benecomune.net http://www.benecomune.net/ it L’impossibilità di capire la società http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2202 Mon, 16 Jan 2017 10:14:13 +0100
Da piccoli si è puniti quando si dicono le bugie; da grandi invece si scopre che sono molto utili. Spesso mi chiedo se ciò che leggo o ascolto in Tv sia vero o falso. Ma non parlo delle dichiarazioni dei politici o dei finanzieri, quelli si sa hanno la menzogna nel DNA, mi riferisco invece ai numeri che quotidianamente vengono diffusi: tasso di disoccupazione, occupati, poveri, pensioni erogate, consumi; tutte informazioni che per la loro caratteristica di essere dei numeri, sembrano certe e assolute, mentre invece nascondono delle falsità, in parte volute, e in parte oggettive, ma che comunque non ci permettono più di comprendere questa società.

Come ci ricordava Einstein, crisi significa innanzi tutto mutamento; di questi tempi assistiamo a continui cambiamenti sociali ed economici, tanto che ogni categoria sociale o economica, capace di orientate il consenso, assume il pianto delle prefiche come proprio per “ricattare” il livello politico e non perdere le adesioni. Per potersi lamentare si usano i numeri, apparentemente oggettivi, ma adeguatamente scelti per dimostrare la tesi precostituita.

Ma non è della menzogna che voglio parlare in questa sede, quanto piuttosto della incapacità oggettiva a interpretare questa società. Ogni società storicamente si è dotata di specifici strumenti conoscitivi per misurare se stessa e quindi conoscersi. Le cose si mettono male quando cambia la stessa struttura sociale ed economica, perché in quei frangenti si verifica una forte dicotomia tra il reale e gli strumenti conoscitivi perché i nuovi non sono ancora stati costruiti e si continua a misurare l’emergente con gli strumenti vecchi: è come se oggi si andasse in guerra con il moschetto ’91 e i biplani Savoia Marchetti.

Nell’ultimo ventennio del ‘900 siamo passati da una società elettromeccanica ad una informatica, le modalità della produzione hanno lasciato il posto a quelle della vendita e così, tutta la società è cambiata senza neppure che ce ne accorgessimo. Sono cambiati i valori di riferimento, è cambiato il concetto di ricchezza, molte istituzioni sociali ed economiche sono state disarticolate e altre create.

Nonostante questi cambiamenti profondi, noi contabilizziamo il nostro benessere come abbiamo sempre fatto nella società elettromeccanica, cioè con la ricchezza prodotta; ma tutto ciò corrisponde al nostro effettivo “stare bene”?
Pil, tasso di disoccupazione, fatturato dell’industria, ordinativi e così via, sono i parametri canonici a cui ci affidiamo inconsapevolmente, solo che nell’era dell’informatica queste cose ormai hanno una importanza relativa e soprattutto sono parametri che ormai non sono più discriminanti.

A circa 10 milioni di famiglie (30/35 milioni di Italiani) l’aumento del prezzo del gas o della luce interessa poco, perché hanno pannelli fotovoltaici e caldaie a legna o a pellet. Ancor meno interessa se i prezzi ortofrutticoli aumentano perché hanno l’orto sotto casa e il nonno provvede a distribuire frutta e verdura a figli e nipoti.

Un appartamento di proprietà è vuoto? Niente paura c’è la scharing economy e portano a casa poco meno di dieci mila euro all’anno. I trasporti sono cari? Stesso meccanismo: c’è Blablacar. Qualunque oggetto si compra su internet a prezzi molto convenienti saltando il commercio tradizionale che, nonostante le norme sempre più corporative, ormai non può più competere. In banca o all’assicurazione non si va più, tutte le operazioni si fanno da casa con la conseguente licenziamento di impiegati con scarsa professionalità.

Ma il peggio deve ancora venire: la fabbrica è stata robotizzata negli anni passati con l’espulsione degli operai, adesso tocca agli impiegati e al ceto medio poco specializzato.

Due fenomeni, apparentemente opposti, stanno emergendo: da un lato cresce la ricchezza complessiva (Pil) e allo stesso tempo aumenta la povertà dei ceti medio-bassi perché sostituiti dall’informatica, dall’altro cresce la tecnologia e si rafforzano le relazioni parentali familiari che consentono lo sviluppo di una economia che fa a meno del denaro come mezzo di pagamento ottenendo gli stessi benefici.

Non tragga in inganno se questo aspetto è poco conosciuto perché questa società non ha gli strumenti per valutare una economia senza denaro; essa non riesce a darle un valore né economico né sociale e tanto meno etico e quindi non riesce nemmeno a capire che cosa stia effettivamente succedendo.

E’ prevedibile per il futuro una sempre maggiore accentuazione di questi due fenomeni legati alla glocalizzazione della società (globale e locale contemporaneamente). Sta di fatto che nel giro di pochi anni gli strumenti conoscitivi che avevamo per interpretare la società sono diventati dei ferrivecchi ormai inutili e senza una approfondita conoscenza della realtà non potremmo mai pensare a un qualche tipo di intervento perché rischieremmo di somministrare al paziente un veleno che solo venti anni fa era una medicina.

Storicamente ogni era ha inventato i mezzi conoscitivi solo dopo che si era affermata definitivamente: nel 1789 certo non c’era né il Pil, né il tasso di disoccupazione; la società moderna si dotò di questi strumenti solo un secolo più tardi. Tuttavia non possiamo aspettare cento anni per capire la realtà che viviamo e che oggi possiamo solo intuire.
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Bronner, Siamo tutti un po’ estremisti http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2201 Tue, 10 Jan 2017 10:24:11 +0100 Di fronte ad alcune forme di pensiero estremo, proviamo una sorta di stupore contraddittorio: una collera che nasce dall’incomprensione. Questo sentimento costituisce già di per sé un enigma, che chiama in causa la nozione di pensiero estremo...
"Gli individui appartenenti a tali gruppi [estremisti] pongono un enigma psicologico di difficile soluzione, perché sono capaci di azioni che contravvengono alle adesioni assiologiche più elementari della persona comune (come la condanna del massacro di persone innocenti). Dobbiamo concludere che questi individui, completamente assorbiti dalla loro follia vendicativa, smettano di condividere valori elementari? Ma se ipotizziamo una completa rinuncia ai valori ordinari da parte degli estremisti, come spieghiamo il fatto che alcuni di loro riescano a un certo punto a pentirsi? […] I valori della persona comune non scompaiono nemmeno nella mente dell’estremista più sanguinario. […] Subordinando l’estremismo ai due fattori descritti (l’incondizionalità e la natura della credenza, debolmente trans-soggettiva e/o sociopatica), possiamo scartare l’idea che gli estremisti siano dei folli animati da cause piuttosto che da motivazioni, senza per questo cedere alla complicità intellettuale o al relativismo. […] Per la maggior parte del tempo, il cittadino «comune», inserito in un contesto sociale normale, stabilisce rapporti incondizionati soltanto con valori che, anche se estremizzati, non possono in alcun modo nuocere agli altri. E’ proprio questo aspetto che fa di lui un cittadino «normale» e lo distingue da un fanatico" (pp. 118-119)

Mi sono permesso di iniziare con questa lunga citazione perché la tesi di Bronner è controintuitiva e dunque di non facile accoglienza. Tuttavia, essa è molto attuale.

L’autore, docente all’Università di Strasburgo e che questo libro ha vinto il Premio europeo Amalfi per la sociologia e le scienze sociali, sostiene che in quanto esseri umani, la nostra conoscenza ha dei limiti oggettivi, che ci espone ad affidarci a delle credenze per poter stare al mondo. Molte di queste credenze sono innocue alla convivenza e quindi non sono pericolose. Altre invece, se portate all’estremo, diventano particolarmente dannose e letali, e sono quelle che ci fanno indignare di fronte a quelle che riteniamo giustamente le disumanità degli estremisti, ma che per loro sono perfettamente logiche. Questo perché non teniamo conto di come questi individui siano giunti a questi comportamenti estremi, un percorso che necessita di piccoli passi e slittamenti culturali, quasi impercettibili, e di isolamento culturale, fattori che inevitabilmente ciascuno di noi può vivere quasi senza rendersene conto.

La capacità critica su tutti gli aspetti è strutturalmente impossibile e Bronner porta innumerevoli esempi convincenti di questa dimensione della nostra intelligenza cognitiva.

Il libro è molto interessante perché riguarda, in prospettiva sociologica, come si formano le credenze necessarie per vivere, ma ha anche implicazioni filosofiche di non poco conto, anche se l’autore vuole rimanere ai margini di questi aspetti più teoretici, pur mostrando una competenza anche in questo campo.

Il primo capitolo mostra come gli estremisti non siano dei matti, ma persone che ragionano secondo una logica comune. Essi estremizzano alcuni aspetti della credenza: c’è un’unica causa che giustifica un’azione; mentre quasi sempre ce ne sono molteplici; scambiano le cause con le motivazioni di un’azione; il fine giustifica i mezzi; isolamento cognitivo; stare solo con chi la pensa come sé e considerare gli altri dei nemici; ecc.

Il secondo capitolo analizza il percorso di come si diventa estremisti, necessario per comprendere quali sono le motivazioni (e non le cause) di una scelta, sostanzialmente libera, di aderire a una credenza che diventa estrema: adesione per trasmissione, adesione per frustrazione (si entra in una compagnia accogliente che ripara dalle frustrazioni della vita), adesione per rivelazione.

Il terzo capitolo cerca di spiegare l’enigma del pensiero estremo. Qui il percorso si fa più accidentato e intrigante. Bronner ricorre a vari test sociologici e ad altre riflessioni per mostrare come diversi paradossi che riguardano il rapporto tra i valori e l’interesse, in cui siamo immersi quotidianamente, possono condurre a credenze estreme.

La conclusione propone una via di approccio per aiutare chi sta iniziando, o già si trova, in una credenza estrema, a provare ad uscirne. Il suggerimento principale è quello di non attaccare l’individuo estremo e neanche cercare di mostrargli i punti deboli della sua credenza, ma di mantenere un rapporto di fiducia e allargando impercettibilmente i confini cognitivi della sua visione unilaterale del mondo, riportandolo così ad una visione più condivisa, anche se forse più faticosa dal punto di vista delle energie mentali impiegate per sopportare le inevitabili contraddizioni della vita.

Il libro è pieno di definizioni controintuitive – che riguardano aspetti comuni del nostro intellegere e valutare - che tuttavia portano a una visione più comprensibile di come un individuo normale possa diventare un estremista.

Segnalo che Bronner ha scritto nel 2013 un altro libro, non ancora tradotto in italiano, La démocratie des crédules (La democrazia dei creduloni, Presses Universitaires de France), nella cui parte finale fa una ulteriore riflessione. Se molti credono che basti una maggiore cultura per ridurre il pensiero estremo, l’autore fa notare come la maggior parti degli estremisti siano persone di cultura medio-alta, e dunque non è questione di accrescere le conoscenze. Secondo Bronner la questione riguarda invece il fatto che a scuola non si insiste a sufficienza sulla questione del metodo con cui si valutano le credenze. Senza una coscienza di questo metodo molte persone di cultura, compresi scienziati, politici e giornalisti, possono prendere “lucciole per lanterne” e sostenere credenze non utili alla vita comune.

Quando parliamo di pensiero unico in economia, non parliamo forse di un pensiero estremo? Come mai non si riesce a scalfire questo paradigma economico dal punto di vista culturale? Forse Bronner, che non affronta questa dimensione economica, può dirci qualcosa a questo riguardo, come sembra far intuire in questa breve intervista.


Gerald Bronner, Il pensiero estremo. Come si diventa fanatici, Il Mulino, Bologna 2012


Citazioni

"Questi esempi, solo apparentemente disparati, sono espressione di un pensiero che propongo di definire estremo. In nome di un’idea, alcuni individui sono disposti a sacrificare qualunque cosa: la carriera professionale, la libertà, persino la vita (la propria o quella degli altri). Tutto è subordinato a un sistema mentale al quale aderiscono in maniera condizionata" (p. 8).

"Di fronte ad alcune forme di pensiero estremo, proviamo una sorta di stupore contraddittorio: una collera che nasce dall’incomprensione. Questo sentimento costituisce già di per sé un enigma, che chiama in causa la nozione di pensiero estremo. Mi spingerei ad affermare che le differenti manifestazioni del pensiero estremo rappresentano uno dei principali enigmi dell’epoca contemporanea. Tale enigma è scomponibile in diverse questioni che costituiscono l’ossatura del libro. Innanzitutto, è fondamentale stabilire se esista una differenza sostanziale tra il cosiddetto «cittadino normale» e l’estremista. Definire le divergenze equivale a proporre una definizione del pensiero estremo, interrogando contemporaneamente i sentimenti di irrazionalità e d’indignazione" (p. 9).

"Malgrado i processi della conoscenza umana l’individuo resta ciò che è sempre stato: un soggetto le cui capacità conoscitive presentano limiti invalicabili. Il nostro rapporto con il mondo può instaurarsi sulla base di due diverse modalità: la conoscenza e la credenza. […] In altri termini le nostre zavorre del pensiero ci impediscono di essere soggetti onniscienti, rendendoci inevitabilmente dei credenti. Come approfondirò all’inizio del capitolo primo, le zavorre sono di tre tipi. In primo luogo la nostra mente è limitata sul piano dimensionale, perché la conoscenza è imprigionata in uno spazio angusto e in un presente eterno, che impediscono l’acceso a informazioni indispensabili per formulare un giudizio equilibrato. In secondo luogo, la mente è limitata culturalmente, poiché interpreta qualsiasi informazione in funzione di rappresentazioni precedenti. Infine, la mente è limitata cognitivamente, perché la nostra capacità di elaborare le informazioni non è infinita e la complessità di alcuni problemi eccede le potenzialità del buon senso" (pp. 14-15).

"Poiché questi tre tratti sono caratteristiche antropologiche del pensiero, le nostre società restano fondate su credenze, a prescindere dallo stadio di sviluppo della conoscenza umana. Per questa ragione, le credenze che definiamo «estreme» non spariranno dall’orizzonte contemporaneo ma, al contrario, sono destinate a incarnare una forma paradossale di modernità. Ben lungi dal costituire i residui di un passato ormai compiuto, tali credenze sono un’espressione pura della contemporaneità, manifestazioni di una logica forte che siamo chiamati a decifrare. Gli individui appartenenti oggetto della nostra ricerca non sono mostri d’irrazionalità, ma appaiono al contrario estremamente logici" (p. 15).

"L’essere umano impara a simulare il punto di vista dell’altro per comprenderne e predirne le condotte. […] Quando non riusciamo più a comprendere il comportamento di un altro individuo, ipotizziamo che sia animato da una forma di irrazionalità. Interpretiamo cioè le sue azioni come la conseguenza di cause e non di ragioni" (p. 19).

"Poiché il pensiero estremo ispira talvolta credenze e atti che incarnano il male assoluto, preferiamo attribuire questi ultimi a una forma di irrazionalità incomprensibile, di psicopatia o di innata inumanità. Questi termini, in realtà, descrivono la profondità della nostra indignazione più che i processi mentali all’origine degli atti in questione […] Il fatto è che non possiamo indignarci moralmente e, allo stesso tempo, giudicare i comportamenti stigmatizzati come privi di ragione" (pp. 26-27).

"Si dice spesso che il terrorismo islamico sia una semplice reazione all’imperialismo occidentale, con grande soddisfazione dei militanti del pensiero estremo, come chiarito da Hassab Butt, ex jihadista pentito della violenza islamica in Gran Bretagna: «Ricordo la nostra soddisfazione quando sentivamo dire in televisione che la politica estera dell’Occidente rappresentava l’unica causa degli attentati islamici, come quelli dell’11 settembre, di Madrid o di Londra. Attribuendo ai governi la responsabilità dei nostri atti, i difensori della teoria delle «bombe di Blair» si facevano carico della propaganda al posto nostro, impedendo qualsiasi analisi critica del reale motore della nostra violenza: la teologia islamica»" (p. 35).

"L’idea che l’estremismo settaria sia associato a basso status sociale e a scarsa istruzione scolastica è semplicemente falsa. […] In generale la stragrande maggioranza degli autori di attentati possiede diplomi superiori e proviene da classi sociali agiate" (p. 37).

"Ritornando all’Introduzione, per comprendere il problema nella sua globalità, considerando in particolare le credenze meno radicali come l’astrologia e il paranormale, possiamo ipotizzare che l’istruzione conferisca agli individui una certa disponibilità mentale, aprendo il loro orizzonte intellettuale. Tale apertura è spesso concepita come un indebolimento dell’autorità della conoscenza ufficiale, non più intesa come definitiva. Questo meccanismo è ben illustrato dalla metafora di Pascal: quando la sfera delle conoscenze progredisce, aumenta anche la superficie di contatto con l’ignoto" (p. 39).

"Benché questa idea sia difficile da accettare, l’estremismo, a prescindere dalla forma assunta, soddisfa i criteri della razionalità. In primo luogo, perché enuncia dottrine coerenti, talvolta più dei sistemi morali del cittadino comune, costretto a scendere a compromessi di ogni sorta. E, in secondo luogo, perché tale dottrina, una volta ammessa, propone mezzi adeguati ai fini perseguiti. Di conseguenza, l’estremista non ha perso (né dal punto di vista della razionalità cognitiva, né da quello di una razionalità strumentale)" (p. 42).

"Poiché la memoria funziona in maniera selettiva, privilegiando gli elementi che confermano la nostra visione del mondo, corriamo il rischio di lasciarci intrappolare in una visione ristretta e limitata del mondo. Siamo convinti che le nostre apparentemente ottime ragioni siano dettate dall’esperienza, ma ignoriamo che sono state passate al setaccio della procedura di conferma. La distorsione di conferma è dunque una procedura alla quale ricorriamo abitualmente per farci un’idea della pertinenza delle credenze. Questo meccanismo elementare è senza dubbio il principale responsabile della perpetuazione delle credenze" (p. 63).

"Come già sottolineato da Weber, la massima condivisa da tutti gli estremisti, il loro minimo comune denominatore, è «il fine giustifica i mezzi». Per il più radicale di tutti gli estremisti, tutti i mezzi, anche i più sanguinari, sono ritenuti accettabili per conseguire i propri obiettivi" (p. 67).

"Questa dimensione contabile costituisce un dato antropologico della fede. Benché il credente pretenda di darsi alla religione senza chiedere niente in cambio, nel suo percorso emerge invariabilmente una componente di calcolo" (p. 76).

"Personalmente ritengo che la differenza tra il fanatico e il cittadino «normale» non si fondi sull’irrazionalità del primo, contrapposta alla relativa razionalità del secondo" (p. 79).

"Già nelle intenzioni, queste definizioni ignorano totalmente un aspetto essenziale: l’universo mentale del terrorista. E’ in questa terra incognita che si trova la chiave dell’enigma. Senza dubbio i metodi usati dal terrorista ne caratterizzano l’attività, ma questi mezzi acquistano un significato solo in relazione ai fini che li ispirano. Il terrorismo può essere considerato una declinazione del pensiero estremo proprio perché si fonda su un’adesione incondizionata a un enunciato, da cui è derivata una serie di conseguenze pratiche" (p. 80-81).

"Se, come sostenuto spesso dalla filosofia analitica, «credere significa credere vero», scompare dal campo della credenza ogni forma di adesione condizionata e probabilista, che tuttavia costituisce l’essenziale della vita mentale del cosiddetto «cittadino comune». Il fatto è che esistono almeno due modi di aderire a una credenza. Inizialmente la credenza è un contenuto («Dio esiste», «gli esseri umani sono tutti uguali»), ma in seguito diviene il rapporto che l’individuo stabilisce con tale contenuto" (p. 81).

"Nella mente del comune cittadino possono coesistere senza difficoltà enunciati contraddittori. La sua vita mentale è caratterizzata da una forma di concorrenza intraindividuale delle idee, resa possibile dalla natura non assoluta del rapporto stabilito con ciascuna di queste idee. Come abbiamo visto, è proprio quest’atteggiamento che suscita il disprezzo dell’estremista" (p. 83).

"L’estremista ha meno difficoltà a difendere la posizione massimalista quando è spalleggiato da altri individui che condividono le sue convinzioni (perciò è raro incontrare estremisti totalmente isolati). Tra i membri del gruppo si osserva spesso una forma di competizione verso la purezza dottrinaria" (p. 84).

"Per delineare l’universo mentale del fanatico, dobbiamo considerare la combinazione di due fattori. Aderire radicalmente a un’idea non equivale infatti ad aderire ad un’idea radicale. La specificità del pensiero estremo consiste nell’aderire radicalmente a un’idea radicale (...) Studiando a fondo le proposizioni del pensiero estremo in campi molto diversi come la religione, l’arte o la politica, sono giunto alla conclusione che, malgrado la loro diversità, esse presentano due caratteristiche comuni: sono debolmente trans-soggettive e/o sociopatiche" (pp. 92-93).

"Questo termine [trans-soggettiva] è stato introdotto da Boudon nel suo libro Il vero e il giusto: «Le definirò ragioni trans-soggettive per indicare che, al fine di risultare credibili, queste ragioni devono essere viste dal soggetto se non come dimostrative, almeno come convincenti. Chiamo dunque così le ragioni che hanno la capacità di essere abbracciate da un insieme di persone, anche se non si può parlare a loro proposito di validità oggettiva». La trans-soggettività di un’idea si misura dunque dalla sua capacità di essere accolta da altre persone, a parità di condizioni" (p. 94).

"Considero dunque sociopatiche [non nel senso della malattia mentale] le credenze dotate di una carica agonistica che implica l’impossibilità per alcuni individui di vivere insieme ad altri (se la credenza è applicata esasperandone la logica, come accade nel pensiero estremo)" (p. 110).

"L’estremista islamico è oggi considerato il nemico numero uno, l’incarnazione del male e della disumanità, perché difende in maniera incondizionata idee al tempo stesso debolmente trans-soggettive e sociopatiche" (p. 113).

"Ecco spiegato come mai le credenze proposte dalle sette sono giudicate irrazionali da osservatori che fondano il loro giudizio sul contenuto spesso assurdo di tali credenze, ignorando il carattere graduale del processo di acquisizione della dottrina da parte del credente. Ciascun momento dell’adesione a una credenza falsa può essere considerato, nel suo contesto, come ragionevole anche se l’osservatore, giudicando la credenza nel complesso, può legittimamente trovarla grottesca. Questa considerazione, per quanto banale, tende a essere ignorata dal senso comune, perché le credenze altrui si manifestano solo una volta accolte in maniera completa, mentre le singole tape del processo di acquisizione risultano invisibili per l’osservatore" (pp. 132-133).

"L’estremismo isola l’individuo dagli altri, ma non dalla sua umanità" (p. 134).

"Far cambiare idea al convertito è così difficile proprio perché l’estremismo è spesso la conseguenza di un processo incrementale" (p. 141).

"Se nascete in una famiglia di testimoni di Geova e frequentate solo altri membri di questa setta, avrete un’elevata probabilità di condividere anche voi tale dottrina. In queste circostanze, sarete confrontati a ciò che possiamo definire un monopolio cognitivo: sul mercato delle credenze cui avete accesso, non emergono valide idee alternative" (pp. 144-145).

"Gli esperti del terrorismo concordano nel riconoscere l’importanza di questo aspetto: l’estremista ha bisogno di sentirsi circondato da un gruppo che lo sostiene e lo incoraggia" (p. 146).

"Tutti i gruppi sociali (di tipo amicale, familiare o professionale) hanno la tendenza a privilegiare un tra-di-noi che definisce le frontiere della prossimità e dell’intimità. La caratteristica principale di una rete sociale consiste appunto nel favorire la diffusione di alcune informazioni piuttosto che di altre. Ma l’individuo, più o meno consapevolmente, appartiene a una moltitudine di reti, spesso in concorrenza tra loro. Le incoerenze tra reti diverse ci obbligano a compiere un lavoro mentale di definizione dell’identità. Questo sforzo cognitivo costituisce una delle caratteristiche della persona comune" (p. 149).

"Il conformismo cognitivo emerge anche in altri tipi di situazioni. Germaine de Montmollin e Claude Flament hanno evidenziato la tendenza degli individui a operare una sintesi dei discorsi che circolano in gruppo, per poi adottare preferibilmente una posizione intermedia" (p. 151).

"Le reti sociali dell’estremista sono perciò molto più omogenee rispetto a quelle di un anonimo signor Rossi. Quest’ultima osservazione suggerisce una conclusione paradossale: l’estremista è in realtà molto più conformista della persona comune" (p. 155).

"Il fattore suicidogeno, spiega Durkeim, non è tanto la miseria, quanto il brusco cambiamento sociale: "ogni rottura d’equilibrio, anche se apportatrice di un maggior benessere e di un aumento della vitalità generale, spinge alla morte volontaria" (p. 162).

"Il terrorista, tutt’altro che amorale, è spesso animato da un’estrema sensibilità nei confronti di quelle che considera intollerabili ingiustizie […] Nell’estremista più determinato, tale ipersensibilità non ammette compensazioni, né compromessi. E’ questa incommensurabilità mentale che dobbiamo tentare di spiegare per risolvere il paradosso dell’estremismo" (p. 188).

"Il libero arbitrio è solitamente descritto come la possibilità per l’individuo di compiere una scelta. Invertendo i termini, propongo di definire il libero arbitrio come la conseguenza della capacità del genere umano di considerare allo stesso tempo due opzioni contrarie o persino contraddittorie" (p. 190).

"L’adesione incondizionata a certi valori (che costituisce una delle due componenti dell’estremismo) implica una forma di incommensurabilità mentale, che rende molto difficile (ma non impossibile) l’espressione di retro-giudizi, dunque la temperanza nell’azione. E’ come se l’estremista diventasse, su alcuni temi, insensibile all’esistenza di ragioni concorrenti" (p. 195).

"Il gioco [in un esperimento] ci permette dunque di osservare come il senso di ingiustizia possa incoraggiare un individuo a rinunciare alla difesa dei suoi interessi personali. Questa disposizione mentale è precisamente quella osservata nell’estremista, convinto che il mondo (o un particolare sistema sociale) rappresenti un’offesa intollerabile a un valore abbracciato in maniera incondizionata. L’estremista che sostiene un’idea sociopatica giudicherà possibile (o persino necessaria, nei casi più pericolosi) la violazione dei propri interessi o di altri valori. Nella zona di incommensurabilità in cui si trova a vivere, è vietato l’accesso ai sistemi di ragionamento concorrenti, dunque diviene impossibile esprimere un retro-giudizio" (p. 209).














"L’andamento della curva dell’utilità in termini di valore ha conseguenze pratiche non soltanto compatibili con la vita in società, ma necessarie per consentire la convivenza. La commensurabilità mentale, cioè la corruttibilità dell’essere umano (in seguito al confronto tra interessi e valori, o tra valori diversi), costituisce la precondizione fondamentale della vita sociale. Come chiarito in precedenza, nessuna società umana potrebbe sopravvivere a lungo se gli individui che la compongono non fossero dotati della capacità di soppesare valori e interessi. Altrimenti, la minima controversia tra cittadini che sostengono tutti in maniera incondizionata le loro idee si trasformerebbe in guerra aperta" (p. 211).

"La vita sociale, nella sua variabilità incessante, potrebbe definire i contenuti del nostro universo morale, designando alcune categorie di valori come non negoziabili. La capacità di essere al tempo stesso corruttibili e incorruttibili costituirebbe una sorta di invariante morale universale del pensiero umano. L’estremista non fa eccezione a questa regola. La sua infelice originalità consiste nel considerare non negoziabili credenze che non potranno mai cementare la vita sociale (ma che farà una fatica del diavolo ad abbandonare)" (p. 214).

"Talvolta anche i parenti possono contribuire a quest’abbandono dell’estremismo, purché riescano a preservare il ruolo di mediatori credibili delle informazioni sul mercato cognitivo frequentato dall’adepto. L’essenziale, lo ripeto, è mantenere una situazione cognitiva concorrenziale" (p. 219).

"Alcune forme di privazione (alimentari, del sonno o sessuali) possono certamente contribuire a indebolire lo spirito, rendendo l’individuo più sensibile alle imposizioni psicologiche, ma per affrontare in maniera costruttiva il problema delle credenze estreme non dobbiamo mai dimenticare che al radicalizzazione è il risultato di un processo volontario e consapevole" (p. 226).
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Uno sportello per la tutela legale delle “donne in rosa” http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2200 Wed, 04 Jan 2017 16:50:46 +0100 Nel marzo 2015 nasce a Roma, grazie alla collaborazione tra la Fondazione Policlinico Gemelli e la Susan G. Komen Italia,  un servizio di supporto e consulenza legale dedicato alle donne con tumore del seno e che si trovano a dover fronteggiare problematiche di tipo lavorativo e/o previdenziali sia durante che dopo la malattia
Nel 2015 mediamente ogni giorno in Italia sono stati diagnosticati 1000 nuovi casi di tumore, ossia circa 363.000 nuove diagnosi – escludendo i melanomi-, di cui circa il 54% fra gli uomini e circa il 46% fra le donne.

Considerando l’intera popolazione escludendo i carcinomi della cute il tumore in assoluto più frequente è quello della mammella col 14%, che corrisponde a oltre 50.000 nuove diagnosi di tumore alla mammella ogni anno.
La sopravvivenza alla malattia oncologica è notevolmente aumentata negli anni recenti grazie anche alla precoce diagnosi: in particolare è particolarmente elevata la sopravvivenza dopo un 5 anni in tumori frequenti come quello al seno (87%).

Il Centro Integrato di Senologia del Policlinico Gemelli accoglie in media circa 3000 pazienti all’anno. Il direttore del CIS, prof. Riccardo Masetti, afferma che “una donna su due viene penalizzata sul luogo di lavoro a causa della malattia e purtroppo, per la maggior parte delle pazienti, il livello di conoscenza e di fruizione delle tutele previste è ancora molto molto basso. Basti pensare che solo il 28% di esse sa che ha diritto al part-time provvisorio in caso di tumore e solo il 7% ne usufruisce. Oppure, solamente il 33% delle malate di tumore sa che può fare visite mediche senza dover utilizzare ferie e permessi, ma solo il 20% accede a questa opportunità.”

Occorre dunque creare una alleanza trasversale per assicurare che il lavoro possa essere sempre una risorsa positiva e non una fonte di problemi quando ci si ammala. “All’interno del Centro Integrato di Senologia del Policlinico Gemelli di Roma, nel quale abbiamo modo di ascoltare oltre 3.000 donne ogni anno – prosegue Masetti – ho potuto toccare con mano come l’ambiente di lavoro ricopra un ruolo importantissimo nel percorso di cura delle pazienti. Ci sono donne che in aggiunta alle difficoltà create dalla malattia, devono affrontare anche quelle di un confronto aspro con il proprio datore di lavoro ed i colleghi per potersi dedicare al proprio percorso di cura senza rischiare il posto. Al contrario, ci sono pazienti che hanno invece la fortuna di essere sostenute da un ambiente lavorativo che partecipa attivamente al processo di riabilitazione e diventa una autentica forza propulsiva utile a superare meglio un momento di grande difficoltà. Una forza che aumenta in maniera tangibile l’efficacia delle cure”.

L’idea di uno sportello di tutela legale per le “Donne in Rosa” nasce nel 2012, dopo aver raccolto questo bisogno tra le pazienti del Centro Integrato di Senologia della Fondazione Policlinico A. Gemelli, diretto dal prof. Riccardo Masetti. E dal marzo 2015 viene attivato, grazie alla collaborazione tra la Fondazione Policlinico Gemelli e la Susan G. Komen Italia - Associazione senza scopo di lucro attiva dal 2000 nella lotta ai tumori del seno - un servizio di supporto e consulenza legale dedicato alle donne con tumore del seno e che si trovano a dover fronteggiare problematiche di tipo lavorativo e/o necessità di chiarimento in merito a tematiche previdenziali sia durante che dopo la malattia.

Il servizio fornisce, ad esempio, supporto per quanto riguarda temi come l’ottenimento dell’invalidità civile, il riconoscimento della legge 104, la pensione di invalidità oppure di accompagnamento.

Lo sportello eroga, oltre ad una prima consulenza gratuita con un’esperta aziendale ed, eventualmente, con un avvocato giuslavorista e/o esperto in materia previdenziale, indicazioni utili a sostenere le donne nell’ottenimento delle facilitazioni per lavoratori con patologie oncologiche previste dalla normativa italiana.

Con particolare riferimento alla consulenza giuslavoristica, la stessa ha quale finalità principale, quella di fornire assistenza stragiudiziale onde evitare il contenzioso con il datore di lavoro da considerarsi, dunque, quale extrema ratio. Nello specifico la consulenza è volta ad informare l’utenza in merito alle previsioni di legge applicabili alla fattispecie concreta nonché in ordine alle previsioni della contrattazione collettiva di settore di volta in volta applicabile, e dunque a fornire istruzioni dettagliate sulle condotte da attuare per la conservazione del posto di lavoro.

La presenza di una psico-oncologa prevede, altresì, la possibilità di accertamento e supporto nei casi di presunto mobbing e/o stress lavoro-correlato. Inoltre è possibile anche fruire gratuitamente di un servizio di miglioramento/ottimizzazione del CV.

Questo sportello di tutela legale rappresenta quindi una risposta concreta a tante donne che, oltre ai problemi di salute, devono affrontare anche il rischio di essere discriminante sul luogo del lavoro.
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La “guerra a pezzi” e la “geopolitica del caos” http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2199 Thu, 29 Dec 2016 12:27:38 +0100 Papa Francesco, ha messo in campo una strategia definita da Padre Antonio Spadaro “geopolitica della misericordia”. Una geopolitica che sfugge alle logiche degli schieramenti e che mostra agilità nell'edificazione di ponti capaci di interconnettere posizioni lontane nel rispetto della multipolarità del mondo, con l'obbiettivo di armonizzare gli interessi di tutti.
La “terza guerra mondiale a pezzi”, per come è stata sapientemente definita da Papa Francesco, è la naturale conseguenza dell’attuale fase di transizione geopolitica in atto. Tale momento è caratterizzato dall'affermazione di un nuovo ordine multipolare che sta archiviando l'epoca dell'unilateralismo a guida statunitense, stabilitasi con l'implosione dell'URSS, dando vita a nuovi poli di potere geopolitico e geo-economico. L’emersione di questi nuovi poli, tra i quali potremmo annoverare la Cina, la Russia e l'India, unitamente al loro naturale assestamento, oltre ad incrinare il potere degli Stati Uniti e a mettere in discussione le organizzazioni mondiali e le alleanze egemoniche nate a partire dal secondo conflitto mondiale, sta di fatto generando notevoli tensioni tra i principali attori presenti sulla scena.

Queste tensioni si scaricano in quelle aree del pianeta più sensibili agli interessi di medio e lungo periodo perseguiti dalle maggiori potenze mondiali. A tal proposito si pensi all’area del Vicino Oriente e del Nord Africa, che rappresenta uno dei maggiori focolai di tensione all'interno del quale si stanno definendo gli equilibri del nuovo condominio internazionale. Essa, infatti, posta sulle sponde del bacino del Mediterraneo segue la vocazione naturale del bacino stesso che, con la sua conformazione geografica di mare chiuso che lo rende simile ad un vero e proprio lago, lo rende un naturale continuum geopolitico tra le tre grandi masse terrestri che lo limitano – Europa, Africa ed Asia – e delle quali è funzionale cerniera.

Tale ubicazione, che nel corso dei secoli ha agevolato il contatto e l’interscambio tra le popolazioni, determinando la nascita e la fioritura delle grandi civiltà di cui il Mediterraneo è stata la culla, assume nuovamente un ruolo di estrema centralità dettata dalla crescita delle nuove potenze asiatiche e dell’America del sud, unitamente alla disordinata crescita economica dei Paesi africani, che hanno determinato uno spostamento dell’asse geopolitico verso il sud del globo favorendo la concentrazione nel Mediterraneo dei nuovi flussi geo-economici dell’economia globale.

Tale cambiamento ha così introdotto sulla scena mediterranea i nuovi attori internazionali, quali India, Cina e Brasile ed ha inoltre permesso la riemersione di Russia e Turchia. conferendo quindi, nuovamente, all’area il naturale ruolo di centralità assunto nei secoli che lo rende, oggi come allora, uno dei massimi teatri di confronto globale in cui i maggiori attori in campo si confrontano per il controllo della massa euro-afro-asiatica.

L'intento di controllo, che nel medio periodo si è rivelato fallimentare, ha spinto gli strateghi del Pentagono a orientare la loro attenzione verso il Nord Africa, e quindi il Mediterraneo, alimentando i focolai di tensione che andavano sviluppandosi durante la cosiddetta primavera araba. L’attuazione di questa particolare “geopolitica del caos”, che fa leva soprattutto sulle tensioni emergenti dagli identitarismi etnici, religiosi e culturali, ha contribuito alla destabilizzazione dell'intera area con il capovolgimento o, a seconda dei casi, l'indebolimento dei regimi che avrebbero sicuramente ostacolato quest'avanzata. Su tutti basti pensare al caso libico e a quello siriano.

Non va peraltro dimenticato che nello stesso arco temporale anche alcuni Paesi dell'Europa del sud venivano sottoposti ad una serie di attacchi finanziario-speculativi che ne producevano un notevole indebolimento. Tra i paesi colpiti rientra certamente anche l'Italia che in quel periodo si mostrava maggiormente sensibile a partenariati, quali quello libico e quello russo, senz'altro in controtendenza rispetto ai diktat dell'alleanza occidentale. Secondo autorevoli analisti, tale indebolimento è stato dettato dalla paura sempre più crescente (determinata anche dagli atteggiamenti tenuti a quel tempo dalla Turchia) della formazione di una forte partnership dei Paesi del Mediterraneo che, incrociando i destini dei grandi attori globali, quali appunto la Cina o la Russia, avrebbe messo definitivamente fuori gioco gli Stati Uniti.

In tale contesto, l’Europa potrebbe conoscere una nuova fioritura, concretamente possibile se decidesse di procedere ad una vera unità politica che gli permetta di restare unita e di avanzare in maniera autonoma e indipendente. Essa, infatti, dovrebbe avere tutto l'interesse a sviluppare una visione autonoma, ambiziosa, di lungo termine e multi-dimensionale, capace di collegare le due sponde del Mediterraneo e il blocco asiatico attraverso delle solide partnership e farsi percepire come un interlocutore privilegiato capace di fornire tutto il necessario know how utile a costruire sviluppo verso quei territori in cui se ne sente il bisogno. È chiaro che per fare ciò l'Europa dovrebbe tentare di ergersi a superpotenza, rivolta maggiormente verso Africa e Asia, con un ruolo di leadership nel Mediterraneo.

L'Italia, per via della sua posizione geografica che la pone al centro del Mediterraneo, con il suoi 8.000 Km di coste che la caratterizzano, ha un enorme potenziale che potrebbe coinvolgere tutta la struttura socio-economica nazionale, ponendola come punta di lancia dei nuovi processi. La sua geografia, infatti, non determina soltanto una vulnerabilità rispetto ai settori di crisi, ma alimenta anche straordinarie opportunità, facendo di essa un grande molo naturale e insieme un piano di scorrimento posto a tagliare in due compartimenti il Mediterraneo, privilegio unico fra le potenze europee. Tale posizione, se ben sfruttata, potrebbe offrire al Paese l'opportunità per imporre un rapporto obbligato a chiunque volesse spadroneggiare in quel bacino di civiltà e di commerci. Ciò, contrariamente a quanto avvenuto negli ultimi anni in cui, pur rimanendo una delle principali realtà dell'Europa e del Mediterraneo, non è riuscita a imporsi nella prima fila delle grandi potenze o perché frammentata politicamente, o per errori politici o ancora per limitazioni oggettive.

Oggi l'Italia pur rivestendo i panni di media potenza, è alle prese con una situazione interna poco florida trovandosi a gestire una strutturale contrazione manifatturiera, una carenza di forze armate di primo piano e di capitali necessari per realizzare investimenti infrastrutturali importanti per il suo sviluppo. Tuttavia, oltre alla posizione geografica, possiede altre due preziose frecce al suo arco: la cultura e la scienza. Malgrado tutto, l'università italiana continua a produrre conoscenza a livelli eccellenti e, sebbene la cultura italiana non sia al momento tra quelle che dettano la tendenza a livello mondiale, possiede una tradizione plurimillenaria che può costituire un trampolino di lancio. Senza trascurare quella “cultura materiale”, molto ammirata nel mondo, che è spesso favorevole anche al nostro sviluppo commerciale. L'Italia, dunque, nel momento in cui il suo “potere duro” sembra insufficiente al rango che desidera mantenere, pare avere le fondamenta su cui costruire una strategia di “soft power” che, se ben utilizzata, potrebbe fungere da ottima base di partenza per armonizzare i contrasti all'interno del bacino, ormai divenuto centro di interesse dei grandi attori globali. Questo le permetterebbe di ottenere la leadership sul piano regionale.


La “geopolitica della misericordia” di Francesco
Per far ciò, l'Italia, potrebbe senz'altro usufruire della vicinanza della Santa Sede che, per opera di Papa Francesco, ha messo in campo una strategia definita da Padre Antonio Spadaro “geopolitica della misericordia”. Una geopolitica che sfugge alle logiche degli schieramenti e che mostra agilità nell'edificazione di ponti capaci di interconnettere posizioni lontane nel rispetto della multipolarità del mondo, con l'obbiettivo di armonizzare gli interessi di tutti.

Nel corso del suo pontificato Francesco ha in più occasioni dato prova di saper giocare un ruolo da protagonista in questioni intricate come ad esempio la pace in Colombia, tra il governo dei guerriglieri e le FARC, il tentativo di mediazione che sta portando avanti in Congo per evitare che nel Paese scoppi la guerra civile, il ristabilirsi delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, nonché il mancato bombardamento in Siria nel 2013 da parte degli americani fermato dai russi e dalla mobilitazione mossa da Francesco che per l’occasione chiese digiuno e preghiere.

L’efficacia di tale diplomazia potrebbe esplicarsi in tutta la sua forza nel ponte che Francesco sta costruendo con la Russia, in particolare, con la Chiesa ortodossa. A tal riguardo, va evidenziata la linea amichevole del Vaticano nei confronti della Federazione Russa che è andata via via solidificandosi attraverso i diversi incontri avuti con Vladimir Putin, ciò anche quando la Russia era già sotto sanzioni. Fondamentale è stata anche la linea di neutralità assunta dalla Santa Sede durante la crisi ucraina che ha parimenti contribuito a migliorare la percezione della Chiesa cattolica presso gli ortodossi. Tali elementi, unitamente al lavoro diplomatico, hanno favorito lo storico incontro avvenuto a Cuba nel febbraio del 2016 tra Francesco e Kirill, un abbraccio che potrebbe rappresentare un ulteriore elemento di vicinanza e sintonia tra il mondo ortodosso e quello cattolico nonché una pietra miliare per la realizzazione di una Pace globale all'interno di un contesto multipolare in cui la luce di Roma e dell'Italia e dell’Europa potrebbero tornare a risplendere.

Francesco, inoltre, in virtù del Suo nome che riprende quello del patrono d’Italia, potrebbe rivelarsi risolutivo anche nel dialogo con il mondo islamico fornendo un ulteriore contributo per la stabilità mediterranea e gli equilibri globali.
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In rete http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2198 Thu, 29 Dec 2016 09:35:17 +0100
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La pace è la meta. La nonviolenza è la via http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2197 Thu, 29 Dec 2016 09:17:34 +0100 Se prendiamo sul serio le parole di Francesco, è finito il tempo della delusione, della rabbia, dell'accusa. E' l'ora della nonviolenza che è tensione profonda per cambiare la società, pietra angolare su cui costruire il futuro. E' il tempo di disarmarci, per disarmare l'economia, la politica, l'esercito

Il documento di Papa FrancescoLa nonviolenza: stile di una politica per la pace”, è particolarmente significativo per i suoi contenuti e per l'autorevolezza della fonte.

Il testo non contiene novità dal punto di vista della teoria e della pratica della nonviolenza, ma il fatto che il Pontefice riconosca ad essa la supremazia e la indichi come mezzo per “guidare il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali”, e come “stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme”, è un 'segno dei tempi' che ha un valore inestimabile.

Come ricorda Francesco, infatti, la nonviolenza è l’arte di vivere che deve permeare tutta la nostra esistenza. Non a caso il Papa, nelle prime righe del messaggio, si rivolge anche ai bambini e alle bambine e ricorda che la nonviolenza nasce dal cuore dell’individuo e deve giungere fino alla politica internazionale. È questa la grandissima novità del documento. La nonviolenza non più intesa come una via personale di salvezza, ma come metodo politico di azione sociale e anche per i rapporti tra gli Stati.

Se prendiamo sul serio le parole di Francesco, che egli rivolge non solo ai credenti ma a tutte le persone e a tutti i popoli, è finito il tempo della delusione, della rabbia, dell'accusa, del dileggio, dell'indignazione, della protesta, dell'abbandono, dell'indifferenza. Quel tempo è finito.

E' l'ora della nonviolenza. E' il tempo di agire con la forza della verità, è il tempo del potere dell'amore, è il tempo della bellezza e della bontà, del fare cose buone e belle. E' il tempo della compassione, del programma costruttivo, della fiducia, del rispetto, della solidarietà, è il tempo della ricerca del benessere e della felicità per tutti. E' il tempo di prendere in mano il presente di ciascuno.

E' questa l'ora della nonviolenza. La nonviolenza è la tensione profonda per cambiare una società che sentiamo inadeguata, è la pietra angolare su cui costruire il futuro, è il varco attuale della storia.

E' il tempo di essere personalmente il cambiamento che vogliamo vedere intorno a noi: lo si può fare solo insieme. Dall'io al noi, dal tu al tutti, la nonviolenza è politica.

E' il tempo di disarmarci, per disarmare l'economia, la politica, l'esercito.
Incominciamo noi a disarmare. Disarmiamo la nostra abitudine a lanciare accuse contro gli altri. Sembra essere diventato lo sport nazionale: criticare, distruggere, trovare subito il colpevole, ridicolizzare o demonizzare l'avversario. Tutti contro tutti. Basta andare a leggere qualsiasi pagina dei social network più diffusi, da facebook e twitter, per trovare immediatamente messaggi con critiche feroci, sfoghi degli istinti più bassi che hanno l'obiettivo di addossare la responsabilità del male diffuso su qualcuno al di fuori di noi. Ormai non c'è più dibattito politico, c'è scontro e divisione.

Noi dobbiamo spezzare questa logica distruttiva. Non per un ingenuo buonismo (anche se ho sempre pensato che il buonismo sia comunque meglio del cattivismo), ma perchè sappiamo che la verità la si trova cercando di capire anche le ragioni altrui. E quindi è importante saper ascoltare e saper vedere la parte costruttiva, la parte positiva che c'è negli altri, e dunque anche negli avversari politici. Bisogna essere fermi nei principi irrinunciabili, fedeli ai valori fondanti (la sacralità della vita, la dignità di ogni persona, il rifiuto della violenza, la giustizia, la libertà, la pace), ma poi bisogna saper dialogare con tutti, trovare punti di accordo, rispettare e pretendere rispetto.

Dobbiamo riannodare etica e politica. Il degrado è iniziato quando c'è stata la separazione ed ha prevalso la pura “politica”, fredda, calcolante, strumentale, finalizzata. L'etica è stata abbandonata anche dai partiti, che dovevano essere mezzi per raggiungere il fine, strumenti utili all'obiettivo, ma sono diventati pura organizzazione, priva di contenuti, simili l'uno all'altro nei meccanismi di funzionamento: personalizzati, verticistici, affaristici. E fatalmente sono andati in crisi.

Ora tocca ricostruire la politica e le sue forme. E lo dobbiamo fare con il metodo della nonviolenza.
Quale sia questo metodo è scritto chiaramente nella Carta del Movimento Nonviolento che elenca la gradualità dei passi nonviolenti da compiere:
- l'esempio (incominciamo noi, personalmente, a fare una nuova politica, pulita);
- l'educazione (educhiamo i giovani e rieduchiamo gli adulti alla passione per l'impegno pubblico);
- la persuasione (forza interiore con la quale contrastare quella distruttiva della violenza);
- la propaganda (diffondere l'ideale della nonviolenza per realizzarne l'organizzazione);
- la protesta (avere la capacitò di dire i “no” necessari per non diventare complici);
- lo sciopero (strumento essenziale per rivendicare la dignità e il diritto al lavoro);
- la noncollaborazione (rifiutarsi di collaborare con il male, viene ancor prima che fare il bene);
- il boicottaggio (applicare una forza morale, di rinuncia, per colpire economicamente un'ingiustizia);
- la disobbedienza civile (disobbedire alla legge ingiusta, accettare la pena, per una legge migliore);
- la formazione di organi di governo paralleli (nasce il nuovo potere che sostituirà quello vecchio).

Dunque, per disarmare da qualche parte bisogna pur iniziare. Siamo arrivati ad una situazione insostenibile. Non ci sono mai state tante armi in giro per il mondo come ora. Per ridurre il potenziale bellico, bisogna che qualcuno inizi a disarmare, a rinunciare al proprio esercito. Abolendolo. Un primo passo che potrebbe essere seguito da altri.
Il buon esempio, solitamente, non viene mai dai grandi e dai potenti, dagli arroganti e dai fanatici.

Ci vuole un saggio, un coraggioso, un visionario capace di un gesto profetico, illuminato, utopico.
E' Papa Francesco questo uomo nuovo? Lo dirà la Storia.
Nel frattempo cerchiamo di esserlo noi stessi. Cominciamo qui ed ora.
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Lo stile della politica per la pace http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2196 Thu, 29 Dec 2016 08:59:27 +0100 Viviamo in un Paese in cui spesso la politica, le sue prassi, il suo linguaggio, hanno assunto toni violenti. Occorre reagire all'imbarbarimento della polis. Dalla famiglia ai luoghi in cui ci si prende cura degli altri, è necessario ricostruire una passione e un alfabeto nonviolento della politica
Viviamo in un Paese in cui spesso la politica, le sue prassi, il suo linguaggio, hanno assunto toni violenti.

Dai guelfi e ghibellini, l'agone politico è stato spesso concepito come scontro. Il linguaggio bellico è diventato il linguaggio della politica. Noi e loro. I nostri nemici. Scendiamo in campo. Smascheriamo l'avversario.

Eppure, da Tommaso Moro fino a De Gasperi e a Aldo Moro, a La Pira e a Zaccagnini, non solo pochi coloro che hanno fatto della politica l'arte del confronto, la scuola del realismo e della mitezza.

Oggi assistiamo a un revival (favorito dalla post-verità' della rete) di toni violenti nel linguaggio e nelle rappresentazioni della politica.

Una violenza mascherata spesso dalle giustificazioni della lotta alla corruzione e della ricerca dell'onestà. Insomma si diventa verbalmente (e non solo) violenti in nome della giustizia, del giusto risentimento verso la dilagante disonestà. E il massimalismo moralistico diventa sovente l'ingrediente fondamentale di molte ricette politiche che si presentano come innovative.

Siamo un paese in cui l'elettorato condivide molti dei difetti della sua classe politica. Premiamo chi promette il cambiamento ma siamo pronti a punire chi lo attua, con tutti i limiti e i condizionamenti che comporta il passaggio dall'ideale al reale.

Quello che manca però è una pedagogia politica che educhi I cittadini al rispetto dell'altro. Se sono molti i politici ad evocare e promuovere gli istinti più violenti, rischiamo di trasformare la politica in anti-politica e di paralizzarne la missione più alta: realizzare il bene comune. Non più l'arte del possibile, ma la richiesta dell'impossibile. Non più la ricerca del male minore o della soluzione più realistica, ma la continua competizione per alzare la posta dello scontro, per conquistare i molti arrabbiati, provocando atteggiamenti di rifiuto degli altri che sono l'esatto contrario di una politica che dovrebbe essere strumento di dialogo e composizione dei conflitti, di ricerca di convergenze e di apertura di nuovi orizzonti di pace, sviluppo e crescita.

Ma un elemento in cui la politica sembra davvero assente è l'attenzione ai poveri, ai più deboli, agli emarginati, alle esigenze delle famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese. E al netto di tanti aspetti complessi su cui sarebbe utile un'opera di discernimento, in fondo, il referendum del 4 dicembre è stato anche l'espressione di un profondo disagio sociale, che non sa che farsene delle riforme se nella sua vita concreta cresce la povertà.

Se dal contesto italiano allarghiamo lo sguardo al pianeta ci troviamo di fronte a terribili episodi di violenza contro la nostra madre terra, la casa comune, con guerre alimentate dai mercanti di armi che mietono migliaia di vittime innocenti e provocano migrazioni apocalittiche. Aleppo è solo l'ultimo scandaloso fenomeno di una lunga serie.

Di fronte a questo scenario il Messaggio della 50ma Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 2017) dal significativo titolo "La nonviolenza: lo stile della politica per la pace" assume un significato davvero speciale.

Con pochi tratti papa Francesco ci pone di fronte alla realtà di una "terza guerra mondiale a pezzi" che provoca sofferenze e devastazioni, alimenta il terrorismo, gli abusi subiti dai migranti, le devastazioni dell'ambiente.

Il papa insiste su una sua profonda convinzione: nessuna religione è terrorista. Anzi la violenza è sempre una profanazione del nome di Dio. Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Non c’è "guerra santa". Solo la pace è santa.

E a supporto della sua riflessione cita quel monumento alla nonviolenza che è la Pacem in Terris di Giovanni XXIII, insieme alle grandi lezioni di pace di Gandhi, Khan Abdul Ghaffar Khan, Luther King, Madre Teresa. Cita anche leader della nonviolenza come Leymah Gbowee, che insieme a migliaia di donne liberiane, attraverso incontri di preghiera e proteste nonviolente (pray-ins), ha favorito la conclusione della seconda guerra civile in Liberia.

Si ferma a riflettere sulla Centesimus Annus di San Giovanni Paolo II che ha scandito un fatto di straordinaria portata: il crollo del moloch sovietico senza spargimento di sangue, la fine di una infausta contrapposizione tra Est e Ovest del mondo (che purtroppo rischia oggi di rinascere) grazie a leader lungimiranti come Gorbaciov e Kohl che hanno saputo adottare una vera politica della riconciliazione e della non violenza.

Dalla politica internazionale, senza soluzione di continuità, Francesco passa a esaminare la causa vera della violenza: il cuore dell'uomo.

E' la famiglia in primis il luogo dove si percorrono I sentieri della non violenza. E' la famiglia il luogo in cui si impara la difficile arte del "prendersi cura dell'altro" e dove "i conflitti devono essere superati non con la forza ma con il dialogo". E dalla famiglia è evidente che la pratica della nonviolenza diventa una pratica politica.

E cosi siamo tornati al punto di partenza: la nostra politica malata.

Altro che disintermediazione. Il referendum ci consegna un altro insegnamento. Occorre moltiplicare i luoghi di vera e efficace mediazione politica. E questi luoghi non possono ridursi ai social media. Ma devono tornare "on the road". Sulle strade, sulle piazze, nelle reti sociali di cura. Senza partire dal sociale la politica si riduce a play station. Dove con un clic decido chi farà il candidato sindaco di Roma e con un altro cancello un leader politico che mi sta antipatico.

Davvero occorre reagire all'imbarbarimento della polis. Dalla famiglia ai luoghi in cui ci si prende cura degli altri e si cresce come comunità, occorre ricostruire una passione e un alfabeto nonviolento della politica. Ma anche rinnovati luoghi di efficace selezione della classe dirigente. Per essere costruttori di pace e di dialogo, accogliendo e costruendo relazioni di prossimità.

D'altra parte le più belle pagine della grande storia dell'impegno dei cattolici in politica sono state scritte proprio quando, durante il non expedit e prima del patto Gentiloni (1915), non potendo votare nè essere votati, si promuovevano reti di protezione sociale, iniziative cooperative e mutualistiche che hanno dato all'Italia il volto di paese accogliente e solidale. Un volto da recuperare. Riconciliando il sociale con la politica. E soprattutto puntando sulla formazione di una coscienza sociale. Senza coscienza sociale è difficile far politica in modo non violento. E la dottrina sociale della Chiesa con i suoi 4 principi fondamentali (dignità della persona, solidarietà, sussidiarietà, bene comune) resta un ingrediente essenziale per ogni processo di formazione politica. Sapendo che non stiamo parlando di astruse teorie, ma di un'azione sociale che si nutre e si ispira ad un pensiero sociale. Altrimenti si cade nei due limiti dell’attivismo e dell'intellettualismo. E tra I tanti limiti del nostro tempo c’è proprio la caduta della capacità di fare "opere sociali". Alle volte ci accontentiamo di fare gli spettatori delle lotte tra galli che sembrano ormai diventati i nostri talk show politici. Che se uno scopo hanno è proprio quello di coltivare un insano gusto per la violenza.

Davvero la nonviolenza è la cura per un mondo frantumato e per una politica che ha perso l'anima.
"Chi accoglie la buona notizia di Gesù - ci ricorda papa Francesco - sa riconoscere la violenza che porta in se' e si lascia guarire dalla misericordia di Dio, divenendo a sua volta strumento di riconciliazione"

E allora davvero, piuttosto che una politica urlata e violenta, potremmo scoprire la profonda verità del primato dell’unità sul conflitto.

Beninteso, il conflitto è il sale della democrazia. Ma non si vive di conflitto. E la politica deve essere capace di unire un Paese e di costruire un futuro di pace e di sviluppo.
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Lottare per una pace santa http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2195 Wed, 28 Dec 2016 17:14:50 +0100 Un messaggio, quello del papa, straordinariamente impegnativo per i credenti e per tutte le persone di buona volontà, che indica come indispensabile la scelta di una nonviolenza attiva, di una lotta pacifica. E che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia
Scrivere, come fa Papa Francesco, che i credenti devono fare della non violenza il loro stile distintivo nella società odierna, potrebbe apparire addirittura provocatorio: dinanzi a tutto quello che i mezzi di informazione ci documentano continuamente ed in particolare le immense radicali distruzioni di tante città e paesi del Medio Oriente, con orrende violenze e innumerevoli uccisioni delle persone che ancora vi abitano, mentre chi ha potuto è fuggito, abbandonando tutto, sembrerebbe davvero utopistico ipotizzare che si possa fare altrimenti che parteggiare o sostenere l’uno o l’altro combattente.

A furia di vedere tutto quello che avviene, ci stiamo perfino abituando a quanto è invece radicalmente inaccettabile e cioè al fatto che le guerre possano ormai consistere non tanto nello scontro fra eserciti ed armati, ma nella strage dei popoli ed anche nella distruzione sistematica dei luoghi nei quali l’uomo e le comunità hanno vissuto ed hanno costruito la loro piccola o grande storia.

Bisognerebbe, al contrario, ricordare quanto sostenne vigorosamente La Pira quando era Sindaco di Firenze, mentre vi erano gravi pericoli che le grandissime tensioni internazionali di allora potessero portare perfino all’utilizzazione degli armamenti atomici: non è lecito che si possa anche solo pensare di distruggere le città e cioè i luoghi nei quali per definizione si vive normalmente e dove si stratifica la storia dei popoli e delle civiltà. Perfino nel dramma delle guerre, occorre assolutamente contrastare chi intenda cancellare perfino le comunità ed i luoghi che rappresentano il frutto del vivere insieme: questo deve essere affermato pubblicamente e con energia in primo luogo dai buoni politici, che devono operare in questo senso, senza cedere alla stanchezza o alla rassegnazione derivante dalla evidente difficoltà di imporre limiti alla violenza ed alle distruzioni belliche.

Ma prima ancora dello scoppio delle guerre occorre assolutamente operare per la “pace santa” (non più guerre “sante”!), che va costruita ben prima che possa esplodere la guerra, programmarsi il terrorismo, o porsene le premesse, attraverso un’opera decisa, costante e paziente di confronto e dialogo fra tutti, attraverso vere “trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità”.

Il documento di Papa Francesco appare in realtà straordinariamente impegnativo per i credenti e per tutte le persone in generale.  Anzitutto perché l’uso della violenza viene radicalmente condannato, in quanto inefficace per conseguire il superamento dei problemi che dice di voler risolvere, mentre è causa, nel migliore dei casi, di “migrazioni forzate” e di “immani sofferenze” e, nel peggiore, della “morte, fisica e spirituale di molti, se non addirittura di tutti”.

In alternativa il Pontefice indica la necessità che i cristiani assumano consapevolmente “l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità”. Ma se l’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”, ciò tuttavia non significa arrendersi al male, ma opporre al male le soluzioni fondate sulla ragione e cioè costruite, come abbiamo già detto, “sul diritto, la giustizia, l’equità”.

In realtà Papa Francesco indica come indispensabile una “nonviolenza attiva” e cioè “una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia”, ma che è espressamente originata dalla necessità di impegnarsi e di lottare davvero, attraverso forti strumenti di pressione sociale, per conseguire fini di giustizia, purtroppo assenti in tanti contesti: non a caso, gli esempi storici indicati sono assai rilevanti, come la lotta per l’indipendenza dell’India, per la fine della discriminazione razziale negli USA, per la fine di una guerra civile in Liberia. Ma anche l’indicazione degli esiti dell’opera di Madre Teresa di Calcutta nel rimuovere gli inaccettabili diffusissimi silenzi sulla condizione di estremo bisogno di troppe persone, ridotte ad essere scarti della società, sta ad indicare quanto si possa (e si debba) mutare la realtà mediante il duro lavoro della lotta pacifica per la giustizia.

Da qui la responsabilità di formare nuovi quadri dirigenti capaci di instaurare rapporti chiari e rispettosi con coloro che abbiano diverse sensibilità ed interessi, ma davvero seriamente motivati a conseguire attraverso una vasta mobilitazione non violenta dell’opinione pubblica i ragionevoli obiettivi di giustizia che appaiono ineludibili nell’attuale contesto.
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