto l’innesco di un movimento che infiammerà l’intero Sud, così come è già avvenuto in diversi paesi rivieraschi. Alcuni lo temono, molti lo auspicano.]]>
In primo piano vi è certamente il livello di sofferenza personale e familiare di tantissimi operatori economici che si sono radunati all’insegna del più classico vessillo di una folla inferocita: il forcone. Ci sono gli agricoltori e i piccoli imprenditori agricoli inviluppati in un vortice generato da anni di politiche agricole comunitarie avverse alle produzioni meridionali, dalla mancanza di potere contrattuale nella filiera e impotenti di fronte alle pretese della grande distribuzione organizzata e dallo spiazzamento competitivo subito dalle produzioni provenienti da paesi extracomunitari.
Ci sono i pescatori che lamentano anch’essi una mancanza di sostegno da parte della politica, nonostante i milioni di fondi comunitari e l’organizzazione del recente distretto produttivo della pesca. Ci sono gli autotrasportatori, un gruppo di pressione particolarmente agguerrito ed organizzato che in passato ha avuto ampi margini di concertazione con i governi del centrodestra cuffariano, che chiede con urgenza un pacchetto di misure dallo spettro tanto ampio quanto velleitario che va dalla revisione dei prezzi del carburante sino alla storica e disattesa pretesa regionale sulle accise del petrolio. Ci sono anche i disoccupati e gli indignati, studenti e madri di famiglia… ci sono persino molti bravi parroci e “preti sociali” (come li chiamavano ai tempi di don Sturzo). Volti diversi, ragioni diverse, argomentazioni diverse… Ma tutte convergenti in un unico sprezzante atto di accusa nei confronti della politica regionale e nazionale.
La forma della protesta colpisce i cittadini e l’ha resa difficile da sostenere da parte di molti, anche perché la passione e la rabbia l’hanno resa scomposta e a tratti violenta, nonostante i ripetuti e continui inviti a mantenere un contegno pacifico e rispettoso da parte di molti organizzatori e responsabili. Gli effetti dei blocchi sono stati disastrosi per gran parte della popolazione siciliana, le previsioni per i giorni a venire sono rese più pesanti dall’annunciata serrata da parte dei petrolieri scesi in campo contro il nuovo decreto sulle liberalizzazioni varato dal Governo Monti.

I toni che stanno accompagnando in queste ore la conclusione delle giornate di protesta annunciate in attesa di nuove dimostrazioni, oscillano tra il roboante richiamo alla distruzione di un sistema di amministrazione del potere percepito oramai intollerabile (la Forza d’Urto e la suggestiva denominazione utilizzata da una parte del movimento) allo sciabordio di lamentose rivendicazioni in chiave separatista e autarchica che evocano più o meno timidamente al mito della Trinacria libera.
Disperazione sociale e delusioni autonomiste si saldano per proporre un fronte di opposizione a una situazione che da tempo è sfuggita di mano allo stesso governo regionale.
Quest’ultimo, di fatto irrigidito in un immobilismo determinato da una struttura finanziaria regionale all’anticamera del dissesto, rivela le sue fragilità politiche concedendosi solo effimeri sussulti di protagonismo amministrativo nella pratica, peraltro sempre più inquietante, dello spoils system e dell’approvazione di leggi senza copertura finanziaria regolarmente impugnate dal commissario dello Stato.
E qui veniamo al secondo atto del dramma: la crisi economica e finanziaria che il Paese sta affrontando con un governo di salute pubblica ed una manovra rigorosa e potenzialmente recessiva, ha reso più profondo il divario territoriale italiano. La Sicilia ed il Mezzogiorno sono stati sorpresi dalla crisi in una situazione di forte squilibrio dell’economia reale. La sopravvivenza di queste aree dipendeva e dipende ancora oggi dalle erogazioni e dai trasferimenti della Pubblica Amministrazione ad ogni livello.
Si profilano per le regioni meridionali, situazioni paragonabili a quelle che si ebbero qualche anno fa in Grecia. L’unica applicazione dell’Autonomia regionale siciliana che potrà esserci non potrà non passare da un esercizio rigoroso e responsabile delle risorse del territorio, da affidare ad un’amministrazione più agile e snella e ad una società più articolata e capace di generare nuove opportunità di crescita e di sviluppo produttivo ed imprenditoriale.
Si ripropone con forza una questione meridionale che oggi può diventare il presupposto reale di una svolta per l’intero Paese. Occorre catturare i segnali di un desiderio di autonomia e di responsabilità che emerge dai movimenti di protesta e convogliarlo verso un percorso istituzionale che sappia generare nuove forme organizzative della produzione e dell’impresa. Per fare questo occorre una politica nuova intesa in primo luogo come spazio di partecipazione dei cittadini, come movimento di idee e di dibattito, come espressione organizzata di interessi e obiettivi con una valenza sociale e non individualistica, rinunciando all’ennesima tentazione di rispondere all’emergenza con nuove erogazioni e trasferimenti la cui gestione e intermediazione aprirebbe nuovi spazi ad una classe politica incapace di fare altro.
Accompagnare questo processo significa in primo luogo operare un cambiamento di mentalità ed un rinnovamento profondo ed interiore che riguarderà i siciliani e le genti del Sud.
Ci auguriamo che il desiderio di riscatto che abbiamo visto trasudare dai volti provati dalla sofferenza e segnati dalla fatica dei tanti lavoratori onesti non vada strumentalizzato dai soliti “camperi”, violenti sfruttatori del lavoro altrui e capobastone prezzolati da baroni incapaci ed indolenti: che questo tragico cliché ci venga risparmiato per il prossimo futuro.
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Le agenzie di rating: tra verità e demagogia http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1449 Thu, 19 Jan 2012 12:47:13 +0100
valutazioni inattendibili sul sistema economico-finanziario e bancario italiano.
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Non perché la gran parte dei problemi sollevati siano infondati, ma perché ci allontanano dalla verità dei fatti.
Le agenzie di rating, nonostante decenni di critiche, rivestono un ruolo fondamentale non solo nel fornire una indicazione agli investitori della rischiosità delle emissioni di debito pubblico, ma anche nella normativa sul capitale bancario nota come Basilea II. Questo ruolo è stato assegnato dai banchieri centrali riuniti nel Comitato di Basilea. Gli stessi banchieri centrali, insieme ai rappresentati del Tesoro e di alcune autorità di regolamentazione, che qualche anno dopo e precisamente il 7 aprile del 2008, nel Financial Stability Board (organismo internazionale costituito per sviluppare e implementare politiche di supervisione e di regolamentazioni che garantiscano la stabilità finanziaria, presieduto al tempo da Mario Draghi) affermano: «I motivi di preoccupazione per le performance delle agenzie di rating comprendono: la debolezza dei modelli di rating e delle metodologie; inadeguata qualità delle garanzie dei titoli strutturati; insufficiente trasparenza riguardo alle assunzioni, ai criteri e alle metodologie usate nel rating di prodotti strutturati; insufficienti informazioni riguardo al significato e alle caratteristiche di rischio dei prodotti di finanza strutturata; insufficiente attenzione ai conflitti di interesse nei processi di rating » (Report of the Financial Stability Forum on Enhancing Market and Institutional Resilience).

Tra le raccomandazioni del gruppo de Larosiére, costituito nell’ottobre del 2008 su mandato del Presidente della Commissione Europea Barroso per analizzare le cause della crisi e proporre soluzioni per la supervisione e regolamentazione europea, si legge tra l’altro: «Riguardo la regolamentazione della Agenzie di Rating Creditizio [è necessaria] una profonda revisione dei modelli di credito, delle modalità di finanziamento della separatezza tra attività di rating e di consulenza; l’uso dei rating nella regolamentazione finanziaria dovrebbe essere significativamente ridotto nel tempo» (raccomandazione 3, pag. 20 del Rapporto).
E’ vero che le analisi si riferiscono ai rating del settore bancario. Ma dal momento che si tratta delle stesse agenzie che danno anche il rating ai debiti sovrani, come mai non si è ravvisata fino ad oggi, nella misura in discussione in questi giorni, la necessità di riformare anche questo settore?
I problemi posti dalle agenzie sono tanti e noti da tempo ma si è preferito non affrontarli fino ad ora. Diventa invece prioritario risolverli quando una di queste agenzie ha ridotto i rating di molti Stati Sovrani (a cominciare dagli Stati Uniti nell’estate dello scorso anno).
I problemi non si risolvono con la demagogia. Quello che afferma S&P’s corrisponde a verità. Che ci piaccia o meno. S&P’s ha detto con parole diverse ciò che i mercati avevano già da tempo, e in ben altro modo, affermato. L’Italia (e gli altri paesi declassati) è divenuta più rischiosa. Il fatto che non fosse una notizia nuova né inattesa, ma anzi perfettamente in linea con i mercati, lo indica sia l’assenza di reazione dello spread BTP/Bund sia la reazione delle Borse Valori che hanno chiuso tutte in positivo e lo spread si è addirittura ridotto.
Ma perché S&P’s ha ridotto il rating dei nove paesi dell’Eurozona? In generale i problemi sollevati da S&P’s riguardano la non soddisfacente gestione del rischio sistemico, la contrazione del credito, l’incremento del premio di rischio richiesto dai mercati agli emittenti sovrani, le deboli prospettive di crescita e il prolungato e non risolto dibattito tra i governanti europei su come affrontare e risolvere la crisi. Nel nostro caso: «I rating dell'Italia sono appesantiti da un elevato debito pubblico e da deboli potenziali di crescita. Sono invece sostenuti da un'economia in salute e diversificata, dall'atteso surplus primario e da considerevoli risparmi del settore pubblico».
Soffermiamoci sul nostro Paese. Nonostante il riconoscimento della bontà di alcuni elementi della nostra economia, S&P’s ritiene particolarmente rischioso il connubio tra l’elevato debito pubblico e la bassa crescita. Tutti gli organismi internazionali e gli osservatori qualificati stimano l’Italia in recessione per quest’anno. Ossia in crescita negativa. E senza crescita i bilanci pubblici e quindi il debito diventa più difficilmente sostenibile (a meno di generare inflazione, potere non più in mano ai singoli Stati, o avanzi primari di grandi dimensioni). Nel caso italiano le prospettive sono deboli perché il Governo non ha ancora proposto serie ed efficaci politiche volte alla crescita. Le liberalizzazioni di cui si parla in questi giorni sono necessarie per l’equità e per aiutare la crescita nel medio-lungo periodo, ma non sono il motore della crescita (anche se le stime recenti, Banca d‘Italia e Università Bocconi, indicano un impatto delle liberalizzazioni intorno a 1-1.5% del Pil. Valori forse eccessivamente ottimistici). Soprattutto non lo sono oggi.
I motori della crescita, a nostro avviso, sono due. Spesa pubblica di qualità per sostenere la domanda aggregata, non finanziata in deficit ma utilizzando parte delle entrate dell’ultima manovra, come sostenuto da diversi economisti. E poi riforma profonda del sistema fiscale, adeguandolo al modello europeo, permettendo la detrazione di molte/tutte le spese sostenute, rimodulando i carichi fiscali tra le diverse categorie. Entrambe le proposte non sono all’attenzione di questo Governo. In particolare la riforma fiscale non viene minimamente considerata nel silenzio generale (lotta all’evasione e riforma fiscale sono due temi distinti ancorché, ovviamente, interconnessi).
E la difficoltà non è solo italiana ma europea. Di oltre metà Europa che adotta l’euro. Questo contribuisce ad affermare che vi è un problema anche nel fondamento costitutivo dell’Unione Monetaria volto a garantire rigore a scapito della crescita. E’ possibile ottenere rigore e crescita insieme?
La risposta è affermativa. Evidenziamo preliminarmente che ci sembra fondamentale ripristinare la fiducia e stabilizzare le aspettative degli agenti economici. Questo obiettivo necessita anche dell’impegno formale e credibile del Governo e del Parlamento a non utilizzare provvedimenti retroattivi, si veda il caso delle pensioni ma anche del bollo auto, poiché non equi e perché non permettono agli agenti di modificare le scelte compiute se non sopportando, quando possibile, costi.
Le soluzioni proposte in materia di riforma fiscale e di spesa pubblica di qualità sarebbero in grado di far ripartire l’economia del paese. Il rigore può essere invece raggiunto con una lotta senza quartiere alla corruzione fatta con l’aiuto della magistratura e il supporto dei cittadini; con una seria e lunga analisi di revisione della spesa pubblica, magari anche tagliando alcuni servizi erogati o incrementandone il prezzo al cittadino, con l’impegno di ripristinarli non appena le condizioni generali lo permettano. E infine utilizzando l’incremento di entrate derivante dalla crescita economica e dalla lotta all’evasione per ridurre il debito pubblico.
E’ quindi necessario parlare di più della crescita e riportare il rigore nel suo giusto alveo naturale. Senza ideologia, né preconcetti e, soprattutto, senza individuare colpevoli di comodo che non aiutano il paese a uscire dalla crisi.
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Economia. Per crescere occorre innovare e fare squadra http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1448 Tue, 17 Jan 2012 09:58:42 +0100
Claudio Becchetti e Leonardo Becchetti
È da tutti condivisa la necessità per l’Italia di abbinare al rigore un rilancio di ricerca e innovazione come sostegno della crescita dal momento che senza crescita il contenimento del debito pubblico determina una spirale recessiva nel Paese.
Lo stesso problema si pone per le aziende che, a ben vedere, si trovano in una situazione contabile simile a quella degli stati. Unici elementi che possono garantire il futuro sono allora l’innovazione continua e la qualità.

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L’Italia deve quindi focalizzarsi su settori dove non è determinante un mercato enorme e dove non è necessaria una enorme massa critica di risorse poco costose e capaci di fare facilmente squadra. In Italia ha funzionato il modello della “bottega artigiana” che ha creato innovazione e crescita sin dal Rinascimento. Oggi questo modello si traduce in un tessuto industriale costituito per il 99.9% da Piccole e Medie Imprese (PMI) che occupano da sole oltre l’80% della forza lavoro. I pochi grandi gruppi sono prevalentemente di matrice parastatale e spesso in operazioni di privatizzazione subiscono fenomeni di disgregazione.
Si può quindi innovare facendo leva sui pochi grandi gruppi rimasti oppure inventando un modello che prescinde dalle grandi imprese. La prima opzione sarebbe da preferire. Troppo spesso le innovazioni italiane possono essere valorizzate solo all’estero perché richiedono la forza commerciale di aziende di grandi dimensioni. Il telefono, le tecnologie radio, il PC, gli algoritmi di ricerca di seconda generazione sono stati inventati da Italiani. Purtroppo però queste innovazioni hanno creato vantaggio per imprese straniere: IBM, Marconi, Bell e Google.
Un modello efficace consiste nel far cooperare grandi aziende, PMI e Centri di ricerca. L’Italia raggiunge i punteggi più elevati nella ricerca universitaria che è finanziata dallo Stato e che, paradossalmente, viene poi in massima parte sfruttata all’estero. La ricerca è generata dai tanti “Leonardo”, i tanti geni che lavorano nelle “botteghe italiane” caratterizzate da molta capacità inventiva e spesso poca attitudine a fare squadra.
Il “vantaggio” della crisi di oggi è che i mondi della ricerca e dell’impresa sono obbligati a lavorare insieme per sopravvivere. Università e Aziende non hanno più risorse economiche e quindi solo lavorando insieme riescono a reperire i fondi necessari per finanziare le ricerca e per creare prodotti competitivi.

La ricerca industriale può costare poco anche in Italia se si impara ad attingere dalle risorse umane delle Università. E’ però difficile che un’azienda possa prendere innovazione dal mondo della ricerca e creare direttamente un prodotto. La ricerca universitaria è spesso troppo lontana o poco focalizzata rispetto agli obiettivi industriali. È opportuno quindi pianificare e indirizzare la ricerca facendo lavorare insieme i ricercatori e le industrie in maniera continua e regolare. Occorre creare una “catena di montaggio dell’innovazione di prodotto”: il marketing aziendale definisce il bisogno atteso dal cliente e dal mercato; si crea un gruppo di 8 -12 persone, una sorta di “bottega artigiana” focalizzata a realizzare un prototipo di prodotto in 9-12 mesi. Il termine catena di montaggio che evoca ripetitività non innovativa del lavoro sembra stonato ma con esso si vuole sottolineare invece una sistematicità e ripetitività del processo che deve condurre all’innovazione. E anche il fatto che l’innovazione oggi non nasce da una creatività sporadica ma da una programmazione sistematica. Il gruppo è composto da risorse dedicate provenienti dai Centri di ricerca universitari e non e dalle PMI. Si ottiene quindi una complementarietà dove i ricercatori innovano, le PMI realizzano e la grande impresa, con poche risorse, indirizza l’attività verso i desiderata del mercato: il cosiddetto “design to market”.
Le Università e le Aziende hanno linguaggi, modalità di lavoro e obiettivi diversi e gruppi congiunti rischiano spesso il fallimento. È per questo motivo che occorre creare centri di ricerca congiunti dove lavorano a contatto ricercatori “industriali” - cioè abituati a operare con logiche industriali e industriali - e ricercatori “misti”, cioè risorse di impresa abituate a contesti universitari.
Una grande azienda dovrebbe avere un centro di ricerca con molti gruppi che lavorano su prodotti diversi in parallelo. La catena di montaggio è costituita da questi gruppi che generano in maniera continua nuovi prototipi che la grande azienda industrializza per “sfornare” nuovi prodotti con regolarità. Ci si può attendere che su 10 gruppi di innovazione si riescano ad ottenere solo un paio di prototipi che le Aziende internamente riusciranno a trasformare in prodotti. I due prodotti risultanti ripagheranno ampiamente i costi degli otto insuccessi che comunque costituiranno esperienza per migliorare il processo di innovazione o per generare nuove idee o brevetti. I costi di questo ciclo d’innovazione possono poi anche essere finanziati dai tanti programmi di ricerca in modo da ridurre l’impatto economico.

Questo modello trova la sua applicazione nei settori dell’ICT ed in settori in cui l’innovazione incrementale con gruppi limitati di risorse di valore possono fare la differenza anche in orizzonti temporali limitati.
L’ applicazione del modello richiede il superamento di alcune criticità. Senza le grandi aziende il modello può funzionare con un’aggregazione di PMI in filiera dove ciascuna PMI concorre allo sviluppo di uno specifico componente. È comunque necessario raggiungere una forza commerciale adeguata per avere successo con il prodotto. Le start-up sono, per esempio, un modello debole in Italia. Senza copertura di grandi strutture (incubatori, grandi aziende), gli imprenditori rischiano di impiegare la maggior parte del tempo in attività amministrative e di non avere la capacità commerciale per sfruttare l’innovazione tecnologica creata.
Vi sono altri elementi che possono far fallire questo modello di catena di montaggio dell’innovazione. I programmi di finanziamento, per esempio, possono creare forti tensioni finanziarie per la poca certezza sui tempi di pagamento e sulla entità dei finanziamenti effettivamente incassabili. L’innovazione tecnologica non guidata dal marketing è un’altra causa di insuccesso. Il modello Apple funziona perché l’innovazione tecnologica è totalmente asservita ad acquisire un vantaggio competitivo che fa leva sui bisogni del cliente. Una gestione puramente finanziaria delle aziende tende a ridurre l’innovazione per il suo rischio associato decretando la morte dell’azienda stessa.
L’outsourcing dell’innovazione verso realtà all’estero è una altra chimera. L’innovazione è il vantaggio competitivo della Azienda. Se lo si affida all’esterno, non se ne ha più il controllo. L’outsourcing funziona poi nelle attività definite con requisiti stabili. L’innovazione è di per sè una attività non definita che richiede continui reindirizzamenti per avere successo commerciale.
Per garantire un vantaggio competitivo, l’innovazione di prodotto deve essere un processo continuo, una catena di montaggio dove gruppi formati da risorse provenienti da SME, enti di ricerca e aziende creano con regolarità nuovi prototipi di prodotto. La continuità e la contiguità nella relazione Ricerca-PMI- Industria e il valore delle risorse impiegate possono fare la differenza rispetto ai competitor internazionali.
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Crisi finanziaria: come uscirne http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1447 Mon, 16 Jan 2012 15:37:40 +0100
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ALLARME AGRICOLTURA E PASTORIZIA http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1446 Mon, 16 Jan 2012 11:13:48 +0100
di Sergio Sentimenti




]]> In Italia pastorizia e agricoltura stanno vivendo una crisi senza precedenti. A livello di distribuzione si assiste a nuove forme di concentrazione oligopolistica, e questo provoca svantaggio per gli agricoltori, diminuzione dell’occupazione, ingresso di manodopera immigrata.
Nel 2010 i trattori che hanno invaso l’Italia, i presidi dei palazzi del Consiglio Regionale a Cagliari, le proteste dei pastori sardi “latte a un euro o non si munge più” o le proteste degli agricoltori in Sicilia, rappresentano la denuncia di un’emergenza importante a cui far fronte sia a livello nazionale che europeo.
In Sardegna la produzione annua di latte per capo è di circa 150 litri, per un totale di quattro milioni di quintali, ovvero 700 mila quintali di formaggio. Ma la produzione censita è di circa la metà. I pastori combattono per un prezzo di 0,60. Ma come si può accettare il costo produttivo di un litro di latte se poi viene remunerato con il controvalore di una bottiglia d’acqua? Il prezzo viene dettato dall’acquirente e il latte prodotto in Sardegna viene svenduto. Le aziende di trasformazione e le coperative sono costrette a collocare il prodotto in canali di monopolio, a livello nazionale ed internazionale, ad un prezzo non più alto di 6 €, contrapponendo un costo del latte e costi di trasformazione industriali difficili da sostenere.
In 10 anni sono “morte sul campo” 30mila aziende e quelli che nel settore hanno resistito hanno messo insieme un debito di 800 milioni. Le ingiunzioni di pagamento Equitalia non verranno sospese e la situazione diventa sempre più difficile. Gli specialisti pensano che sia opportuno ridurre drasticamente la produzione di latte ovino in Sardegna e decentrarla ad esempio in Romania e molti imprenditori hanno già investito in questo senso.
E se la pastorizia sarda “muore sul campo”, in Sicilia per l’agricoltura la situazione non è diversa. Metafora crudele di una realtà al collasso. Secondo i dati Ismea, istituto di servizio per il mercato agricolo e alimentare, nel 2009 sono state importate in Italia 113.194 tonnellate di arance (+ 300%). Si tratta di arance provenienti da Spagna, Sudafrica e Francia. Altri prodotti siciliani, oltre alle arance, hanno subito un grave crollo: - 32% per il grano duro, - 35% per l’uva da vino, - 30% la frutta, - 15% gli ortaggi e – 15% la carne, mentre i prezzi di produzione (energia, sementi, concimi, antiparassitari, farmaci veterinari…)sono cresciuti del 31%. Si è tentato di controbilanciare il crollo dei prezzi provocato dalle importazioni, ma a livello interno i farmer market , cioè i piccoli mercatini in cui si vende direttamente dal produttore al consumatore, non decollano. In Sicilia poi si assiste ad assurdi come il fatto che la norma attuativa prevista per combattere le speculazioni (legge regionale n.19 del 2005 che prevedeva l’obbligo di esporre sia il prezzo all’origine che quello finale) non è mai stata pubblicata. Non solo, in questa regione molte aziende agricole subiscono le leggi del raket: estorsioni, usura, macellazione clandestina, sofisticazioni e condizionamento dei mercato ortofrutticoli tramite l’intervento di organizzazioni criminali e mafiose nella filiera agroalimentare sono ancora aspetti da combattere. Ben 29 ispettori regionali sono incaricati di controllare i luoghi di transito da cui arrivano tonnellate di prodotti poi spacciati per siciliani. Ma nel frattempo, secondo la Confagricoltura regionale sono oltre 50 mila le aziende agricole che negli ultimi 5 anni hanno abbandonato il settore. Le richieste degli agricoltori sono volte alla riduzione delle accise su carburanti, riduzione degli oneri previdenziali per la manodopera, riduzione dell’iva sui fattori di produzione e delle aliquote relative alle nuove strutture realizzate all’interno di un piano di sviluppo rurale. Anche l’acqua rappresenta un problema in alcune zone dell’isola dove, per attivo funzionamento dei consorzi di bonifica, gli agricoltori non possono usufruire di invasi pieni d’acqua, sopperendo con spese ulteriori al fabbisogno della loro zona agricola.
Chi si occupa da vicino del problema lamenta la scarsa preparazione manageriale delle maestranze che gestiscono il settore nei confronti del mercato.
Un rapporto redatto da Lucia Wagner (senior economist per lo sviluppo e consulente indipendente) e Gine Swart (senior policy advisor Oxfam Novib) intitolato “chi nutrirà il mondo?” (Oxfam Novib) dimostra che quando si parla di produzione agricola la politica è più importante della storia e della geografia. Esso sostiene che i grandi investitori privati dovrebbero puntare ad integrare i loro patrimoni con quelli delle comunità locali e dei piccoli agricoltori nell’ottica di una crescita consapevole e sostenibile, piuttosto che acquisire terreni su cui speculare per il profitto e si raccomanda che a livello politico si abbia una visione a lungo termine ponendo attenzione al coinvolgimento degli attori principali nelle consultazioni per scelte tecnologiche e innovazioni, nel sostegno dei piccoli agricoltori per favorire l’adozione di metodi agricoli sostenibili e potenziare un quadro normativo che incoraggi l’organizzazione e migliori la produttività.
Non esiste un governo della sicurezza alimentare globale e questo favorisce le scelte neoprotezioniste di vari paesi. Invece occorre affrontare l’agricoltura con un approccio sistemico.
Occasione per modificare incisivamente l’attuale situazione è la prossima riforma della PAC (politica agricola comune), la cui approvazione è prevista per il 2012 e l’entrata in vigore nel 2013.
Nel documento “Strategy Europe-2020” si parla di promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva. Dunque la politica per i sistemi agricoli e alimentari UE deve necessariamente integrarsi con altre politiche dell’Unione Europea che abbraccino l’ambiente, la politica energetica, la salute, le politiche regionali, la difesa dei consumatori. Occorre uscire dalle lobby agricole per un confronto su temi integrati: occupazione, ricerca, ambiente, sicurezza alimentare, salute e consumi, politica forestale, energetica, concorrenza e politiche regionali non possono essere disgiunte.
Il 22 Agosto del 2011, il primo Forum Europeo per la Sovranità Alimentare, tenutosi a Krems, in Austria, dove si sono riuniti più di 120 organizzazioni del settore e dove erano presenti 400 delegati da 34 Paesi europei, ha dato la parola ai giovani e ai molti produttori del settore, molto preoccupati e poco ascoltati dalla politica nazionale. Ne è emersa una dichiarazione che proclama: "Siamo convinti che un cambiamento al nostro sistema alimentare sia un primo passo verso un cambiamento più ampio nella nostra società". Così, i delegati del Forum si sono impegnati a prendere il sistema alimentare nelle loro mani attraverso il seguente Piano d’azione in 5 punti:
- lavorare per la costruzione di un modello di produzione e consumo del cibo ecologicamente sostenibile e socialmente giusto, basato su un’agricoltura non industriale e di piccola scala, e su sistemi di trasformazione e distribuzione alternativi;
- decentrare il sistema di distribuzione degli alimenti e accorciare la filiera tra produttori e consumatori;
- migliorare le condizioni di lavoro e gli aspetti sociali del lavoro, in particolare nel campo dell'agricoltura e della produzione di cibo;
- democratizzare il processo decisionale sull'uso dei beni comuni (terra, acqua, aria, saperi tradizionali, sementi e bestiame);
- assicurarsi che le politiche pubbliche, a tutti i livelli, garantiscano la vitalità delle aree rurali, prezzi equi per i produttori di cibo e alimenti sicuri e OGM-free per tutti.
I leader politici hanno ammesso il fallimento del G8 rispetto alle promesse fatte di dimezzare la povertà nel mondo entro il 2015. Occorre trasformare la retorica in azione. C’è chi sostiene che occorrerebbe una convenzione internazionale vincolante a livello giuridico affinchè i governi abbiano l’obbligo di rendere conto della loro incapacità di affrontare il problema della fame, in un mondo in cui esistono i mezzi per farlo. Non ci può essere futuro se non c’è formazione, etica e culturale dei nostri politici, e la spesa per l’agricoltura, è dimostrato, paga i dividendi in termini di riduzione di povertà e disuguaglianza.

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