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"L'economia sociale di mercato: un modello per l'Europa?"

L’8 maggio, presso l’Istituto Sturzo, il seminario promosso dall’Area di ricerca Caritas in Veritate della Pontificia Università Lateranense e dalla Fondazione Adenauer, in collaborazione con il Centro Studi Tocqueville-Acton, l’Istituto Sturzo e l’Editrice Rubbettino.

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Un patto per la crescita europea*

L’Europa attraversa una delle crisi più devastanti e profonde della sua storia recente. Dopo oltre 65 anni di pace, ricostruzione prima e progresso poi che hanno portato il nostro continente ad essere un faro nel mondo intero per le condizioni di vita, solidità economica, protezione sociale e qualità della democrazia, oggi come non mai tutto questo è a rischio. Secondo gli esperti più accreditati (da buon ultimo uno studio molto serio degli economisti della Morgan Stanley) l’Europa ha davanti a sé quattro scenari: il rinascimento europeo (definito come poco probabile); il divorzio europeo, cioè l’aumento della frammentazione con l’esito di una rottura dell’Euro (con un discreto grado di probabilità); i due scenari intermedi, definiti il “matrimonio all’italiana” (tenere insieme da 150 anni due aree del paese con prospettive strutturalmente diverse) o di “equilibrio instabile”, legata ad un mix di interventi della BCE, vertici di emergenza dei governi (ne abbiamo già fatti 24 con 14 crisi e cambi di governo), qualche riforma strutturale e un po’ di austerità, accompagnata forse da qualche nuovo investimento comune (i project bond).

Quest’ultimo è ritenuto il più probabile ed è difficile dare torto agli esperti, se si guarda quanto fatto dalla manifestazione della crisi nell’estate del 2008 ad oggi (cioè in 4 anni!).
A questo si aggiunge una sempre più pervasiva crisi della stessa tenuta democratica: decisioni draconiane prese nel corso di vertici notturni, parlamenti nazionali costretti a ratificare in sedute nei week-end, sfiducia crescente dei cittadini nella capacità delle istituzioni di pilotare una seria uscita dalla crisi, di rimettere ordine nel campo di chi è stato all’origine della crisi e di garantire una seria prospettiva di lavoro, benessere e protezione sociale per le generazioni che verranno.

Bisogna cambiare registro, cominciando proprio dal punto dell’origine della crisi, che si basa su una logica folle che ha alimentato la rincorsa di tutti, governi ed economia negli ultimi 20 anni: e cioè che si potesse vivere creando debiti sempre più giganteschi e che per renderli sostenibili bastasse abolire ogni regolamentazione nel settore finanziario (come ha fatto Clinton negli USA negli anni ’90), lasciandolo libero di inventarsi ogni sorta di diavoleria. Il risultato è stato l’esplosione della finanzia anglosassone (punto di rottura nel 2007 negli USA), la devastazione del sistema bancario di tutto il mondo occidentale e l’esplosione insostenibile dei deficit pubblici, oggi sotto ricatto speculativo della grande finanza internazionale.
Mettere regole e ordine nella finanza, sottoporla a una vera tassazione, soprattutto delle transazioni di breve termine (utili a far profitto per pochi ma assai dannose per le imprese e per il lavoro), sottrarre il debito pubblico alla gestione speculativa dei mercati, risanare i bilanci pubblici, abbattendo progressivamente gli spaventosi stock di debito pubblico con inevitabili misure di restrizione e di austerità. Questa è una base, dura ma necessaria, per liberare risorse e futuro.

Il secondo passaggio riguarda la riconversione radicale della nostra mentalità economica prevalente: la ricchezza non si crea per l’abilità dei giochi finanziari e per le troppe rendite, ma sempre e comunque con la vecchia regola del sudore della fronte e del rischio d’impresa. Per questo bisogna radicalmente risanare i meccanismi dell’accesso al credito, a tassi ragionevoli, per le piccole e medie imprese, artigiani e cooperative, e abolire l’abominio dei tempi biblici per essere pagati dalle pubbliche amministrazioni per lavori e servizi eseguiti.
Questi due passaggi fondamentali sono i veri pilastri di quello che impropriamente si chiama “Piano Marshall”. Non saranno certo i cinesi a portarci i nuovi capitali, siamo noi a dover liberare le ricchezze che ci sono e riprendere il controllo di ciò che da strumento (la finanza) si è trasformato in principio e fine, sovraordinato a qualunque legislatore e governo.
L’Europa è infine chiamata ad affiancare al mercato unico e alla moneta unica una vera politica fiscale comune, con sistemi sempre più convergenti di tassazione delle imprese e di protezione sociale, e di una nuova e decisiva politica economica e industriale comune. Come fu ai tempi della Ceca con il carbone e l’acciaio, oggi vi sono le imprese di rete, i servizi, l’approvvigionamento energetico e le energie rinnovabili, per citarne solo alcuni, i veri motori della crescita.

Così facendo, noi europei non ci arrenderemo al triste fato di consegnare l’avvenire della nostra storia comune, con i suoi fasti e le sue immense tragedie, al declino definitivo della nostra civiltà, magari accompagnata da qualche iniezione eutanasica di ripiegamenti nazionalisti e localisti che ci
porterebbero solo e più velocemente verso tragedie che abbiamo già conosciuto. E così facendo l’Europa riconquisterà seriamente il suo posto nel mondo e la vera considerazione per il contributo che può dare al progresso di tutti.

* Questo articolo è stato pubblicaro sulla rivista Dialogo delle Acli della Svizzera

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