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Intervista a Luciano Gallino: "Contro la precarietà. Una politica globale del lavoro"

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Il disarmo e la nonviolenza: vie per la risoluzione dei conflitti

La pace non può essere un'aspirazione generica, invocata senza assumerla come priorità assoluta di qualsiasi impegno. Non è possibile dire di essere per la pace credendo nelle "guerre giuste", cercando di schierarsi da una parte invece che stare dalla parte di tutte le vittime innocenti

Stiamo vivendo, oggi più che mai, giorni di preoccupazioni e di tensioni, spettatori inerti di una tragedia che si dipana su scala planetaria e sulla quale lo stesso movimento per la pace registra momenti di grande incertezza.

A far chiarezza è ancora una volta lo straordinario Papa Francesco che nel messaggio per la pace del 1° gennaio 2017 e nell'incontro con gli Ambasciatori ha indicato che la guerra e le risorse che vi sono destinate rappresentano la tragedia centrale del nostro tempo: “rispondere alle violenze con la violenza conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi può portare alla morte, fisica e spirituale di molti, se non addirittura di tutti”.

La gravità della crisi che stiamo vivendo a livello planetario ci dice quanto sia improcrastinabile la necessità di rimuovere su scala mondiale e nei singoli Paesi gli squilibri economici, le disuguaglianze e le ingiustizie sociali che ne sono le vere cause, in uno col disordine e la speculazione dei mercati finanziari.

Il tema della pace presenta mille sfaccettature, perché si colloca a più livelli; sicuramente quello più importante è il livello educativo, sia nel senso di una più generale educazione al tema della nonviolenza, sia ad una attenzione rinnovata e più matura ai processi economici e sociali che a livello mondiale incidono sulla questione delle guerre e della pace. Non a caso, Papa Francesco indica nel disarmo e nelle strategie nonviolente l'unica via di uscita per la risoluzione dei conflitti, raccomandando agli Ambasciatori che “... questa è la via della pace, non quella proclamata a parole ma di fatto negata, perseguendo strategie di dominio, supportate da scandalose spese per gli armamenti, mentre tante persone sono prive del necessario per vivere”.

E' innegabile che in questi anni si sia registrato un certo smarrimento, un calo di tensione, un calo di incisività nel vasto e variegato mondo della pace; le cause vanno a mio avviso ricercate nell'aver creduto eccessivamente nell'immagine oleografica dello scontro di civiltà, dimenticando gli effetti dei rapporti di produzione, delle ingiustizie strutturali, delle tendenze globali dell'economia che sono i fattori autentici che portano alla miseria, alle devastazioni ambientali e al cambiamento climatico, alle migrazioni, ai conflitti, alle guerre. La pace non può essere una aspirazione generica, invocata senza assumerla come priorità assoluta di qualsiasi impegno. Non è possibile dire di essere “per la pace” credendo nelle guerre cosiddette “umanitarie”, nelle guerre giuste, cercando di schierarsi da una parte invece che stare dalla parte di tutte le vittime innocenti.

Assistendo sgomenti alla triste conta quotidiana dei morti innocenti, di civili, soprattutto anziani, donne e bambini, ci accorgiamo che lo scenario economico e la necessaria condanna di tutte le guerre spariscono dalle note di cronaca, dai titoli dei giornali, dagli approfondimenti degli analisti e degli esperti chiamati a commentare.

Quando si parla di guerre e di pace sarebbe utile affrontare anche il tema dell'informazione e di un mondo dell'informazione libero da condizionamenti, scevro di interessi di parte. Stiamo parlando anche della “nostra” informazione. Tanta dovizia di particolari quando gli eventi tragici riguardano in qualche modo il nostro Paese, quando è l'Europa - quella più vicina a noi - ad essere sconvolta da fatti di sangue; e ci si dimentica che nei giorni di Parigi, di Rouen, di Monaco, di Nizza, Ankara e Berlino muoiono a migliaia anche ad Aleppo, a Mosul, a Falluja; si muore in Siria, in Nigeria, in Iraq, in Afghanistan, nel Mali, nel Sud Sudan, nello Yemen e in mille altri luoghi, “pezzi” di quella terza guerra mondiale di cui parla sempre il nostro Pontefice. Credo, purtroppo, che non si tratti di provincialismo o superficialità ma di una vera e propria “censura”, di una “sordina” che si trasforma in una collaborazione “attiva” alla strategia della pura messa in atto dal terrorismo.

Enfatizzare all'infinito come attacco islamico ogni delitto messo in atto nei Paesi occidentali e tacere sugli attacchi nei quali sono vittime centinaia di musulmani crea e alimenta la guerra di religione, la guerra di civiltà; giustifica la guerra giusta, prepara la guerra umanitaria; è un atteggiamento che distrugge i ponti e innalza muri, che genera paura quanto e più dei terroristi, trasformandosi in una complicità funzionale a chi terrorizza e semina odio.

Non è in questo modo che si costruiscono le condizioni per una pace globale e duratura; i megafoni della guerra di religione non descrivono la realtà nella sua complessità e volutamente omettono di ricordare che le maggiori vittime del terrorismo fondamentalista sono proprio i musulmani; e così, si spinge all'odio contro l'Islam, fomentando la guerra d i religione. Anche qui ci viene in aiuto Papa Francesco che afferma “quando parlo di guerra intendo guerra sul serio, non guerra di religione. Parlo di guerre e di interessi, per soldi, per le risorse della natura, per il dominio dei popoli. Questa è la vera guerra”.

Chi parla di guerra di civiltà è il primo, non sappiamo quanto involontario, sostenitore di quelle politiche che si stanno facendo largo in Europa e di quelle idee che si affacciano con maggiore insistenza anche nel nostro Paese, dove aumentano le paure, si accentuano le divisioni, si allontanano le soluzioni, si abbattono i ponti, si costruiscono muri non solo virtuali, si rifiuta l'accoglienza anche a donne e bambini.

Oggi trovano spazio nel dibattito anche coloro che vogliono riportarci alla moneta nazionale e alle frontiere, chi rifiuta ogni ipotesi e progetto di accoglienza, chi rinnega l'Europa: una Europa che così come è non piace a nessuno, ma senza la quale saremmo tutti più deboli e vulnerabili e che va rafforzata nel progetto originario di pace e giustizia sociale. Una Europa che, tutta insieme, prenda le distanze da quei regimi islamici ai quali vendiamo armi che inevitabilmente finiscono anche nelle mani dei terroristi.

Parliamo di una Europa che inequivocabilmente rifiuti l'idea che la guerra è inevitabile: un'idea dietro la quale si nascondono e ai alimentano interessi personali e di gruppi del malaffare, sfruttamento di persone e beni del creato, poteri corrotti, costruttori e trafficanti di armi, nuove forme di colonialismo. E invece le alternative esistono e vanno promosse con azioni quotidiane di educazione, di comportamenti nonviolenti, di accoglienza ed inclusione, di cooperazione e solidarietà, di riconciliazione misericordia e dialogo, di riconoscimento e rispetto delle differenze, di convivenza, di economia solidale, di lavoro dignitoso, di rispetto dei diritti umani a Nord e a Sud, ad Est e ad Ovest, in ogni parte del pianeta.

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