Benecomune.net http://www.benecomune.net/ costruire, condividere, promuovere conoscenza it L’Italia e il ridimensionamento. Come uscirne? http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1145 Wed, 01 Sep 2010 11:04:50 +0200

Leonardo Becchetti

Nel dibattito sul valzer dei dati economici estivi si discute di recessione, timida ripresa e si avanzano dubbi se la stessa sia a V o a W (la recessione e la ripresa seguite da un altro calo e un altro recupero). In altri termini, dobbiamo aspettarci un nuovo periodo di recessione prima di una ripresa più robusta? Guardando direttamente alla vita socioeconomica del paese e non ai dati giorno per giorno credo si debba piuttosto introdurre il concetto di ridimensionamento.

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Mai come quest’anno - e in fondo ad una certa distanza dal momento più acuto della crisi, addirittura in coincidenza dei primi avvisi di ripresa - gli italiani sembrano aver subito il colpo. Chiunque si trovi in una località turistica italiana e possa fare un confronto con gli anni precedenti ha immediata contezza del dato del CENSIS sul numero di italiani che non è andato in vacanza. Nessuna traccia di quel pienone e di quell’euforia isterica che trasformavano in sudate conquiste attività elementari come una cena la ristorante, costringendo a studiare strategie di sopravvivenza del tutto simili a quelle poste in atto nel resto dell’anno nelle grandi città. Non era mai capitato in passato trovare alberghi con presenze più che dimezzate e ristoranti desolatamente vuoti in un sabato di Agosto. Un dato inequivocabile - se escludiamo le città d’arte più note come Firenze, Roma, Venezia che godono della crescita del PIL mondiale e dell’aumento della classe media e della domanda turistica in tutti i paesi del mondo in crescita - è la sparizione delle code e di quella corsa alla spesa e al consumo “spensierato” che rendeva difficilmente accessibili in alta stagione molte località ambite.

L’euforia c’è ma è altrove e dobbiamo rassegnarci al nostro nuovo ruolo di ultimo anello della catena. Nell’ultimo decennio i leader della crescita sono stati Cina, India, Brasile, ma si sono distinti anche l’Africa che, come continente, è cresciuta stabilmente a tassi attorno al 5 percento e paesi OCSE come Australia e Nuova Zelanda con ottime performance perché legati alle materie prime o al ciclo economico asiatico. L’Europa è il fanalino di coda e all’interno dell’Europa dei 27 noi siamo gli ultimi con un tasso di crescita del PIL medio annuo negli ultimi dieci anni attorno allo zero contro una media superiore all’1 percento dei 27 e le punte superiori al 5 percento della Bulgaria. Insomma nell’ultimo decennio la decrescita in Italia non è stata un’ipotesi intellettuale ma la realtà dei fatti e il nostro paese ha rappresentato l’esempio modello della teoria della convergenza che predice che i paesi più poveri riducono il loro gap con i paesi a più alto tenore di vita crescendo ad una velocità maggiore dei secondi.
Per qualche tempo l’Italia è stata come Willy Coyote protagonista con Beep Beep dei famosi cartoni della Warner Bros, riuscendo a rimanere sospesa sul vuoto senza precipitare. Attingendo a livelli di risparmio e di ricchezza che ci pongono tra i primi in Europa e nel mondo siamo rimasti sospesi nel vuoto e, paradossalmente, abbiamo iniziato a precipitare (il ridimensionamento) proprio quando si affacciano all’orizzonte timidi segnali di ripresa. La spiegazione di questo apparente paradosso è che tutte le riprese, dopo le gravi crisi come quella finanziaria che ha colpito tutto il mondo, si portano dietro la memoria delle ferite pregresse e sono, nella prima fase, jobless, ovvero senza crescita di occupati. Le imprese non si fidano ancora, partono da capacità produttiva in eccesso e preferiscono aumentare la produzione prima di prendere scelte più costose e meno reversibili come quella di assumere nuova manodopera. Inoltre, sia le imprese che i consumatori non vedono ancora chiaro in termini di orizzonti futuri. Pesano il rischio di nuove ricadute, le incertezze profonde legate all’onere del debito pubblico nazionale e regionale e i possibili nuovi sacrifici cui saremo chiamati per tenere in equilibrio la finanza pubblica, lo scenario di maggiore incertezza, flessibilità e precarietà del mercato del lavoro che è ormai un dato strutturale.
Come si esce dal ridimensionamento? Bisogna guardare ad un esempio culturalmente più vicino a noi come il modello tedesco che ha chiaramente dimostrato la propria superiorità rispetto a quello anglosassone. Da una parte grande capacità di export, politiche industriali in grado di sostenere la ricerca e accompagnare la penetrazione del sistema delle imprese nazionali nei nuovi ricchi mercati dei paesi emergenti, un modello di relazioni di compartecipazione tra capitale e lavoro che ha consentito di sfidare con successo la competizione sul costo del lavoro dei paesi emergenti. Assieme al tentativo, di successo, di trasformare la sfida del clima in un’opportunità, con il grande sviluppo dell’industria delle fonti di energia rinnovabili e al non aver mai ceduto alla tentazione di smettere di costruire una società “decente” in grado di creare benessere non solo per i primi della classe.
Cosa ci allontana da questo modello? Due elementi principali. L’incapacità di costruire relazioni compartecipate, e non conflittuali, tra capitale e lavoro e la difficoltà cronica di fare e rispettare programmi di lungo periodo e di rispettarli. Senza questo elemento fondamentale purtroppo i nostri colpi d’ala e la nostra ben nota flessibilità e capacità d’improvvisazione non sono più virtù ma vizi cronici che minano la nostra credibilità a livello internazionale. 
Paese dei campanili, faremo un salto di qualità quando riusciremo ad appassionarci a queste sfide di lungo periodo evitando di impiegare tutte le nostre energie nei tanti derby sportivi, politici e sociali di cui amiamo dibattere perdendo di vista l’interesse generale. La via maestra resta quella di creare uno stabile consenso bipartisan su alcuni fondamentali blindando le scelte economiche chiave e rendendole inattaccabili dalla rissosità di parte. Servono uomini politici in grado far prevalere la saggezza sopra gli interessi di parte; lasciando aperto il confronto su temi sensibili come la giustizia, su alcune scelte economiche di fondo (pensiamo ad esempio ai progetti per lo sviluppo delle infrastrutture nel Mezzogiorno, alla lotta all’evasione e al rigore di bilancio) si deve costruire un accordo tra maggioranza ed opposizione.
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Non chiamiamolo amore http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1144 Fri, 30 Jul 2010 11:34:25 +0200

Maria Grazia Fasoli

Tra i numerosi motivi di inquietudine che attraversano questa afosa estate– dalla crisi economica all’instabilità politica- dobbiamo certamente annoverare i fatti di cronaca che a ritmo costante riguardano gesti di violenza e di furia omicida che hanno le donne come oggetto e gli uomini come sinistri protagonisti. Sembra un’epidemia, un’onda anomala che ha fatto impennare i numeri della violenza antifemminile, che erano già molto alti.

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Non sono mancate, accanto alla nuda cronaca, alcune analisi che hanno tentato di scrutare nell’abisso di questo fenomeno. Tentiamo anche noi qualche riflessione. Perché capire non vuol dire giustificare ma riportare comunque ad una misura di umana comprensibilità comportamenti che fanno viceversa dubitare del percorso che ha condotto l’essere umano fuori dai domini della bruta pulsionalità. Ma, innanzitutto, stiamo attenti alle parole che usiamo. Non chiamiamo questa violenza omicida “delitto passionale”. Le parole contano, e dicono il sentire profondo di una società, marcano i territori antropologici entro cui viviamo e rappresentiamo le esperienze. Le parole non sono neutre tantomeno neutrali.

In questi delitti la passione non c’entra. Non sono frutto di “amori sbagliati”o perfino eccessivi.
L’amore è una cosa troppo seria per tollerare confusioni e mistificazioni. L’amore tra un uomo e una donna, poi, ha una relazione così profonda ed essenziale con la vita- a partire proprio dalla sua nascita biologica- che il suo apparentamento con la morte è più “letterario” che sostanziale.
Eros e Thanatos sono una coppia simbolicamente feconda ma che andrebbe radicalmente ripensata e messa in discussione. L’amore che uccide si può chiamare ancora così? O piuttosto è il non-amore che –portato alle sue estreme conseguenze- non tollera che l’altro esista al di fuori di una struttura di dominio? Viene in mente quanto in modo insuperabile affermava Giovanni Paolo II nelle sua Mulieris Dignitatem a proposito di quella dignità della donna in quanto persona cioè essere “per sé” che è in relazione con un altro. Dignità dunque della relazione tra due persone che reciprocamente si riconoscono e si alleano in un progetto di vita che li unisce e li distingue nella comunione. Amore ha questa dimensione e questo respiro.
La cultura del possesso e della negazione dell’altro/a in cui siamo immersi ci fa banalizzare il male, come direbbe la Arendt, e chiamare delitto passionale quello che appartiene ai domini oscuri della malattia, del disagio e della disperazione. Abbiamo per questo il dovere di derubricare questi fenomeni di violenza sulle donne dall’orizzonte emozionale e di ricondurli per intero a quella sopraffazione che nasce dalla paura dell’altro, dal volerlo “possedere” come una cosa, dal non sopportare che sopravviva ad un legame malato. Dobbiamo continuare a ricordare agli uomini che è è proprio questo, ora  il momento opportuno per liberare la relazione con le donne da ogni residuo di brutalità, di distruttività, di abuso.
Dobbiamo soprattutto alle giovani generazioni trasmettere la cultura dell’alleanza tra uomini e donne in vista della vita e non della morte.
La responsabilità delle parole nasce anche da qui. L’amore è “passione” nel senso che sa anche passare attraverso la sofferenza e sa essere più forte del dolore. Sa sopportare che l’altro sia, viva .
Anzi: vuole che l’altro sia più di se stesso. Guardiamo perciò a questi fenomeni di morte come a ciò che è esattamente agli antipodi dell’amore e non una sua degenerazione.
Abbiamo il dovere di difendere uomini e donne del nostro tempo da tutto quello che li defrauda di questa possibilità e inesauribile ricchezza del loro incontro.
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Love Parade e l'ecologia della felicità http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1143 Tue, 27 Jul 2010 14:12:08 +0200

Leonardo Becchetti

La tragedia accaduta durante la Love Parade e la chiusura per droga e corruzione di locali che vanno per la maggiore in Italia hanno focalizzato la nostra attenzione su situazioni ed ambienti (gironi danteschi più che luoghi di spensieratezza e divertimento) che sollecitano alcune riflessioni. Quelle sviluppate in quest’articolo intendono percorrere la pista del buon senso più che della moralità.

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È un insulto all’intelligenza cercare la felicità dove non è possibile trovarne nemmeno l’ombra. Eppure sembra esserci qualcosa che spinge sempre più in direzioni sbagliate. Da una parte il desiderio sfrenato di competere in bellezza, denaro e popolarità; dall’altra lo sballo come ultima spiaggia, come doping necessario per darsi forza e puntellare la propria infelicità derivante dal non aver individuato una pista di senso nel proprio esistere.

Gli studi empirici sulla felicità (ma più semplicemente il buon senso) ci dicono che è del tutto evidente che, pur coltivandoci e non disprezzando nulla, non possiamo dedicare neanche un secondo della nostra vita a queste gare se vogliamo veramente essere felici. Sono gare nelle quali c’è spazio per uno solo o per pochissimi vincitori, nelle quali si finisce per invidiare chi sta avanti e per temere l’insidia di chi sta dietro. Dove anche se si conquista per un attimo la vetta si è subito scalzati da qualcun altro che insegue.
Aggrava la situazione il fatto che la popolarità si fonda oggi in gran parte su elementi del tutto labili e discutibili come l’aggressività in un dibattito televisivo o la capacità di fare qualcosa di eccentrico per catturare l’attenzione.  
Per non parlare della gara sulla bellezza dove l’impossibilità di mantenere il primato o le posizioni di testa è dettata dal semplice scorrere del tempo. Eppure ci scopriamo sempre più circondati da “malvissuti” di manzoniana memoria. Donne col volto tumefatto che non accettano il passare degli anni e che portano stampato il dramma  di volersi disperatamente aggrappare a qualcosa che passa.
Per capire cosa può durare nel tempo basta osservare con attenzione i settantenni o gli ottantenni che mantengono intatta loro voglia di vivere e quello che li anima. Sono tutti esperti di “ecologia della felicità” che hanno scoperto fonti di energia rinnovabile (altro che lo sballo): la serietà di una vita spirituale che ogni giorno rinnova; la fede e la relazione con il trascendente, il segreto di aver scoperto una o più relazioni di dono (nel privato o nel sociale) dove poter vivere la ricchezza del donare e del ricevere; il preoccuparsi del bene comune e il coltivare affetti con impegno e pazienza per ottenerne frutti (altro che inseguire le emozioni del momento); la passione della ricerca e della cultura per cercare le tracce della grandezza e della bellezza dell’universo e dell’opera dell’uomo sospinta dal suo desiderio di auto trascendenza. C’è pure qualcuno che “bleffa” aggrappandosi al giovanilismo del potere, ma anche lì le fonti della soddisfazione di vita sono fragili e basta un incidente di percorso per ritrovarsi come l’ultimo imperatore di Bertolucci costretto a fare il giardiniere dopo la rivoluzione maoista.
Forse la corsa allo sballo è sempre esistita ed oggi è soltanto ingigantita dall’asimmetria delle leggi della comunicazione che danno comunque più spazio agli eventi negativi rispetto a quelli positivi. Forse i giornali dovrebbero uscire con una nota a margine che dice che “nonostante quello che leggerete in queste pagine il 90 percento della popolazione ha trascorso lo scorso weekend serenamente con i propri cari” (e subito penseremmo ma che razza di notizia è) .
Solo qualche decennio fa poeti come Rabindranath Tagore scrivevano che la vita è la continua meraviglia dell’esistere. Come abbiamo potuto rovinare così profondamente questo modo gustare e contemplare quello che ci circonda ?
Tutti sappiamo che queste considerazioni non generano frutto semplicemente raccontandole di generazione in generazione. Ciascuno deve fare e disfare la propria vita esplorando strade e vivendo successi ed errori sulla propria pelle. Non possiamo che tifare perché intelligenza e buon senso prevalgano. E’ non è una questione di età
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Contibuti per un'agenda di speranza del Paese http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1142 Tue, 27 Jul 2010 14:08:46 +0200 Una costituzione economica e fiscale per lo sviluppo integrale di Flavio Felice 

«Non dimentichiamo che agli inizi della nostra storia repubblicana, quando la società italiana versava in non minori difficoltà, sapemmo dare un contributo essenziale all'evolversi delle relazioni internazionali, a partire dallo scacchiere europeo...

Cattolici e politica. Per una Settimana Sociale davvero lungimirante di Alberto Gambino

Il contributo dei cattolici italiani alla vita pubblica è irrilevante? E’ un dato riconosciuto che oggi le scelte della politica siano spesso condizionate da interessi di settori economici...

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Una costituzione economica e fiscale per lo sviluppo integrale http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1141 Tue, 27 Jul 2010 14:03:06 +0200

Flavio Felice

«Non dimentichiamo che agli inizi della nostra storia repubblicana, quando la società italiana versava in non minori difficoltà, sapemmo dare un contributo essenziale all'evolversi delle relazioni internazionali, a partire dallo scacchiere europeo. In questo momento è ancora una volta urgente riscoprire e sviluppare l'eredità della grande politica estera ed europea dell'Italia del secondo dopoguerra,

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dell’intuizione che fu alla base della Comunità europea del carbone e dell’acciaio [CECA, 1951, ndr] e ispirò la proposta di una Comunità europea di difesa [peraltro fallita: CED, 1951-1954, ndr], una politica ed una cultura che – guardando con realismo oltre lo Stato nazione – immaginarono ed edificarono tra l’altro le fondamenta di quella che oggi è l’Unione europea [CEE, Trattato di Roma, 25 marzo 1957, ndr] e che nacque come alternativa alla stagione segnata dalle pretese delle istituzioni politiche ottocentesche, che tanta responsabilità avevano avuto nei drammi della prima metà del Novecento». È questo uno dei passaggi chiave del documento preparatorio della quarantaseiesima Settimana Sociale dei cattolici italiani che si terrà a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre 2010. A tal proposito, intendo proporre una breve riflessione sul senso di tale richiamo istituzionale, alla luce di alcune illuminanti affermazioni presenti nel discorso di Benedetto XVI ai partecipanti al convegno promosso dalla Fondazione Centesimus Annus che si è svolto a Roma lo scorso 22 maggio 2010.

Ad un anno dalla promulgazione della Caritas in veritate, Benedetto XVI ribadisce che "Il bene comune è la finalità che dà senso al progresso e allo sviluppo". In definitiva, il Papa individua nel "bene comune" una cifra che possa qualificare una tipologia di sviluppo che non si limiti ad accrescere la produzione di beni materiali, ma che tenga conto anche di fattori intangibili, considerati indispensabili, in quanto prerequisito, anche alla produzione di ricchezza materiale. Il fattore intangibile per eccellenza è la promozione della dignità umana, una dignità che si esplica nella possibilità di esprimere nella libertà e nella responsabilità la propria vocazione a partecipare alle innumerevoli forme di vita sociale; dalla partecipazione politica a quella economica, senza escludere quella culturale. È a questo punto del discorso che Benedetto XVI introduce un tema ben presente in Caritas in veritate e che forse avrebbe meritato di essere maggiormente approfondito da parte dei tanti commentatori. Mi riferisco al tema della cosiddetta "via istituzionale" ovvero "politica" della carità (CV, 7). Il Papa lo spiega nel discorso del 22 maggio, affermando che "La politica deve avere il primato sulla finanza e l'etica deve orientare ogni attività". Si badi bene che il Santo Padre distingue il “primato” delle istituzioni politiche dal ruolo di “orientamento” dell’etica, non confondendo i piani. Dunque, alla politica – con le sue istituzioni – non si chiede l’orientamento delle attività economiche, ma di assicurare con metodo democratico (“cooperativo”) il funzionamento delle istituzioni che tutelino e promuovano le condizioni in forza delle quali gli operatori potranno assumere liberalmente quelle decisioni che migliorano le loro esistenze – se ad esempio ammettiamo che in economica di mercato la concorrenza contribuisce ad elevare il rapporto qualità-prezzo dei beni e dei servizi disponibili, allora, compito della politica sarà di stabilire le regole (possibilmente di rango costituzionale per sottrarle alla discrezionalità delle mutevoli maggioranze parlamentari) affinché tale principio sia tutelato e promosso contro i tentativi di limitarlo e di piegarlo agli inevitabili interessi particolari, pubblici o privati che siano. Allora, il primato della politica si traduce nella capacità di dar vita ad istituzioni che sappiano rispondere ai problemi dell'umana contingenza, offrendo gli strumenti che consentano di giungere lì dove i singoli direttamente non riescono ad arrivare, nel rispetto dei principi di poliarchia e di sussidiarietà verticale ed orizzontale. Per questa ragione, ci ricorda Benedetto XVI sempre nel paragrafo sette della Caritas in veritate, la "via istituzionale della carità" non è "meno qualificata ed incisiva" della via diretta. Il compito della politica, dunque, è definito primario da benedetto XVI in quanto comporta «il prendersi cura e l'avvalersi di un complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale mondiale, in modo tale che prenda forma di pólis, di città dell'uomo».
Oltretutto, Benedetto XVI sembrerebbe invitarci a non indulgere in una tanto retorica quanto enfatica, inutile e, alla fine, dannosa, declamazione del concetto di “bene comune” e precisa innanzitutto che tale concetto è in sé necessariamente plurale, declinando il “bene comune” in “beni”, di conseguenza, anche le istituzioni preposte al suo ottenimento è opportuno che rispondano al principio poliarchico e che siano articolate secondo il principio di sussidiarietà: «È allora decisivo che siano identificati quei beni a cui tutti i popoli debbono accedere in vista del loro compimento umano. E questo non in qualsiasi maniera, ma in una maniera ordinata ed armonica. Infatti, il bene comune è composto da più beni [corsivo aggiunto]: da beni materiali, cognitivi, istituzionali e da beni morali e spirituali, quest’ultimi superiori a cui i primi vanno subordinati».
A questo punto, analizzando il concetto plurale e, quindi, poliarchico di bene comune, si rende necessaria la distinzione fra il suo oggetto formale ed il suo contenuto materiale. Formalmente il bene comune non muta al variare delle circostanze, mentre il contenuto materiale cambia radicalmente. Oggi, ad esempio, il concetto di bene comune richiama l’attenzione delle istituzioni su aspetti del tutto ignorati nelle precedenti epoche: assistenza medica, autostrade, controllo dei tassi d’inflazione, istruzione pubblica, diritto al lavoro, bilancio dello stato in pareggio e la lista potrebbe andare ancora avanti, a seconda delle decisioni che, con metodo democratico (cooperativo ossia partecipativo: le teste si contano e non si tagliano), coloro che condividono le comuni sorti della società civile vorranno prendere per se stessi e per i propri “prossimi” (presenti e futuri). Ebbene, riflettendo sul contenuto materiale del bene comune – avendo come orizzonte di riferimento l’oggetto stesso della Dottrina sociale della Chiesa –, secondo le indicazioni di Giovanni Paolo II in Centesimus annus, n. 42, in un’economia sociale di mercato, la quale può essere definita come «un'idea di politica dell'ordine il cui scopo è di legare, sulla base dell'economia della concorrenza, la libera iniziativa con un progresso sociale assicurato proprio con le prestazioni dell'economia di mercato», dunque, un sistema che punti attraverso il mercato (e non contro o a prescindere da esso) ad una crescita prolungata e stabile, tra le altre istituzioni, si rende indispensabile una costituzione fiscale che contemperi ragioni di equità e di sviluppo.
Se alla politica spetta il primato sulla finanza e sull'economia, all'etica spetta il compito di orientare le scelte degli attori sociali. Alla “via istituzionale della carità” (la politica), dunque, compete la declinazione plurale del contenuto materiale del bene comune, conforme al suo immutabile oggetto formale, non in forza del potere coercitivo dello "Stato", bensì in virtù della prospettiva antropologica che innerva e qualifica eticamente le scelte di coloro che operano nelle istituzioni. In pratica, si assumono le categorie classiche del "liberalismo delle regole", si pensi alla tradizione ordoliberale tedesca, all'umanesimo liberale di un Wilhelm Röpke, di un Luigi Einaudi o di un Luigi Sturzo. È presente la consapevolezza che le virtù non si impongono per decreto, che un sistema che "renda impossibile il male" (CA, 25) rappresenta la sempiterna tentazione del “serpente” già stigmatizzata da Giovanni Paolo II; una sorta di fatale scorciatoia che ci protegga dai fastidi dell'umana contingenza.
È qui che entra in gioco un ulteriore argomento: le ragioni della democrazia. Esse, tanto per Giovanni Paolo II quanto per Benedetto XVI, sono di carattere etico: “il postulato della democrazia”, scrive papa Wojtyla, è “quello di formare società di cittadini liberi che insieme perseguono il bene comune”. Il bene comune più immediato è il riconoscimento reciproco delle regole del gioco democratico. Opportunamente Wojtyla ha fatto notare come alla base dell’organizzazione sociale israelita non ci sia Abramo, bensì Mosè, in quanto artefice di una particolare forma di stato di diritto in senso biblico, fondato sul decalogo dato da Dio al popolo di Israele. Il rispetto di quelle dieci regole fondamentali delineano un’idea di democrazia al centro della quale troviamo un limite invalicabile posto al Legislatore. Questi sarà soggetto alla legge e dovrà attenersi a regole che esprimono – per dirla con le parole della Dichiarazione d’Indipendenza (1776) delle tredici colonie americane – “verità di per se stesse evidenti, quali il diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità”. In occasione del pellegrinaggio a Piekary Slaskie il 29 maggio del 1977, parlando della dimensione propria dell’uomo, il cardinale Wojtyla ebbe a dire: «La Chiesa dei nostri tempi, per bocca dei suoi papi, ricorda questi diritti. Il servo di Dio Giovanni XXIII, nella fondamentale prima parte della sua famosa enciclica Pacem in terris, afferma che condizione di ogni pace è il rispetto dei diritti dell’uomo: dell’uomo! Dell’uomo, non del gruppo, non della classe, non del partito: dell’uomo! Sono i diritti alla verità, alla libertà, alla giustizia, all’amore. E proprio essi costituiscono il test di verifica dell’azione di tutti i gruppi e di tutte le classi, di tutti i partiti e di tutti i sistemi politici! Questa è la verità sull’uomo nel mondo contemporaneo!». Le terribili esperienze della storia hanno istruito l’uomo sul fatto che egli è il fine di tutti i sistemi politici ed economici e che le organizzazioni, lo stato e i partiti hanno un senso solo se servono ad accrescere la dignità dell’uomo.
Nella prospettiva della Dottrina sociale della Chiesa, allora, dire che la democrazia è il governo del popolo risulta del tutto insoddisfacente, così come appare inadeguato affermare che la democrazia si caratterizza e si differenzia da altre forme di governo per il rispetto della regola della maggioranza: non fu forse un parlamento regolarmente eletto a consentire la salita al potere di Hitler? Allora, chi sostiene la democrazia e “la via istituzionale della carità” – anche cristianamente intese e comunque mai canonizzate – non può non sottolineare l’importanza delle regole del gioco, che per alcuni sono norme dedotte dal diritto naturale, mentre per altri sono regole sedimentate nella storia e confermate dall’esperienza; regole e procedure che diventano istituzioni e consentono il doveroso consenso sul legittimo dissenso, l’unica possibile definizione di democrazia che ci metta al riparo dalla tentazione del serpente di voler prendere il posto di Dio.
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Dell’“albero storto”. Primi passi verso il federalismo fiscale http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1140 Fri, 23 Jul 2010 13:52:43 +0200

Gianluigi Bizioli

Adempiendo all’obbligo imposto dall’art. 2, comma 6, della l. 5 maggio 2009, n. 42, lo scorso 30 giugno il Governo ha presentato al Parlamento la Relazione sul federalismo fiscale che comprende un quadro generale del finanziamento degli enti territoriali e ipotesi di distribuzione delle risorse fra i vari livelli di governo. La Relazione assolve egregiamente la prima funzione, descrivendo compiutamente le cause e gli effetti negativi prodotti dalla centralizzazione della finanza pubblica.

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Tale analisi è corredata e supportata anche da un’ampia sezione analitica con dati riferibili ai trasferimenti di risorse alle Regioni e agli enti locali, nonché ai bilanci delle Regioni e degli enti locali.

Con riferimento proprio ai bilanci degli enti territoriali si evidenzia il maggiore sforzo, almeno per due ragioni. Da un lato, le Regioni e gli enti locali non adottano sistemi di rendicontazione omogenei, rendendo di conseguenza non comparabili i rispettivi bilanci. Dall’altro, in casi isolati (Calabria) mancava quasi integralmente qualsiasi rendiconto numerico della spesa. La Relazione si è fatta carico di risolvere tali problemi, rendendo comparabili i dati contabili e sopperendo, nel caso indicato, alla carenza di informazioni. Essa presenta dunque un serio e aggiornato apparato numerico in grado di confermare le conclusioni raggiunte nella parte descrittiva della Relazione.
Come si è già detto, appaiono condivisibili l’analisi e le conclusioni cui la Relazione giunge sullo stato attuale della finanza territoriale, ovvero sull’oggi. L’immagine utilizzata è quella dell’albero storto. La stortura, secondo la Relazione, deriva da due opposte tendenze: la centralizzazione delle entrate avvenuta con la Riforma tributaria 1971-1972 e il decentramento dei poteri di spesa, soprattutto a favore delle Regioni. Questo ha prodotto una netta separazione fra la spesa e le entrate, rendendo gli enti territoriali sostanzialmente irresponsabili nella loro azione. Più precisamente, solo “il Parlamento poteva decidere, solo il Parlamento poteva tassare” e, quindi, solo il Parlamento poteva (può) dirsi responsabile di fronte ai contribuente, mentre gli enti territoriali detenevano (detengono) il potere di spesa. Questa asimmetria è ritenuta, dalla Relazione, la causa, non marginale, “della dinamica esponenziale del nostro debito pubblico”.
Una piccola digressione: il sistema finanziario italiano è descritto come l’unico sistema finanziario europeo quasi totalmente centralizzato. L’affermazione è inesatta, almeno con riguardo al Regno Unito che, ancora oggi, ha un sistema tributario rigidamente accentrato e un sistema di spesa decentrato (la c.d. devolution della Scozia, del Galles e dell’Irlanda del Nord).
Tirando le fila del discorso sull’albero storto, la centralizzazione delle entrate tributarie e un sistema di finanziamento degli enti territoriali basato sui trasferimenti statali sono la principale causa dello stato della finanza pubblica. E poiché l’albero non può essere tagliato o estirpato alla radice, la soluzione proposta è quella del federalismo fiscale, ovverosia quella di un maggior decentramento dell’autonomia tributaria. È bene sottolineare questo aspetto, perché è decisivo per le considerazioni che seguiranno. Il decentramento della finanza pubblica non è giustificato da una superiore efficienza di tale meccanismo nell’allocazione delle risorse, ma perché consente una riduzione e/o razionalizzazione della spesa, soprattutto regionale.
Dei due termini della questione, quello relativo all’autonomia tributaria delle Regioni e degli enti locali presenta i maggiori problemi. Per comprendere meglio la questione richiamo le conclusioni della Relazione: “il federalismo fiscale è l’unico modo che abbiamo per razionalizzare e controllare in modo efficace una parte vasta della finanza pubblica italiana. Dove per controllo si intende, oltre al nuovo meccanismo di stabilizzazione finanziaria, soprattutto il controllo democratico esercitato dai cittadini sui livelli di governo che sono più prossimi alla loro vita. Il controllo esercitato nella sequenza “vedo-voto-pago”. E, se non vedo, o se vedo ciò che non va bene, allora non voto”.
Se ben comprendo, il ragionamento alla base del federalismo fiscale italiano poggia sul controllo, ovverosia sul fatto che gli enti territoriali debbano render conto dell’uso delle risorse “proprie” di quel territorio. Quindi, in definitiva, il federalismo fiscale consisterebbe nel passaggio da un sistema di risorse derivate dal centro a un sistema di risorse proprie (o autonome) degli enti territoriali.
Per le Regioni l’elaborazione di qualsiasi proposta in argomento è in alto mare, ovvero per dirla con le parole della Relazione “è un processo in corso di elaborazione”. Aggiungo soltanto – rinviando per ulteriori indicazioni ai miei interventi su benecomune.net – che il divieto di doppia imposizione previsto dalla legge delega lascia pochissimo spazio all’autonomia tributaria regionale. In larga parte, dunque, anche dopo la riforma le Regioni saranno finanziate attraverso strumenti controllati dallo Stato.
Il discorso si fa più chiaro passando ai comuni. Le spese comunali verranno finanziate, dapprima attraverso il trasferimento del gettito dei tributi statali inerenti al comparto territoriale e immobiliare, e forse, in una seconda fase, attraverso un unico prelievo tributario. Trascuriamo questa seconda fase, di cui pochi sono gli elementi concreti. La scelta fatta dal Governo appare ragionevole e razionale, per almeno due ragioni. In primo luogo, perché unico è l’oggetto dell’imposizione comunale, il settore immobiliare. In secondo luogo, perché se si trasferisse effettivamente anche il catasto, i comuni sarebbero effettivamente i fautori del loro destino finanziario avendo nella loro disponibilità la base imponibile e le aliquote delle imposte sugli immobili.
Il vero problema insoluto resta quindi quello del finanziamento delle Regioni che, in termini quantitativi, pesa circa il 60% del fabbisogno degli enti territoriali e, dai cui bilanci, passano alcuni dei servizi sociali fondamentali della persona.
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Cattolici e politica. Per una Settimana Sociale davvero lungimirante http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1139 Fri, 23 Jul 2010 13:44:06 +0200

Alberto Gambino

Il contributo dei cattolici italiani alla vita pubblica è irrilevante?
E’ un dato riconosciuto che oggi le scelte della politica siano spesso condizionate da interessi di settori economici. Lo stato attuale dei partiti, ormai ridotti a vuoti contenitori elettorali, con scarsa capacità di elaborare proposte e contenuti politico-culturali, induce a maturare decisioni attraverso dialoghi diretti con soggetti portatori di istanze particolari. Ne risulta così svilito il ruolo proprio della politica quale luogo di rappresentanza degli interessi dei cittadini, specie delle fasce più deboli della comunità.
 

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Nei livelli territoriali, poi, questo stato di fatto implica anche una forte contaminazione tra consenso elettorale e appoggio di settori economici, finendo questi ultimi col determinare il successo della classe dirigente territoriale.
C’è un altro dato di fatto, complementare al primo, relativo alla percezione generale che la politica ancorata a critica, pensiero e ideologie abbia ormai inesorabilmente ceduto il passo al posizionamento pubblico di leaders che, con i loro vizi e le loro virtù, incarnano sentimenti e aspettative popolari. Questo modello partecipativo, più passivo che attivo (come se si fosse spettatori di un evento sportivo o a teatro), consente di registrare, con anticipo rispetto all’agone elettorale, attraverso sondaggi, il gradimento accordato dall’elettorato non tanto e non solo ad un’idea o ad un progetto di riforma, ma soprattutto ad un attore politico.
Entro tale orizzonte si è formata negli anni una classe dirigente prevalentemente dedita ad occupare gran parte della propria esistenza nella gestione della cosa pubblica. Il che non è di per sé negativo, ove il ruolo venga svolto con onestà e competenza, ma è facile che una presenza lunga e continuativa all’interno delle istituzioni porti a determinare scelte e decisioni non sempre al servizio del cittadino, essendo compresente l’obiettivo “vitale” di una conferma del proprio percorso istituzionale. E’ urgente allora affiancare al politico di professione una nuova generazione di politici “di servizio”, che possano convivere, nella reciproca stima, con i primi. Persone, cioè, dedite abitualmente ad un mestiere o ad una professione, che decidono di impegnarsi nella politica attiva e, se del caso, candidarsi con l’impegno ad una partecipazione “a tempo” nelle istituzioni, pur rimanendo coinvolti definitivamente nell’elaborazione dei contenuti e delle idee. In questo, il ruolo dell’associazionismo cattolico è decisivo.

E’allora ineludibile che la politica, e in particolare una politica che voglia essere davvero espressione di valori fondati sul primato della persona, riprenda temi e idee che innalzano il livello del confronto pubblico, elevandolo dalla mera composizione di interessi materiali, a grandi obiettivi di portata generale in grado di ispirare la partecipazione anche emotiva dei cittadini. I luoghi tradizionalmente radicati nell’alveo del magistero della dottrina sociale della Chiesa dovrebbero essere sede naturale di elaborazione di progetti istituzionali e sociali, attenta alle istanze dei settori più vulnerabili della cittadinanza, così da poter presentare proposte tecnico-politiche in grado di rispondere alla complessità dei problemi oggi sul campo.

In questa direzione il ruolo che “pensatoi” cattolici possono svolgere nella vita democratica del Paese, risente anche della metamorfosi delle scelte sempre più ancorate a contenuti tecnici, che spesso coprono interessi economici. Questa circostanza, assieme al progressivo affievolimento di valori e principi, richiedono la presenza di fortissime competenze, che risulteranno decisive anche nell’individuazione degli interessi reali sottesi alle proposte politiche. In questo senso la presenza sul territorio italiano di atenei universitari cattolici, con livelli di eccellenza e con intelligenze che quotidianamente si dedicano alla ricerca delle soluzioni più avanzate dei problemi specifici ai vari saperi scientifici, dovrebbe essere tenuta presente nella costruzione di una nuova stagione di rifioritura etica e sociale nella partecipazione alla vita delle istituzioni.

E’ una trama faticosa certo, per certi versi eroica, ma è l’unica in grado di ridare senso al contributo dei cattolici italiani all’impegno pubblico per il bene comune.

La 46esima Settimana Sociale dei cattolici italiani si terrà a Reggio Calabria tra il 14 e il 17 ottobre.

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Le vere ragioni della Tassa sulle Transazioni Finanziarie http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1138 Fri, 16 Jul 2010 10:16:23 +0200

Leonardo Becchetti

Articolo pubblicato sul Sole24 Ore del 7/7/2010

Con gli articoli di Sabato 3 e domenica 4 Luglio il Sole 24 Ore ha avviato un interessante dibattito su vantaggi e svantaggi derivanti dall’eventuale adozione della FTT (Financial Transaction Tax) che estende l’idea originaria della Tobin Tax dalle transazioni su valuta a tutte le transazioni finanziarie. Le risposte degli economisti intervistati hanno confermato come, dopo la crisi finanziaria, il consenso verso questa proposta sia cresciuto anche tra gli addetti ai lavori e le istituzioni internazionali.
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Si sono dichiarati a favore (anche se si registrano varie oscillazioni) i responsabili degli esecutivi di Francia, Germania e Regno Unito, mentre il Belgio ha votato una legge a favore della proposta.

Dopo la sintetica opinione favorevole di vari economisti, l’articolo di Roberto Perotti si è concentrato sulle finalità della tassa sottolineando come la stessa non sia lo strumento adeguato se gli obiettivi sono quelli di ridurre la leva finanziaria delle banche, la tendenza delle banche molto grandi a prendere rischi eccessivi, la probabilità della formazione di nuove bolle finanziarie. Per affrontare direttamente questi problemi sono necessarie riforme delle regole (regolamentazione dei mercati OTC, penalizzazione degli atteggiamenti eccessivamente rischiosi delle banche d’affari, maggiore prociclicità dei requisiti di capitale, ecc.) ampiamente in discussione nel dibattito internazionale.
Incerto anche il rapporto tra Tobin Tax e volatilità per le ripercussioni della stessa sulla liquidità dei mercati. Va però considerato che la tassa sicuramente frenerebbe il comportamento di chi opera sui mercati con orizzonte brevissimo con molteplici operazioni di acquisto e vendita concluse spesso in pochi minuti sugli indici di titoli derivati (in gergo gli scallpers). I guadagni di questi operatori ad altissima frequenza sarebbero condizionati anche da tasse molto piccole perché la loro strategia è quella di mettere assieme i piccoli guadagni di moltissime operazioni effettuate in pochissimi minuti.
Esistono però due motivazioni fondamentali ulteriori per l’imposizione di questa tassa per le quali non è possibile dubitare della coerenza ed efficacia tra strumento utilizzato e fini proposti.
La prima è la capacità della tassa di raccogliere ingenti somme per il finanziamento dei beni pubblici globali. Secondo i calcoli di alcune ricerche recenti (Schulmeister 2008 WIFO), una tassa minima (del 5 per 10.000 o dello 0,05 percento) se imposta a livello globale raccoglierebbe sui mercati circa 655 miliardi di dollari pur considerando la possibile riduzione delle transazioni a seguito dell’applicazione della tassa. Si tratta di una somma simile a quanto si potrebbe ricavare da un’ imposta sul valore aggiunto, un IVA sulle transazioni finanziarie dalla quale esse sono attualmente esenti a differenza delle transazioni reali. Da notare che le Nazioni Unite calcolano che sono sufficienti tra i 15 e i 30 miliardi di dollari per garantire la scolarizzazione primaria a tutta la popolazione mondiale. Sappiamo tutti che flussi di risorse molto grandi attraggono corruzione e dunque l’utilizzo di queste risorse dovrebbe essere blindato. Allo stato delle conoscenze attuali ci sono però numerosi esempi virtuosi di utilizzo che si potrebbero scegliere, dai premi per gli avanzamenti in ricerca medica sulla cura delle malattie tropicali ad un fondo di finanziamento in capitale di rischio di start-up di istituzioni di microfinanza nei paesi più poveri in grado di attivare le importanti risorse nascoste del risparmio nazionale in molti di questi paesi. E, ovviamente, un fondo da cui gli stati possano attingere nel caso in cui, come in questo caso, risorse pubbliche vengono utilizzate per risolvere crisi finanziarie (la somma raccoglibile in Italia secondo questi calcoli dovrebbe aggirarsi attorno ai 4.5 miliardi di dollari annui).
La seconda importante finalità risponde ad un principio di responsabilità fiscale. I piani internazionali di salvataggio avviati in questi ultimi tempi, che includono il sostegno agli intermediari finanziari più coinvolti nel trading sui derivati, rischiano di far raddoppiare di qui al 2014 il debito pubblico americano sul PIL e far triplicare quello inglese. Anche in paesi come e il nostro dove non ci sono stati grossi esborsi per salvare le banche le finanze pubbliche sono peggiorate a causa della recessione causata dalla crisi stessa. La storia delle finanziarie approvate ed in corso di approvazione nei vari paesi europei ci dice che i cittadini hanno pagato due volte. Prima vedendo drammaticamente peggiorate le prospettive di lavoro nei paesi ad alto reddito. Poi subendo l’onere delle misure di emergenza necessarie per scongiurare la crisi dei debiti pubblici di paesi che li hanno aumentati per soccorrere le banche.
Considerato tutto ciò appare  del tutto legittimo che si raccolgano risorse da coloro che ne hanno in abbondanza e laddove la crisi è stata generata. Da questo punto di vista la tassa sulle transazioni finanziarie non ha niente a che vedere con l’ipotesi di tassare gli utili delle banche con una stessa aliquota in tutti i paesi, un’idea che metterebbe sullo stesso piano sistemi bancari che hanno grosse responsabilità ed altri più virtuosi (Italia, Canada e Australia), ponendo paradossalmente in difficoltà dal punto di vista dei requisiti di capitale le banche che si dedicano al credito e non al trading sui derivati.
 Il gioco d’azzardo è ampiamente tassato a livello nazionale, tassiamolo anche a livello internazionale. Le briciole delle singole transazioni finanziarie possono diventare tutte assieme risorse importanti per la stabilità dei debiti pubblici nazionali e per il finanziamento dei beni pubblici globali riducendo l’onere della crisi sui contribuenti e sulle fasce più deboli.
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Dell’“albero storto”. Primi passi verso il federalismo fiscale http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1137 Fri, 16 Jul 2010 10:07:19 +0200

Gianluigi Bizioli

Adempiendo all’obbligo imposto dall’art. 2, comma 6, della l. 5 maggio 2009, n. 42, lo scorso 30 giugno il Governo ha presentato al Parlamento la Relazione sul federalismo fiscale che comprende un quadro generale del finanziamento degli enti territoriali e ipotesi di distribuzione delle risorse fra i vari livelli di governo. La Relazione assolve egregiamente la prima funzione, descrivendo compiutamente le cause e gli effetti negativi prodotti dalla centralizzazione della finanza pubblica.

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Tale analisi è corredata e supportata anche da un’ampia sezione analitica con dati riferibili ai trasferimenti di risorse alle Regioni e agli enti locali, nonché ai bilanci delle Regioni e degli enti locali.

Con riferimento proprio ai bilanci degli enti territoriali si evidenzia il maggiore sforzo, almeno per due ragioni. Da un lato, le Regioni e gli enti locali non adottano sistemi di rendicontazione omogenei, rendendo di conseguenza non comparabili i rispettivi bilanci. Dall’altro, in casi isolati (Calabria) mancava quasi integralmente qualsiasi rendiconto numerico della spesa. La Relazione si è fatta carico di risolvere tali problemi, rendendo comparabili i dati contabili e sopperendo, nel caso indicato, alla carenza di informazioni. Essa presenta dunque un serio e aggiornato apparato numerico in grado di confermare le conclusioni raggiunte nella parte descrittiva della Relazione.
Come si è già detto, appaiono condivisibili l’analisi e le conclusioni cui la Relazione giunge sullo stato attuale della finanza territoriale, ovvero sull’oggi. L’immagine utilizzata è quella dell’albero storto. La stortura, secondo la Relazione, deriva da due opposte tendenze: la centralizzazione delle entrate avvenuta con la Riforma tributaria 1971-1972 e il decentramento dei poteri di spesa, soprattutto a favore delle Regioni. Questo ha prodotto una netta separazione fra la spesa e le entrate, rendendo gli enti territoriali sostanzialmente irresponsabili nella loro azione. Più precisamente, solo “il Parlamento poteva decidere, solo il Parlamento poteva tassare” e, quindi, solo il Parlamento poteva (può) dirsi responsabile di fronte ai contribuente, mentre gli enti territoriali detenevano (detengono) il potere di spesa. Questa asimmetria è ritenuta, dalla Relazione, la causa, non marginale, “della dinamica esponenziale del nostro debito pubblico”.
Una piccola digressione: il sistema finanziario italiano è descritto come l’unico sistema finanziario europeo quasi totalmente centralizzato. L’affermazione è inesatta, almeno con riguardo al Regno Unito che, ancora oggi, ha un sistema tributario rigidamente accentrato e un sistema di spesa decentrato (la c.d. devolution della Scozia, del Galles e dell’Irlanda del Nord).
Tirando le fila del discorso sull’albero storto, la centralizzazione delle entrate tributarie e un sistema di finanziamento degli enti territoriali basato sui trasferimenti statali sono la principale causa dello stato della finanza pubblica. E poiché l’albero non può essere tagliato o estirpato alla radice, la soluzione proposta è quella del federalismo fiscale, ovverosia quella di un maggior decentramento dell’autonomia tributaria. È bene sottolineare questo aspetto, perché è decisivo per le considerazioni che seguiranno. Il decentramento della finanza pubblica non è giustificato da una superiore efficienza di tale meccanismo nell’allocazione delle risorse, ma perché consente una riduzione e/o razionalizzazione della spesa, soprattutto regionale.
Dei due termini della questione, quello relativo all’autonomia tributaria delle Regioni e degli enti locali presenta i maggiori problemi. Per comprendere meglio la questione richiamo le conclusioni della Relazione: “il federalismo fiscale è l’unico modo che abbiamo per razionalizzare e controllare in modo efficace una parte vasta della finanza pubblica italiana. Dove per controllo si intende, oltre al nuovo meccanismo di stabilizzazione finanziaria, soprattutto il controllo democratico esercitato dai cittadini sui livelli di governo che sono più prossimi alla loro vita. Il controllo esercitato nella sequenza “vedo-voto-pago”. E, se non vedo, o se vedo ciò che non va bene, allora non voto”.
Se ben comprendo, il ragionamento alla base del federalismo fiscale italiano poggia sul controllo, ovverosia sul fatto che gli enti territoriali debbano render conto dell’uso delle risorse “proprie” di quel territorio. Quindi, in definitiva, il federalismo fiscale consisterebbe nel passaggio da un sistema di risorse derivate dal centro a un sistema di risorse proprie (o autonome) degli enti territoriali.
Per le Regioni l’elaborazione di qualsiasi proposta in argomento è in alto mare, ovvero per dirla con le parole della Relazione “è un processo in corso di elaborazione”. Aggiungo soltanto – rinviando per ulteriori indicazioni ai miei interventi su benecomune.net – che il divieto di doppia imposizione previsto dalla legge delega lascia pochissimo spazio all’autonomia tributaria regionale. In larga parte, dunque, anche dopo la riforma le Regioni saranno finanziate attraverso strumenti controllati dallo Stato.
Il discorso si fa più chiaro passando ai comuni. Le spese comunali verranno finanziate, dapprima attraverso il trasferimento del gettito dei tributi statali inerenti al comparto territoriale e immobiliare, e forse, in una seconda fase, attraverso un unico prelievo tributario. Trascuriamo questa seconda fase, di cui pochi sono gli elementi concreti. La scelta fatta dal Governo appare ragionevole e razionale, per almeno due ragioni. In primo luogo, perché unico è l’oggetto dell’imposizione comunale, il settore immobiliare. In secondo luogo, perché se si trasferisse effettivamente anche il catasto, i comuni sarebbero effettivamente i fautori del loro destino finanziario avendo nella loro disponibilità la base imponibile e le aliquote delle imposte sugli immobili.
Il vero problema insoluto resta quindi quello del finanziamento delle Regioni che, in termini quantitativi, pesa circa il 60% del fabbisogno degli enti territoriali e, dai cui bilanci, passano alcuni dei servizi sociali fondamentali della persona.
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VERSO L’ECONOMIA DEL BEN-ESSERE. Le giornate di Bertinoro 2010 http://www.benecomune.net/news.interna.php?notizia=1136 Wed, 14 Jul 2010 12:46:08 +0200 10 anni di economia civile - 8-9 ottobre 2010
Dal 2001 le Giornate di Bertinoro per l’economia civile, promosse da AICCON (Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit), rappresentanol’evento d’incontro e di dialogo tra i maggiori rappresentanti del Terzo Settore e società civile.

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La parola chiave di questa edizione sarà “BEN-ESSERE”: l’economia può incidere sulla felicità e sul “ben-essere“ delle persone, e in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo, è particolarmente evidente quanto la sfera economica possa rappresentare una minaccia per la serenità degli individui. Cosa vuol dire dunque oggi andare “verso l’economia del ben-essere”? Quali sono le peculiarità che, soprattutto alla luce della crisi mondiale, devono necessariamente caratterizzare il concetto di ben-essere futuro per far sì che il suo perseguimento sia possibile per tutti in egual maniera?

Parteciperanno tra gli altri Stefano Zamagni - Università di Bologna, Enrico Giovannini - Presidente Istat, Chiara Saraceno - Wissenschaftszentrum für Sozialforschung di Berlino e Ermete Realacci – Presidente Fondazione Symbola. La seconda sessione prevista nel pomeriggio di venerdì 8 ottobre sarà dedicata a “Dare credito alla fiducia: la domanda di finanza del Terzo Settore” e vedrà lanche a partecipazione di Leonardo Becchetti, direttore di Benecomune.net.

Per informazioni e iscrizioni
Segreteria AICCON   t. 0543 62327 ecofo.aiccon@unibo.it  www.aiccon.it

Ufficio stampa AICCON
Rossella De Nunzio  t. 0543 374675 m. 349.2920846 rossella.denunzio@unibo.it
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