benecomune.net http://www.benecomune.net/ it Intervista a Luca Jahier: "Cambiare la narrazione sull'Europa" http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2243 Fri, 24 Mar 2017 09:40:05 +0100 Proponiamo un'intervista a Luca Jahier, Presidente del Terzo Gruppo "Interessi diversi" del Comitato economico e sociale europeo (CESE)
Il 25 marzo i leader europei si ritroveranno a Roma per ricordare i sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma del 1957. A suo avviso questo evento può essere un tappa per porre le fondamenta di un rilancio del progetto dell’Unione, divenuto tanto più urgente dopo eventi come la Brexit, la crescita dei partiti euroscettici e l’elezione di Trump.

Me lo auguro. In molti stiamo lavorando perché sia così. Oggi siamo sollevati dalla buona notizia delle elezioni olandesi. Il partito di centrodestra del premier Mark Rutte (Vvd, liberal democratico) ha vinto le elezioni politiche in Olanda conquistando 33 seggi ed è riuscito a mantenere una maggioranza relativa mentre il partito xenofobo è in una situazione di emarginazione: si è fermato a 20 seggi su 50 ossia meno dei partiti “xenofobi” di casa nostra. Juncker ha commentato dicendo: "un voto per l'Europa contro gli estremisti".

Mi sembra che lo spirito dei capi di governo che si sono riuniti in questi giorni sia quello giusto. Il parlamento europeo sta facendo un lavoro preparatorio eccellente. Indubbiamente vi sono molti nodi da sciogliere, su cui attualmente non si trova un accordo, ma è necessario un rilancio forte del progetto europeo in uno scenario sicuramente dominato da forti elementi di incertezza. Purtroppo in questi due anni la legislazione europea è stata sotto scacco di una prudenza che ha paralizzato l’azione. La prima parte della legislazione ormai è andata e restano solo due anni prima delle elezioni europee della primavera del 2019. L’UE ha legiferato molto poco per non disturbare il grande manovratore britannico con i risultati che abbiamo visto. In sostanza l’Europa si è messa in una situazione di stand by per due anni e mezzo evitando di intervenire in ambito legislativo per non ledere la sovranità nazionale dei singoli stati. Sembra che tutto sia rinviato a settembre, dopo le elezioni tedesche. Così però si rischia la paralisi, non si va avanti.

Il 2 marzo Juncker ha presentato al Parlamento europeo il Libro Bianco sul futuro dell’Europa per aprire una riflessione su come l'Ue a 27. Un documento, che secondo il Presidente della Commissione europea, deve costituire una base per la discussione al vertice di Roma del 25 marzo. La prima impressione è che, rispetto ai cinque scenari indicati, si chieda agli Stati Membri di sceglierne uno, senza indicare preferenze o priorità. In sostanza non si mette mano ad una riforma strutturale. Ci si attendeva qualcosa di più. Speriamo in un colpo d’ala a Roma ma ad oggi rimangono diversi dubbi sui tempi e si rischia seriamente di arrivare all’autunno nella situazione attuale.

Oggi all’Europa serve qualcosa di più. Serve una nuova tappa (dopo l’unione monetaria ed economica) caratterizzata da un’unione sociale che, valorizzando il principio di sussidiarietà, renda esplicita la dimensione della protezione. E’ necessario che su alcune politiche ci sia un cambio di passo. A partire dal tema della sicurezza e della difesa. L’Europa si deve far carico della propria difesa considerandola come un’occasione d’integrazione e anche di risparmio. Basti prendere, ad esempio, le politiche di gestione dei rifugiati per accorgersi che in Europa non ci si muova in una direzione comune ma si tenda a scaricare la gestione di questo tema sui paesi periferici. Inoltre sarebbe necessario un rafforzamento delle politiche economiche ed industriali che punti sull’economia circolare e sull’energia. Se l’Europa non sarà in grado di creare meccanismi di protezione dei sui cittadini si rischia di dare spazio a scelte e prassi estremiste.


Il CESE, istituito nel 1957 dai Trattati di Roma, elabora pareri su tutta una serie di questioni di portata europea, destinati al Parlamento europeo, alla Commissione e al Consiglio dei ministri. La commissione che Lei presiede, e il CESE nel suo complesso, su quali temi sta lavorando nell’ottica di rilanciare il progetto europeo?

Come CESE esprimiamo pareri su tutti i temi di interesse del Parlamento europeo. Cerchiamo di individuare gli spazi non sfruttati nei Trattati utilizzando lo strumento della cooperazione rafforzata. Come noto il CESE è composto da 350 membri proventi dai 28 Stati membri dell'UE che rappresentano molte categorie espressione interessi economici, sociali e culturali nei rispettivi paesi. La dimensione sociale è presente in 1/3 dei Trattati. Oggi è giunto il momento di sviluppare un pilastro europeo dei diritti sociali, che tenga conto della diversità delle società europee. Abbiamo dato parere favorevole sul pacchetto clima ed energia che ha raccolto le indicazioni della Cop 21 e che fissa l'obiettivo vincolante a livello dell'UE di portare la quota di consumo energetico soddisfatto da fonti rinnovabili almeno al 27% entro il 2030. Abbiamo giudicato positivamente il rilancio del pacchetto sull’economia circolare che come noto pone un nuova attenzione al ciclo di vita del prodotto: dalla produzione e il consumo fino alla gestione dei rifiuti. Un modello di economia che sperimenta nuovi modelli di produzione e di consumo. L’Europa è consapevole che non può costruire il nostro futuro su un modello "usa-e-getta".


Oggi l’Unione europea viene spesso considerata un intralcio e una delle cause delle difficoltà che imbrigliano l’azione dei Governi nazionali, rendendola poco efficace. Come mai? Si possono riconquistare i popoli ad un progetto europeo volto al futuro e ad una missione di pace e di sviluppo sociale nel mondo?

Dobbiamo cominciare ad intensificare il ritmo di messa in opera, in alcuni settori chiave, di decisioni e azioni che rispondano alla domanda di sicurezza espressa dai cittadini europei. Ad esempio in ambito economico va realizzato un più forte sostegno alle piccole e medie imprese che spesso hanno difficoltà ad accedere al credito. Servono delle politiche di merito in ambito sociale ed economico che rendano più efficienti ed efficaci i sistemi di controllo e che favoriscano la partecipazione democratica. In Italia ad esempio la riforma delle Costituzione, proposta da governo Renzi, andava in questa direzione cercando di superare il contenzioso Stato-Regioni. Questo discorso non riguarda solo l’Italia ma anche molti altri Paesi europei. Ad esempio sull’immigrazione esiste una legge europea che però non vien applicata. I Paesi hanno deciso di non applicarla.

E’ innegabile che alcune modifiche vadano realizzate. Sicuramente il fiscal compact va corretto e oggi dopo 5 anni si può fare con cognizione di causa. E’ necessaria una partecipazione strutturale e ordinaria dei parlamenti nazionali alle costruzione ex-ante delle decisioni del Parlamento Europeo. Dall’altro lato è del tutto evidente come i governi delle singole nazioni devono correggere il tiro superando un sorta di schizofrenia per cui quando si torna a casa, nelle sedi parlamenti nazionali, si spara a zero sull’Europa. La Gran Bretagna per trent’anni ha sparato a zero sull’UE e poi ha deciso di fare il referendum. Stesso discoro si può fare rispetto alle scelte di premier ungherese Viktor Orban e alle dichiarazioni inaccettabili del presidente turco che scaricano ogni responsabilità sull’Europa in tema di sicurezza.


Perché il progetto di costruire un'unione politica dell’Europa sta segnando una sorta di fallimento? Cosa sta minando il progetto dell’unione monetaria ed economica dell’Europa?

Io non parlerei di fallimento. No è un termine appropriato. Quello che è certo è che bisogna cambiare la narrazione sull’Europa. I passi avanti sono stati enormi. L’UE ha messo in campo strumenti finanziari senza precedenti. Ha messo sul tavolo per salvare dal disastro finanziario e dal debito pubblico paesi come la Grecia, 2 mila miliardi di euro. Una cifra superiore di 3 volte al bilancio dello Stato greco. Sicuramente è necessaria una riflessione sull’architettura istituzionale dell’Europa e sulla velocità del processo di integrazione. Ci sono dei rischi di rottura e senza dubbio bisogna farsi carico degli sprechi. Vi sono sicuramente elementi di presenza. Come afferma lo studioso Mario Telò il regionalismo politico sta aumento in tutto il mondo e forme di integrazione regionale sono aumentate di dieci volte rafforzandosi soprattutto sul versante del Sud-Est asiatico e dell’Africa. In ambito europeo il CEFTA si muove in questa direzione e poi è quella delle cooperazione rafforzata. Oggi l’integrazione europea rappresenta il punto più avanzato di questo processo.


Come è possibile rinnovare e rilanciare il patto fondativo che è alla base dell’UE? Che ruolo può avere il recupero delle radici cristiane?

Credo ci sia la necessità di lavorare su tre direttrici. In primo luogo è necessario un recupero serio e non ideologico delle ragioni fondamentali dell’Unione Europea (artt. 1,2, 3 del Trattato). Credo sia necessario rileggere insieme la qualità del sogno europeo. Penso alla dichiarazione di Schuman o al Trattato di Lisbona. La prima direttrice è quella della ricerca della sostenibilità, della promozione dei diritti, della pace, del progresso sociale e civile.

La seconda direttrice è quella che porta a fare un ragionamento politico nei parlamenti nazionali sulla questione della sicurezza e del peso economico dell’Europa. Siamo di fronte ad un situazione di oggettiva fragilità sul fronte Est – si pensi al rapporto Russia-Ucraina - e sul fronte Sud. Putin e Trump si muovono sicuramente in una logica aggressiva e di competitività che va in qualche modo arginata. Dobbiamo capire se abbiamo argomenti e ragioni per stare insieme tenendo conto che le nostre economie producono meno del 25% del PIL mondiale. Bisogna rispondere alla gente rispetto al tema della sicurezza. Credo sia necessaria una nuova narrazione sull’Europa, più positiva improntata alla fiducia.

La terza direttrice è quella culturale. La cultura è un bacino di energia di fronte alle grandi tragedie che stiamo vivendo. Il vero e il bello possono essere un grande veicolo di rilancio dell’Europa. Per questo ho lavorato insieme a Silvia Costa e a Federica Mogherini perché la Commissione europea presentasse al Parlamento europeo e al Consiglio per la designazione del 2018 quale anno europeo del patrimonio culturale. L'obiettivo è mettere in evidenza il ruolo del patrimonio culturale dell'Europa nel promuovere la consapevolezza di una storia e di un'identità condivise. Bisogna ripartire dalla cultura perché questa è una leva che può aiutare l’Europa ad acquisire una nuova consapevolezza del patrimonio di cui è depositaria, che può alimentare una speranza nuova di fronte alla situazione di paura e incertezza che stiamo vivendo.
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In rete http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2242 Thu, 23 Mar 2017 16:01:01 +0100
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Europa, la nostra ultima reale utopia http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2241 Thu, 23 Mar 2017 12:58:39 +0100 Oggi bisogna rafforzare la nostra consapevolezza di essere europei per cui i confini non sono situati là dove il mondo finisce, ma proprio dove il mondo si chiarisce. Infatti lo spazio culturale dell'Europa è sempre stato più ampio dello spazio economico e politico...
Oggi serve rafforzare la nostra consapevolezza di essere europei per cui "i confini non sono situati là dove il mondo finisce, ma esattamente dove il mondo si chiarisce" (Christian Salmon).

Sarebbe bello pensare a quel 25 marzo 1957 come all'inizio di una storia irreversibile ed inattaccabile ma, dopo 60 anni, il dibattito istituzionale e pubblico è lanciato sulla confutazione dell'idea di Europa come luogo di governo e di comunità. Dalla scelta (termine non casuale) di coltivare spazi politici comuni aldilà dei confini nazionali, siamo passati ad un messaggio di costrizione che le regole continentali danno sulle policy dei singoli stati.

Se diamo uno sguardo alla storia del nostro continente, i decenni di pace sono stati pochissimi e solo l'Unione Europea è stata una garanzia per la convievenza pacifica. Oggi la "retorica populista" sta introducendo una dinamica nuova di separazione quando un leader rivendica una sorta di monopolio morale nella rappresentazione della realtà per la quale chiunque vi si opponga diventa nemico della gente. È il rigetto del pluralismo, dove le mediazioni sono tradotte come un impaccio.

La dinamica di rancore si sviluppa intorno ad alcuni concetti chiave sui quali scaricare le tensioni e far ripartire la giostra del conflitto. Sembra una dinamica astrusa, fuori dal tempo ma è assolutamente reale ad attuale. Regole, burocrazia, integrazione. Questi sono i feticci utilizzati da chi ha iniziato ad attaccare con violenza verbale il processo di integrazione europea, senza nessuna cura di analizzare in profondità le sfide che i processi economici globali ci pongono e per le quali è necessario ripartire dalla storia e dalla cultura europea.

Esattamente storia e cultura, perché anche noi europeisti convinti non riusciamo a declinare profondamente le ragioni dello stare insieme. "Lo spazio culturale del Continente è sempre stato più ampio dello spazio economico e politico" come scrive il saggista Christian Salmon. Invece abbiamo costruito lo storytelling europeo sui trattati economici, come se la creazione di un grande mercato fondato su una unione doganale e sulla libera circolazione delle merci e delle persone costituisse di per se' una visione salvifica. Adesso, però, cosa c'è di ispirato quando la politica e la pubblica opinione si confrontano, in gergo burocratico, su tappe, compensazioni, deficit? Ancora peggio: per quanto continueremo a cercare di definire, con conseguenti conflitti, l'identità culturale dell'Europa senza tenere conto che Dante, Joyce, Picasso, Pasolini mescolavano tempo, spazio ed hanno attinto fuori dalle frontiere identitarie.

Allora, se proviamo a dare questa chiave di lettura al futuro politico del continente per i prossimi cento anni diventa sempre più urgente uscire il più velocemente possibile dalla logica del momento per cui la politica legge e corregge trascinata solo dalla contingenza. Le ricette costruite con questi criteri sono destinate ad essere superate dalla società ancor prima che vedano la luce. Le sfide del nostro futuro sono tre e tutte legate indissolubilmente: mantenere la pace e promuovere la convivenza tra popoli, abbattere le disuguaglianze economiche e di accesso alla cultura e alla educazione, salvare il pianeta dalla mano invasiva dell'uomo.

Gli strumenti del passato non sono più sufficienti per garantire la pace. Le nuove dinamiche mondiali che vedranno Cina e USA (con la presenza attiva e ambigua della Russia) confrontarsi sul piano della leadership mondiale aprono spazi di politica impressionanti. Il protagonismo europeo, unico interlocutore che potrebbe essere capace di equilibrio, sarà fondamentale. Non solo, quindi, l'organizzazione di un sistema difensivo europeo integrato (finalmente) ma anche una presenza unica all'interno della NATO per bilanciare il peso di un America che cambierà segno nelle relazioni con l'Europa, scommettendo sulla sua disgregazione. Una presenza di stabilità sempre più forte nel continente africano perché, aldilà della retorica, sarà la vera sfida per una crescita globale giusta e nella pace in un continente cruciale anche per il futuro economico e demografico dell'Europa.

Poi c'è la grande questione del governo dell'economia mondiale: rimanere uniti è l'unica speranza contro una dinamica nazionalista che porterà solo minus nelle economie dei singoli stati. Come è possibile pensare di passare da un governo sovranazionale che media con potenze molto più coese, demograficamente ed economicamente forti, ad una serie di accordi tra nani e giganti che avvantaggeranno solo i secondi? Questo però non può significare investire solo per essere competitivi: il pilastro economico, come abbiamo visto vero motore e motivo dell'integrazione europea, deve agganciarsi al pilastro sociale che permetta a tutti i cittadini europei di riconoscersi tali: educazione, cultura e sostegno. Gli Stati diano gli strumenti all'Unione Europea per raggiungere l'obiettivo della consapevolezza, perché non sono più sufficienti i progetti Erasmus a costruire integrazione.

Anche se la sensibilità ambientale è notevolmente cresciuta negli ultimi anni, il modello economico e i governi delle potenze mondiali fanno pensare ad una incredibile retromarcia sugli obiettivi e gli standard che faticosamente erano stati fissati. Solo l'Europa più tenere la barra dritta sul mantenimento degli impegni presi e, soprattutto, nell'innalzamento degli standard produttivi ambientali. Ci carichiamo sulle spalle un problema di dimensione planetario ma, a quanto pare, siamo gli unici che ne comprendono il valore. Per questi obiettivi i trattati non sono sufficienti e chiedono una rivisitazione, come auspicato dallo stesso Presidente Mattarella nel suo discorso alle Camere.
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La mobilità e il sogno dell'Europa http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2240 Thu, 23 Mar 2017 11:53:55 +0100
Come sarebbe questa Europa, se gli oltre dieci milioni di cittadini comunitari che vivono in un paese dell’Unione diverso da quello in cui sono nati fossero una nazione a sé? Se potessero eleggere un loro parlamento, dei loro rappresentanti, se la loro voce avesse un peso nella crisi di oggi?

Come sarebbe questa Europa se, anche solo più banalmente, questi dieci milioni di cittadini avessero la percezione del proprio posto nella Storia e remassero tutti in una stessa direzione? Se a loro si aggiungessero tutti coloro che all’estero hanno fatto una breve o meno breve esperienza, ma poi sono tornati nel loro paese? E quelli che, in tutto questo movimento, magari si sono sposati, e hanno avuto dei figli bi-cittadini? E quanti milioni saranno, tra pochi anni, gli europei con una doppia cittadinanza in tasca, magari sin dalla nascita, come mio figlio?

Tra sessant’anni, saranno di più coloro che avranno vissuto questo genere di esperienze o quelli che non le avranno vissute? Ed ora, in mezzo al guado, come rispondere ai cori di sirene che ci vogliono riportare a riva? E quella riva, poi, tra l’altro, esiste ancora? Quel concetto, di Stato Nazione, ha viaggiato anche lui. Possiamo ragionevolmente pensare che possa tornare nei suoi confini?

Questo viaggiare, abbiamo imparato a chiamarlo con un nome, forse meno romantico, non sempre associato a casistiche fortunate: mobilità.

La mobilità è forse il frutto più evidente e bistrattato di questa nostra Unione. Più evidente perché l’abbiamo voluto intensamente e perché una generazione, la mia, l’ha spremuto fino a trovare normale continuare a militare in associazioni e partiti italiani pur vivendo all’estero, tenendo insieme due fili del viaggio e spesso tessendone una propria tela originale.

Più bistrattato, perché in questo viaggio tanti altri perdono le radici e l’appartenenza, e smettono di darsi da fare in un contesto collettivo, perché non conoscono a sufficienza i codici del paese d’adozione e/o perché recidono i legami con i codici del paese d’origine (spesso pieni di stizza per il modo in cui sono stati trattati, ci dicono gli studi, nel caso dei giovani italiani che emigrano).

E tanti, troppi, di quei più di dieci milioni di europei che vivono in un paese diverso da quello di nascita, finiscono per essere sospesi tra due mondi, senza riuscire a far sentire la propria voce né qui né lì e, soprattutto, non nell’Unione Europea. Nessuno ha mai detto loro che emigrare non necessariamente deve fare rima con ripiegarsi nel proprio privato, anche se ovviamente una prima fase di assestamento è necessaria. Nessuno spiega a chi parte come trovare l’aiuto dei connazionali all’estero, o che come cittadini comunitari abbiamo tanti diritti, per esempio quello di votare alle elezioni comunali e di scegliere, per il Parlamento Europeo, se votare per candidati del paese di origine o di residenza.

Cioè i frutti dell'Europa della mobilità rischiano di non essere colti perché si è piantato il seme, ma non si è predisposto il raccolto. Possiamo permetterci questo spreco, visto il contesto? E se non possiamo permettercelo, come evitarlo?

Da aclista non posso non pensare al ruolo dei famosi “corpi intermedi”: moltiplicare per i nostri militanti le occasioni di toccare con mano l’esperienza dell’Europa, nella profondità della sua storia di guerre, e poi per fortuna di pace stabile, con la prospettiva di una normalità raggiunta, che è quella di poter considerare tutto il territorio Comunitario come il luogo dove esprimere i nostri talenti e la nostra affettività, così come potremmo farlo in qualsiasi città italiana diversa da quella d’origine. Come fondatrice di Exbo, rete di bolognesi nel mondo, progettando (così come anni fa agganciammo alla questione della cittadinanza italiana all’estero, il tema della cittadinanza italiana per chi viene dall’estero) un incontro sulla mobilità intra e extra Italia, per lavorare insieme sui punti politici comuni delle esperienze, “normalizzare” l’esperienza dell’estero, e fare avanzare il più possibile le amministrazioni nella considerazione dei giovani in mobilità (votare e partecipare è complicato per noi all’estero, ma anche per chi vive fuori sede in Italia…).

Come presidente della Commissione Nuove Migrazioni e Generazioni Nuove all’interno del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero creando ponti coi nostri confratelli degli altri paesi dell’Unione (portoghesi all’estero, francesi all’estero...), come ci siamo impegnati a fare anche in sede di Commissione territoriale Europa e Nord Africa dello stesso Consiglio, magari partendo proprio dalle grandi metropoli in cui collettività di tutti i paesi dell’Unione vivono stabilmente da tempo, fondendosi nel tessuto sociale urbano, ma senza dimenticare i contesti non urbani, spesso più sinceramente europeisti, grazie a tradizioni di gemellaggi, scambi, perché no, pellegrinaggi medievali....

E questo, per elencare solo le prospettive ristrette del mio operare quotidiano. Ma una volta scosso l’albero dei frutti della mobilità, il raccolto resterà ancora da fare, perché si sposterà su un terreno politico. Quante strutture sono disposte a valorizzare le esperienze di mobilità all’interno delle proprie compagini? Quante liste alle amministrative, alle regionali, alle politiche, alle Europee penseranno, finalmente, a lasciare un piccolo spazio di espressione anche a chi ha vissuto l’Europa e la può testimoniare con la propria vita e il proprio sguardo? Non sono certo vie nuove. Una critica feroce a tutti i partiti, diciamo, Novecenteschi, che avrebbero potuto già pensarci e farne un tema da tempo, ha la sua legittimità. Ma l’orizzonte dei nuovi movimenti, che nascono come potenziale alternativa ad essi, non mostrano certo una vocazione spiccata per queste tematiche.

Eccoci qui, dunque. Con frutti maturi sull’albero che l’agricoltore non vede nemmeno. Forse queste tempeste (che a mio avviso non sono nemmeno i populismi o le minacce terroristiche, ma, a monte, una perdita del senso del vivere insieme) servono davvero a far cadere per terra una parte del raccolto perché qualcuno si decida a organizzarne il salvataggio. O magari, visto che nella parte della mela spiaccicata al suolo non mi ci vedo, queste tempeste serviranno a sfrondare un po’ di foglie e aiutare a vederci meglio. Sicuramente se non saremo noi per primi ad associarci e a risplendere al sole con la nostra grinta e le nostre proposte, limitiamo di gran lunga la possibilità di un riconoscimento. E questo, ovviamente, vale per tutti. Per chi vive all’estero (che di modi per impegnarsi ce ne sono, non fate gli struzzi!) come anche per chi non ha avuto certo bisogno di passare le frontiere per sentire nel proprio cuore l’urgenza dell’incontro con l’Altro e per capire che, nel contesto geopolitico mondiale, marciare da soli, significa perdersi nel bosco, non guadagnare un raccolto in più.
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Europa patrimonio dell'umanità http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2239 Thu, 23 Mar 2017 11:52:30 +0100 L’Europa, spazio di civiltà e di diritto, è una realtà unica nello scenario internazionale, sia sul piano giuridico-istituzionale che su quello culturale. Un patrimonio che ogni cittadino europeo dovrebbe sentire la responsabilità di difendere e consegnare al futuro.
Il persistere della crisi economica, il costante incremento dei flussi migratori e l’imperversare del terrorismo hanno moltiplicato la paura delle società occidentali di perdere privilegi, welfare e sicurezza e hanno messo in evidenza l’incapacità di governare fenomeni di portata globale da parte delle istituzioni europee.

La mancanza di una politica estera comune e di una visione condivisa del futuro ha determinato un pericoloso irrigidimento dei rapporti tra i Paesi membri, un’esasperazione delle politiche di austerity, il moltiplicarsi dei fenomeni di nazionalismo da parte di espressioni politiche locali e, in ultima analisi, la crescita esponenziale di un sentimento di disillusione e scetticismo rispetto alla tenuta complessiva del progetto europeo.

L’Europa, nata all’indomani della seconda guerra mondiale attraverso l’apertura dei confini tra gli Stati membri per la libera circolazione di lavoratori, capitali, merci e servizi, si ritrova nuovamente divisa e frammentata, percorsa dalla necessità di rimarcare spazi e confini nazionali. A sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma del 1957 i confini tra i Paesi europei si sono moltiplicati. Non solo i confini di filo spinato e i muri a presidio delle frontiere, ma anche i confini di matrice politica, economica e culturale.

Parlano alla pancia della gente la propaganda nazionalista e la politica populista funzionale al consenso, che guadagnano celermente spazi ad ogni nuova tornata elettorale. E con esse aumentano le istanze separatiste, i dietrofront e i distinguo su ogni progetto che necessiti di una qualche condivisione di mezzi e di fini sul piano politico-internazionale. In tale direzione può leggersi l’esito del referendum popolare sulla Brexit, che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Ma anche la svolta autoritaria e xenofoba dell’Ungheria di Orbán, l’ascesa in Polonia del partito conservatore di Kaczynsky e il crescente consenso del Front National di Marine le Pen in Francia.

L’Europa sembra aver dimenticato in fretta la lezione della sua storia recente, delle cause e (soprattutto!) degli effetti dei totalitarismi nella prima metà del secolo breve. Quella lezione che invece aveva animato gli ideali dei padri fondatori nella costruzione di un progetto comune per tutti i popoli europei. Ma quel progetto non può ora essere liquidato frettolosamente come un tentativo ardimentoso e fallimentare, un sogno troppo grande per essere realizzato, una parentesi nella storia del vecchio continente.

C’è bisogno di uscire dalla trappola della retorica disfattista, incapace di vedere l’enorme patrimonio che l’Unione Europea rappresenta. Se i Padri fondatori della prima Comunità Europea, quella del carbone e dell’acciaio, nata a Parigi nel 1951, potessero vedere il percorso che l’Europa ha compiuto in poco più di sessant’anni, ne resterebbero certamente sorpresi. A fronte della mancata realizzazione del sogno originario di un’Europa politicamente unita, potrebbero comunque riscontrare il positivo raggiungimento di quegli stessi obiettivi che all’indomani del secondo conflitto mondiale avevano mosso le loro aspirazioni, primo fra tutti una pace duratura tra i popoli del vecchio continente, in condizioni stabili di democrazia e libertà. Ma ancor più desterebbe in loro meraviglia l’ingresso nella nuova Europa della gran parte dei Paesi dell’area centro-orientale che, dopo la fine della guerra fredda ed il crollo dell’impero sovietico, hanno intrapreso importanti riforme in senso liberale e democratico.

Il progetto di una comune casa europea è stato lento e talvolta defatigante, costellato di successi insperati e clamorose battute d’arresto, ma i suoi risultati non possono essere dimenticati. Basti pensare alle conquiste ottenute in materia di libertà di circolazione, di parità di genere, di tutela della concorrenza e dei consumatori, all’istituzione della cittadinanza europea, fino al recente approdo ad una Carta dei diritti fondamentali giuridicamente vincolante e al superamento del cosiddetto deficit democratico che caratterizzava i Trattati istitutivi delle Comunità europee con le novità introdotte dal Trattato di Lisbona.

L’attuale assetto istituzionale dell’Unione Europea ha fondamenta democratiche più solide, grazie al potere d’iniziativa riconosciuto ai cittadini europei e alle maggiori funzioni e responsabilità attribuite ai Parlamenti nazionali e al Parlamento europeo. Poteri più rilevanti che si traducono, in ultima analisi, in una maggiore capacità dei cittadini europei di farsi ascoltare a Bruxelles e di incidere nella determinazione delle politiche europee su questioni che ci interessano tutti, come l’occupazione, l’ambiente, l’energia, la coesione sociale e territoriale, la tutela dei consumatori.

Né può dimenticarsi il premio Nobel per la pace assegnato all’Unione Europea nel 2012 per il ruolo svolto nei «progressi nella pace e nella riconciliazione» e per aver garantito «la democrazia e i diritti umani» nel continente. Un riconoscimento che oggi suona quasi come una lezione da re-imparare per le future generazioni europee.

L’esperienza europea ci ha insegnato, attraverso la pacificazione di popoli che si erano combattuti per secoli, che l’integrazione tra diversi è una sfida possibile. L’Europa ha saputo mantenere e valorizzare le differenze nazionali quali fondamento di apertura e solidarietà verso i popoli vicini, fattore di ricchezza e patrimonio da condividere. «Uniti nella diversità» non è solo uno slogan, ma anche un obiettivo da realizzare. Quella lezione non perde di significato ed, anzi, resta di assoluta attualità nel momento presente.

Forte del percorso compiuto finora, occorre dunque che l’Europa assuma uno sguardo lungimirante nell’affrontare le questioni che affollano l’agenda internazionale. Gli sforzi dei Paesi membri non possono limitarsi infatti agli obiettivi, sia pur rilevanti, proposti dalla Commissione europea nella strategia Europa 2020. Accanto ad una crescita economica “intelligente, sostenibile ed inclusiva”, attenta alla salvaguardia ambientale e ai bisogni sociali, occorre un nuovo progetto di riforma che interessi il novero delle competenze e gli strumenti d’azione dell’Unione.

È ormai condivisa l’esigenza che l’UE intervenga anche in materia di politica fiscale ed economica, oltre che monetaria, rafforzando parimenti il proprio bilancio e le possibilità d’intervento a fini redistributivi e di riequilibrio tra aree che presentano un diverso grado di sviluppo. È necessario, inoltre, il consolidamento di un modello sociale comune, a fronte dell’accentuarsi dei fenomeni speculativi che poggiano sulle differenze salariali e sindacali tra i lavoratori dei diversi Paesi membri.

Nemmeno può rinviarsi oltre uno sforzo congiunto sul piano della diplomazia e della difesa, che consenta ai Paesi dell’Unione di parlare con una sola – e più autorevole – voce di fronte alla comunità internazionale. Uno sforzo reso più urgente dai nuovi assetti geopolitici venutisi a creare con l’elezione di Trump e dalla necessità di rinnovare il dialogo e la collaborazione con il mondo arabo-islamico nell’area del Mediterraneo.

«L’Europa, se bisogna farla, è in funzione del pianeta» scriveva Lucien Febvre nel 1945. La storia gli ha dato ragione. Il mondo oggi ha sempre più bisogno di un’Europa consapevole dei propri valori e della propria civiltà, capace di difenderli e dotata degli strumenti necessari, non solo economici, per farlo. Si tratta di assumersi le proprie responsabilità nei confronti del mondo in termini di promozione della pace e cooperazione con i Paesi in via di sviluppo.

L’attuale generazione di leader europei si trova dunque ad affrontare sfide non meno complesse di quelle che solo qualche decennio fa investirono Monnet, De Gasperi e Adenauer. È in gioco il futuro non solo dell’Europa ma dell’intero pianeta.

Per questo non sembra azzardato sostenere che l’Unione Europea, per la peculiarità delle sue istituzioni e l’unicità progetto sul quale si fonda, rappresenta oggi un vero e proprio patrimonio dell’umanità. L’Europa spazio di civiltà e di diritto, che oggi ereditiamo, è una realtà unica nello scenario internazionale, sia sul piano giuridico-istituzionale che su quello culturale. Un patrimonio che ogni cittadino europeo dovrebbe sentire la responsabilità di difendere e consegnare al futuro.
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Pensare il futuro dell'Europa coinvolgendo i cittadini http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2238 Thu, 23 Mar 2017 11:16:26 +0100 Per definire il futuro dell’Unione, occorrerà un dibattito articolato che coinvolga i cittadini, i movimenti di opinione, i partiti politici e che stimoli i governi degli Stati, ciascun Parlamento nazionale, le assemblee legislative regionali e il Parlamento Europeo, con un dialogo fra delegazioni parlamentari...
Tre sono gli elementi che costituivano l’essenza politica dei Trattati di Roma:
- La ragion d’essere della “comunità”, non unione di Stati ma anticipazione di una struttura politica destinata a potenziarsi nel tempo e a creare un’entità irreversibile, diversa dagli organismi internazionali che considerano intangibile la sovranità nazionale, non ancora modello federale e tuttavia concepita come primo passo verso questo modello;
- la pace, non solo per mettere fine a rivalità secolari fra i paesi membri ma come obiettivo primario in una dimensione universale;
- i “popoli” come destinatari di politiche e azioni per i quali dovevano essere poste le basi di una “unione sempre più stretta” al fine di “assicurare il progresso economico e sociale…attraverso il miglioramento delle loro condizioni di vita e di occupazione”.

Negli ultimi dieci anni le politiche economiche e finanziarie dell’Unione hanno frenato il progresso e peggiorato le condizioni di vita e di occupazione dei suoi cittadini; l’inazione internazionale dell’Unione ha contribuito all’estensione dei conflitti nei paesi vicini; il ruolo prevalente del Consiglio europeo e gli egoismi fra gli Stati hanno reso l’Unione simile a un organismo internazionale paralizzato dalle sovranità nazionali. Così l’entità creata a Roma nel 1957 rischia di essere reversibile e di perdere la sua essenza politica originaria.

Il processo di integrazione europea è da tempo paralizzato perché l’ingranaggio inventato con il metodo funzionalista si è bloccato e non è più in grado di permettere all’Unione di raggiungere gli obiettivi che erano stati iscritti nei trattati fondatori (in particolare il mercato interno che alle quattro libertà originali di circolazione ha aggiunto anche il nuovo principio della mobilità) ma soprattutto i nuovi obiettivi iscritti nel Trattato di Lisbona: la pace nel mondo, la piena occupazione, lo sviluppo sostenibile, la diversità culturale, la solidarietà, la coesione, la protezione dei cittadini.

Ciascuno di questi obiettivi, ai quali si dovrebbero aggiungere quelli che appartengono implicitamente ai valori ed ai principi fondanti dell’Unione europea (pluralismo, eguaglianza in particolare per le donne, tolleranza e rispetto dell’altro..), rappresentano un “bene comune” o un “bene pubblico” in alcuni casi sottoposti ai rischi della concorrenza e della non-esclusività ed in alcuni casi non concorrenti e non esclusivi. Nell’uno e nell’altro caso, i beni comuni o pubblici richiedono una governance adeguata al livello in cui si pone la questione della garanzia per i cittadini della fruibilità di questi beni/risorse e hanno bisogno o di strumenti finanziari all’interno del bilancio o di strumenti legislativi all’interno di diritti collettivi (diritti individuali esercitati collettivamente o diritti collettivi tout court).

Il fatto che questi obiettivi non siano stati raggiunti o rischino di non essere raggiunti è all’origine delle crisi che vivono le nostre società (crisi finanziaria, energetica, ambientale, sanitaria, culturale, democratica…) e del sentimento sempre più diffuso di perdita di identità fra i nostri concittadini

Molto può essere fatto senza intervenire sui Trattati vigenti. Una riforma vera e profonda del sistema dell’Unione appare ineludibile.

Il sistema europeo, i suoi meccanismi e le sue liturgie mostrano, ormai, svariate incongruenze. Non poche dipendono dalla sua impostazione originaria, mai veramente superata dalle numerose, successive modifiche dei Trattati, che induce gli europei a dubitare della piena legittimità democratica dell’Unione Europea. Altre sono diventate evidenti, negli ultimi anni, per effetto della devastante sequenza di crisi: finanziaria, economica, sociale e politica.

Incalzato dalle emergenze e nell’intento di affrontare la situazione e risolvere la crisi, il Consiglio Europeo ha progressivamente avocato a sé la maggior parte dei poteri decisionali, andando anche al di là dei compiti che gli sono attribuiti dai Trattati, ma senza essere capace di dare le risposte necessarie alle sfide attuali. In quest’Unione Europea che non ci soddisfa, si è così affermata distribuzione dei poteri, in buona sostanza, diversa da quanto ci dice la lettera dei Trattati e, comunque, inadeguata.

Una riforma dei Trattati è difficilmente immaginabile nel breve termine per due ragioni principali, ambedue importanti. In primo luogo, bisognerebbe che il cambiamento delle politiche economiche e sociali producesse i risultati attesi in termini di miglioramento della qualità della vita degli europei, soprattutto di coloro che vivono nei paesi in cui cresce il sentimento antieuropeo. In secondo luogo, occorre preparare bene tale riforma, con il coinvolgimento e un dialogo continuo, reale e aperto con le cittadine e i cittadini dell’Unione, con le associazioni rappresentative della società civile e con le forze politiche europee.

Il metodo abituale, con la sua priorità agli accordi fra i governi, non appare più consono ai tempi attuali e ancor meno a quelli futuri. Del pari, rischia di non rispondere agli auspici il metodo della Convenzione, convocata a prescindere da un vero dibattito europeo. Non basta definire gli elementi di un progetto di riforma del sistema dell’Unione; operazione realizzabile anche con l’ausilio di idonei gruppi di esperti per le varie materie. E’ indispensabile procedere in maniera pienamente trasparente e partecipativa.

Per definire il futuro dell’Unione, occorrerà un dibattito articolato che coinvolga i cittadini, i movimenti di opinione, i partiti politici e che stimoli i governi degli Stati, ciascun Parlamento nazionale, le assemblee legislative regionali e il Parlamento Europeo, con un dialogo fra delegazioni parlamentari. Bisogna avere un’ampia discussione e non sfuggire al contradittorio con gli euro-scettici e gli euro-critici, oggi apparentemente in gran numero. Va rigorosamente garantita la migliore e capillare informazione, tanto sul metodo quanto sui contenuti. A titolo di esempio, un luogo ideale per avviare un simile dibattito potrebbe essere costituito dalle Università, facilitando occasioni di confronto strutturato, aperte alla cittadinanza, alla società civile.

A valle, dev’esserci il lavoro redazionale del nuovo Trattato che abbia al suo centro il Parlamento Europeo in un dialogo costante con i parlamenti nazionali, lavoro su cui va preservata la massima trasparenza e pubblicità. Seguirà la fase deliberativa e quella delle ratifiche, secondo le procedure costituzionali di ciascuno Stato aderente. Alla fine è ineludibile un responso popolare, attraverso referendum in tutti i paesi, da tenersi contestualmente il medesimo giorno. Del resto, lo strumento referendario è già obbligatorio in molti paesi membri ed è politicamente imprescindibile in altri. Nel referendum le cittadine e i cittadini si esprimeranno espressamente sul nuovo assetto federale europeo, sulle sue regole costituenti e fondanti e sul superamento della dimensione degli attuali Stati nazionali.

Si tratterebbe di consultazioni popolari del tutto inedite. Se la fase preparatoria sarà sufficientemente coinvolgente ed efficace, verrà chiamato a esprimersi un corpo elettorale che, a quel punto, risulterà più coscientemente “europeo”, anche grazie alle discussioni e ai percorsi identitari evidenziati dalla presente relazione.

Nessuno Stato europeo può illudersi di riuscire ad affrontare da solo le grandi sfide globali: mondializzazione degli scambi e/o possibili crisi economiche e finanziarie globali; le diseguaglianze e la povertà, il cambiamento climatico, il degrado ambientale e le politiche energetiche; le dinamiche dei mercati finanziari, la fiscalità e la sua elusione; i crescenti flussi migratori, le politiche dell’asilo e dell’integrazione; la lotta al terrorismo e alla criminalità internazionale. E nessun’azienda europea, confidando solo nelle anguste risorse e nelle politiche nazionali, può competere con successo contro i giganti dell’economia globale.

L’obiettivo, l’esplicito traguardo della prossima riforma non può che essere una federazione europea: non un super-Stato, bensì una Comunità federale. E’ difficile, probabilmente impossibile, arrivarci emendando gli attuali Trattati: va predisposto un nuovo Trattato che doti tale entità delle opportune competenze esclusive, in tutti i settori dove l’azione dei singoli Stati risulti inadeguata, delineando un vero sistema costituzionale che le consenta di esercitarle con efficacia e metodo democratico.
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Intervista a Antonio Iodice: "Il populismo si combatte con più Unione Europea" http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2237 Thu, 23 Mar 2017 09:20:39 +0100 Istituto di Studi Politici “S. Pio V”


L'Unione Europea costituisce un beneficio per i cittadini europei?

Ondate di populismo che rischiano ormai di diventare fiumi in piena hanno gioco facile, ai nostri giorni, nell'addebitare all'Unione Europea ogni motivo di insoddisfazione, additandola come la causa di tutti i mali: crisi economica, perdita di migliaia di posti di lavoro, impoverimento del ceto medio, scivolamento di larghi strati della popolazione verso l'indigenza, taglio del welfare, sfiducia nella classe politica, forse persino il terrorismo internazionale e le catastrofi naturali trovano nell'UE la propria supposta origine. Non si tratta, solo, di un evidente insulto all'intelligenza umana, ma anche del venir meno del concetto di ‘responsabilità’ che già il Max Weber de La politica come professione ci ricordava dover essere necessariamente associato alla teoria e alla pratica politica, onde evitare che prevalga l'etica della “convinzione pura”, che favorirebbe - questa sì! - l'emersione di radicalismi ed estremismi. Alla domanda se l'UE sia (ancora) un beneficio per i cittadini è sufficiente rispondere, provocatoriamente, che essa rappresenti una necessità, una tappa inevitabile dell'evoluzione dello Stato-nazione. Non il traguardo finale, purtroppo, quanto uno step intermedio. Ecco, dovremmo rispondere - aumentando il livello della provocazione - che serve “più Unione Europea”, non meno!


L'UE è semplicemente un intralcio e una delle cause delle difficoltà che imbrigliano l'azione dei Governi nazionali, rendendola poco efficace? Come farebbe oggi uno Stato-nazione europeo a competere nello scenario globale?

Con il mondo multipolare dei nostri tempi non è più sufficiente “scegliere” tra il modello capitalista e quello socialista, che non esiste più, se non nella forma del capitalismo di Stato cinese. Paesi con risorse immense - dal punto di vista naturale, minerario, energetico, demografico - sono ormai diventati protagonisti dell'economia, non più semplici comprimari: l'India, il Brasile, la Corea del Sud, il Sudafrica, un domani il Sud-Est asiatico e le avanguardie africane. La Cina continua a crescere a un ritmo impensabile per i Paesi europei - anche se sarà fatalmente destinata ad aumentare il livello dei salari - mentre i Paesi del Golfo Persico ormai hanno acquistato una decisa autonomia in politica estera. Non si può prescindere da un'unione continentale: l'Europa, d'altronde, lo ha insegnato ad altre macro-aree, che si sono andate formando in Africa, Latino America, Asia. Sarebbe paradossale che proprio noi tornassimo indietro, magari alla dimensione “sovranista”, di cui in tanti si riempiono la bocca, come se fosse una rassicurante coperta di Linus.


Come è possibile rinnovare e rilanciare il patto fondativo che è alla base dell'UE?


Portandolo finalmente a compimento nella pienezza delle sue premesse e nella consequenzialità del proprio percorso storico, che in origine certo non si limitava alla dimensione economica e meno che mai a quella finanziaria, che oggi continua a condizionare completamente l'economia reale. La vita di una comunità, però, vuol dire ben altro: vuol dire solidarietà, vuol dire mutuo aiuto, vuol dire progetti comuni, vuol dire sicurezza. Vuol dire, soprattutto, valori condivisi, sicuramente plurali, ma non sbiaditi o addirittura taciuti, in nome di un male interpretato relativismo che produce società grigie, depresse e deboli, nelle quali, purtroppo, la vita sembra valere poco.


Che ruolo può avere il recupero delle radici cristiane?


Mi permetto di fare riferimento all'esauriente saggio di Flavio Felice all'interno de Per un nuovo inizio, il volume recentemente pubblicato con la curatela del sottoscritto e la volontà, da parte dell'Istituto, di indurre la comunità scientifica e la società civile a una riflessione sul progetto comunitario. Flavio Felice ricorda la pastorale europeista dei diversi pontefici, l'ispirazione tratta dalla dottrina sociale della Chiesa, il ruolo degli statisti cattolici, soprattutto l'evidenza per cui le radici cristiane sin dall'origine siano state il traghetto per l'inclusività, il rifiuto della guerra, la solidarietà, l'aiuto verso i più deboli. Anche dentro l'Europa unita ‘cristianesimo’ ha significato ‘libertà’: per questo motivo le comuni radici ebraico-cristiane e quelle greco-latine non sono in contraddizione, quanto complementari. Una lezione ancora più importante, ai giorni nostri.


Come si possono riconquistare i popoli ad un progetto europeo volto al futuro e ad una missione di pace e di sviluppo sociale nel mondo?


Sembra impopolare ricordarlo oggi, ma nel corso di questi sessanta anni popolazioni europee di diversa sensibilità politica - a volte con ideologie addirittura opposte tra loro - sono state convintamente europeiste, “a turno” oppure in contemporanea. Vogliamo forse dimenticare il grande anelito all'Europa pacificata che caratterizzò l'immediato secondo dopoguerra? Oppure la richiesta per un incisivo e autonomo intervento europeo, quando gli opposti imperialismi Usa e Urss esportavano i conflitti nelle rispettive aree di influenza? Dobbiamo ricordare come la destra - per la quale non nutriamo alcuna simpatia - abbia a lungo chiesto un'Europa protagonista, che non omogeneizzasse le identità nazionali e che fosse capace di emanciparsi dalla logica dei due blocchi contrapposti? Anche la sinistra, ancora all'inizio del Terzo Millennio e persino presso le sue più giovani generazioni, guardava con speranza all'Unione Europea, nel momento in cui il radicalismo islamico aveva compiuto il terribile attentato delle Torri Gemelle e gli Usa avevano risposto esacerbando il conflitto: diverse ricerche empiriche condotte presso i partecipanti al Forum Sociale Europeo di Firenze, nel 2002, descrivevano le aspettative per un'Europa che potesse guidare il mondo intero verso il traguardo della pace, ovviamente insieme a quelle autorità religiose, non solo cristiane, che non fossero affette dal virus dell'estremismo. Dove sono andati tutti quei giovani? Hanno radicalmente cambiato opinione? Sono irrimediabilmente persi, rispetto alla causa europea?

Pensiamo di no. Siamo fermamente convinti che vivano solo una fase di confusione e di incertezza, la stessa - peraltro - che a volte coglie anche noi. Per riconquistarli è necessario ripartire, a livello europeo, dalla pace e dai diritti. Un volume che l'Istituto di Studi Politici “S. Pio V” ha recentemente pubblicato (La costruzione della pace nell'Europa del secondo Novecento, curato da Umberto Gentiloni Silveri, Gianni La Bella e Stefano Palermo) riassume con completezza il binomio tra ‘pace’ ed ‘Europa’ lungo l'intera seconda metà del XX secolo. Una lezione per il presente e per il futuro, non solo un ricordo del passato.



Perché il progetto di costruire un'unione politica dell'Europa rischia di fallire?


Non si può dire che stia fallendo, ha subito sicuramente colpi potenzialmente ferali con la crisi economica del 2006-2007 e poi con la cosiddetta “Brexit”, ma non è stato annichilito. Lo dimostra il recente voto olandese, nel quale l'anti-europeista - oltre che xenofobo - Geert Wilders non ha avuto l'exploit che si temeva. Ovviamente, purtroppo, i voti pro-Europa sono meno “mediatici” di quelli “anti-” e fanno meno rumore, ottenendo un'attenzione inferiore a quanto meritano. Altrettanto ovviamente le altre votazioni attese per i mesi che verranno (Francia e Germania in particolare) descriveranno un quadro più nitido sul futuro dell'Unione. A tal proposito è bene precisare un aspetto: ‘Europa unita’ non significa un continente senza radici, svincolato dai confini, privo di valori. Non significa neanche un territorio esposto passivamente ai trafficanti di morte, che lucrano sulla disperazione dei migranti in fuga da guerre, persecuzioni religiose e fame.

Non significa, infine, un'unione sovranazionale che promuova la “guerra tra poveri”, europei contro migranti, tedeschi contro greci, italiani contro rumeni, tutti impegnati ad “arraffare” gli ultimi brandelli di uno Stato sociale che non esiste più. Se ciò accadesse gli anti-europeisti, i razzisti e i fanatici dell'autoritarismo avrebbero vita facile e l'Unione Europa conoscerebbe un'esistenza estremamente breve. No: il progetto politico del continente unito non può essere scisso da una profonda riflessione sui limiti da porre al capitalismo sfrenato, alla finanza che domina sull'economia, al calo drammatico dell'occupazione, al totale ritiro dello Stato dall'intervento nel mercato. La crisi economica che ci affligge ormai da quasi un decennio può ancora essere, paradossalmente, “un'occasione” per l'Unione Europea, se Bruxelles riuscirà a invertire la tendenza, fino a poco tempo fa premiante per i derivati e altre tipologie di speculazioni finanziarie, e indurre gli imprenditori e le imprese a produrre valore attraverso il lavoro e non la “finanza creativa”. Anche da qui passa il ripristino della fiducia verso la classe dirigente europea, esattamente come l'invenzione del welfare produsse, per gli Stati-nazione usciti in macerie dalla II Guerra Mondiale, un clima sociale favorevole, che si tradusse nei cosiddetti “Trenta [anni] gloriosi”.



Cosa sta minando il progetto dell'unione monetaria ed economica dell'Europa?


In un bel lavoro recentemente pubblicato dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, Il sistema monetario internazionale: dall’approccio egemone a quello multivalutario, i due curatori – Olga Marzovilla e Gian Cesare Romagnoli – ricordano come tanto l’era di Bretton Woods, quanto quella del dollar standard siano terminate, in favore di una stagione caratterizzata dal pluralismo valutario. All’interno di un sistema monetario pienamente globalizzato, i due economisti fanno notare come l’euro abbia oscillato in misura addirittura maggiore del dollaro, nonostante questo sia la moneta dello Stato da cui è partita la terribile crisi finanziaria dei mutui subprime. È la debolezza della governance comunitaria la motivazione di tale oscillazione, da cui la nostra ferma convinzione della necessità, per la politica, di tornare a “imbrigliare” l’economia all’interno di regole certe, eque e condivise. A coloro che pensano che ciò non possa accadere dentro l’UE rispondiamo che, al contrario, può avvenire solo dentro l’UE!
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L’Europa che vogliamo http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2236 Tue, 21 Mar 2017 08:58:37 +0100 Nonostante le difficoltà dell’Unione Europea nel rispondere alle sfide del continente e globali, abbiamo fatto passi avanti costituiti dall’approvazione di misure che tendono a tradurre l’idea di un’Europa capace di rispondere ai bisogni delle persone. il progetto dell’Unione Europea è percepito, fuori dall’Europa, come indispensabile al mondo.
Viviamo un periodo storico ricco di cambiamenti repentini, che hanno portato al superamento dello schema classico con cui si contrapponevano destra e sinistra. Gli avvenimenti politici dell’ultimo periodo (tra cui Brexit ed elezioni americane) hanno messo l’Europa (e l’Italia) di fronte ad una riflessione non procrastinabile sulla propria identità e sulla natura del progetto di società che vogliamo perseguire.

La globalizzazione, i flussi migratori, la situazione geopolitica internazionale ci dicono che abbiamo bisogno di elaborare una nuova visione del mondo ed un nuovo progetto di società. Abbiamo un compito particolarmente difficile: elaborare le rotte di navigazione per vivere il presente e costruire il futuro, in un momento in cui le mappe a nostra disposizione sono superate.

Elemento centrale della discussione politica non è più una semplice dicotomia destra/sinistra, semmai la riflessione su concetti come inclusione/esclusione, dialogo/chiusura, identità/alterità. A questo proposito, nei giorni scorsi, la Commissione Europea ha presentato il “libro bianco” sull’Europa. Un documento atteso, forse un po' deludente perché troppo schematico, didascalico e perché non riconosce sufficiente importanza al ruolo delle istituzioni democratiche europee. Esso, tuttavia, ha il pregio di aprire una discussione ampia sul futuro del Vecchio Continente, in un momento in cui emerge con forza come l’Europa non abbia saputo, nel complesso, essere all’altezza dei valori, dei sogni e delle speranze in essa riposti da coloro che erano usciti dagli orrori della guerra mondiale.

Abbiamo il dovere, oltre al diritto, di essere presenti in questa discussione
, facendo crescere alcune consapevolezze. Tra esse, quella che il progetto dell’Unione Europea è percepito, fuori dall’Europa, come indispensabile al mondo. l’Europa è vista come un punto di riferimento in quanto luogo in cui i Diritti sono stati garantiti e dove, negli ultimi sessant’anni, si è affermata una concezione del “vivere insieme” che mette al centro la pace, la democrazia, la protezione sociale, la sostenibilità ambientale.

A fronte di molte cose che vanno ripensate, dobbiamo dire con forza che nel mondo si guarda a noi Europei con l’aspettativa di un contributo e di una “presenza” indispensabili sulla scena internazionale. Certamente, le sfide dell’oggi impongono una strategia globale, perché travalicano, appunto, gli orizzonti nazionali. E l’Europa è l’unico strumento che noi europei abbiamo per recuperare sovranità. L’Europa ci tutela e ci fa essere “modello” di una particolare concezione del “vivere insieme”, che serve a noi e al mondo stesso.

Questi fattori ci chiamano ad una grandissima responsabilità
. Abbiamo il dovere di riflettere su ciò che non ha funzionato e che dunque va cambiato perché il progetto dell’Unione possa trovare nuova forza e freschezza. Dobbiamo procedere a un rilancio coraggioso dell’Unione, cambiando la direzione di marcia fino ad oggi seguita, caratterizzata da una governance politica spesso frenata da interessi intergovernativi da derive nazionalistiche e da una governance economica imperniata ancora troppo su austerità, ristrettezza dei bilanci, sia a livello nazionale che europeo, e poco su investimenti, sviluppo e crescita.

Assume dunque particolare valenza l’imminente vertice di Roma del 25 marzo 2017, per il Sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, un appuntamento che dovrebbe segnare un punto di svolta per un rilancio e un rinnovamento del processo di integrazione politica europea. Saremo chiamati nei prossimi mesi a definire gli sviluppi da dare al processo di integrazione e a definire che Europa vogliamo.

Non partiamo da zero in questo lavoro: infatti nonostante le difficoltà dell’Unione Europea nel rispondere alle sfide del continente e a livello globale, abbiamo fatto alcuni passi avanti costituiti dall’approvazione di alcune misure che tendono a tradurre concretamente l’idea di un’Europa che deve essere capace di rispondere ai bisogni delle persone. Passi avanti che hanno visto il nostro Paese protagonista.

Penso ad esempio: all’estensione del Piano Juncker, con il raddoppio di durata e risorse del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) e di cui l’Italia è ad oggi uno dei principali beneficiari; al Piano europeo per gli investimenti esterni, per un nuovo quadro di Partenariato con i paesi terzi nell’ambito dell’Agenda europea sulle migrazioni (che riprende in parte il Migration Compact presentato dall’Italia), in favore di investimenti per i paesi africani di maggiore flusso e transito; all’attivazione della Guardia di frontiera e costiera europea per la protezione delle frontiere esterne. Ed ancora: alla strategia che muove i primi passi verso un nuovo quadro di partenariato per la cooperazione, con un forte focus sul Mediterraneo centrale e sulla Libia, con il Piano d’azione di La Valletta, di aiuto pubblico allo sviluppo per l’Africa - in linea con le proposte italiane e il recente memorandum Italia-Libia - al fine di contenere la pressione dei flussi dall’Africa e sostenere la capacità libica di gestione delle proprie frontiere; all’adozione della Global Strategy per rafforzare il ruolo dell’Europa nel settore della politica estera, sicurezza e difesa, lanciata dall’Alto Rappresentante Mogherini. Ed infine al documento dei cinque Presidenti, che parte anche dalla necessità di una unione economica protesa verso politiche di crescita, di occupazione e di protezione sociale.

Dobbiamo dunque continuare nella consapevolezza che quanto fatto non è sufficiente e che non si può restare fermi, soprattutto dopo la Brexit e i venti populisti che soffiano sempre più forte. Bisogna andare avanti in una direzione precisa, che è quella dell'ulteriore e più coerente sviluppo del processo d'integrazione (anche a più velocità) e del rafforzamento della legittimazione democratica delle Istituzioni Europee. E’ importante rilanciare questo progetto per il futuro, non solo nostro, ma delle generazioni a venire, cercando di essere all’altezza della storia e del ruolo che il nostro Paese ha avuto nella costruzione dell’Europa. L’Italia, uno dei grandi Paesi fondatori, che crede tuttora nel progetto europeo, nonostante le sue evidenti difficoltà, deve essere protagonista della battaglia perché l’Europa cambi passo e adotti una diversa politica economica, basata su crescita e protezione sociale.

Penso infatti che se saremo capaci di ritrovare l’orgoglio europeo che abbiamo perduto e l'orgoglio italiano per il contributo che abbiamo dato alla costruzione europea, saremo anche capaci di rilanciare l’Europa e di fare in modo che ciascuno di noi la senta come la sua casa perché è una casa in cui si vive bene.
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