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Disinvestire dalle fonti fossili: una scelta per la giustizia ambientale e sociale

La campagna #DivestItaly si prefigge un duplice obiettivo: aumentare la consapevolezza rispetto alla tematica attraverso attività di comunicazione e sensibilizzazione e intraprendere un dialogo con diversi tipi di organizzazioni rispetto all’opportunità di disinvestimento dalle fonti fossili

Il secondo anniversario dell’Enciclica Laudato Si’ ricorre in un mese caratterizzato da avvenimenti poco confortanti sul piano ambientale, dall’annuncio del ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi sul clima fino alle preoccupanti conseguenze del prolungato periodo di temperature ben oltre le medie stagionali che il nostro Paese si sta trovando ad affrontare.

Ciononostante, il messaggio lanciato da Papa Francesco attraverso l’Enciclica continua a rappresentare un punto di riferimento per quanti, credenti o laici, condividono la necessità improrogabile di ripensare radicalmente il rapporto dell’uomo con l’ambiente che lo circonda e di abbandonare al più presto l’attuale modello economico basato sull’uso intensivo dei combustibili fossili in favore di una transizione energetica guidata dallo sviluppo delle fonti rinnovabili.

L’Enciclica, vale la pena ricordarlo, ha preceduto di pochi mesi due avvenimenti di enorme importanza nel contesto della sfida globale per uno sviluppo sostenibile. Nel settembre 2015 sono stati infatti presentati i nuovi Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, mentre nel dicembre dello stesso anno, sempre sotto l’egida dell’ONU, a conclusione della COP 21 di Parigi
(la ventunesima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) è stato adottato lo storico accordo sul clima che per la prima volta ha visto l’assunzione di impegni di riduzione delle emissioni di gas serra da parte dell’intera comunità internazionale.

Due aspetti significativi meritano di essere evidenziati. Il primo è la rapidità con cui l’Accordo di Parigi è entrato in vigore: sono bastati meno di 12 mesi, contro gli oltre 7 anni che si era dovuto attendere nel caso del Protocollo di Kyoto. Il secondo riguarda la centralità assunta dalla questione ambientale all’interno dei 17 nuovi obiettivi per lo sviluppo, marcando un fondamentale cambio di prospettiva rispetto ai precedenti Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

Entrambi gli aspetti concorrono ad indicare come nello scenario internazionale il perseguimento della sostenibilità ambientale non venga più considerato come un fine di secondaria importanza rispetto alla promozione dello sviluppo economico e sociale, ma al contrario ne costituisca un fattore chiave: solo un approccio in grado di analizzare e affrontare problematiche ambientali, sociali ed economiche in maniera congiunta e interrelata può infatti rivelarsi vincente. Tale approccio non può che richiamare il concetto di “ecologia integrale” espresso nella Laudato Sì, che ne rappresenta uno degli elementi di maggior rilievo e che esorta a un profondo cambiamento a tutti i livelli: istituzionale, spirituale, culturale e individuale.


Il disinvestimento dalle fonti fossili
Il problema dei cambiamenti climatici è in questo senso emblematico. L’aumento delle temperature medie globali ha infatti ripercussioni su vasta scala che riguardano molteplici aspetti della vita umana – salute, agricoltura, accesso alle risorse idriche, solo per citarne alcuni – e che vanno ad acuire problematiche già esistenti quali insicurezza alimentare, povertà estrema, disuguaglianze sociali e migrazioni di massa, in particolare in quei Paesi del Sud del Mondo più vulnerabili e al tempo stesso meno responsabili rispetto ai cambiamenti del clima. Un problema dunque che non può essere considerato solo ambientale, ma che si intreccia in maniera profonda con questioni di giustizia sociale e di possibilità di sviluppo economico.

Se la crisi climatica deve essere quindi necessariamente analizzata seguendo un approccio che tenga in considerazione le interrelazioni con la sfera sociale ed economica, anche le soluzioni vanno ricercate in una medesima ottica sistemica. Le politiche e i target di riduzione delle emissioni concordati a livello internazionale costituiscono il framework per contrastare il surriscaldamento del Pianeta , ma all’interno di questa cornice saranno le scelte messe in atto da una molteplicità di attori a vari livelli (enti locali, imprese, cittadini) a risultare determinanti.

Tra queste scelte rientrano anche quelle effettuate sul piano finanziario, in particolare per quanto riguarda il reindirizzamento delle risorse e degli investimenti verso un modello economico low-carbon. La questione rappresenta il cuore dell’attività di un movimento affermatosi su scala internazionale che afferma la necessità di disinvestire dalle fonti fossili, ossia di ritirare gli investimenti in imprese legate a petrolio, carbone e gas al fine non solo di minarne il sostegno economico, ma anche e soprattutto di compiere un chiaro gesto di delegittimazione morale. Tale movimento punta infatti a evidenziare come non sia più accettabile continuare ad investire in un comparto industriale il cui operato è intrinsecamente destinato ad aggravare il problema dei cambiamenti climatici e le drammatiche conseguenze che da esso derivano.

Se è sbagliato distruggere il pianeta, allora è sbagliato anche trarre profitto da tale distruzione” (slogan originale: "If it’s wrong to wreck the planet, then it’s wrong to profit from that wreckage”): è questo lo slogan più volte utilizzato dalla ong internazionale 350.org, che coordina le tante iniziative e campagne per il disinvestimento dai combustibili fossili attive in tutto il mondo. Una logica tanto semplice quanto stringente, che in 6 anni ha già convinto una moltitudine di investitori: dal 2011 ad oggi, infatti, sono più di 700 le realtà che hanno preso impegni ufficiali di disinvestimento, per un totale di assets under management di oltre 5.400 miliardi di dollari. All’interno di questo mondo eterogeneo si possono trovare attori diversi quali università, istituti religiosi, fondi pensioni, enti locali e compagnie di assicurazione.

Se la questione etica degli investimenti nelle fossili costituisce di per sè un valido motivo per intraprendere un percorso di ritiro degli stessi, va evidenziato come scelte di questo tipo siano supportate anche da argomentazioni di tipo economico. Il concetto chiave è quello di stranded assets (risorse bloccate), che fa riferimento ai sempre maggiori limiti alla possibilità di sfruttamento delle proprie riserve con cui le imprese che operano nel settore dei combustibili fossili dovranno confrontarsi a seguito degli impegni di riduzione delle emissioni adottati a Parigi, i quali, secondo quanto previsto all’interno dell’Accordo stesso, dovranno essere ciclicamente rivisti al rialzo. Dal punto di vista finanziario ciò si traduce nella concreta possibilità di perdita di valore degli investimenti in tali società, tanto da fare parlare del rischio di una vera e propria “bolla del carbonio”.

La campagna #DivestItaly
Il movimento per il disinvestimento dalle fossili è particolarmente radicato negli USA, dove è nato, e in paesi dell’Europa centro-settentrionale come Germania e Gran Bretagna. Qualcosa però si sta muovendo anche in Italia, dove un gruppo di organizzazioni della società civile – tra cui è presente l’ISPIA (l’Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI) – stanno portando avanti la campagna #DivestItaly, promossa dalla Onlus Italian Climate Network.

La campagna si prefigge un duplice obiettivo: aumentare la consapevolezza rispetto alla tematica attraverso attività di comunicazione e sensibilizzazione e intraprendere un dialogo con diversi tipi di organizzazioni rispetto all’opportunità di disinvestimento dalle fonti fossili. Nata in concomitanza con la pubblicazione della Laudato Si’, la campagna fino a questo momento si è rivolta principalmente al mondo degli istituti cattolici per incoraggiare a mettere in pratica l’appello di Papa Francesco alla conversione ecologica attraverso l’attuazione di strategie di disinvestimento.

Grazie anche all’impegno della FOCSIV (Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario) e al supporto del Global Catholic Climate Movement, otto tra diocesi, congregazioni e ordini religiosi italiani – tra cui i Missionari Comboniani e la Provincia d’Italia dei Gesuiti – hanno già dichiarato pubblicamente l’intenzione di ritirare i propri investimenti dall’industria delle fossili, mentre altre ancora annunceranno la propria decisione nei mesi a venire: una scelta in favore non solo del clima, ma anche di un diverso modello economico e sociale.

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