benecomune.net http://www.benecomune.net/ it La Spina, il mondo di mezzo http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2222 Thu, 23 Feb 2017 11:24:02 +0100 Le mafie rappresentano una realtà complessa ma non invincibile. Se si conoscono in profondità le sue dinamiche organizzative, è possibile scoprirne i punti deboli e trovare strategie adeguate per debellarla...
Le mafie rappresentano una realtà complessa ma non invincibile; se si conoscono in profondità le sue dinamiche organizzative, è possibile scoprirne i punti deboli e trovare strategie adeguate per debellarla.

ll titolo del libro “Il Mondo di Mezzo”, che riprende un’espressione trovata in un’intercettazione dell’inchiesta “Mafia Capitale”, indica lo spazio in cui avvengono collusioni tra colletti bianchi e ambienti malavitosi.

Nel sottotitolo “Mafie e Antimafie” il ricorso al plurale evidenzia il fatto che entrambi gli universi presentano un aspetto estremamente variegato. Il fenomeno della criminalità organizzata non rappresenta più un’unità monolitica; oggi esistono “le mafie”, ognuna di esse legata da interessi economici deviati ed eversivi ad una matrice originaria comune; tuttavia ciascuna di esse presenta specificità e peculiarità proprie, come Cosa nostra, la ‘Ndrangheta, la Camorra, i Cursoti, la Stidda, fino ad arrivare a nuove entità come Mafia Capitale. Vengono considerate inoltre le mafie replicanti, quelle sommerse e quelle silenti.

Anche l’antimafia costituisce una realtà complessa: esistono infatti un’antimafia istituzionale, una sociale e un’altra ipocrita e falsa, costituita da personaggi che operano nel “mondo di mezzo”, i quali mantengono legami con il sodalizio mafioso e contemporaneamente aderiscono ad associazioni antimafie.

L’autore all’inizio del libro delinea i tratti distintivi e caratterizzanti di un’organizzazione di stampo mafioso, facendo riferimento agli studi di organizzazione aziendale di Henry Mintzberg, che distingue cinque tipologie di “configurazioni organizzative” sulla base di vari criteri, tra i quali la modalità di coordinamento delle attività dei componenti.

Nella “struttura semplice” ci si avvale della supervisione diretta da parte del vertice. Nella “burocrazia meccanica” invece, si tende a standardizzare le mansioni, segmentando i processi produttivi e attribuendo funzioni predefinite e ripetitive ai vari partecipanti, cosa che rende questi ultimi facilmente sostituibili. Un’associazione mafiosa, invece, va qualificata come una “burocrazia” o “un’organizzazione professionale” (esempi di organizzazioni professionali sono gli ospedali, le scuole e le università).

I tratti distintivi e caratterizzanti di un’organizzazione di stampo mafioso sono la durata nel tempo e il “metodo mafioso”, cioè il ricorso sistematico all’intimidazione che presuppone il controllo sul territorio. L’attività che caratterizza le associazioni di stampo mafioso è l’esercizio dell’estorsione. Le mafie sono associazioni professionali che hanno come elemento cruciale i professionisti, formati attraverso un curriculum criminale; se questi vengono meno, non è possibile rimpiazzarli con altre personalità del loro stesso calibro.

Vengono esaminate le mafie che operano in territori diversi da quelli in cui sono radicate e in particolare i casi del Lazio e di Roma Capitale.
L’analisi si sofferma poi sulla politica antimafia italiana che oggi ha assunto un approccio non più reattivo, ma piuttosto proattivo. Essa si avvale di strumenti indiretti, finalizzati a scoprire e punire le condotte dei mafiosi, colpendo sia le persone che i loro averi, e strumenti indiretti che hanno la finalità di promuovere una consapevolezza e un cambiamento di atteggiamento in coloro che non appartengono alla categoria dei mafiosi.

Dopo aver parlato dei capisaldi del sistema antimafia e dell’applicabilità dell’art. 416-bis del Codice Penale alle neoformazioni mafiose, l’autore descrive la situazione attuale di Cosa nostra, della Camorra, della ‘Ndrangheta, delle associazioni di stampo mafioso pugliesi e lucane e ne coglie le differenze.

Si analizzano poi i rapporti tra mafia e corruzione, evidenziando ciò che accomuna e ciò che distingue i due fenomeni.
La dimensione economica delle mafie è considerata un aspetto molto importante, perciò vengono riportati i dati oggi disponibili grazie al materiale derivato dalle intercettazioni, dalle risultanze investigative e dai processi giudiziari.

Un capitolo del libro è interamente dedicato ai rapporti tra la mafia e la Chiesa cattolica. Premessa l’assoluta inconciliabilità tra i comportamenti del mafioso, caratterizzati sempre da violenza e prevaricazione (anche nella mafia tradizionale), e i principi cristiani, l’autore distingue tre periodi nell’atteggiamento della Chiesa nei confronti della mafia, riprendendo la periodizzazione operata da Cataldo Naro: il silenzio, la parola e il grido.

La Chiesa in un primo momento non volle vedere; in alcuni casi accettò una silenziosa collaborazione con la mafia per motivi riguardanti il denaro, il potere e la politica; era preoccupata infatti dell’avanzata del comunismo. Non mancò però nel suo ambito chi si oppose. Nella seconda fase riconobbe ufficialmente l’esistenza della mafia e cominciò a condannarla in modo sempre più severo, fino a ricorrere alla scomunica latae sententiae. Infine Papa Giovanni Paolo II affermò l’assoluta incompatibiltà tra cristianesimo e fenomeno mafioso.

Il discorso si sofferma poi sull’efficacia sempre maggiore della politica antimafia dell’apparato statale italiano. Si riconosce inoltre il ruolo decisivo svolto dall’antimafia sociale che, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, non è più limitata all’azione individuale, ma è costituita da una pluralità di associazioni. Particolare attenzione viene rivolta all’antimafia sfruttata opportunisticamente da qualcuno come occasione di guadagno e di carriera.

Nelle conclusioni l’autore rivolge lo sguardo alla realtà del Mezzogiorno, caratterizzata da un intreccio di povertà, disoccupazione, inefficienza dei servizi, clientelismo e scarsa tutela dei beni pubblici; in questo contesto, la mafia prende il posto dello Stato nel rispondere alle esigenze riguardanti l’ordine pubblico, il lavoro e il welfare.

E’ necessario quindi che la lotta alla criminalità organizzata si avvalga anche della programmazione e realizzazione di misure dirette allo sviluppo economico e produttivo nonché di interventi strutturali nel campo del sociale e del welfare.


Antonio La Spina, Il mondo di mezzo. Mafie e antimafie, Il Mulino, Bologna 2016.


Citazioni

“In tal modo si spera che diminuiscano drasticamente gli atteggiamenti acquiescenti o conniventi, come quelli di coloro che subiscono il pizzo o altre distorsioni della libertà economica, che accettano indicazioni di voto, che consentono o tollerano infiltrazioni nei processi decisionali politico-amministrativi, nelle organizzazioni di interesse, nella vita religiosa e civile. La metafora che si può evocare a riguardo è questa: gli strumenti diretti mirano a catturare i pesci-mafiosi e i loro averi, nonché a reprimerne i crimini; quelli indiretti, invece, a prosciugare l’acqua in cui tali pesci sguazzano” (pag. 28).

“Se un terreno o una villa appartenuta a un noto boss diventa una scuola o un posto di polizia, è evidente che ciò attesta molto meglio di qualunque proclama il ripristino della legalità. Se un’azienda sottratta alla mafia sopravvive e continua a garantire redditività e lavoro, anche questa è la smentita migliore della pretesa secondo cui con la mafia si campa, ma con lo stato no” (pag. 31).

“D’altro canto, è lampante l’assoluta inconciliabilità tra la condotta del mafioso – fatta di violenza e comunque, anche quando questa non viene fisicamente usata, di prevaricazione – e il verbo cristiano, che invece comanda non solo il rispetto della persona e dei diritti umani, ma anche l’amore verso il prossimo. Sorge allora una domanda spontanea: come è stato mai possibile che i mafiosi si siano normalmente illusi di essere dei cattolici, o comunque – prescindendo da ciò che veramente pensavano e sentivano nel loro intimo – abbiano ritenuto di poter essere accettati come tali?” (pag. 136).

“E’ possibile che tra i cattolici (non solo tra gli appartenenti al clero) i don Abbondio siano di più e i fra’ Cristoforo di meno. Ma se anche così fosse, ciò non significherebbe ancora che l’ecclesia come tale non contrasta la mafia o peggio la sostiene. La Chiesa è fatta di esseri umani fallibili i quali, da San Pietro in avanti, possono non essere sempre tanto coraggiosi quanto da loro si vorrebbe. Essere conniventi, compiacenti o favorevoli è ben altra cosa.
(…) E’ plausibile che certi soggetti più anziani e più radicati in certi territori talora continuino a pensarla come quando erano in più verde età, e perciò abbiano verso i mafiosi una disposizione diciamo più conciliante. Ma è altrettanto plausibile che soggetti più giovani, socializzati nella fase storica della parola ovvero del grido, siano più frequentemente e stabilmente orientati a prenderne le distanze” (pag.151).

“Eppure, continua a circolare la convinzione secondo cui le mafie sono onnipotenti e ricchissime, capaci di trasformarsi, spostarsi, continuare a vincere. Fino a qualche anno fa anche certe disfatte patite da Cosa nostra venivano in sostanza spesso minimizzate. Nonostante tutto, secondo un certo cliché la mafia è comunque invincibile, perché se qualcuno viene catturato ciò vuol dire che in effetti costui è caduto in disgrazia, perché lo stato è troppo debole oppure colluso, e così via. Sembra quindi profondamente radicato uno stereotipo (che viene anche trasmesso da una generazione all’altra), consolidatosi svariati anni addietro, impermeabile ai sempre più frequenti fatti nuovi che lo contraddicono” (pag. 169).

“Spesso chi si è contrapposto alle mafie e al malaffare come attore della società civile lo ha fatto, spinto da una “razionalità rispetto al valore”, sapendo di compiere una scelta difficile, rischiosissima e non condivisa da gran parte di coloro che appartenevano al suo stesso gruppo di riferimento” (pp. 169-170).

“La lotta contro la mafia – lo abbiamo detto e scritto anche in altre occasioni, e non crediamo di affermare qualcosa di particolarmente originale – è per molti versi una guerra. In guerra ci sono anche gli imboscati, gli affaristi che si arricchiscono alle spalle di chi invece è mosso da spirito civico e patriottico, le spie, i doppiogiochisti, gli infiltrati, i traditori, tutti soggetti che vanno individuati e messi, tramite le contromisure di volta in volta appropriate, in condizione di non nuocere. Se invece le mele marce riuscissero non solo a salvare sé stesse o la propria sedia, ma anche a fare strada, il fronte unitario della vera antimafia, nella cui compattezza sperano le persone di buona volontà, ne soffrirebbe e forse si incrinerebbe” (pag. 180).

“Possono esservi vari modi – alcuni dei quali già sono in parte operanti – per favorire la decisione di opporsi ai mafiosi e al contempo disincentivare gli atteggiamenti acquiescenti senza far ricorso alla sanzione penale (a meno che la reticenza non sfoci nel favoreggiamento): il consumo critico; la predisposizione di forme di tutoraggio e assistenza psicologica, legale, aziendalistica; il disfavore, nelle gare d’appalto o nell’attribuzione di finanziamenti pubblici, verso le imprese che non abbiano denunciato il racket, avvantaggiando così indirettamente quelle che lo hanno fatto; le sanzioni reputazionali in organismi quali Confindustria, Confcommercio, e così via; le sanzioni deontologiche, disciplinari o anch’esse reputazionali da parte di ordini o associazioni professionali; eventuali forme di premialità diretta” (pp. 191-192).

“In conclusione, ho mostrato che, diversamente dallo stereotipo che le vuole simili a Idre invincibili, le mafie hanno punti deboli non da poco e stanno subendo l’urto non di rado devastante della politica antimafia italiana, che al momento è forse la più articolata e incisiva al mondo. Da ciò però non segue che ora si possa abbassare la guardia e cullarsi sugli allori. Al contrario, proprio perché il nemico, pur risultando talora indebolito, è ancora – come si è visto – potentissimo e pericoloso (anche per le sue ramificazioni e i suoi rapporti transnazionali), è non solo giusto ma anche efficiente moltiplicare gli sforzi, assestando un colpo dietro l’altro, senza soluzione di continuità, fino al suo annientamento definitivo, che non è certo dietro l’angolo” (pag. 205).
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Linguaggi, costruzione della conoscenza e realtà http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2217 Mon, 20 Feb 2017 15:56:24 +0100 Il termine post-verità, in qualità di sostantivo, risulta essere maggiormente efficace nel corrispondere all’intento sotteso alla creazione del neologismo: indicare il superamento della verità così come concepita dal realismo ingenuo a causa della mancata corrispondenza biunivoca tra la forma dell’enunciato e la sua reale funzione pragmatica
Alla post-truth, a seguito della sua elezione a Word of the Year 2016 da parte degli Oxford Dictonaries, è stata riconosciuta una crescente importanza. La stampa europea si è iniziata ad occupare in maniera massiva del lemma, generando numerosi dibattiti, sebbene in misura e a livelli diversi in base ai paesi di appartenenza. Fin dal principio, già nella pagina del sito inglese, è stato sottolineato che, nonostante la recente risonanza mediatica, post-truth, non è un termine nuovo. Non lo è nella sua formulazione, poiché la prima occorrenza unanimemente riconosciuta risale al 1992, e non è possibile parlare di novità neanche in termini concettuali.

Sebbene, nella maggioranza dei dibattiti sorti a partire da novembre in ambito europeo, vi sia stato riscontro soprattutto in chiave politica e sociologica, il piano filosofico non risulta esentato dal riflettervi. Nonostante, infatti, si abbia l’impressione che il nuovo lemma sia passato inosservato nei settori filosofici (ad esclusione di quelli rivolti a riflessioni di stampo politico, giuridico e sociale), non risulta per questo estraneo ad implicazioni di altro tipo, come quello epistemologico, nel caso delle riflessioni che seguono.

In tal guisa un utile punto di partenza può essere la considerazione che i linguisti hanno riservato al neologismo, soprattutto nel contesto italiano. Parallelamente a queste analisi, ed in seno ad esse, è necessario sottolineare che neanche un mese dopo l’elezione inglese di post-truth, lo stesso fenomeno si è verificato in Germania. Il Gesellschaft für deutsche Sprache ha redatto la propria classifica delle dieci Wörter des Jahres, ponendo al vertice postfaktisch. La notizia non ha riscosso il medesimo clamore di quella sulla deliberazione della giuria inglese. Una possibile risposta è rintracciabile nel fatto che, i due neologismi, nonostante siano morfologicamente diversi, sono considerati come sinonimi. Inghilterra e Germania hanno stabilito che ad essere rappresentativo dell’anno appena trascorso, è ciò che designa il carattere di “post” (sebbene questa non sia davvero una novità) – truth/ fakt. Ma, “verità” e “fatto”, possono davvero essere considerati, così pacificamente, come sinonimi? Non è, forse, necessario intraprendere in merito una riflessione che sia più articolata?

Confrontando le definizioni date ai due termini dal GfdS (Gesellschaft für deutsche Sprache) e dall’ODO (Oxford Dictonaries) non emergono consistenti differenze. Post-truth, come noto, “è relativo a o qualificante circostanze nelle quali l’oggettività dei fatti ha minore influenza nella formazione dell’opinione pubblica, che il richiamo all’emozione o alla considerazione personale”. Postfaktisch, indicata come trasferimento del termine inglese americano post-truth, sottolinea che “oggi, nelle discussioni politiche e sociali, sono sempre più importanti le emozioni anziché i fatti”, tanto che la sostituzione della “Anspruch auf Wahrheit” con una “gefühlten Wahrheit”, conduce all’ “postfaktischen Zeitalter”.

A differenza di quello inglese, l’Istituto tedesco si dilunga sulle ragioni della costruzione linguistica del lemma: “sebbene la parola postfaktisch, ad un primo sguardo, può apparire strana dato che questa, tradotta direttamente dal latino, significa ‘dopo- (il) fattuale’ o ‘dopo, dietro (che segue) i fatti’. Piuttosto, considerato il significato delle parole, ci si potrebbe aspettare una costruzione come ‘kontrafaktisch’ (contrario, opposto ai fatti), o anche, in una sintesi greco-latina, ‘antifaktisch’”. Quindi, nonostante la prossimità etimologica, il tedesco predilige Fakt a Wahrheit. È in questa direzione che, alcuni linguisti italiani, hanno articolato le proprie riflessioni.

L’Accademia della Crusca, nella persona di Marco Biffi, si è impegnata in una chiarificazione, attraverso l’analisi, delle componenti del neologismo. In primo luogo, sottolineando con forza, come la traduzione italiana post-verità, operi il passaggio da aggettivo a sostantivo. Un problema, questo, risolvibile con il ricorso alla formula tedesca (sebbene questa non venga sempre chiaramente richiamata), traducibile con postfattuale, dove il sostantivo “verità” è sostituito dall’aggettivo “fattuale” e il trattino, presente nella forma inglese, eliminato al fine di precisare il significato del prefisso “post-“ come “oltre” e non “dopo”, in senso cronologico. Riletta in questi termini, la post-truth sottolinea l’irrilevanza ed il superamento dei fatti e della verifica di questi, in virtù delle convinzioni personali.

Pertanto, nel passaggio all’italiano, il termine postfattuale sarebbe più indicato ad esplicitare l’intento per cui lo stesso post-truth è stato riconosciuto e formalizzato. Ad ogni modo, che si prenda come modello di riferimento la formulazione tedesca o quella inglese, prima di operare una simile scelta si impone, nel quadro articolato di tali dispute, una riflessione necessaria circa il nesso esistente tra linguaggio e realtà, una riflessione, vale a dire, concernente in primis la tematica del riferimento e più in generale la questione relativa all’apparato referenziale utilizzato dall’essere umano per porsi in rapporto con la realtà esterna. Si pensi, come esempio, ai volti diversi che è venuta via via assumendo la dottrina realista nella filosofia della nostra epoca; al realismo ingenuo si è andato affiancando il realismo critico, al realismo scientifico il realismo metafisico, al realismo epistemico il realismo interno, al realismo pragmatico il realismo strumentale e così via.

E’ appunto ad un esame approfondito di queste tematiche che nel 1974 Willard Van Orman Quine dedica un intero volume dal titolo: The Roots of Reference. Queste pagine mostrano come l’itinerario or ora accennato abbia rappresentato negli anni Sessanta e Settanta uno dei termini di confronto essenziali intorno a cui la disputa relativa al riferimento è andata progressivamente articolandosi fino a raggiungere tutte le ramificazioni che oggi noi conosciamo.

Per un realista gli oggetti possono avere carattere particolare o carattere universale. In tal senso le espressioni predicative designano oggetti universali. Gli oggetti particolari sono invece rappresentati dagli individui concreti. Tali individui rappresentano per contro il fulcro essenziale dell’ontologia propria dei nominalisti in quanto non ci si può mettere in contatto con essi con i soli occhi della mente: in essi ci si imbatte in quanto esseri empirici. In quest’ottica quindi nominalisti e realisti si riferiscono entrambi ad oggetti. Il problema è però, da un punto di vista ontologico, quali siano esattamente gli oggetti cui ci si riferisce tramite le proposizioni e, da un punto di vista linguistico, quali siano le parole che operano in termini oggettivi il riferimento.

Se per Quine i nomi propri debbono essere convertiti in predicati ove si voglia rispettare e seguire la logica della quantificazione, per un nominalista puro i nomi propri costituiscono il veicolo primario e diretto del riferimento. L’atto di ostensione è l’atto iniziale del riferimento e del linguaggio. Anche per Quine si parte da un atto ostensivo, ma, poi, si arriva gradualmente al salto concettuale costruito dalla quantificazione dove i nomi si convertono in predicati. A questo livello i nomi propri vengono considerati come ridondanti e ciò è incompatibile con le tesi nominalistiche pure.

Per Saul Kripke invece i nomi propri sono dei designatori rigidi che si riferiscono sempre ad uno stesso oggetto in tutte le circostanze possibili. Si fa qui ricorso a costanti che assegnano un identico riferimento a tutti i mondi possibili. Sebbene l’intuizione del filosofo statunitense sia del tutto plausibile, i problemi nascono quando ci si chiede quali siano le vie attraverso cui il riferimento si dà.

E’ precisamente a questo punto che il nominalista Kripke proprio all’interno della sua stessa teoria pone una problematica squisitamente essenzialista. Se infatti esiste una catena causale del riferimento e se quest’ultimo risulta del tutto indipendente da descrizioni e da connotazioni, fissare il riferimento in termini di designatori rigidi viene ad apparire come l’atto che ci pone in grado di cogliere ciò che risulta strettamente essenziale di un determinato oggetto-individuo. Ma come è possibile definire un’essenza siffatta? In accordo con Kripke una proprietà essenziale può essere riconosciuta nella struttura interna di tutti gli individui di quel tipo. La nozione di essenza ci rinvia dunque a quella di struttura interna. Ma in che consiste e come può essere definito un oggetto che possiede una struttura interna?

A quest’ultima domanda tenta di rispondere Putnam – partendo da Quine come d’altronde fa anche Kripke in quanto allievo di entrambi – il quale, muovendo dal presupposto che essere un oggetto-individuo implica il fatto di essere il valore di una variabile, considera come oggetto l’intero o tutto organico ritornando in tal modo alle originarie intuizioni di Aristotele e alle pagine di Esperienza e Giudizio di Husserl concernenti i fondamentali concetti di “sostrato” e di “organicità”.

Per Putnam linguaggio ed oggetto sono reciprocamente correlati. Non esiste a suo giudizio un oggetto indipendente in sé. Una specifica situazione può essere descritta in maniera differente in virtù dell’uso delle parole: non si può parlare di oggetti senza prima specificare il linguaggio che deve essere usato. In linea con le ricerche di Wittgenstein potremmo allora inferire che “la verità non trascende l’uso”. Nella sua prospettiva di realismo interno pertanto Putnam tiene insieme la dottrina della relatività ontologica di Quine e la nozione di significato come uso di Wittgenstein giungendo infine ad estendere tali concezioni filosofiche in senso creativo.

Se l’oggetto come tale ha in sé molti usi e se l’essere umano è in grado di inventare creativamente in modo continuo nuovi usi delle parole ne discende che la nozione stessa di oggetto diviene una sorta di territorio aperto parimenti alla nozione di riferimento. Investigazioni queste ultime che non potranno risultare scisse dall’invenzione e dall’uso comportando una estensione del linguaggio stesso in termini sia logici (il passaggio da considerazioni del primo ordine a considerazioni del secondo ordine) che ontologici (evoluzione e coevoluzione di regole e di sempre nuove funzioni quindi di nuovi significati che vengono contemporaneamente ad unificarsi e a moltiplicarsi nel tempo).

E così sulla scia delle osservazioni concernenti il rapporto che sussiste tra linguaggio, verità e realtà, accanto alla problematica dell’essenzialismo rilanciata da Kripke, riappare in veste epistemica il profilo di altre antiche questioni come quella del senso (di matrice fregeana) e quella degli universali.

Questi ultimi temi ci impongono infine una analisi puntuale della funzione svolta dalle costruzioni di pensiero a livello dei sistemi cognitivi complessi. Si apre in tal modo un capitolo che rappresenta uno dei fulcri della ricerca in atto a livello delle scienze epistemologiche e delle scienze cognitive. In un quadro siffatto, le strutture epigenetiche che vivono a livello sensoriale appaiono essere dei filtri in divenire la cui crescita è guidata in modo indiretto dall’intelletto mediante mutamenti successivi nel disegno delle misure, a livello probabilistico e relazionale, ottenute attraverso il ricorso a specifiche procedure di riflessione. In tal senso, possiamo ipotizzare che sia questo intricato sentiero che consente, almeno in parte, di realizzare una sorta di assimilazione, in via indiretta, del messaggio esterno, una assimilazione che rinsalda l’accoppiamento tra l’ambiente e i processi auto-organizzativi interni.

In virtù delle acquisizioni raggiunte sulla base del cammino sinora effettuato appare, infatti, possibile affermare che, a livello dei sistemi cognitivi complessi, l’attività cognitiva trova le sue origini nel reale, pur rappresentando, contemporaneamente, il tramite necessario attraverso cui il reale stesso può giungere a costituirsi in modo oggettivo. In tal senso, in accordo con Carsetti, l’oggettività della realtà è anche a misura della autonomia raggiunta dalle procedure della cognizione. In un tale quadro, infatti, “le procedure del riferimento appaiono come relative alle modalità stesse di costituzione, con successo, del raccordo effettivo tra le operazioni della visione e del pensiero”: esse, infatti, assicurano il costituirsi non solo di una replica adeguata, bensì di una “autonomia cognitiva nella verità”.

Alla luce di tutto ciò, dunque, l’abilità dell’osservatore nel costituire le sue misure viene, pertanto, a far parte, in modo intrinseco, dello stesso processo di costituzione del dato in quanto dato per l’osservatore. In tal modo, a livello dei processi di categorizzazione su basi intuitive, i processi di unificazione delle forme che affiorano a livello concettuale si rivelano strettamente connessi al realizzarsi, in senso diacronico, di un processo olistico caratterizzabile solo nei termini di una logica di ordine superiore (morfogenesi in atto), un processo al cui interno la relazione di alternatività tra “sistemi mondi” si manifesta come il prodotto di patterns specifici in interferenza all’interno dei quali si situa l’origine di quella articolazione teleonomica che caratterizza il processo stesso.

Qui le procedure della riflessione possono venire a realizzarsi sulla base del supporto costante dell’opera effettuata dal telos, vale a dire, dell’azione regolativa propria dell’organismo inteso come progettualità che si “invera” nell’azione. Ecco allora la possibilità effettiva di un raccordo tra le cose che si vedono e quelle che non si vedono, tra l’individuazione a livello visivo degli oggetti ed il pensiero relativo alle connessioni esistenti tra di essi. Ecco, in ultima istanza, il raccordo degli occhi della mente con quelli del significato che si fa generatività e pensiero.

In conclusione, e tornando alla questione iniziale, è solo a partire da una riflessione di tipo epistemologico che è possibile comprendere appieno i termini in gioco. Questa, nel quadro del dibattito sulla alternativa tra postfattuale e post-verità, ci induce ad una preferenza dell’utilizzo di quest’ultimo in luogo al primo, a condizione che il concetto di “verità” sia preventivamente identificato nel modo sopra indicato, vale a dire, non come ipostasi, bensì come processo continuo di costruzione, rivelazione e generazione di sempre nuovi significati. Il termine post-verità, in qualità di sostantivo, risulta essere maggiormente efficace nel corrispondere all’intento sotteso alla creazione del neologismo: indicare il superamento della verità così come concepita dal realismo ingenuo a causa della mancata corrispondenza biunivoca tra la forma dell’enunciato e la sua reale funzione pragmatica.
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Responsabilità personale http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2216 Mon, 20 Feb 2017 11:17:43 +0100
In questi ultimi tempi mi sono posto alcune domande sulle decisioni delle persone, che provo a riassumere in questa: come mai quello che sembra indicare il buon senso non viene recepito dalle classi dirigenti diffuse: politici, economisti, sociologi, scienziati, ecc.?

Tutti sappiamo che la questione del clima è importante ed urgente, eppure non sembra che si stia facendo molto, che le disuguaglianze sono addirittura antieconomiche, ma anche qui poco o nulla si muove, che occorre fare la pace in Medio Oriente, ma non sembra che qualcuno se ne occupi seriamente, che l’Occidente è preda dei populismi, eppure sembra che si faccia di tutto per aiutarli a vivere piuttosto che il contrario.

Solo per rimanere in Italia, abbiamo avuto due persone (Cottarelli e Perotti) coinvolte nel risparmio della spesa pubblica che hanno fatto proposte concrete e non devastanti, eppure non siamo riusciti a prendere alcuna decisione seria e duratura a tale riguardo. Non riusciamo a fare una riforma della giustizia per i veti incrociati, e la giustizia non è un bene di tutti e farla funzionare meglio non sarebbe un vantaggio di tutti? Ci sono carenze di organico e di mezzi strumentali e non si riescono a trovare i soldi per finanziarli in modo strutturale? Occorre fare anche esempi al contrario: la decisione di Trump di bloccare per tre mesi l’ingresso da sette paesi musulmani, bocciata in questo caso dai tribunali federali.

Sono solo alcuni esempi che però evidenziano, in Italia e nel mondo, le difficoltà a prendere decisioni che sembrano di buon senso eppure non vengono prese.

Ritengo che prima di tutto sia una questione di persone e non di sistemi: la burocrazia europea, quella italiana, il mercato, la politica. Scaricare sull’euro tutte le difficoltà italiane a fare maggiore produttività e creare lavoro non ha senso. L’euro non è una persona che decide con una volontà propria, ma è il risultato di scelte fatte da uomini (più che da donne) concreti: politici, economisti, con tanto di nome e cognome. C’è stata una responsabilità personale esercitata in un dato tempo, luogo, contesto. E’ stata messa una firma su un trattato. Certo c’è stato un processo che ha visto coinvolte moltissime persone, ma poi il tutto si è condensato in una decisione voluta e perseguita da persone concrete che avevano il potere di scegliere per i loro popoli.

Questo è quanto accade ogni giorno: ci sono persone concrete che prendono o non prendono decisioni rispetto ai vari problemi che attraversano la nostra epoca. Ci sono grandi decisori e piccoli decisori e poi le persone che ne subiscono le conseguenze quotidiane.

Chomsky, nel suo libro Chi sono i padroni del mondo, porta numerosi esempi nel mondo di scelte prese dai politici contro l’opinione dei loro popoli. Questo può essere un bene o un male, a seconda dei punti di vista, ma certo segna uno scollamento tra le classi dirigenti e i desideri di popoli che, in fondo, non sono poi così diversi alle varie latitudini: pace e benessere.

Vorrei sottolineare la responsabilità personale di tutti, classi dirigenti e popolo, perché ciascuno di noi ha la sua responsabilità personale, in particolare per quanto riguarda la vita economica.
Sembra che manchi una sensibilità personale di chi decide nei confronti di chi soffre le conseguenze delle scelte di politica economica in senso lato.

Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, il primo magistrato e l’altro studioso di ‘ndrangheta, riflettono a voce alta a questo riguardo: «La ricchezza estorta o accumulata dai ‘ndranghetisti viene investita nel circuito economico e sociale, soprattutto nella regioni più ricche del Centronord. Ciò che è illegale non è proibito dal mercato, le cui leggi non rispondono né a quelle dello Stato, né a quelle dell’etica pubblica, né tantomeno a quelle della morale privata.

Il mercato ragiona prevalentemente in termini di costi e benefici. Ciò che è conveniente non deve essere necessariamente etico. E gli interlocutori non sempre vengono selezionati grazie ai meccanismi della due diligence. Imprenditori e professionisti, in molti casi ragionano solo in termini di convenienza. Questo grumo di potere che contribuisce al successo delle mafie è stato definito “capitale sociale”, ma può essere chiamato anche “reciproca utilità” o “fascino del rischio”» (Padrini e padroni. Come la ‘ndrangheta è diventata classe dirigente, Mondadori, Milano 2016, p. 152). E concludono il loro libro con una domanda inquietante: «Fino a quando si continuerà a fingere di non vedere?» (Ibid., p. 194).

Fino a quando non ci prenderemo sul serio le nostre responsabilità personali, in quanto parte di un popolo che flirta con chi gli dà più ragione per continuare a fare i propri interessi – chi più e chi meno – cercando invece promuovere chi cerca il bene comune?
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Maioni e Zucca, Viaggio nel lavoro di cura http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2215 Wed, 08 Feb 2017 17:10:14 +0100 Questo libro, che raccoglie i risultati di una ricerca promossa dalle Acli Colf e realizzata in collaborazione con l'Iref e il sostegno del Patronato Acli, ci consente di compiere un viaggio nel lavoro di cura, per capire chi sono e come vivono le persone che quotidianamente assistono i nostri bambini ed anziani
"Viaggio nel lavoro di cura. Chi sono, cosa fanno e come vivono le badanti che lavorano nelle famiglie italiane" è il titolo della ricerca promossa dalle Acli Colf, realizzata in collaborazione con l'Iref Acli e il sostegno del Patronato Acli. Al libro - che annovera al suo interno i contributi di numerosi esponenti del mondo accademico ed esperti del settore - bisogna riconoscere il merito di aver posto l’accento sul mercato dei servizi di cura, mettendone in evidenza le trasformazioni avvenute in Italia negli ultimi anni. Più di altri il lavoro domestico ha risentito di profondi cambiamenti che ne hanno ridisegnato la fisionomia: dai mutamenti delle strutture familiari ai flussi migratori, dalle transizioni in atto nei sistemi di welfare ai nuovi rapporti tra generi e generazioni. Quasi un milione di persone vi operano, ma nonostante i numeri imponenti, la loro attività è ancora percepita come dequalificata e dequalificante.

Partendo proprio da queste premesse, la ricerca – attraverso una serie di approfonditi saggi – ha indagato vari temi, sviscerandoli e analizzandoli. In essa si è affrontata la questione dell'identità e delle competenze; le condizioni di lavoro e le aspettative delle lavoratrici e dei lavoratori impiegati nel lavoro di cura. Ma soprattutto l'indagine, come riporta bene il titolo dell’opera, ha voluto mettere in luce chi sono, cosa fanno e come vivono le persone impiegate in questo settore, ovvero le "migliaia" di badanti che lavorano nelle case italiane. Una vera e propria disamina ai raggi X, di cui sono stati forniti dati molto puntuali, rivelatori di una realtà assai sfaccettata, destinata a crescere ulteriormente nei prossimi anni.

Attraverso questa ricerca le Acli Colf, che vantano un lungo impegno per la difesa e la promozione delle lavoratrici e dei lavoratori domestici, si sono domandate cosa significhi oggi "lavoro dignitoso", alla luce della profonda crisi economica. Per farlo, sono stati esaminati i dati della ricerca e le numerose testimonianze raccolte, dalle quali è risultato una realtà lavorativa con punti forza, ma anche di debolezza.

E’ emersa, infatti, in maniera nitida, l'importanza del lavoro domestico e di cura da parte di lavoratrici e lavoratori, il cui apporto positivo ha trovato la propria conferma soprattutto negli aspetti relazionali e in quelli umani che questo settore è chiamato a presidiare. Supplendo alle carenze del welfare italiano e rappresentando di fatto un valido sostegno alle famiglie che a loro si affidano.

Se da un lato tale aspetto consente di cogliere l’essenzialità di questa categoria di lavoratori, dall’altra emerge, di contro, come la delega della cura possa talvolta diventare totale, trasformando l'assistente familiare in colui al quale è chiesto di intervenire su tutto lo spettro dei bisogni, anche infermieristici, della persona assistita. Con una evidente incidenza negativa sullo stato psico-fisico delle lavoratrici (la maggioranza sono donne), i cui diritti sovente vengono calpestati.

In questo senso lo studio ha fatto affiorare le molte criticità che affliggono il lavoro di cura, dal cui mancato riconoscimento sociale derivano non pochi fattori negativi. Basti pensare all'aumento del “nero”: tante famiglie, infatti, preferiscono non formalizzare la posizione lavorativa, o farlo solo in parte. E’ la cosiddetta esperienza del lavoro "grigio", che talvolta trova il consenso delle stesse lavoratrici. O ancora, la difficile affermazione dei diritti contrattuali, così come la svalutazione del lavoro eseguito dalle badanti, chiamate a svolgere un numero sempre maggiore di mansioni senza alcun aumento salariale.

Nonostante queste difficoltà, però, la ricerca ha pure rimarcato l'accresciuta attenzione internazionale, in termini di interventi ed iniziative, nei confronti del lavoro domestico e di cura: ne è segno tangibile la Convenzione 189 e la Raccomandazione 201 dell'ILO, ratificata da molti paesi tra cui l'Italia, che promuove un lavoro domestico dignitoso per tutti e l'uguaglianza di trattamento dei lavoratori domestici e di cura rispetto a quelli impiegati in altri settori.

La ricchezza e la completezza delle informazioni raccolte in questa indagine sono state il frutto di un lungo lavoro diviso in due parti. Una preparatoria, attraverso 9 focus group con le lavoratrici e i lavoratori del settore che hanno permesso di isolare le questioni più importanti e di costruire il questionario dell'indagine. La seconda dedicata alla rilevazione, ha utilizzato un questionario, sottoposto a 867 badanti residenti in 177 comuni, grazie alla collaborazione di 30 sedi Acli Colf e Patronato Acli.

Giova infine ricordare che con questa ricerca le Acli Colf, in coerenza a quanto previsto dalla Convezione 189, hanno voluto ribadire la necessità di una parità di trattamento tra lavoratrici e lavoratori domestici e lavoratori dipendenti di altri settori. Da qui la richiesta di un maggior impegno per garantire la tutela della malattia e della maternità, per modificare il sistema contributivo e per prevedere la formazione e il riconoscimento della figura professionale con il fine ultimo di tutelare e meglio valorizzare chi svolge il lavoro di badante.


Raffaella Maioni e Gianfranco Zucca (a cura), Viaggio nel lavoro di cura. Chi sono, cosa fanno e come vivono le badanti che lavorano nelle famiglie italiane, Ediesse, Roma 2016.


Citazioni
“Solo riconoscendo la centralità della persona è possibile costruire un’etica della responsabilità e della fraternità, che valorizzi ogni persona in quanto tale, attribuendole spessore e profondità. Del resto, il tema dell’accoglienza è a fondamento della nostra stessa esperienza associativa” (Roberto Rossini, p. 11).

“Il lavoro è una delle risorse più importanti che abbiamo come persone e famiglie, eppure resta ancora un lavoro poco riconosciuto sul piano della sua dignità, del suo valore e della sua qualificazione” (Livia Turco, p. 16).

“Nonostante infatti i miglioramenti degli strumenti di tutela a livello internazionale e nazionale, quello di cui parliamo rimane un lavoro che presenta alcune specificità dal punto di vista normativo e contrattuale, come il mancato riconoscimento della malattia e la tutela parziale della maternità” (Raffaella Maioni, p. 23).

“C’è una generazione di badanti che si trova ad un bivio. Una parte consistente delle 867 lavoratrici intervistate si trova in una precisa fase della biografia: è in Italia da alcuni anni, lavora come badante da tempo, comincia a sentire il peso degli anni e della distanza da casa, si trova infine ad affrontare, così come le famiglie per le quali lavora, una crisi economica e sociale che ha intaccato le certezze e sta modificando i progetti di vita” (Gianfranzo Zucca, p. 65).

“In un certo senso si saldano due fragilità: da un lato quella di soggetti bisognosi di cure, dall’altra quelle delle migranti, disposte, e spesso costrette, a non rivendicare i propri diritti pur di lavorare” (Claudia Alemani, p.87).

“Nell’arco dell’ultimo decennio sono stati fatti enormi passi avanti, a livello internazionale, nel riconoscimento dei diritti delle lavoratrici domestiche, assistenti familiari e tutte/i coloro che sono impiegati privatamente per svolgere mansioni di cura e di pulizia all’interno di un ambito domestico e familiare” (Sabrina Marchetti, p. 101).

“(vi è) …la necessità di adottare politiche di prevenzione volte alla riduzione dei rischi per la salute e la sicurezza delle lavoratrici impiegate come assistenti familiari” (Francesca Alice Vianello, p. 144).

“Il lavoro domestico di cura, approssimativamente tipizzato attraverso i descrittori del Quadro europeo, sembrerebbe profilarsi come un ambito di lavoro tecnico-operativo rispetto al quale emerge un esercizio professionale di media complessità, fondato su un processo decisionale spesso anche completamente autonomo e che richiede l’apporto di alternative d’azione, anche elaborate in modo originale non collaudate e predefinite” (Olga Turrini, p. 174).

“Ciononostante, negli ultimi decenni si è verificata non solo una consistente e, agli occhi di molti, inaspettata espansione del lavoro domestico e di cura, ma anche una tendenza alla professionalizzazione delle lavoratrici e lavoratori del settore, in particolare per quanto riguarda la cura della persona: il lavoro di badante si va consolidando e strutturando; da soluzione emergenziale pare assumere un profilo più stabile, (contraddittoriamente) riconosciuto sia dalla società italiana nel suo complesso sia dalle/dai dirette/i interessate/i. Se questo è avvenuto, è stato però soprattutto grazie all’arrivo di immigrate e immigrati, molte e molti dei quali dotati di una buona formazione acquisita nel paese d’origine e/o interessati a migliorare le proprie competenze in Italia” (Raffaella Sarti, p. 228).

“Da una prospettiva basata sui diritti, la cura è una dimensione chiave dello sviluppo umano perché dà risposta ai bisogni più urgenti e quotidiani della persona in diverse tappe della sua vita. In questo senso va ben oltre il sopperire ai bisogni materiali come la pulizia, l’approvvigionamento, l’assistenza fisica, ma soddisfa anche una miriade di bisogni emozionali come il riconoscimento della persona assistita in quanto soggetto vitale ed attivo, la compagnia, l’ascolto e il sostegno psicologico nei momenti di vita quotidiana” (Maria Gallotti, p. 232).

“Oggi – come ieri – si può ancora affermare che la formazione ha un ruolo fondamentale sia per il tipo di lavoro che per il luogo in cui viene svolto” (Pina Brustolin, p. 240).

“Ritengo che nel nostro lavoro come lavoratrici familiari dobbiamo essere attente prima di accettare le offerte di lavoro per non cadere in inganno. Ma nello stesso tempo dobbiamo essere oneste e fare ciò che è giusto per vivere una vita cristiana” (Elisabeth Lopez, p. 244).

“Nel corso degli ultimi anni, possiamo sottolineare come il legislatore, probabilmente accortosi della rilevanza anche economica che ha assunto il lavoro domestico e di cura, ha seppur a spot, abbandonato la logica sottrattiva con cui lo trattava, dimenticandosi di escludere esplicitamente il lavoro domestico dalle novelle legislative che hanno in qualche modo riguardato il mondo del lavoro” (Federica Suardi, p. 254).

“Evidentemente il lavoro di cura rimane uno dei pochi settori rifugio per gli espulsi dal mercato del lavoro, per chi ha la necessità di arrotondare le proprie scarse entrate, ma soprattutto è lo specchio della guerra tra poveri che silenziosamente si consuma nel nostro paese” (Marco Calvetto, p. 258).

“Serve una rete di interventi che si sostengano in modo circolare: sportelli per l’incontro domanda/offerta, formazione, sostegni contrattuali e relazionali al rapporto badante/famiglia, registri delle assistenti qualificate, lavoro somministrato e condiviso, sostegni economici. Azioni isolate portano a poco o nulla (Pasquinelli/Rusmini, p. 267).

“Analizzare l’impatto delle migrazioni femminili non solo sul contesto familiare ma anche sul più ampio regime della cura porta a comprendere come le trasformazioni in corso non riguardino solo l’aspetto privato ed emotivo dei singoli, ma anche la dimensione sociale e pubblica della cura. Quella su cui le politiche hanno maggior potere d’intervento” (Flavia Piperno, p. 271).

“Nel nostro Pese vi sono forti ritardi nel prendere coscienza del ruolo fondamentale di chi si prende cura in ambito familiare. Un ruolo insostituibile e di incommensurabile valore per la persona assistita, ma anche per il contesto familiare e sociale” (Loredana Ligabue, pag. 273).
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La post-verità: a Pistoia la chiamiamo “menzogna” http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2214 Tue, 07 Feb 2017 13:25:05 +0100 L’argomento è molto vasto. Parto dall'articolo 656 del codice penale: “Chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico, è punito … con l’arresto fino a tre mesi o con ammenda fino a 309 euro”
L’argomento è molto vasto e in questa sede vorrei analizzarne solo alcuni aspetti. Articolo 656 del codice penale: “Chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico, è punito … con l’arresto fino a tre mesi o con ammenda fino a 309 euro”.

La legge è chiara: rimane solo da chiedersi perché non viene applicata? Nel 1968 fu questo l’articolo che mandò davanti ai giudici schiere di studenti che avevano osato scrivere un volantino, ed oggi neppure viene adombrato anche quando si leggono certi titoli come: “Terremotati nelle baracche e immigrati in hotel a 5 stelle”.

Quindi lo strumento giuridico per le bufale, in rete e non solo, esiste; basta applicarlo. Un po’ di coraggio, signori Giudici, i cialtroni sono una categoria trasversale e non fatta solo da politici!

Poi c’è un secondo tipo di menzogna: quella costruita con i numeri. Apparentemente oggettivi, i numeri in realtà sono spesso utilizzati per giustificare una tesi precostituita, perché è sufficiente prendere i numeri giusti e scartare, deliberatamente, quelli che la confutano.

Anche in questo caso esiste del dolo, ma è un dolo più sofisticato, più difendibile in una aula di tribunale, anche se resta sempre quello che è: una menzogna. Certi uffici studi, soprattutto delle categorie economiche, sono specializzati in questo, e con una sapiente regia mediatica diffondono dati che servono a dimostrare la tesi che fa comodo.
Essi sfruttano un “pre-giudizio” insito nell’ascoltatore: la categoria vale per tutti: è la sineddoche della menzogna.

Gli albergatori dicono che il turismo è cresciuto di tot%? Tutti pensiamo che sia un dato universale e certo perché riteniamo che gli albergatori siano i soli ad accogliere i turisti. Invece danno i dati di quante presenze hanno avuto i loro associati e basta. Se poi altri milioni di turisti hanno scelto le case di Aibnb (o altre catene simili) loro non lo possono sapere e quindi il dato che forniscono ha un vizio di origine che fa apparire universale ciò che non è; la parte per il tutto, la sineddoche della menzogna appunto.

C’è poi il terzo tipo di menzogna che però non ha dolo, ma solo colpa; non è un effetto voluto, ma indotto. Per spiegare questo concetto mi rifaccio ad un passaggio del brillante articolo apparso su questo sito a firma di Alessandro Giuliani “Liberare la scienza dalle menzogne della post verità” che qui riporto integralmente: “Rutherford dimostrava la fondatezza della sua teoria atomica chiedendo al pubblico uno sforzo di fantasia e immaginare gli atomi come delle palle di diversa grandezza. L’evidenza della sua dimostrazione era strettamente dipendente da questo atto di ‘fede’ nella ragionevolezza del mondo che ci circonda.”

Anche noi prendiamo i dati che sembrano oggettivi (tasso di disoccupazione, ore di cassa integrazione, pensioni ecc.) con il retro pensiero che ci siamo formati negli anni giovanili. Un disoccupato è uno che non ha di che mantenere la famiglia, le pensioni basse fanno fare la fame ai poveri vecchietti abbandonati, ogni lavoratore scansa la cassa integrazione come la peste perché è l’anticamera del licenziamento. In sostanza interpretiamo quei dati come strettamente dipendenti da un retro pensiero che spesso non corrisponde più alla realtà.

Abbiamo costruito quegli indici al tempo della società elettromeccanica quando il modello razionale della fabbrica, usciva dai cancelli e permeava tutta la società. Era una società di “massa”, dunque tutto era massificato, reso uguale e omogeneo, le persone come le cose, e quindi era possibile compararlo. Il mezzo di comparazione era la moneta che assurgeva a parametro unificate di tutta la società di quegli anni.

Dagli anni Novanta del ‘900 tutto è cambiato: la società omogenea e quindi di massa non esiste più, dopo tre secoli di inurbamento le città hanno perso circa il 25% dei loro abitanti, l’informatica ha permeato il nostro vivere quotidiano, dal lavoro al tempo libero; la famiglia mononucleare è scomparsa e si è affermata la famiglia relazionale.
Con tutto questo cambiamento, noi continuiamo “leggere” la società con gli stessi indicatori di 50 anni fa e, come aggravante, conferiamo ad essi la stessa valenza implicita.

Per molti la moneta non è più l’unico indicatore di benessere. Un esempio per tutti: i pannelli solari sul tetto producono acqua calda a costo zero, quindi ho un beneficio senza che questo possa essere contabilizzato in alcun modo. Sembra una inezia, ma questa economia “curtense” vale il 13% di Pil con l’aggiunta che è esentasse e, con una imposizione fiscale al 43%, la sua elusione totale diventa un moltiplicatore straordinario.

Nel momento in cui la moneta sembra assurgere a valore assoluto, certamente al di sopra del lavoro, chi vernicia gli infissi della propria casa decreta la sua inconsistenza reale e con essa mina alle fondamenta l’indicatore fondamentale del benessere così come lo abbiamo costruito e rimasto nella nostra mente.

Ci siamo raccontati una menzogna, ci abbiamo creduto fermamente e adesso scopriamo la sua vera natura.
Infine esiste un quarto tipo di menzogna. Con il passaggio dalla società elettromeccanica a quella informatica il momento della produzione ha perso valore mentre quello della vendita è diventato centrale.

Con le continue crisi di sovrapproduzione il fuoco della società si è sostato sulle tecniche di vendita e con esso si è passati da una società razionale, perché così è la produzione, ad una irrazionale che riflette l’essenza della vendita. Dall’essere all’apparire, dal sillogismo al falso sillogismo su cui si reggono tutte le tecniche di vendita, dal calcolo preciso e puntuale alla menzogna spudorata.

La società in cui viviamo è divenuta intrinsecamente illogica (basta fare una comparazione tra i cartoon attuali e quelli di 50 anni fa); in questa illogicità si nasconde appunto la menzogna che è diventata struttura portante della società stessa. Per tutta questa serie di cause e concause che fanno della menzogna il pilastro sia istituzionale che sociale, del nostro vivere quotidiano, la società è diventata incomprensibile, irrazionale e illogica. Sono tre aggettivi che rispondono ad altrettante modalità con cui si manifesta la società, non dei rafforzativi del medesimo concetto.

Infine ritengo che un’associazione come le Acli, grazie al radicamento sul territorio e alla sua estraneità da logiche economico-corporative, sia in grado di leggere e interpretare la società attraverso molteplici strumenti, primo fra tutti un questionario che faccia il punto sui nuovi stili di vita che in questi anni si sono andati affermando.
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la buona scuola (quella vera) http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2213 Tue, 31 Jan 2017 09:02:21 +0100 La mia trasmissione televisiva preferita è senza dubbio ‘Cucine da Incubo’. Non ho alcuna simpatia per l’odierna infatuazione per piatti e ricette, ma qui la storia è del tutto diversa e l’arte culinaria è solo l’ambientazione metaforica per far risaltare dei veri apologhi morali...
La mia trasmissione televisiva preferita, che amo guardare e commentare insieme alle mie figlie, è senza dubbio Cucine da Incubo (versione Italiana naturalmente, quella originale americana è inguardabile).

Non ho alcuna simpatia per l’odierna infatuazione per piatti, ricette e vini, che anzi trovo veramente stucchevole, ma qui la storia è del tutto diversa e l’arte culinaria è solo l’ambientazione metaforica (un po’ come succedeva con gli animali parlanti delle fiabe di Esopo) per far risaltare dei veri apologhi morali.

Per chi non ha mai assistito al programma dirò che si parte da un ristorante che, a causa di dissidi tra il personale generati da malintesi, invidie, e incomprensioni, si trova sull’orlo del fallimento. La mancanza di collaborazione, le rivalse personali, portano velocemente alla sciatteria, al peggioramento della qualità delle pietanze e quindi alla progressiva perdita della clientela. In questa situazione si inserisce il maestro, un grande chef, ma soprattutto, come scoprirete anche voi se vedrete la trasmissione, una persona saggia e autorevole: Antonino Cannavacciuolo da Vico Equense.

Antonino è una persona grave e posata (in ciò aiutato da una folta barba nera e da un fisico imponente) che inizia la sua opera educativa sedendosi a un tavolo del ristorante e ordinando un pasto completo. Le gravi mancanze della cucina vengono fatte notare con giusta severità: materie prime scadenti, presentazione sciatta e disordinata, cottura sbagliata, accostamenti non armonici. Le critiche coinvolgono tutto il personale, sia a livello individuale (a ognuno vengono messi davanti i suoi errori) che collettivo (i problemi di relazione tra di loro). Queste critiche non sono edulcorate da falso buonismo ma non sono mai astiose e non mirano ad altro che al discernimento e a essere onesti con se stessi riconoscendo i propri limiti e le proprie colpe. E’ un processo duro e doloroso (i ristoratori spesso piangono) ma che alla fine porta alla catarsi, la squadra capisce la necessità di fare gruppo e Cannavacciuolo li spinge a un passo ulteriore: interrogarsi su quali piatti sanno eseguire a regola d’arte e a ricordarsi delle motivazioni iniziali che li hanno spinti ad aprire il ristorante.

A questo punto l’atto educativo cambia passo: fatta piazza pulita (non automatica ma attraverso reale pentimento e presa di coscienza) degli errori, si riparte dai punti di forza. Quei quattro-cinque piatti che erano nelle corde dei ristoratori vengono esaltati dalla scelta di materie prime di ottima qualità, da una presentazione all’altezza, da un ordine perfetto in cucina raggiunto attraverso una presa in carico di responsabilità di ogni membro del gruppo che conosce esattamente il suo ruolo e non invade il terreno degli altri. La catarsi viene sottolineata (e resa reale e tangibile) dalla cerimonia della consegna delle divise che sottolinea l’appartenenza a un gruppo coeso, e dal totale rinnovamento dell’arredo del ristorante: una azione veramente umana può svolgersi solo in un ambiente bello.

Ci sono tutti gli ingredienti dell’educazione: non tutti siamo dei geni, ma tutti abbiamo i nostri talenti che però non si affermano per magia (come suggerito dalla ‘cattiva scuola’ di certi talent televisivi), ma hanno bisogno di impegno per emergere, impegno non solo pratico (fatica, studio, applicazione) ma anche spirituale (riconoscimento del peccato, umiliazione, disponibilità verso l’altro). L’educazione non solo trasforma le persone ma si espande verso l’ambiente creando bellezza, insomma una attenta visione del programma vale più della lettura di noiosi e spesso ideologizzati trattati di pedagogia. L’obiezione che magari è tutto preparato e sia una recita, è resa irrilevante dal fatto che il messaggio veicolato sia comunque lo stesso, tutto sommato neanche gli agnelli di Esopo parlavano veramente con i lupi.
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Il nostro tempo: tra senso di realtà e di complessità http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2212 Mon, 30 Jan 2017 11:40:04 +0100 Proponiamo un contributo di Antonella Morlini tratto dal libro “Intraprendere nella complessità. Strategie di cambiamento nelle organizzazioni”, che ci offre un'interessante riflessione sul tema della comprensione della realtà. Vogliamo anche rendere, così, un piccolo omaggio ad un persona che ci lascia una consistente e preziosa eredità di pensiero e azione
Il lavoro di formazione, consulenza, ricerca è messo a dura prova dalla complessità̀ delle situazioni organizzative, produttive, economiche, socio-politiche, la realtà è lì in primo piano, fortemente pressante, spesso ingombrante e minacciosa. Fatichiamo a intravedere movimenti progettuali sufficientemente articolati, in contatto con l’effettiva consistenza delle problematiche, delle potenziali risorse. Vorremmo reagire prontamente, trovare soluzioni, sebbene la realtà̀ ci sfugga, ci superi. I tratti di comprensione ci paiono esili, incompiuti, non sufficientemente affidabili. I contributi della filosofia, della fisica, dell’economia, della psicoanalisi e della psicosociologia ci interpellano rispetto al senso e allo sguardo conoscitivo che ci accompagna quando entriamo in contatto con la realtà, per vivere e intraprendere, per pensare e agire, in relazione con differenti persone, gruppi, esperienze, ambienti. Mi addentro nell’esplorazione di alcuni tratti di contenuto con lo scopo di rintracciare quei fili conoscitivi che possono incoraggiare e sostenere la riflessione riguardo al senso strategico del fare formazione, consulenza, ricerca nelle organizzazioni aziendali, d’impresa, di servizio, di associazione, nella complessa realtà̀ di cui siamo parte. Che cosa significa entrare in contatto con la realtà? Quale idea abbiamo del modo di conosce- re le situazioni di realtà? Il bisogno di realtà̀ quale fisonomia prende? Perché la realtà ci attrae, ci interessa, eppure, ci mette anche paura e distacco?

I filosofi che si riconoscono nel Nuovo Realismo mettono in luce il privilegio attribuito al concetto nella costruzione dell’esperienza. Nella seconda metà del Novecento si sosteneva che non si incontrano percezioni ma credenze; Goodman scriveva che si costruisce il mondo così come si costruisce un’opera. La svolta linguistica sembrerebbe essere stata una svolta concettuale: quello che noi siamo e il nostro modo di vivere risulterebbe- ro fatti di storia, di linguaggio, di tradizioni, di culture. Quello che c’è nel mondo non può esserci mostrato dai sensi, ritenuti ingannevoli e imprecisi, bensì̀ dai paradigmi, dalle costruzioni concettuali. Le intuizioni, le percezioni, senza concetto sarebbero cieche, inutili. Il costruttivismo sembrerebbe nascere dall’esigenza di rifondare, attraverso la costruzione, un mondo considerato non più̀ stabile. I tratti concettuali sono alimentati e sostenuti per dare ordine e definizione alle magmatiche esperienze di realtà̀. Il contatto, il riconoscimento, la considerazione di quello che c’è sono messi da parte, talora rimossi, per porre in evidenza la centralità̀ dell’epistemologia, di quello che sappiamo nel merito di quello che c’è. In questa prospettiva si sviluppa una delle idee guida della postmodernità̀: la realtà̀ è socialmente costruita.

Per i filosofi del Nuovo Realismo affermare che tutto è socialmente costruito e che non ci sono fatti bensì̀ interpretazioni non è decostruire ma, al contrario, formulare una tesi che rischia di lasciare tutto come prima. Austin precisa le ragioni che portano ad assorbire nella “rappresentazione” le peculiarità̀ della “percezione”, squalificandola proprio perché non è riconosciuta per quello che è, viene ricondotta e ridotta a pura illusione:

L’argomento dell’illusione mira prima di tutto a convincerci che in certe situazioni occasionali e anomale, ciò̀ che percepiamo – almeno direttamente – è un dato sensoriale, ma dopo c’è un secondo stadio, nel quale siamo condotti ad ammettere che ciò che percepiamo (direttamente) è sempre un dato sensoriale, anche in circostanze normali (Austin, 1987, p. 57).

Il contenuto fenomenologico, non concettuale può essere anche più fine di ciò che è stato pensato e rappresentato. Riguardo alla percezione Maurizio Ferraris (De Caro, Ferraris, 2012, p. 155) mette in luce che sono proprio le linee di resistenza (di inemendabilità) che importano nella percezione e il significato ontologico dell’estetica come aisthesis. Perché i sensi non solo costituiscono l’inizio delle conoscenze (come ammettono tutti i filosofi) ma anche ciò̀ che, talvolta, smentisce le nostre teorie. Questo è a mio avviso il tratto saliente della sensibilità̀: il suo non confermare, non realizzare, ma smentire le nostre aspettative e il nostro sapere, rivelando con chiarezza che c’è qualcosa di distinto e separato.

Il dibattito filosofico è acceso: sembrerebbe scontato riconoscere lo stato di realtà a oggetti che esistono a prescindere dalla nostra percezione o rappresentazione, più impegnativo il riconoscimento del processo conoscitivo che può ancorarsi di più a movimenti analitici, a concettualizzazioni deterministiche, a valorizzazioni di fatti indipendenti dal nostro pensiero, da precise definizioni disciplinari. Non cerco di fissarmi in una posizione, mi pare significativo, piuttosto, iniziare a interloquire: come trattiamo la realtà quando siamo impegnati nel governo delle organizzazioni, nella progettazione di intraprese formative, di consulenza?

La riflessione filosofica sembra che incoraggi a cogliere l’utilità di fare riferimento a ipotesi conoscitive articolate, probabilmente non ancora del tutto messe a fuoco. La maggior parte degli investimenti formativi e organizzativi risponde a una logica divulgativa, parzialmente istruttiva: la realtà può essere conosciuta e compresa proponendo idee adeguate e facendo in modo che si affermino. Spesso queste idee sono presentate come tesi: per risparmiare l’azienda “deve tagliare” il 30% del personale e il 10% delle spese inattive; per vincere l’appalto il consorzio di imprese ha bisogno di controllare almeno il mercato locale, per poi vedere come affrontare la competizione dei soggetti che arrivano da altri territori italiani. L’intelligenza sembrerebbe consistere nell’applicare alla realtà schemi e concetti conoscitivi ritenuti validi e forti; in questo senso la realtà non sarebbe da incontrare, bensì soltanto da osservare per poi intervenire. In questa logica non possiamo fare entrare troppo la realtà nei nostri pensieri, “dobbiamo”, piuttosto “domarla”, “istruirla”, affinché risponda alle nostre esigenze, alle attese di crescita economica, sociale, produttiva. In questa realtà̀ sembrerebbe meglio non addentrarsi troppo, diventa preferibile scegliere, optare per una o più risoluzioni valutate pertinenti.

La concettualizzazione dell’esperienza avviene, talvolta sembrerebbe collocarsi al servizio della trasmissione di contenuti che possono poi diventare utili in tanti altri contesti. Si tratta di movimenti interessanti eppure offrono spazio solamente a logiche orientate al rimettere ordine, al dedurre che cosa fare in relazione con pensieri prevedibili e attentamente divulgati, nella direzione delle buone prassi, dello scambio di esperienze, dei modelli di riforma istituzionale o organizzativa. Probabilmente la realtà̀ non è solo da osservare, è anche da attraversare, da incontrare, da percepire, da ascoltare, da annusare, da distanziare e da riavvicinare. La densità del reale emerge in differenti tempi e luoghi, tra opacità e improvvisi accecamenti, tra durezze ostacolanti e morbidi movimenti di comprensione.

Le condizioni di incontro con la realtà vanno pensate, progettate, agite, non semplicemente considerate come esistenti e normalmente date. Lo sguardo volto alla realtà non è solo concreto e fattivo, gli occhi guardano anche a quello che non vedono, i pensieri ricercano soprattutto quello che non afferrano, che produce fastidio e frustrazione. L’incontro con la realtà ci mette nel bel mezzo di sollecitazioni contraddittorie, di analisi oggettive che non aiutano a capire e progettare, di pressioni decisionali, frutto di paure incontrollate, che sospingono verso derive improduttive e spaesanti. Riprendere il filo della realtà̀ è impegnativo: è sia da percepire sia da incontrare con le ipotesi che ci siamo costruiti, è sia da osservare e analizzare, sia da sfidare con intraprese pensate e incerte.

Le riflessioni riguardo alla realtà, al tentativo di definirla, offrono interrogativi interessanti nel merito del rapporto tra i fatti, gli accadimenti e la percezione, la rappresentazione emotiva e mentale. La voglia di scindere gli oggetti della conoscenza dall’attività conoscitiva con i suoi riferimenti soggettivi e culturali potrebbe prendere il sopravvento, ancora una volta alla ricerca di un porto sicuro: oggi c’è il sole è indubitabile, il responsabile dell’unità operativa dell’azienda in cui lavoro non è competente, è un fatto!

Invochiamo la realtà̀, spesso facendola coincidere con il reale, quando percepiamo distanza dalle questioni che a noi sembrano vere, gravi, da trattare. “Questa è la realtà” diventa un modo per affermare un fatto, una fatica, una sofferenza, un dubbio, qualcosa che va visto e riconosciuto con urgenza, al di là di quello che possono pensare le altre persone, i differenti interlocutori.

In letteratura il realismo è per sua natura schiettamente romantico, esprime il modo diretto e appassionato di entrare in contatto con il mondo. Nell’Europa di fine Ottocento il realismo diede rilievo ai problemi sociali, guardare alla realtà divenne sintomo di attenzione alle situazioni e alle persone che non avevano la possibilità di esprimersi, di raccontare le loro complicate e travagliate vicende di vita. Ancora oggi la vicinanza alla realtà sembra sollecitare interesse per l’approfondimento dei problemi importanti del nostro vivere, alla ricerca di idee e di azioni significative. Eppure l’attenzione alla realtà può coglierci impreparati riguardo alle intensità emotive, agli accecamenti che può favorire. Senza vicinanza e sensibilità non riusciamo a comprendere, senza emozionarci, almeno un po’, non possiamo conoscere, se assolutizziamo questi tratti rischiamo di idealizzare la realtà̀, di cercare illusioni che sostengano l’idea che ci siamo fatti delle situazioni, delle persone. Nella psicoanalisi il rischio di eccedere nelle interpretazioni, a scapito dei racconti, dei testi dei pazienti, fu considerato e dibattuto. La realtà, evidenzia Lacan, permane indipendentemente dalla nostra volontà̀ e ci coinvolge. E il reale? Per Freud lo incontriamo negli incubi. L’incontro con il reale è il contatto con un limite che ci scuote, con qualcosa che ci impedisce di continuare a dormire.

Il reale diventa ciò da cui non si può fuggire; per Lacan è associato a un trauma che introduce nella nostra vita una discontinuità̀ che spezza il sonno routinario della normalità della realtà. Il reale non coinciderebbe con la realtà, sarebbe, piuttosto, ciò che la scompagina. La realtà̀ tenderebbe d essere il velo che ricopre l’asperità scabrosa, “inemendabile” del reale. Con questo approccio la realtà̀ si costituirebbe socialmente per neutralizzare il trauma del reale.

Nel rapporto tra i fatti e le interpretazioni mi paiono interessanti le questioni che muovono la riflessione: a forza di interpretare rischiamo di anestetizzarci, diventiamo facilmente parlanti, ma non comunicanti, non dialoganti. Le rappresentazioni che abbiamo della realtà̀, delle situazioni, se non si misurano con tratti altri ed essenziali di contatto, di interrelazione, rischiano di precluderci una visione sufficientemente articolata e viva. La deriva è in agguato: spiegazioni didatticamente ineccepibili, eppure scarsamente interessanti e intense, l’idea di pensare e offrire contenuti di valore, che però le persone, i gruppi, le organizzazioni non capiscono. Sarebbero gli altri, il contesto a essere disattenti e non motivati a capire. Mi pare che anche il rapporto stretto con la realtà, con i suoi dati, le sue informazioni porti con sé dei rischi: è reale quello che motiviamo, argomentiamo, dimostriamo, come se potessimo controllare davvero la realtà in ogni sua parte; solo il reale conta, il resto sono storie non vere, questioni inventate e irrilevanti. Diventiamo più realisti del re e quindi piuttosto accaniti e intransigenti, non accogliamo la comprensione tenera e riflessiva, non riusciamo a rendere utili la rabbia, l’aggressività, la paura. Rischiamo di diventare implacabili e imperturbabili, in nome della nostra presunta conoscenza e diagnosi della realtà.

Forse abbiamo bisogno di percepirci parziali e mancanti in qualcosa per entrare in contatto con il mondo, con la complessità̀ del reale, per guardare alle altre persone e situazioni con sufficiente interesse e comprensione. Ci sono di aiuto le idee, le interpretazioni, le diagnosi di realtà, le osservazioni se le collochiamo in un processo conoscitivo che accoglie il limite, l’opacità, il non senso, il frammentato, il non ancora afferrabile. Mi pare realistico lo sguardo che accoglie molteplici attenzioni, che si interroga sulle derive che sta correndo, che si lascia andare alle comprensioni sentite lucide e appassionanti, sapendo che forse c’è anche altro di differente e di significativo. In questo senso percepirci parzialmente mancanti non è un fatto grave, né un vuoto da colmare, è, piuttosto, la condizione di realtà e quindi anche di possibilità conoscitiva e di azione intraprendente, perché fa vedere che cosa ci sembra reale, che cosa non lo è, ma potrebbe diveltarlo, che cosa ignoriamo, perché non ne abbiamo la capacità, né la voglia. L’accanimento ci allontana dalla comprensione della realtà, perché ci fa mettere in luce quello che manca alle altre persone, ai contesti, alle organizzazioni, ci fa diventare pieni di ragioni, eppure deboli nella interlocuzione.

Quello che pensiamo può certamente essere sufficientemente vero e reale, perché siamo competenti, abbiamo sviluppato esperienze che confermano le nostre ipotesi. Questo non vuole dire che sia utile insistere a oltranza per divulgare i nostri preziosi pensieri, possiamo soffermarci sulle parti di con- tenuto che meno vengono considerate, possiamo continuare a progettare e costruire nella direzione che ci pare sensata, così facendo interagiamo, conosciamo, apriamo spiragli di comprensione nella realtà con altre persone e gruppi. Possiamo differenziarci e precisare la nostra idea della realtà, delle situazioni sociali, economiche, organizzative, senza perdere interesse per altri modi di vedere o ignorare la complessità del mondo, delle comunità territoriali, delle imprese. Dire cosa manca è facile, comprendere come interloquire e costruire con quello che c’è è impegnativo, talvolta frustrante, incerto, eppure altrettanto significativo e appagante. (...)
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Liberare la scienza dalle menzogne della post-verità http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2211 Mon, 30 Jan 2017 11:22:33 +0100 Il tema della verità (e quindi del suo contrario, la menzogna) ha attraversato la riflessione nelle e sulle scienze naturali per secoli. Per comodità definiamo ‘post-verità’ una menzogna che riscuote un ampio seguito e lasciamo cadere la mistificazione che questo sia un fenomeno recente legato all’imbarbarimento delle masse...
Il tema della verità (e quindi del suo contrario, la menzogna) ha attraversato la riflessione nelle e sulle scienze naturali per secoli. Per comodità, e senza errare di molto, definiamo ‘post-verità’ una menzogna che riscuote un ampio seguito e lasciamo cadere la mistificazione (diffusa fra quei falsi amici della scienza molto numerosi tra le sedicenti elite) che questo sia un fenomeno recente legato all’imbarbarimento delle masse (le stesse che sono sante e illuminate quando seguono le sopra menzionate elite).

Chiariamo subito che la verità in scienza è una ‘condizione al contorno’ e non una acquisizione definitiva. Quando le nostre teorie saranno sorpassate ed i nostri contenuti datati — questo prima o poi succederà a tutte le teorie scientifiche essendo la scienza (quella vera, non quella strillata dai media) un continuo lavoro in corso in cui nuove scoperte continuamente soppiantano vecchi modi di pensare - ugualmente il nostro lavoro dovrebbe continuare a trasmettere il senso che possiede oltre l'uso immediato, come una poesia o un timone di legno. Questo senso proviene dalla possibilità di individuare in quel “pezzo di scienza” il personale apporto dell'artigiano nella soluzione dei problemi, il suo stile peculiare nel sistemare le argomentazioni, i suoi “trucchi” per far emergere la linea di pensiero, il particolare uso della metodologia statistica, il piano sperimentale. La scienza deve cercare la verità, ma la sua verità è nel cammino, non nel contenuto, la sua è la verità umile dell’artigiano, non la falsa e tronfia verità di chi voglia offrirci un sistema onnicomprensivo e definitivo. La verità della scienza è l’onestà del procedimento argomentativo, è il rigore della metodologia statistica, è la chiarezza dell’impianto.

Sia la scienza che l’arte possono sopravvivere solo se esiste una ‘verità materiale’ fuori da noi che le renda feconde (il vero segno distintivo della vera opera scientifica e della vera arte). La verità della scienza e dell’arte è insomma cosa diversa da quella dell’aula giudiziaria.

L’atto della ragione, comune all’arte e alla scienza, è il tentativo di ‘Rendere Visibile l’Invisibile’: perché ciò sia possibile l’artista (così come lo scienziato) deve venire a patti con il fruitore accordandosi su un insieme di regole di rappresentazione condiviso. Solo così l’operazione può riuscire con successo. Curiosamente (ma non troppo) questo insieme di regole condiviso non è molto dissimile tra le due attività e ha a che vedere con quelle esperienze fondanti che accomunano gli esseri umani indipendentemente dalla loro cultura.

Sono regole in larga parte legate all’esperienza quotidiana: Ernest Rutherford, nel suo famoso esperimento del 1911 ‘faceva vedere’ la struttura dell’atomo (di per sé invisibile) fondandosi sull’esperienza condivisa che una ‘palla piccola’ scontrandosi con una ‘palla grande’ dovrebbe rimbalzare all’indietro.

Rutherford dimostrava la fondatezza della sua teoria atomica chiedendo al pubblico uno sforzo di fantasia e immaginare gli atomi come delle palle di diversa grandezza. L’evidenza della sua dimostrazione era strettamente dipendente da questo atto di ‘fede’ nella ragionevolezza del mondo che ci circonda. Ma come faceva Rutherford a sapere che gli atomi erano equiparabili a delle palline? Ovviamente non lo sapeva e, andando avanti nella ricerca, la fisica teorica ha dimostrato varie pecche del suo modello atomico (insomma quella di considerare gli atomi alla stregua di palline era una approssimazione molto brutale). Ciò nonostante il suo modello è stato immensamente fecondo, aprendo la strada a innumerevoli scoperte in tutti i campi della scienza. La teoria atomica di Rutherford era una ‘post-verità’, una menzogna di successo? No, in nessun modo, era ‘verità scientifica’ in quanto ha aperto la strada a un secolo di sviluppi nel campo della chimica, della fisica e della biologia. Si pensi che aspetti apparentemente lontanissimi dal problema di Rutherford come la scoperta delle frodi alimentari sarebbero stati impossibili senza la sua mossa creativa.

Considerare gli atomi come delle palle ‘precede’ l’esperimento vero e proprio e lo giustifica in termini di codici condivisi tra autore e pubblico.

Se questi codici condivisi vengono meno, né l’arte (né tanto meno la scienza) hanno più alcun significato. Il legame con l’artigianato (sia esso la procedura statistica o la costruzione di uno strumento di misura) si è mantenuto nella scienza per più tempo che nell’arte. In questo senso la scienza può essere a tutti gli effetti considerata come ‘L’ultima fortezza dell’Arte’ in quanto ci fornisce un esempio ancora vivente di ‘canone’ quando l’ultimo ‘canone vitale’ dell’arte è stato il Barocco e (per brevissimo tempo) la sua fulminea ricomparsa sulla scena detta Liberty o Jugendstil.

Per ‘canone’ si intende un insieme condiviso di buone pratiche che garantisca la costruzione di un’opera fatta a ‘regola d’arte’ (in uno spettro continuo che va dal vaso di ceramica alla cattedrale), che soddisfi il legame tra ‘struttura’ (come è costruito il manufatto) e ‘funzione’ (l’uso del manufatto stesso).

Sia la scienza che l’arte dipendono da un livello di produzione artigianale. La produzione di massa appiattisce le peculiarità. Il grande sforzo collettivo in cui legioni di scienziati “gnomi” partecipano ad un piano che li trascende seguendo un protocollo standard, impedisce di scorgere l'altrove, il valore unico ed inimitabile del singolo pezzo, semplicemente la scienza viene ad essere valutata per il valore economico del suo prodotto finito abbattendone il suo carattere di “cultura materiale” e, neanche troppo alla lunga, rendendola infeconda.

Nel caso della scienza ci siamo già arrivati, la cosa bella è che gli scienziati (che in moltissimi casi sono tipi svegli) se ne sono accorti. Nel 2005 uscì un articolo che fece molto scalpore, il titolo era già un proclama ‘Perché la maggior parte dei risultati scientifici pubblicati sono falsi’.

John Ioannidis, statistico greco di stanza a Stanford, non usava ipotesi moralistico-consolatorie (molto in voga negli Stati Uniti) come ‘E’ la smania di successo di alcuni scienziati che li porta a falsificare i dati’ ma individuava la fallacia di gran parte della ricerca scientifica in semplici considerazioni statistiche. Il furioso dibattito che seguì alla pubblicazione ebbe termine con il riconoscimento della effettiva mancanza di ripetibilità della ricerca (soprattutto in biomedicina). Tanto che è di questi ultimi giorni la pubblicazione su una importante rivista del gruppo ‘Nature’ di una sorta di "manifesto" del canone scientifico.

Quello che traballa è niente meno che il fondamento della conoscenza scientifica: le galileiane ‘sensate esperienze’ che perdono la loro qualità precipua, quella di poter essere riprodotte in maniera intersoggettiva attraverso l’applicazione di una procedura codificata.

La conoscenza scientifica (quella solida) si fonda su un lungo periodo di assestamento, in cui l’accumularsi di prove empiriche inizialmente contrastanti e ambigue, si assesta verso una visione condivisa. Le singole prove empiriche (il materiale degli articoli scientifici) forniscono un contributo marginale alla costruzione della (parziale) verità scientifica, se un singolo articolo scientifico viene interpretato come la ‘verità definitiva’ su un fenomeno, siamo quasi sicuramente condannati al fallimento.

Tutto sommato non sembra qualcosa di molto strano, se non fosse che il lento e travagliato ‘processo di assestamento’ richiede tempo, la stratificazione di un sapere tradizionale, di un canone condiviso del mestiere della scienza, tutte cose che finanza e democrazia ‘moderne’ odiano dal profondo. La tradizione non porta nulla di buono, la scala dei tempi della finanza è di mesi e non di decenni, la maggioranza ha sempre e comunque ragione.

E qui si situa l’abisso profondo che separa le scienze naturali da altri campi del sapere umano (e.g. le scienze sociali) e che va preso di petto, non solo per comprendere la particolare natura della cosiddetta ‘post-truth’ in scienza, ma come mai (nonostante le apparenze), la scienza sia accomunata alla religione nell’odio profondo che le porta il relativismo culturale.

Un canone viene appreso in modo per larga parte non formalizzabile, come qualsiasi mestiere, attraverso il confronto con altri artigiani e lo studio attento dei manufatti, quindi attraverso la ‘tradizione’ che letteralmente significa ‘trasmissione’ (dal Latino Tradere: trasmettere, consegnare).

Un pezzo di scienza fatto a regola d’arte, se insegue un’ipotesi errata ha comunque in sé il modo per essere falsificato e quindi non ostacola (anzi promuove) l’avanzamento della scienza. Un pezzo non costruito secondo il canone è invece comunque una pietra di inciampo e un ostacolo, indipendentemente dal suo contenuto di realismo. Il grande fisico austriaco Wolfgang Pauli, per indicare il suo massimo disprezzo verso un pezzo di scienza sbottava: "Non è neppure sbagliato!".

Il guaio è che questo non è esattamente lo scopo di chi nella scienza ci mette i soldi (sia pubblici che privati, si badi bene) e a cui l’efficacia a breve termine interessa molto di più della conoscenza. Nessuno sembra soffermarsi sul fatto che, anche se noi vediamo la televisione o leggiamo questo articolo da uno schermo di computer, grazie alle equazioni del campo elettromagnetico sviluppate da James Clerk Maxwell, non è che lui le abbia scritte nel 1860 sotto le insistenze pressanti della nipotina che voleva vedere i cartoni animati.

Il punto è che la scienza è stata schiavizzata da chi la ha voluta costringere a diventare ‘la religione del nostro tempo’ che è atto della stessa valenza morale di spingere alla prostituzione una ragazzina di dodici anni. Questo ha comportato che la mistificazione sia diventata parte integrante della gestione della ricerca scientifica. La frode non è che un aspetto minore del problema, dacché' la semplificazione del linguaggio e dei contenuti della scienza è diventata una questione di vita o di morte della società, che ne dipende totalmente.

E’ qui che la ‘post-verità’ infetta la scienza, quando una mal riposta esigenza di ‘divulgazione’ maschera le mire di chi vuole far apparire come ‘inevitabile’ ciò che invece è solo desiderio di potere. Antonio Gramsci lo aveva ben chiaro (in tempi non sospetti), ecco le profetiche parole di questo pensatore, per tanti versi molto lontano dal mio modo di sentire, ma sicuramente una mente luminosa: "È da notare che accanto alla più superficiale infatuazione per le scienze, esiste in realtà la più grande ignoranza dei fatti e dei metodi scientifici, cose molto difficili e che sempre più diventano difficili per il progressivo specializzarsi di nuovi rami di ricerca. La superstizione scientifica porta con sé illusioni così ridicole e concezioni così infantili che la stessa superstizione religiosa ne viene nobilitata. Il progresso scientifico ha fatto nascere la credenza e l’aspettazione di un nuovo tipo di Messia, che realizzerà in questa terra il paese di Cuccagna; le forze della natura, senza nessun intervento della fatica umana, ma per opera di meccanismi sempre più perfezionati, daranno alla società in abbondanza tutto il necessario per soddisfare i suoi bisogni e vivere agiatamente. Contro questa infatuazione, i cui pericoli sono evidenti (la superstiziosa fede astratta nella forza taumaturgica dell’uomo, paradossalmente porta ad isterilire le basi stesse di questa stessa forza e a distruggere ogni amore al lavoro concreto e necessario, per fantasticare, come se si fosse fumato una nuova specie di oppio) bisogna combattere con vari mezzi, dei quali il più importante dovrebbe essere una migliore conoscenza delle nozioni scientifiche essenziali, divulgando la scienza per opera di scienziati e di studiosi seri e non più di giornalisti onnisapienti e di autodidatti presuntuosi. In realtà, poiché si aspetta troppo dalla scienza, la si concepisce come una superiore stregoneria, e perciò non si riesce a valutare realisticamente ciò che di concreto la scienza offre". (Quaderno 11 – Paragrafo 39)
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