benecomune.net http://www.benecomune.net/ it Gargano, Il grido della Terra di fronte alle ingiustizie http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2263 Thu, 25 May 2017 13:08:38 +0200 Gli incontri Celimontani dello scorso anno, promossi dalle monache e dai monaci camaldolesi di Roma, hanno affrontato il tema dell’economia, ossia della produzione, dell’accaparramento e della distribuzione delle risorse. Obiettivo: verificare le indicazioni della Sacra Scrittura per costruire spazi di giustizia in cui l’economia possa rispondere ai bisogni delle persone
Un pugno nello stomaco. Da una parte economisti dall’altra biblisti ci mettono di fronte alle ingiustizie profonde della nostra società. Sopraffazioni, distruzioni, rapine, oppressione dei poveri dei migranti, di chi non ha strumenti. Nel rispetto formale della legge e perfino della religione. E questo da sempre, anche nelle società ebraiche del primo millennio avanti Cristo, così apparentemente pie e rispettose delle norme, in realtà profondamente ingiuste e prevaricatrici come manifestano i profeti. L’ipocrisia dei cuori, l’occultamento dei fini e dell’insincerità sotto buone intenzioni proclamate di giustizia. Una società sempre più divisa e sperequata, dove la crescita è solo per pochi ricchi che sono sempre più ricchi, ed i poveri pietiscono briciole di pane.

Ma lo Spirito soffia, anche noi possiamo farci suoi strumento per una vera giustizia che parte dal cuore. Le esperienze di alcune persone generose ci mostrano che possiamo opporci all’ingiustizia, che si può cambiare, che possiamo migliorare la vita di tutti e guardarci allo specchio in modo più sincero.

Gli incontri Celimontani dello scorso anno, promossi dalle monache e dai monaci camaldolesi di Roma, hanno affrontato il tema dell’economia, ossia della produzione, dell’accaparramento e della distribuzione delle risorse, vera fonte di ingiustizia e prevaricazione nella storia delle civiltà, per verificare quali indicazioni ci vengano dalla Sacra Scrittura e quali spazi di giustizia possiamo conquistare e come, affinché l’economia serva veramente a rispondere ai bisogni delle persone.

Il volumeIl grido della Terra di fronte alle ingiustizie”, a cura di Guido Innocenzo Gargano, riporta gli interventi dei relatori ai diversi incontri Celimontani 2015-2016, e si articola in tre parti.

La prima descrive il contesto globale dell’economia nella nostra società attraverso tre interventi appassionati: “Una lettura critica dell’Enciclica Laudato si’ di papa Francesco”, a cura di don Renato Sacco, “Il quadro globale dell’economia e della finanza” ricostruito da Marco Vitale, e “La crisi dell’ambiente del pianeta Terra” ben approfondita da Walter Ganapini. Vengono aperte molte questioni, presentando un quadro angosciante di grande degrado e di prevaricazione, che vede prevalere l’interesse di gruppi limitati sulla vita delle persone e sulla salvaguardia del nostro unico pianeta. Da qui, dice padre Gargano, l’esigenza di chiedere lumi alle Sacre Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento, completato da un esempio interpretativo di un grande padre della Chiesa.

La seconda parte approfondisce la ricerca di fede e di speranza dell’umanità nella tradizione ebraico cristiana, attraverso un percorso che parrebbe inatteso, perché così controcorrente ed in contrasto con la logica di dominio e di potere delle società umane, per la scelta scritturale di schierarsi con decisione in difesa dei poveri e degli oppressi, per una vera giustizia. Pietro Bovati tratta “Il grido dei poveri e la giustizia nell’Antico Testamento”, Matteo Crimella “Il grido dei poveri e la giustizia nel Vangelo di Luca” e Guido Innocenzo Gargano “Le invettive dei Padri della Chiesa contro l’ingiustizia: l’esempio di Basilio il Grande”, rigoroso fustigatore della ricchezza alla luce del Vangelo. Il curatore a questo punto invita a prendere fiato, perché le proposte delle Sacre Scritture e dei Padri “possono apparire davvero scioccanti per la nostra società moderna”.

La terza parte è la pars construens, e prende le mosse da un richiamo all’impegno ed alla speranza (il curatore la definisce una bella notizia) di Leonardo Becchetti che proclama fin dal titolo “Una nuova economia è possibile e noi ne siamo gli attori”, seguita da tre testimonianze, quella di Umberto Costamagna “L’impresa tra etica e profitto” (il curatore la definisce “un esempio di lungimiranza proposta, ma prima ancora vissuta”), di Andrea Miotti “Esperienze di nuova economia: La cooperativa Via Libera” e di Paola Montironi “Esperienze di nuova economia: la MAG di Roma”. Questi due ultimi interventi sono un invito a pensare in grande e a concretizzare in piccolo, dice padre Gargano.

Ed ora lasciamo la parola agli autori, con una piccola selezione di frasi significative che danno l’idea della ricchezza di questo volume. Il testo, offerto ai lettori interessati dalla monache e dai monaci Camaldolesi, è scaricabile qui in PDF oppure si può richiedere a stampa ai Monasteri di San Gregorio al Celio e di Sant’Antonio Abate in Roma.


Guido Innocenzo Gargano (a cura), Il grido della terra di fronte alle ingiustizie, Edizioni Camaldoli, Roma 2016.


Citazioni


"Papa Francesco, in questa enciclica Laudato si’, ci ricorda che il mondo è uno, che la terra è una e che le persone sono una, al di la del colore, della razza, della lingua. (…) Ma è la casa comune che piange, la casa di tutti; e il Papa continua a denunciare, a richiamare il ruolo delle religioni, perché dialoghino e lavorino su questo, sottolineando anche le cose positive. Parlo dello stile di vita, dove si mette in discussione questa libertà di consumare come se fosse assoluta, senza limite etc” (Don Renato Sacco p.15).

“Incomincio con i quattro no strepitosi che Papa Francesco ha messo nella Evangeli Gaudium: No a un’economia dell’esclusione; No alla nuova idolatria del denaro; No ad un denaro che governa invece di servire; No all’iniquità che genera violenza” (…) e “non si può restare agnostici, perché restando agnostici (…) sicuramente vincono i sì, che sono già la grande maggioranza” (Marco Vitale p. 22).

“L’Enciclica prende atto dei rischi, fino a quello di estinzione della specie, ormai presente negli scenari elaborati dal mondo scientifico, che l’uomo corre per gli effetti ambientali irreversibili di stili di vita dissipativi” (Walter Ganapini p. 50).
“Là dove il cuore umano, così duro, così malvagio, così sordo, così ingannato si apre ad un atto di vera giustizia, noi lì riconosciamo l’evento con cui Dio fa davvero avvenire la giustizia sulla terra” (Pietro Bovati p.71).

“Che cosa si intende per espulso? (…) Il numero crescente di dei poveri, gli sfollati ammassati in campi profughi, le minoranze ed i perseguitati nei paesi ricchi chiusi in prigione, i lavoratori i cui corpi vengono distrutti sul posto di lavoro, le persone che sono stipate in ghetti nelle baraccopoli. La massiccia espulsione di tanta gente è il segnale di una profonda trasformazione del sistema che sta portando ad una nuova fase del capitalismo globale” (Matteo Crimella p. 74).

“Secondo i padri povertà significa anche kenosis, svuotamento, e dire kenosis significa anche dire spoliazione di tutto … quindi la povertà non è il frutto del volontarismo virtuoso (…) ma è soprattutto un dono che si riceve da Colui stesso che ci indica la strada. Dunque non è una conquista ma un dono. (…) I padri sono preoccupati soprattutto di insegnare la strada che loro individuano nella purezza del loro cuore, perché si ricordano di ciò che aveva detto Gesù nel Vangelo: non sono le cose che vengono dal di fuori che contaminano l’uomo, ma sono i pensieri e i desideri che vengono dal di dentro, cioè dal cuore” (Guido Innocenzo Gargano p. 105).

“Comperare un prodotto socialmente sostenibile significa premiare un’azienda che sostiene e rispetta il lavoro, e fa bene a noi in quanto lavoratori e ai nostri figli che lavorano. È meglio premiare un’azienda fiscalmente sostenibile, che paga le tasse in Italia, piuttosto che nei paradisi fiscali, perché così ci sono le risorse per la sanità, la scuola e le pensioni. Il voto con il portafoglio è anche un atto contagioso, perché le aziende, se noi votiamo con il portafoglio, si devono attivare e cambiare; infatti le imprese devono soddisfare i nostri bisogni e non possono fare quello che vogliono, ma devono seguire quello che chiedono loro i consumatori” (Leonardo Becchetti p. 120).

“Conciliare etica ed impresa “in qualche occasione può risultare controproducente; nella mia impresa avere tenuto fermi alcuni comportamenti che possiamo definire “etici”, ad esempio la decisione di non spostare lavoro all’estero in offshoring ha rischiato di provocare la chiusura di una nostra sede, chiusura evitata solo con il ricorso a un intervento condiviso con i sindacati di mobilità volontaria che comunque ci ha fatto abbandonare diverse decine di lavoratori” (Umberto Costamagna p. 131).

“Le MAG si fondano sulla convinzione di essere in grado, con la volontà politica e l’impegno lavorativo dei soci, di dar vita a nuovi modelli di conduzione delle attività produttive, rispettosi delle esigenze di libertà, di benessere, di valorizzazione dell’individuo nel suo impegno di lavoro e, insieme, di sperimentazione e di avvio di nuovi modelli di organizzazione della società civile” (Paola Montironi p.154).
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La riforma dell’ONU e L’Europa come laboratorio di “statualità sostenibile” http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2262 Thu, 18 May 2017 12:19:10 +0200 Antonio Papisca
Pubblichiamo la sintesi di un contributo del professor Antonio Papisca - morto lo scorso 16 maggio - apparso nel volume, curato da Lino Bosio e Fabio Cucculelli, "Costrure l'unità della famiglia umana. L'orizzonte profetico del Cardinale Pietro Pavan (1903-1994). Un modo per rendere omaggio a questo compagno di viaggio del nostro cammino verso il bene comune.
(...) Ricorre quest’anno il quarantesimo anniversario della “Pacem in terris” e molti sono i convegni dedicati all’approfondimento dei contenuti della grande Enciclica. Mi trovo anch’io a partecipare a taluni di essi. E ogni volta mi interrogo su quale sia lo specifico cristiano dei dibattiti che vi si svolgono.

Partendo proprio dalla “Pacem in terris” e quindi dalle riflessioni di mons. Pavan, io oso dire che lo specifico si riassume nel binomio risurrezione-speranza. Speranza come virtù che è allo stesso tempo teologale e civica. Speranza come virtù attiva, il cui esercizio comporta progettare e rimboccarsi le maniche, insomma darsi da fare nell’esplorare percorsi, nell’aprire orizzonti, nell’imboccare quelli che sono già aperti. Nel tempo che stiamo vivendo, in cui pare quasi impossibile uscire dalla morsa dei determinismi bellicistici, c’è bisogno più che mai di operare con speranza.

La “Pacem in terris” ci aiuta ad allenarci all’esercizio di questa virtù, ci offre la palestra per individuare i “segni dei tempi” e mettere a frutto i talenti della storia che stanno dietro questa metafora. Nell’enciclica c’è una grande lezione di spiritualità, e, insieme con essa, c’è anche il suggerimento di una preziosa metodologia. Sono d’accordo con alcune diagnosi che sono state fatte questa mattina, sempre con riferimento alla “Pacem in terris”, nel senso che proprio gli anni che stiamo vivendo confermano profezie e preconizzazioni contenute nell’Enciclica, ne sono una validazione di carattere anche scientifico. La “Pacem in terris” indica in particolare, tra i segni dei tempi, la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e l’Organizzazione delle Nazioni Unite. A distanza di quarant’anni, la duplice “segnalazione” continua a lampeggiare, a dirci – ad ammonirci… – che il seme è buono e si è radicato, ma che occorre aiutarlo a sviluppare tutte le sue potenzialità. Ci si appella oggi alla “centralità” delle Nazioni Unite e in ogni parte della terra si invoca la legge dei diritti umani.

Certamente l’Organizzazione delle Nazioni Unite non ha tutte le capacità che sono necessarie per prevenire e far cessare i conflitti violenti nel mondo, anche perché i più forti tra i suoi stati membri non glielo consentono, ma esse hanno pur sempre innovato positivamente nella vita di relazione del pianeta: per esempio, sviluppando la cultura della cooperazione allo sviluppo e più in generale del multilateralismo, gestendo l’accessione all’indipendenza dei popoli sotto dominio coloniale, dando visibilità al ruolo delle organizzazioni non governative, facendo dell’Apartheid un vero e proprio tabù. Non lasciamoci prendere dal panico, come se dovessimo partire dal nulla nel costruire un ordine mondiale di pace, più giusto, equo, solidale e democratico. A dirci che non partiamo da zero è la stessa “Pacem in terris”.

A partire dal 1945 il mondo è stato attrezzato di strutture e di leggi che lo fanno somigliare ad una casa ricca di elettrodomestici. Il problema sta nel fatto che queste risorse sono spesso lasciate in disparte, non utilizzate adeguatamente, spesso addirittura non conosciute. La prima cosa da fare, oggi, è pertanto quella di prendere conoscenza e di sviluppare la consapevolezza dei talenti che la Provvidenza divina operante nella storia ci ha messo a disposizione. Per farli fruttare. La Carta delle Nazioni Unite inizia con la famosa asserzione di soggettività democratica: “Noi, Popoli delle Nazioni Unite” e prosegue con la proscrizione della guerra (‘flagello’) e il riferimento ai diritti fondamentali della persona e dei popoli. Coerentemente, dispone per l’allestimento di un sistema di sicurezza collettiva, sotto l’autorità sopranazionale dell’Onu. La Dichiarazione universale del 1948 proclama a sua volta che “il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti eguali e inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”, dunque per la prima volta nella storia dell’umanità un documento giuridico internazionale assume la dignità umana quale fondamento dell’ordine mondiale e di qualsiasi altro ordinamento.

La “Pacem in terris” riprende questa frase e la completa, io direi la corrobora, con il riferimento alla verità e all’amore. La Dichiarazione universale non è rimasta sola. Insieme con la Carta delle Nazioni Unite, essa si pone a fondamento di quel “nuovo” Diritto internazionale, un vero e proprio “Ius Novum Universale”, che finalizza i tradizionali principi ‘pacta sunt servanda’ (i patti devono essere rispettati) e “consuetudo est servanda’ (la consuetudine deve essere rispettata) al servizio del superiore principio ‘humana dignitas servanda est’ (la dignità umana deve essere rispettata).

Il “nuovo” Diritto internazionale è un diritto intrinsecamente umanocentrico, è il nucleo “costituzionale”, come dire lo zoccolo duro, dell’ordinamento generale, è il Diritto della vita e per la vita, dunque della pace e per la pace. Come tale, esso fu preconizzato dal venerabile Giuseppe Toniolo (vedere al riguardo la lettera indirizzata a Benedetto XV nel 1917) ed è oggi un vero e proprio “miracolo strutturale”, da utilizzare quale uno degli antidoti efficaci alle strutture di peccato insite nella tradizione logica statocentrica del sistema internazionale, ma anche, oso sperare, per accelerare la beatificazione di Toniolo. Nel volgere di cinquant’anni – un attimo nella storia plurimillenaria dell’umanità – sono entrate in vigore numerose Convenzioni giuridiche sui diritti umani: le più recenti sono quelle sui diritti dei bambini e sui diritti dei lavori miranti e dei membri delle loro famiglie. Con l’avvento della Corte penale internazionale, ci stiamo addentrando nell’era di un diritto sopranazionale che annovera tra i suoi principi anche quello della “responsabilità penale internazionale personale”, una novità assoluta che accentua il superamento della sovranità degli stati in un settore delicato quale appunto quello della giustizia penale. Riconoscere la dignità della persona e i suoi diritti inviolabili e inalienabili con norme di Diritto internazionale significa riconoscere la stessa persona quale “soggetto originario” dentro e fuori dello stato d’appartenenza. Questo comporta che, ai sensi del vigente diritto, gli stati sono da considerare sistemi ‘derivati’, come dire strumentali, anche nel sistema delle loro relazioni esterne. Per questa materia, Jacques Maritain è stato maestro, soprattutto con la sua opera “L’uomo e lo stato”, scritta nel 1944. Il grande filosofo, come noto, è stato anche tra gli ispiratori della Dichiarazione universale, insieme con René Cassin e Eleanor Roosevelt.

Nella Dichiarazione universale c’è molto “umanesimo integrale”, in virtù di essa il concetto di “persona umana” diventa anche un concetto di diritto internazionale, non più soltanto di natura filosofica, antropologica, teologica. Ai sensi del vigente Diritto internazionale, dire persona significa dire “statuto giurico” di chi è titolare di diritti fondamentali universalmente riconosciuti. Parimenti, dire “famiglia umana” è dire ‘comunità universale dei soggetti di diritti fondamentali’, linguaggio giuridico anche in questo caso. Qual è la sfida di questo segno dei tempi? Impossessarsi di quanto fin quì realizzato e dargli maggiore efficacia operativa. Agire in progressione. Una priorità è quella di elucidare il nuovo concetto di cittadinanza e operare perché anche le politiche assumano contenuti congrui. La Dichiarazione francese del 1789, assunta come paradigmatica in materia di diritti umani, anche se limitata all’ordinamento interno francese dell’epoca, proclamava solennemente i “diritti dell’uomo e del cittadino”, distingueva tra persona e cittadino. Di fatto anche le successive Costituzioni nazionali nei vari paesi partivano dallo stesso assunto: I diritti fondamentali era riconosciuti ai propri cittadini. A partire dal 1945-1948 cade la distinzione-discriminazione tra persona e cittadino. I diritti internazionalmente riconosciuti sono “human rights”, “droits de la personne”, “derechos humanos”, “diritti della persona”. Titolarità dei diritti universalmente riconosciuti significa “statuto giuridico di persona” e questo significa sua volta “cittadinanza originaria” cioè universale, comune a tutte le persone umane. Le cittadinanze nazionali o anagrafiche diventano cittadinanze complementari, come dire articolazioni e specificazioni della comune cittadinanza universale.

In questo contesto di sviluppo del Diritto universale è in crisi la cosiddetta governance degli stati, come dire c’è la legge buona e giusta ma non ci sono tutte le capacità necessarie per darle attuazione. A ben vedere questa crisi ha carattere non di congiunturalità, è crisi strutturale, investe cioè la stessa “forma Stato” con le tradizionali connotazioni di “nazionale, sovrano, armato, confinario”. I processi di globalizzazione il cui impatto, al negativo e al positivo, si riversa direttamente nel quotidiano vivere delle famiglie, dei gruppi, delle aziende, degli enti di governo locale (somministratori naturali di servizi essenziali), stanno erodendo in maniera irreversibile il concetto e la prassi della sovranità degli stati. Occorre porsi nell’ottica della “governabilità globale” (global governance), che per noi italiani significa innanzitutto realizzare velocemente l’unità politica del continente europeo e operare perché la “Unione Europea” faccia alcune “scelte preferenziali”, quali il potenziamento e la democratizzazione dell’Onu, l’istituzione di una “Comunità di cooperazione e sicurezza del Mediterraneo”, l’aiuto e la cooperazione con l’Africa. In questa prospettiva, occorre impegnarsi a ridefinire la statualità in termini di “statualità sostenibile”, come dire che le funzioni di governo vanno distribuite lungo una scala di livelli territoriali che partono dagli enti di governo locale e giungono fino ai grandi santuari della politica internazionale, con la dovuta centralità assegnata all’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Veniamo ora alle difficoltà del momento. In questa crisi generalizzata di capacità di governo si inserisce il dilagare del terrorismo, cui si risponde con iniziative a dir poco dissennate se si pensa al tentativo di rilanciare la “guerra preventiva”, di violare il vigente Diritto internazionale, di declassare il ruolo delle Nazioni Unite, di assottigliare i fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, di investire ingenti risorse nella conquista dello spazio, ecc.

(...) I fatti dimostrano che la guerra, oltre che violare la vigente legalità internazionale, non risolve le controversie, che l’unilateralismo “non paga”. Anche di fronte a queste evidenze di carattere empirico rimane attuale il messaggio dei “segni dei tempi”.

La costruzione di un ordine mondiale pacifico non può che seguire le tracce indicate dalla “Pacem in terris”: le Nazioni Unite e il Diritto internazionale dei diritti umani. Occorre quindi, da un lato, andare alle radici del terrorismo e delle ingiustizie che lo alimentano, dall’altro porre mano, senza indugio, alla riforma delle Nazioni Unite, per potenziarle e democratizzarle. Si tratta di fornire alla massima Organizzazione mondiale una legittimazione quanto più diretta possibile (tra l’altro, creando una seconda Assemblea generale nella forma di un’Assemblea parlamentare), assicurarle in permanenza un più altro grado di partecipazione politica popolare ai suoi processi decisionali (dando più spazio alle organizzazioni non governative con status consultivo), rendere più rappresentativo e meno oligarchico il Consiglio di sicurezza, potenziare il ruolo del Consiglio Economico e Sociale in ordine all’orientamento sociale dell’economia mondiale. Perché si proceda speditamente, occorre che un attore politico forte se ne faccia carico. Come prima accennato, questo attore non può che essere l’Unione Europea la quale avrebbe tutte le carte in regola per proporsi al mondo quale modello di pacificazione (già realizzata al proprio interno) e quale laboratorio di “statualità sostenibile”.

Come ammonisce Giovanni Paolo II i valori – tali sono i diritti umani e la democrazia – si propongono, non si impongono. La via dei diritti umani e della democrazia è fatta non di bombe né di egemonismi, ma di comunicazione, di scambio, di dialogo, di cooperazione. Nel mondo globalizzato il contesto, razionale e ragionevole oltre che legittimo, in cui portare avanti questa operazione di civiltà del diritto e di civiltà dell’amore non può che essere quello delle istituzioni in cui il multilateralismo si realizza quotidianamente.
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Il ri(s)catto del presente? I giovani e il lavoro nell’Italia della crisi http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2261 Wed, 10 May 2017 12:43:22 +0200 link si puo' partecipare all'indagine

Le ACLI assieme all’IREF stanno realizzando un’indagine sul rapporto tra i giovani italiani e il lavoro. L’obiettivo è capire come se la stiano cavando in questi anni così difficili, contrassegnati dalla grande crisi.

Il concetto fondamentale che orienta lo studio è l’agency: in altre parole, si vogliono descrivere i comportamenti dei giovani rispetto al mercato del lavoro in termini di capacità di reazione e di aggiramento dei vincoli dati dal contesto occupazionale di per sé penalizzante.

La focalizzazione sulle capacità di risposta dei giovani si presta a essere declinata non solo in termini individuali: il mutualismo può essere difatti un’opzione utile a superare le difficoltà lavorative del singolo, sia in modo molto pratico, con la costituzione di un’azienda, di una cooperativa, di una comunità professionale sia in modo più impalpabile ma ugualmente significativo, ad esempio, offrendosi supporto emotivo e personale reciprocamente.

L’azione di ricerca principale è una web-survey rivolta a tre gruppi di under30: i giovani “nazionali”, gli expat (ragazzi trasferitisi all’estero da almeno sei mesi) e le seconde generazioni (figli di genitori immigrati). L’idea dietro questa scelta rimanda all’interesse per le prospettive lavorative di ragazzi con background e traiettorie biografiche differenti. Di qui il titolo dello studio: per la generazione che si affaccia oggi sul mercato del lavoro, il presente è necessariamente un “ricatto”? O può essere anche un’occasione di “riscatto”? Il questionario, completamente anonimo, è disponibile qui sino al 31 maggio 2017. Oltre all’indagine estensiva, lo studio prevede anche un approfondimento qualitativo dedicato ai NEET e alcune case history su esperienze positive di imprenditoria giovanile.

In parallelo alla ricerca, Acli e Iref, con il contributo della Cei, stanno lanciando un concorso di cortometraggi (Lavori In Corto 2017) dedicati al lavoro e realizzati da autori con meno di 30 anni. I risultati dello studio, così come gli otto corti finalisti, saranno presentati all’interno del 50° Incontro Nazionale di Studi delle Acli, in programma a Napoli dal 15 al 17 settembre 2017. Per informazioni è possibile scrivere a info.iref@acli.it o andare su www.acli.it
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Cinquantadue, ovvero sulla difesa civile http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2259 Tue, 09 May 2017 09:17:39 +0200 Ripubblichiamo questo articolo di Mao Valpiana (Presidente nazionale del movimento non violento) apparso sull'Huffingtonpost, che ci propone un'interessante riflessione sul tema della difesa personale e e collettiva...
C'è un aspetto positivo, forse l'unico, nel dibattito sulla legittima difesa (al di là della pessima legge approvata alla Camera, che spero possa essere vanificata dal Senato nella sua funzione di controllo): se ne discute pubblicamente e si cerca una soluzione legislativa. In qualche modo, seppur maldestramente, si riconosce che l'uso della forza debba essere normato dallo Stato e non possa essere lasciato al libero arbitrio del singolo.

Tralascio in questo articolo tutti i dati e le evidenze che dimostrano senza ombra di dubbio che il dibattito sulla legittima difesa (il ladro che entra in casa di notte per rubare e ammazzare) ha poca attinenza con la realtà dei fatti (furti e omicidi in diminuzione, esiguità degli episodi di cronaca rispetto, ad esempio, al femminicidio o alla diffusione delle violenze sui minori, ecc.), ed è una forzatura tutta politica ed ideologica. Tuttavia, il tema “difesa”, personale e collettiva, è importante e va affrontato seriamente.

La “difesa” è un punto decisivo nella pratica della nonviolenza attiva. Difesa della vita, difesa dei diritti, difesa della libertà, difesa dei più deboli, difesa dell'ambiente. La nonviolenza, dunque, non è affatto in antitesi con la difesa. Anzi, la storia della nonviolenza moderna è storia di movimenti di difesa. Gandhi difendeva l'indipendenza del suo paese; Martin Luther King difendeva i diritti dei neri d'America; Nelson Mandela difendeva la libertà del suo popolo; oggi tanti movimenti nonviolenti nel mondo agiscono in difesa della pace e per salvare la vita a chi fugge dalle guerre.

E' lecito chiedersi cosa sia giusto difendere, e con quali mezzi. L'oggetto da difendere deve rappresentare un valore compatibile con gli strumenti utilizzati dal soggetto difensivo. Nelle regole della nonviolenza è fondamentale la correlazione tra il metodo scelto e la difesa del bene da tutelare. La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna nonviolenta “Un'altra difesa è possibile” con la proposta legislativa per il riconoscimento della “Difesa civile non armata e nonviolenta” che si propone di introdurre nelle nostre istituzioni uno strumento di difesa che agisca mettendo in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti.

Il riconoscimento della difesa civile non armata e nonviolenta è già stato fatto proprio dal nostro ordinamento (due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, la legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale); con il progetto di legge n. 3484, già incardinata nei lavori della Commissione Difesa della Camera dei deputati, la politica avrà uno strumento in più a disposizione. Il Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta coordinerà le politiche di difesa alternativa e comprenderà il Servizio civile, la Protezione civile, i Corpi civili di pace e l'Istituto di ricerche sulla Pace e il Disarmo.
C'è una curiosa coincidenza, un casualità numerica, che potrebbe assumere un significato ideale.

L'articolo della Costituzione riferito alla difesa della Patria è il 52: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Anche l'articolo del Codice penale dedicato alla legittima difesa è il 52: “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa”.

L'articolo numero 52, costituzionale e penale, lega la Difesa della patria e la difesa di un diritto soggettivo, richiamando la responsabilità del cittadino nella scelta del mezzo. Come amici della nonviolenza non solo non ci sottraiamo al dovere di rispettare entrambi gli articoli 52, ma diciamo che è il metodo nonviolento il solo in grado di poterli attuare alla luce di quel comandamento laico e religioso che tutti riconoscono come fondamento del vivere civile: tu non uccidere. Vale a dire: l'uso delle armi resta prerogativa della sovranità dello Stato, ma il cittadino ha il diritto/dovere di ricorrere alla forza per attuare forme di difesa. E noi sappiamo ben distinguere tra uso della violenza (armata) e uso della forza (civile). La nonviolenza è una forma originale ed efficace di forza.

Qualche precedente illustre ci aiuta a capire meglio.

Già 800 anni fa, il santo della nonviolenza, Francesco d'Assisi, si pose il problema della legittima difesa della proprietà privata, intuendo perfettamente cause e soluzioni del problema, e dando ai propri seguaci la Regola di non portare mai armi.

Rispose il Santo: “Messere, se avessimo dei beni, dovremmo disporre anche di armi per difenderci. E’ dalla ricchezza che provengono questioni e liti, e così viene impedito in molte maniere tanto l’amore di Dio quanto l’amore del prossimo. Per questo non vogliamo possedere alcun bene materiale a questo mondo” (Fonti francescane – La Leggenda dei Tre Compagni).

Una soluzione radicale, certo, ma che può valere come indicazione di metodo: non accumulare e non ostentare ricchezze, serve anche ad evitare di doversi armare per difenderle.

Ma la stesso ragionamento può valere nel campo della guerra. Scrisse don Lorenzo Milani nella famosa lettera “L'obbedienza non è più una virtù”: … E' noto che l'unica difesa possibile in una guerra atomica sarà di sparare circa 20 minuti prima dell'aggressore. Ma in lingua italiana lo sparare prima si chiama aggressione e non difesa. Oppure immaginiamo uno stato onestissimo che per sua difesa spari 20 minuti dopo (cioè che sparino i suoi sommergibili unici superstiti d'un paese ormai cancellato dalla geografia). Ma in lingua italiana questo si chiama vendetta e non difesa.

Chi usa le armi per primo, aggredisce; chi usa le armi dopo, si vendica. E' rarissimo il caso di chi sa sparare solo per difendersi e disarmare l'avversario: riesce a farlo chi è professionalmente addestrato, militare o poliziotto, non certo un cittadino inerme aggredito.

Noi cittadini facciamo meglio a prepararci alla prevenzione. Lo stato ci aiuti predisponendo forme di controllo efficace del territorio, mettendo le forze dell'ordine e della giustizia in grado di agire efficacemente per garantire sicurezza. La pessima legge approvata dalla Camera va cestinata. L'alternativa c'è e si chiama “legittima difesa civile”, che nasce dal combinato disposto degli articoli 52 già in vigore. La numerologia della difesa, da giocare al Lotto!
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Perotti, Chiedersi perché l’Italia non cambia... http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2258 Wed, 03 May 2017 15:41:33 +0200 Questo libro aiuta a fare chiarezza sulle possibilità reali di riduzione della spesa. Suggerisce una possibile battaglia politica della società civile per riformare in meglio il processo decisionale su questioni importanti che riguardano il bilancio dello Stato...
«A parole tutti vogliono ridurre il debito pubblico in rapporto al PIL. Ci sono solo due modi per farlo: spendere meno di quanto lo stato incassa in tasse, oppure sperare che il Pil cresca a ritmi mai visti negli ultimi decenni. E’ straordinario come questa verità semplice, ineludibile e apparentemente ovvia sia ignorata da quasi tutti coloro che intervengono nel dibattito pubblico: politici, giornalisti, commentatori, economisti, conduttori e partecipanti ai talk-show» (p. 159).

Roberto Perotti, economista, già professore negli USA, è ora professore ordinario di Economia Politica alla Università Bocconi. Da settembre 2014 a novembre 2015 è stato consigliere economico, a titolo gratuito, del presidente del Consiglio Matteo Renzi lavorando alla revisione della spesa pubblica assieme al commissario Yoram Gutgeld, incarico da cui si è dimesso: «Il mio dissenso dall’approccio scelto dall’esecutivo era dovuto a due motivi ben diversi. Ritenevo che si dovesse mantenere l’impegno di tagliare lea spesa di 10 miliardi, e possibilmente anche di più, e destinare il risparmio a un ulteriore taglio delle tasse; non tanto perché pacta servanda sunt, ma perché era la cosa giusta da fare, per tutti i motivi esposti in questo libro. Inoltre, dissentivo dall’impianto della legge di Stabilità, che come unico e vero taglio di spesa proponeva due miliardi di taglio alla sanità ma nessun taglio dei costi della politica né ai tanti privilegi dei dirigenti di vario tipo. Nonostante tutto è stata una esperienza molto proficua e interessante. Ho imparato moltissimo, e la stragrande maggioranza delle persone che ho incontrato era, ne sono convinto, genuinamente dedita al bene comune, anche se non sempre ne condiviso metodi e proposte» (p. 182-183).

Ha scritto questo interessante e istruttivo libro nel 2016, lo ha consegnato a luglio e a settembre è uscito in libreria, questo per meglio comprendere la tempistica rispetto a ciò di cui non parla. Ricordo che la sua esperienza è successiva a quella di Cottarelli come commissario alla revisione della spesa, riassunta nel volume “Il macigno” recensito anche in questo sito.

Il suo libro ha un leit-motive: “chinare la testa e lavorare”, che ritorna spesso qua e là, punteggiando l’analisi approfondita di come poter risparmiare sulla spesa pubblica: secondo Perotti spesso le decisioni vengono prese senza una seria e approfondita analisi sui numeri (perché di questo si tratta) che riguardano le varie voci di spesa. L’autore è convinto che senza questa analisi sui fatti, perché i numeri sono fatti, non si può giungere a una decisione ragionevole che tenga conto anche dei vincoli sociali e politici, cui riconosce la loro legittimità nel processo decisionale complessivo.

Inoltre l'autore ritiene che la classe dirigente ministeriale abbia maggiori competenze legislative, necessarie ma non sufficienti, che di analisi economica, oltre che una scarsa attenzione a quanto è già stato sperimentato e realizzato in altri paesi europei simili al nostro (tipo Regno Unito, Francia, Germania…) da cui poter prendere il meglio e quello che potrebbe essere utile per realizzare ciò che si desidera per il bene del nostro paese.

In ultimo Perotti ritiene che i dirigenti pubblici, che avanzano di carriera per anzianità, più che per valutazioni e meriti, non abbiano sufficienti incentivi che li aiutino a prendere iniziative per studiare meglio i dossier su cui devono poi offrire le condizioni ai politici per prendere decisioni quanto più possibili ragionevoli.

C’è quasi una “banalità del male” (Hanna Arendt), pur con i dovuti e necessari distinguo, come ha sottolineato anche con vigore la filosofa Roberta De Monticelli nel pamphlet “Al di qua del bene e del male” recensito in questo sito: «la metamorfosi interiore inconsapevole, invisibile a chi la subisce (o vi cede, ma come senza prenderne atto), che è l’autodestituzione del soggetto morale in noi […] o felpata distruzione di senso e di bene» (p. 4).

Mi hanno meravigliato piacevolmente i criteri che Perotti utilizza per valutare i risparmi di spesa, ma soprattutto per vedere se vale la pena o meno di mantenere certe spese a scapito di un utilizzo diverso degli stessi fondi. Emerge da questa sue valutazioni una sensibilità economico-sociale-politica che sorprende in un “bocconiano” e che piacerebbe a molti vedere all’opera in un normale governo italiano.

Una scorsa all’indice ci mette di fronte ai nuclei centrali della riflessione di Perotti: non accettare lo status quo (cap. 1); le scelte difficili (cap. 2); i privilegi della classe dirigente e l’evasione fiscale: il peso delle aspettative eccessive (cap. 3); come decidere (cap. 4); riforme riuscite, riforme incomplete e opportunità mancate (cap. 5); la “sensibilità politica e sociale” (cap. 6).

Per chi vuole “risparmiare”, ma perdere in gusto e pensieri possibili, Perotti riassume nel capitolo 7 le 20 lezioni apprese in questa sua esperienza e che mette a disposizione con questo libro. Inoltre il libro è supportato da tabelle e approfondimenti reperibili in un file PDF con innumerevoli link interni.

Questo libro aiuta ad avere più chiare le possibilità reali di riduzione della spesa (sfatando miti da talk-show politici, ma anche vulgate da web), e questo migliora la qualità della comunicazione pubblica. Inoltre suggerisce, tra le righe, una possibile battaglia politica della società civile per riformare in meglio il processo decisionale su questioni importanti che riguardano il bilancio dello Stato, visto che difficilmente il pubblico lo farà di propria volontà, se non incalzato dall’opinione pubblica. Qualcuno è interessato a questo aspetto non secondario, ma poco presente nelle analisi sui mali italiani, che influenza in modo significativo la vita democratica del nostro paese?

Il volume si legge tutto d’un fiato
, piacevole nella scrittura, chiaro e sintetico quanto basta per comprendere i molteplici aspetti della recisione della spesa pubblica. Necessario per chiunque voglia pensare e agire in modo consapevole dei vincoli di bilancio, ma anche delle possibili alternative al nostro modo di spendere i soldi pubblici, cioè i nostri soldi.


Roberto Perotti, Staus quo. Perché in Italia è così difficile cambiare le cose (e come cominciare a farlo), Feltrinelli, Milano 2016.


Citazioni

"Certo, non esistono riforme che accontentino tutti, sarebbe troppo bello. Ma ci sono modi per far sì che le riforme non costino voti, e non danneggino le fasce deboli della popolazione: cioè che siano “politicamente” e “socialmente” fattibili. Per realizzarle spesso ci vogliono risorse, per esempio per aiutare le fasce deboli nella transizione. Queste risorse non cadono dal cielo: bisogna dunque compiere delle scelte. Ecco perché la “revisione della spesa” è di vitale importanza: non solo e non tanto per una questione macroeconomica (tenere il disavanzo e il debito pubblico sotto controllo), ma soprattutto per liberare risorse la fine di migliorare la qualità della spesa, rendere possibili le riforme, e abbassare le tasse" (p. 12).

"Un secondo tema di questo libro concerne il metodo di lavoro per attuare le riforme. Si pensa spesso che dietro al loro fallimento ci siano manovre e contromanovre politiche, veti incrociati, personalismi e biechi interessi. C’è anche questo, ovviamente. Sono convinto, però, che spesso i motivi siano molto più banali: la pigrizia intellettuale, la mancanza di tempo, voglia o preparazione per studiare e comprendere i problemi; la superficialità; la decisione di delegare ad altri senza accettarsi che abbiano le competenze e gli incentivi corretti per fare un lavoro adeguato. Le riforme non si possono concepire nei convegni, nei comizi, nelle interviste ai giornali, alle assemblee di partito, negli incontri di rito con le parti sociali, e nemmeno nelle riunioni tra capi di gabinetto dei ministeri. Per fare scelte ponderate bisogna sporcarsi le mani con i dati; bisogna uscire dal provincialismo e informarsi sulle esperienze degli altri paesi; bisogna studiare le alternative dal punto di vista del cittadino utente, cosa più difficile che basarsi sui colloqui con i lobbisti, i sindacalisti, gli imprenditori, o i fautori dello status quo per comodità. In altre parole, bisogna “chinare la testa e lavorare”. Può sembrare una tesi banale, ma, come vedremo, ha implicazioni tutt’altro che banali" (p. 13).

"Purtroppo manca ancora un passaggio, lo stesso che era mancato a Berlusconi. Abbiamo visto che il vincolo di bilancio è impietoso: per ridurre le tasse seriamente, prima o poi bisogna ridurre la spesa. Al di là degli annunci e delle dichiarazioni occasionali, pochi tra coloro che vogliono tagliare le tasse sono preparati a un’azione seria e ben studiata di riduzione della spesa. Soprattutto, e questo sarà uno dei temi principali di questo libro, manca la consapevolezza delle grandezze in gioco: se si vuole ridurre le tasse di 50 miliari (il 3 per cento del Pil, per portare la pressione fiscale da un soffocante 43 per cento a un ancora troppo alto 340 per cento), non basta ridurre la spesa di 3 o 4 miliardi, bisogna essere preparati a ridurla di qualche decina di miliardi. E questo non si fa dalla sera alla mattina" (p. 25).

"Personalmente ritengo che la decisione di rinnegare l’impegno con l’Europa e di aumentare il disavanzo di bilancio del 2016 (rispetto al piano iniziale) di circa 1 punto di Pil sia stata corretta: in un periodo di recessione la riduzione del debito pubblico può aspettare, sarebbe stato rischioso aumentare l’Iva di quasi 20 miliardi. L’errore è stato un altro: rinnegare l’impegno di ridurre la spesa pubblica. Si dovevano diminuire le tasse ancor più della spesa, generando una manovra espansiva ma dando un segnale importante ai cittadini e all’Europa" (p. 34).

"I privilegi della classe dirigente hanno un’enorme visibilità e generano il peggiore dei mali che affligge la nostra società: il cinismo. Allontanano i cittadini, soprattutto i giovani, dalla cosa pubblica; incoraggiano teorie del complotto, questo male tipicamente italiano che viene usato da chi non ha soluzioni costruttive ai problemi; alimentano la disinformazione, perché quando si vedono complotti e privilegi intoccabili dappertutto non si ha né interesse né incentivi a informarsi sui fatti; e di conseguenza impediscono una discussione razionale dei problemi" (p. 41).

"Ma l’Italia è un paese in guerra, contro i due peggiori nemici: la disoccupazione giovanile e il cinismo" (p. 43).

"La seconda “soluzione” a ogni problema che inevitabilmente emerge in ogni discussione è la lotta all’evasione. L’evasione fiscale è una piaga endemica; ma sperare di ricavarne più di pochi miliardi nel breve periodo è un’illusione" (p. 85)

"Cosa significa tutto questo? Che in media i programmi assistenziali in Italia hanno scarsa capacità redistributiva. In altre parole, non sono efficaci nel raggiungere i meno abbienti. In Svezia, invece, ogni euro di trasferimenti pubblici è molto più efficace nel raggiungere i più indigenti e ridurre la povertà […] Se a questo si aggiunge che al disoccupazione giovanile al Sud raggiunge la cifra astronomica del 50 per cento, credo che i dati indichino abbastanza chiaramente una delle priorità assolute della spesa pubblica" (pp. 90-91).

"E’ l’esempio perfetto dell’eterna illusione dei politici di poter trasformare il piombo in oro, cioè di poter trovare scappatoie al vincolo di bilancio senza dover fare scelte difficili; un esempio della straordinaria superficialità con cui si usano i soldi del contribuente" (p. 96).

"Questo semplice confronto la dice lunga sul problema principale della spesa pubblica italiana: la mancanza di priorità e di un approccio globale" (p. 101).

"Perché questa immutabilità dello status quo in casi così evidenti di cattiva allocazione delle risorse? Non è una questione di vincoli politici. Non è nemmeno una questione di sensibilità sociale: anzi, in questi casi mantenere a tutti i costi lo status quo è precisamente indice di mancanza di sensibilità sociale. La mia impressione è che sia per lo più una questione di inerzia, pigrizia, noncuranza, incompetenza e mancanza di organizzazione. Nessun dirigente prenderà mail ‘iniziativa di proporre un cambiamento senza un input dall’alto, perché studiare il problema e stendere una proposta potrebbero rivelarsi una perdita di tempo se al momento buono viene tutto bloccato. […] Il risultato è lo status quo, anche quando non c’è nessun impedimento politico, e moltissimi motivi di sensibilità sociale, per modificarlo" (pp. 104-105).

"La buona borghesia milanese che ogni anno fa bella mostra di sé alla prima della Scala potrebbe benissimo pagare per l’intero evento invece di farsi sussidiare dal disoccupato del Sud" (p. 105)

"Anche la riforma della Rai si è scontrata con i due problemi endemici del processo decisionale della politica italiana: la tendenza a risolvere i problemi stanziando più risorse, e a concentrarsi sugli aspetti formali e legali. Nessuno di questi due approcci aiuta a risolvere le difficoltà di fondo, anzi, come nel caso della Rai, spesso le aggrava" (p. 130).

"C’è poi un’altra questione che non viene mai menzionata. Le gare dei trasporti pubblici locali sono quasi sempre disegnate a misura del concessionario esistente, inibendo così una vera concorrenza. Come sempre, questo succede per le inevitabili connivenze tra i politici locali e i concessionari di servizi pubblici, che si scambiano favori a vicenda. Ma molto più spesso di quanto si creda, anche in questo settore è una questione di superficialità, disinteresse, mancanza di informazione, incompetenza in materia. Quando fu fatto notare a un presidente di una regione che la gara per l’appalto del trasporto locale era scandalosamente a favore del concessionario, la risposta fu “non me ne ero reso conto”. Ancora una volta, è molto più facile sostituire l’ennesimo amministratore delegato che studiare le radici del problema" (p. 148).

"Si dice spesso che il problema dei sussidi è che vengono dati a pioggia. Non sono d’accordo. Il problema dei sussidi è che, quasi sempre, non dovrebbero esistere. A pioggia o no è irrilevante. Anzi, spesso l’alternativa è peggiore" (p. 151).

"Dimenticavo: c’è un quarto significato possibile della nozione di sensibilità politica e sociale: “la genuina empatia per i problemi e le sofferenze altrui” (p. 157).

"Tutte le volte che qualcuno propone un piano grandioso per ridurre le tasse o aumentare la spesa, o anche solo tutte le volte che governo, opposizione, sindacalisti, economisti, vescovi, giornalisti o pubblico del talk show propongono di aumentare la spesa per questo o quello, per quanto nobile possa sembrare l’esborso, chiedetevi e chiedetegli: come intendi pagare?" (p. 160).

"Per fare le riforme non ci si può affidare all’iniziativa dell’interno dei ministeri, per un motivo molto semplice: essi sono immersi nei meccanismi delle attività che dovrebbero riformare. Per un dirigente il compito principale è gestire al meglio il capitolo di spesa di cui è responsabile, non di riformarlo […] i ministeri non sono strutturati in modo da canalizzare eventuali proposte di riforma da parte dei funzionari interni, e di conseguenza questi ultimi non hanno alcun incentivo a pensare approcci alternativi. Infine, per la mentalità giuridica prevalente nei ministeri, “se qualcosa esiste, ci sarà un motivo” (p. 161).

Precisamente perché fare delle scelte è difficile e richiede un investimento in tempo, informazioni e preparazione, è facile soggiacere alla tentazione di ridurre la spesa, ma evitando di scegliere: i famosi tagli lineari. (p. 162)

"Per comprendere un fenomeno e risolverne i problemi, bisogna misurarlo" (p. 166).

"Due approcci pervadono il processo decisionale in Italia. Il primo è la nozione che i problemi si risolvano con prescrizioni e proibizioni in leggi, decreti, articoli e commi che tentano di svuotare il mare con il secchiello, definendo con illusoria precisione ogni fenomeno e prevedendo ogni fattispecie […] L’arma dei giuristi sono le norme; l’arma dei politici i soldi. Il secondo approccio onnipresente nel processo decisionale italiano consiste nello stanziare più denaro" (pp. 168.170).

"Qualsiasi tipo di riforma si abbia in mente, è molto probabile che qualche altro paese si sia posto il problema prima di noi. Ovviamente ogni stato ha le sue peculiarità, ma conoscere le esperienze degli altri, le difficoltà che hanno incontrato, i successi e i fallimenti che hanno ottenuto, non può che essere d’aiuto" (p. 171).

"La lezione è importante, anche se in apparenza banale: le competenze contano. Non sempre questo principio viene rispettato ai tavoli ministeriali" (p. 172).

"Che cosa hanno in comune tutti questi esempi? Tutti ipotizzano che con pochi soldi pubblici si scateni un effetto gigantesco sul Pil, in alcuni casi pari a venti o trenta volte i fondi pubblici stanziati (ironicamente, questo è molto simile all’”effetto leva” su cui, in altri contesti, facevano affidamento le istituzioni finanziarie che hanno scatenato la crisi del 2008, e che tante critiche hanno ricevuto dall’establishment politico di tutti i paesi). Ma veramente qualcuno pensa che nella realtà esiste un moltiplicatore della spesa pubblica di 30? Come è possibile essere così drammaticamente sprovveduti?" (p. 178).
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Elogio della chimica organica http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2257 Wed, 03 May 2017 09:35:07 +0200 Probabilmente molti lettori di Bene comune non hanno mai avuto l’esperienza di dover sostenere un esame universitario di chimica organica. Si sono persi una delle occasioni più rasserenanti e purificatrici che ci sia dato di esperire in questa vita...
I lettori di Bene comune che non hanno mai avuto l’esperienza di dover sostenere un esame universitario di chimica organica (credo ahimè la stragrande maggioranza) si sono persi una delle occasioni più rasserenanti e purificatrici che ci sia dato di esperire in questa vita.

Ci pensavo ieri, mentre davo una mano a mia figlia minore, alle prese con questo esame all’Università: tre ore di grande soddisfazione per padre e figlia man mano che consideravamo le regole chiare e (via via più evidenti con l’andare avanti dello studio) che sovraintendono alla nomenclatura dei benzeni o ai meccanismi delle sostituzioni nucleofile.

Di fatto la chimica
è l’unica espressione umana in cui i nomi sono necessariamente legati all’entità soggiacente e viceversa (nomen omen insomma), per cui il nome 2,2,4 trimetilpentano consente all’accolito di sapere che si parla necessariamente di questa struttura:

E allo stesso modo una molecola di questa struttura non può che chiamarsi 2,2,4 trimetilpentano.
Non solo da questa forma si ricavano informazioni precise sul comportamento della molecola (reattività, caratteristiche chimico-fisiche...) ma, posto che la struttura sia ben disegnata, potremo conoscere le proprietà di molecole ancora non sintetizzate, che non esistono insomma, ma che sono ‘possibili’ perché ‘disegnate secondo regola’ una regola che i chimici hanno tratto dall’osservazione del creato.

La chimica organica, insomma, a differenza della matematica, non solo ha una logica molto più intuitiva anche a un livello di sofisticazione elevato, ma si trasferisce immediatamente nel mondo della materia, proprio come la vera arte. E proprio come l’arte ci infonde calma e serenità di spirito, la stessa purificazione che abbiamo di fronte a un paesaggio incontaminato in cui siamo toccati dalla verità.

Ed è proprio questo legame con la verità a rendere inviso il pensiero scientifico ai sistemi totalitari che preferiscono lo scientismo, una caricatura ideologizzata della scienza che sostituisce l’ideologia alla contemplazione della natura e all’aderenza ai fatti. Nell’aria viziata dallo scientismo sensazionalista, la scienza rischia di soffocare (come ben evidenziato da un articolo sulla patologia della scienza contemporanea e da uno sulla vita artificiale),  per questo abbiamo bisogno della chiarezza della chimica organica per difendere la nostra libertà di pensiero.

Ho il massimo rispetto per chi studia le costruzioni umane
(legge, economia, scienze sociali...) ma quei campi diventano ogni giorno più impraticabili dalla dittatura delle emozioni. Parole magiche come ‘diritti civili’, ‘uguaglianza’, ‘libertà di scelta’ che, a differenza dei nomi delle molecole non rimandano necessariamente a una struttura unica, a un solo oggetto, sono usate come armi per distruggere il nemico, veicolo di confusione piuttosto che di chiarezza.

Studiate, ve ne prego, la chimica organica.
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Le Acli e l'affaire Moro http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2256 Tue, 02 May 2017 09:31:58 +0200 di Vincenzo Mulè Ripubblichiamo un articolo apparso sul sito delle Acli che, in occasione dell’anniversario della morte di Aldo Moro - in  collaborazione della Fondazione Achille Grandi - organizzano l’incontro "Via Caetani, 1978. Quale verità?", che si terrà a Roma il prossimo 4 maggio (ore 17.00, presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana)
Il gravissimo e sanguinoso attentato dell’On. Moro e la morte di cinque agenti della scorta sdegna e colpisce profondamente tutti i democratici e richiede immediati e radicali interventi contro il terrorismo dilagante e il disegno eversivo che lo sostiene. Se l’angoscia colpisce tutti i cittadini, occorre agire con la responsabilità necessaria per non fare il gioco di chi vuole il disordine e la disgregazione dello Stato”.

È il 16 marzo 1978, da poche ore le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro. Sull’asfalto di via Fani, senza vita, i corpi dei cinque agenti della scorta del presidente della Democrazia Cristiana. Le Acli, in preda allo sgomento come tutto il Paese, diffondono nel pomeriggio un comunicato stampa in cui invitano il popolo italiano a stringersi intorno alle istituzioni democratiche.

Il giorno successivo, 17 marzo, la Presidenza Nazionale riunita d’urgenza, approva un documento politico: l’associazione si mobilita a fianco di tutte le forze che si battono per la difesa e lo sviluppo della democrazia.

Interessante l’analisi, contenuta in un dettagliato comunicato stampa, che spiega la scelta di rapire di Moro: “La scelta dell’On. Moro come bersaglio risponde a una precisa logica. Con Moro si colpisce oggi non solo uno dei protagonisti maggiori dell’intesa tra le maggiori forze politiche che ha permesso la conclusione della crisi, e insieme una concezione della politica intesa come evoluzione dei rapporti tra le forze in campo, senza cristallizzazioni definitive e quindi aperta ad ogni sviluppo democratico. Con lui si colpisce la DC, nella delicata fase di ricerca di nuovi equilibri politici aperta con le elezioni del 20 giugno 1976; ricerca che, nel misurato realismo dell’On. Moro, ha trovato il suo punto di riferimento più significativo. Chi ha ucciso e rapito lo ha fatto quindi anche per ributtare indietro la situazione nell’intento di indebolire la natura democratica e popolare della DC e la sua funzione come perno essenziale contro il fascismo”.

Ad un mese esatto dal rapimento, il 16 aprile 1978 si riunisce il Consiglio Nazionale delle Acli. Nella sua relazione, il Presidente Nazionale Domenico Rosati ribadisce la cosiddetta linea della fermezza. Contemporaneamente, però, si dichiara disponibile “per la salvaguardia della persona umana” a “fare quanto ci possa essere consentito di fare per salvare la vita dell’On. Moro”. In pratica, le Acli si mettono a disposizione per svolgere un ruolo di mediazione.

Non basta aver promosso, come noi abbiamo promosso, iniziative in tutti i circoli, in tutte le nostre realtà di base per discutere il problema della difesa e dello sviluppo della democrazia nella condizione attuale. C’è da fare, c’è da fare ogni giorno. E c’è da fare anche oggi, nel momento in cui il comunicato n.6 delle Brigate Rosse ci annuncia che, alla fine di un assurdo processo all’on. Moro è stata comminata la pena di morte. Sappiamo che la DC si accinge, di fronte a questa minaccia, a lanciare un appello umanitario. Si è precisato che ciò non attenua la posizione di fermezza nei confronti delle Brigate Rosse, nel senso di una esclusione di una trattativa a livello di interlocutori politici. Un appello umanitario per salvare una vita. Dobbiamo grande rispetto a questo atteggiamento. Ma credo che dobbiamo fare qualcosa di più, come ACLI. Proprio perché non siamo un partito politico ma un’associazione basata su un’ispirazione che mette la salvaguardia della persona umana al centro della propria visione politica, dobbiamo dichiarare la nostra disponibilità a fare quanto ci possa essere consentito di fare per salvare la vita dell’on. Moro. Se ci saranno le condizioni chiederei al Consiglio Nazionale di confortare un atteggiamento di questo genere perché la Presidenza delle ACLI possa svolgere un ruolo in questa direzione”.

La Presidenza Nazionale riunita il 21 aprile, in seguito al nuovo comunicato n.7 delle Brigate Rosse rilasciato il 20 aprile – in cui i terroristi prendono in considerazione il rilascio di Moro in cambio della liberazione di “prigionieri comunisti” detenuti in carcere - ribadisce il suo fermo no alla spirale del ricatto: “Accettare i contenuti di questo ricatto-ultimatum significherebbe entrare in una spirale da cui la Repubblica democratica non potrebbe più sottrarsi”, si legge nel comunicato stampa.

"Di fronte all’agghiacciante comunicato-ultimatum delle Brigate Rosse la nostra coscienza impone la ricerca di ogni iniziativa possibile per il dovere che tutti abbiamo di contribuire alla salvezza di ogni vita. Condividiamo perciò il travaglio e l’impegno per la salvezza della vita dell’on. Moro. Ma la nostra coscienza ci impone anche di dire no al contenuto della richiesta dei brigatisti. Vogliamo essere chiari: non si tratta di tener fede ad un concetto astratto di “ragion di Stato”, ma di tutelare le basi che sono a fondamento della nostra convivenza civile. Accettare i contenuti di questo ricatto-ultimatum significherebbe entrare in una spirale da cui la Repubblica democratica non potrebbe più sottrarsi: si aprirebbe un processo in cui ogni vita potrebbe essere giocata contro altre vite e insostenibile sarebbe l’onere richiesto a tutti i cittadini per fare il proprio dovere".

Il 9 maggio 1978 viene ritrovato, all’interno di una Renault 4 parcheggiata in via Caetani, il corpo senza vita di Aldo Moro. Ecco cosa scriveva cinque giorni dopo su Azione Sociale il presidente delle Acli Domenico Rosati: “Ma non dobbiamo cedere all’emozione e allo sgomento. Non dobbiamo permettere che passino suggestioni pericolose come quella che vorrebbe seppellire, insieme a Moro, la capacità vitale della Repubblica italiana. Le ACLI hanno già ribadito questa volontà di resistenza e di tenuta, di unità, di partecipazione e di responsabilità. Sono le condizioni per sradicare il terrorismo. Sono le condizioni per rinsaldare la concordia e l’unità indispensabili per affrontare un passaggio tanto difficile e tragico della nostra vita nazionale. Se questo messaggio non viene disperso, se le forze vive del Paese, che sono la sua stragrande maggioranza, se i lavoratori e le masse popolari non si arrendono di fronte alle tentazioni del disimpegno, non avrà senso parlare di morte della Repubblica. Se è vero che Aldo Moro è stato ucciso perché, nella ricerca dei nuovi equilibri possibili e necessari, intendeva salvare la vitalità di questa Repubblica e della sua Costituzione, il suo sacrificio non può essere stato vano. Sta a noi e a tutti i democratici – è spaventoso doverlo riconoscere – dimostrare di saper difendere e sviluppare questa Repubblica e le sue istituzioni anche senza la guida e il magistero vivente di un uomo come Aldo Moro”.
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Per il pensiero estremo c’è solo la “Cura Ludovico”? http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2255 Fri, 28 Apr 2017 10:17:45 +0200 Il pensiero estremo e la violenza che ne consegue necessitano di essere affrontati, depotenziandone la componente ideologica, non solo per via argomentativa, ma anche mettendo alla prova dell’esperienza le convinzioni degli estremisti. Si tratta di una posizione che non ha nulla a che fare con principi libertari, ma basata su constatazioni di ordine pragmatico
La scena simbolicamente più potente di “Arancia Meccanica”, il capolavoro di Stanley Kubrick, è il trattamento riservato dallo staff medico del carcere a Malcom McDowell, Alex nel film, costretto con dei dilatori ottici e una camicia di forza a guardare ore e ore di filmati iper-violenti per stroncare la sua innata tendenza all’aggressione. Il protagonista chiama la terapia cui è sottoposto “Cura Ludovico” perché uno dei passaggi più crudi è accompagnato dalla Nona sinfonia Ludwig Van Beethoven, il suo brano preferito e colonna sonora dei crimini violenti compiuti nella prima parte del film.

Il film di Kubrick è facilmente accostabile a una delle pratiche di anti-terrorismo più discusse degli ultimi tempi. Con de-radicalizzazione si intende un processo psico-sociale che dovrebbe portare individui membri di organizzazioni estremiste ad abbandonare le loro convinzioni. In un recente articolo su Rivista Studio, c’è un’intervista a Christian Picciolini, un giovane italo-americano che dopo otto anni di militanza suprematista è uscito dagli skin head e ha fondato un’associazione che si occupa di aiutare le persone che decidono di uscire da gruppi estremisti. Il governo belga ha chiesto a Picciolini una consulenza per supportare un giovane di ventitre anni appena rientrato dalla Siria, dove aveva combattuto nei ranghi dell’IS. Gli ex-estremisti che cercano di usare in modo positivo la propria esperienza di vita offrendo consulenza e supporto nei programmi di de-radicalizzazione sono solo un segmento di un insieme vario di organizzazioni impegnate su questo fronte dell’anti-terrorismo.

In ambito europeo ha raggiunto un certo riconoscimento Il German Institute on Radicalization and De-radicalization Studies (GIRDS), un centro indipendente che si occupa di realizzare progetti all’interno delle carceri per prevenire le recidive degli estremisti. In un manuale per gli operatori dei programmi di uscita dal radicalismo, il direttore del GIRDS, Daniel Köhler distingue tra una de-radicalizzazione comportamentale e una attitudinale. Nel primo approccio, l’obiettivo dell’intervento è che l’individuo non compia nuovamente atti violenti, nel secondo invece si punta anche all’abbandono dell’ideologia che faceva da cornice alla violenza.

Ad oggi nel contrasto alla radicalizzazione estremista prevale l’approccio comportamentale, centrato sul carcere. Purtroppo come evidenzia Valentina Bartolucci, esperta di contro-terrorismo, i soggetti a rischio, anche arrestati per crimini di minore entità, possono radicalizzarsi all’interno della prigione. Anche in questo caso, il cinema racconta bene la realtà. Nel film di Jacques Audiard “Il profeta”, Malik è un diciannovenne francese di origine araba cresciuto tra orfanotrofi e riformatori; non sa né leggere né scrivere ed è condannato a sei anni di carcere per un fallito tentativo di rapina. In prigione, Malik non ha protezioni o amicizie per cui la vita in galera è subito molto dura. Il capo della malavita còrsa, comanda il carcere, e sceglie Malik come persona ideale per uccidere un arabo, di passaggio nel penitenziario. Malik, anche se non è convinto appieno, è addestrato dai còrsi con la copertura di secondini corrotti per compiere il primo vero delitto della sua vita.

Il carcere mi sembra una sorta di “Cura Ludovico”, poiché non affronta il nucleo ideologico del pensiero estremo. Tale considerazione, controversa e discutibile lo ammetto, mi è stata suscitata dal passaggio conclusivo dell’intervista a Picciolini: "L’arrivo di un figlio ha riempito la mia vita dandole un senso nuovo. Concretamente, però, la cosa più utile è stata conoscere da vicino le persone che pensavo di odiare. Aprii un negozio di dischi dove all’inizio vendevo solo white power music. Era un mercato di nicchia e, per sopravvivere, ben presto dovetti cominciare a vendere anche altri generi. Questo mi obbligò ad avere a che fare con una clientela più ampia: parlando di musica, ho incontrato neri, ebrei, meticci, gay e i miei pregiudizi sono crollati una conversazione alla volta".

Capisco bene che di fronte al terrore e all’estremismo il richiamo al tema del dialogo è facilmente etichettabile come buonista e velleitario. Tuttavia sono convinto che le alternative basate sulla costrizione non possano che ottenere effetti contrari a quelli desiderati, un po’ come nel film di Audiard, un mezzo delinquente diventa un vero criminale proprio in prigione.

Il pensiero estremo e la violenza che ne consegue necessitano di essere affrontati, depotenziandone la componente ideologica, non solo per via argomentativa, ma anche mettendo alla prova dell’esperienza le convinzioni degli estremisti. Si tratta di una posizione che non ha nulla a che fare con principi libertari, ma basata su constatazioni di ordine pragmatico. La testimonianza di Picciolini mi sembra in questo senso esemplare.
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