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"L'economia sociale di mercato: un modello per l'Europa?"

L’8 maggio, presso l’Istituto Sturzo, il seminario promosso dall’Area di ricerca Caritas in Veritate della Pontificia Università Lateranense e dalla Fondazione Adenauer, in collaborazione con il Centro Studi Tocqueville-Acton, l’Istituto Sturzo e l’Editrice Rubbettino.

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Famiglia e lavoro, una conciliazione possibile

In sintonia con l’incontro mondiale delle famiglie tenutosi di recente a Milano , sviluppiamo alcune riflessioni sul ruolo e sulle prospettive delle famiglie in questo tempo di crisi economica e sociale. La conciliazione tra famiglia e lavoro rappresenta un fondamentale banco di prova al riguardo. Per un numero crescente di famiglie il lavoro è troppo poco e incerto per condurre un’esistenza dignitosa. Ciò fa diminuire l’integrazione sociale nel mentre si sviluppano fenomeni di frantumazione e isolamento. Non è soltanto il flusso del reddito disponibile a essere compromesso dalla mancanza o perdita di lavoro. Sono in gioco questioni più profonde, connesse all’esercizio di quelle che A. Sen definisce “libertà positive” per l’acquisizione di autonomia e identità personale e famigliare.

Le difficoltà economiche, le grandi riorganizzazioni produttive hanno fatto saltare situazioni che si ritenevano consolidate e inattaccabili. La messa in cassa integrazione o peggio il licenziamento del capofamiglia ha effetti sconvolgenti se questo è il solo a lavorare, se i figli studiano o sono alla ricerca di un lavoro che non trovano facilmente, se ci sono anziani da assistere e nel contempo il mutuo per la casa non è stato ancora del tutto pagato. Le risultanze delle indagini sulla povertà delle famiglie italiane confermano la pesantezza della situazione.
Come affrontare concretamente il problema della conciliazione tra famiglia e lavoro? La risposta non è difficile: lasciando che le singole famiglie si arrangino, il che vuol dire che nella quasi totalità dei casi il problema viene scaricato sulla donna, moglie, compagna, madre con bimbi nei primi anni di vita, figlia di genitori anziani, e nel contempo impegnata nel lavoro per un mix di ragioni che vanno dalle necessità contingenti alla ricerca dell’indipendenza economica di fronte al futuro, alle esigenze di socializzazione, di piena realizzazione di sé. Motivazioni queste ultime largamente presenti nelle giovani donne che chiedono di entrare nel mercato del lavoro, mettendo in linea di conto di procrastinare il matrimonio, di ritardare poi la nascita del primo figlio e di rinunciare al secondo.
Non mancano segnali di cambiamento. Nel contesto sembrano progressivamente maturare nuovi valori, nuovi convincimenti, nuove sensibilità sul ruolo della famiglia in rapporto al lavoro e allo sviluppo. In una risoluzione di qualche tempo fa del Consiglio dei ministri del lavoro e degli affari sociali dell’UE si legge che la maternità, la paternità come pure i diritti dei figli piccoli sono valori sociali eminenti che devono essere salvaguardati dalla società, dagli stati membri, dalla Comunità europea. La fecondità e la scolarità sono essenziali per la salute dell’economia e dell’impresa.
La costruzione di una società equilibrata, ove la produzione del reddito non viene separata dalla produzione di senso e ove la sfera mercantile interagisce con quella della reciprocità e della gratuità, passa necessariamente attraverso una profonda riconsiderazione dei ruoli – finora largamente separati e distinti – assolti dalle donne e dagli uomini nei diversi ambiti del lavorare e del vivere. La donna, con le sue specificità, entra oggi a pieno titolo nel mondo della produzione concorrendo al suo cambiamento; l’uomo riscopre il suo posto e il suo tempo nella sfera domestica e parentale fornendo apporti indispensabili finora mancati, trovando terreni nuovi di condivisione. La ricomposizione di dimensioni finora separate consente la valorizzazione delle specificità, lo scambio di cose diverse, il comune apprendimento. Il tutto in un’ottica di complementarietà, reciprocità ovvero di reversibilità significante.
Da quanto sopra affermato possono discendere alcuni criteri guida da tradurre in politiche concrete. Il riconoscimento effettivo dell’importanza dell’accesso all’impiego degli uomini e delle donne favorendo e incentivando la partecipazione della donna al mercato del lavoro e degli uomini alle attività famigliari specie nei confronti dei figli piccoli. L’aumento complessivo per la famiglia del montante delle ore remunerate. Lo sviluppo dei servizi alla famiglia per l’accoglienza dei figli e l’assistenza degli anziani. La riarticolazione generale dei tempi di lavoro, amministrativi, famigliari e personali. La reimpostazione su una base di uguaglianza dei rapporti tra i due sessi come condizione indispensabile per la conciliazione della vita professionale e della vita famigliare nella prospettiva di una buona società in cui vivere.

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